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The Mandalorian and Grogu debutta con uno dei peggiori punteggi Rotten Tomatoes dell’era Disney di Star Wars

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The Mandalorian and Grogu (leggi qui la nostra recensione) segna il ritorno di Star Wars al cinema dopo sette anni dall’uscita di L’Ascesa di Skywalker nel 2019. La nuova avventura segue Din Djarin (Pedro Pascal, Brendan Wayne e Lateef Crowder) e Grogu mentre collaborano con la Nuova Repubblica contro ciò che resta dell’Impero. Il Colonnello Ward, interpretato da Sigourney Weaver, affida loro una missione legata a Rotta the Hutt (Jeremy Allen White), il figlio di Jabba.

Al momento, The Mandalorian and Grogu ha debuttato su Rotten Tomatoes con un punteggio del 64% basato su 66 recensioni. Il dato potrebbe ancora cambiare con l’arrivo di nuovi giudizi, ma rappresenta già uno dei risultati più bassi ottenuti da un film di Star Wars durante l’era Disney. Per fare un confronto: Il Risveglio della Forza ha il 93%, Rogue One l’84%, Gli Ultimi Jedi il 91%, Solo il 69%, mentre L’Ascesa di Skywalker si ferma al 51%, unico film dell’era Disney con un punteggio inferiore.

Se si guarda invece ai capitoli precedenti all’acquisizione del franchise, il nuovo film supera La Minaccia Fantasma, L’Attacco dei Cloni e il film animato The Clone Wars, ma resta molto distante dai risultati della trilogia originale e de La Vendetta dei Sith.

Tra intrattenimento e mancanza di ambizione

pedro pascal e grogu in The Mandalorian & Grogu

Le prime recensioni dividono la critica: da un lato c’è chi apprezza il tono leggero e l’intrattenimento del film, dall’altro chi lo considera poco ambizioso e distante dallo spirito dei migliori capitoli di Star Wars.

Dato che la storia nasce come estensione della serie Disney+ The Mandalorian, molti si sono chiesti se il film sarebbe riuscito a sembrare qualcosa di più di un semplice episodio televisivo portato al cinema, tra cui Jake Kleinman di Polygon, che sostiene: “The Mandalorian & Grogu è una storia autoconclusiva che riesce a sembrare un vero Film con la F maiuscola (un risultato notevole considerando che avrebbe potuto essere soltanto uno speciale streaming), ma non riesce davvero a sembrare un autentico film di Star Wars, se non nel marchio.

Secondo Fay Watson di GamesRadar+ il film può funzionare, soprattutto per chi è già affezionato ai protagonisti: “Se siete felici di passare qualche ora con Din Djarin e Grogu, vi divertirete sicuramente, basta non aspettarsi molto di più.” Aggiunge però che: “Non c’è nulla di davvero rivoluzionario per il franchise. E, anche se questo non è necessariamente un problema, significa che The Mandalorian & Grogu non rappresenta quella rinascita cinematografica di Star Wars che Lucasfilm probabilmente sperava.

Le recensioni negative criticano storia e ritmo

Tra le recensioni considerate “Rotten” da Rotten Tomatoes, Jeremy Mathai di SlashFilm scrive: “Nel disperato tentativo di accontentare tutti, The Mandalorian & Grogu finisce per trascurare la costruzione di una storia davvero significativa. Invece dell’avventura pulp e adrenalinica promessa, Star Wars non è mai sembrato così spento e ordinario. Questa non è la Via.”

Bilge Ebiri di Vulture critica invece l’approccio del film alle scene d’azione e ai personaggi: “Scene d’azione frustrantemente standard e interpretazioni prive di energia che sembrano volerci far addormentare.” Anche Ian Sandwell di Digital Spy non è particolarmente convinto dal risultato finale: “Potrebbe non essere il peggior film di Star Wars, ma potrebbe tranquillamente essere il più irrilevante e, in qualche modo, questo sembra persino peggio.

Nella nostra recensione, Gianmaria Cataldo ha invece scritto: “Pur ricco di avventura, azione e atmosfere fedeli allo spirito di Star Wars, The Mandalorian and Grogu sceglie una strada fin troppo prudente, offrendo uno spettacolo godibile ma poco incisivo sul piano narrativo. Il film rafforza il legame tra Din Djarin e Grogu, senza però aggiungere sviluppi davvero memorabili o fondamentali alla saga”.

Nel complesso, dalle prime recensioni emerge l’idea di un film divertente, ricco d’azione e pensato chiaramente per il grande pubblico, ma che per molti critici manca dell’ambizione e dell’impatto dei migliori capitoli della saga. Resta comunque da vedere quale sarà la reazione del pubblico. Essendo un progetto costruito per intrattenere i fan, il punteggio Popcornmeter potrebbe rivelarsi molto più alto rispetto al Tomatometer della critica, proprio come accaduto in passato con altri film della saga.

The Mandalorian and Grogu arriverà nei cinema il 20 maggio.

Apple TV annuncia una nuova lineup dei Peanuts

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Apple TV annuncia una nuova lineup dei Peanuts

Apple TV ha annunciato un’entusiasmante programmazione estiva dedicata ai Peanuts che include una seconda stagione dell’amato musical “In campeggio con Snoopy”, in arrivo il 26 giugno, e il nuovissimo speciale “Snoopy Presents: There’s No Place Like Home, Snoopy”, che debutterà il 31 luglio. Inoltre, per la prima volta in assoluto, i classici Peanuts prodotti da Mendelson/Melendez Productions “Questa è l’America, Charlie Brown” e “The Charlie Brown and Snoopy Show” arriveranno su Apple TV rispettivamente il 3 luglio e il 10 luglio. Apple TV è la casa dello streaming esclusivo di tutto ciò che riguarda i Peanuts, inclusa la libreria classica del franchise e nuove serie e speciali originali, grazie all’estensione della partnership con WildBrain, Peanuts Worldwide e Lee Mendelson Film Productions fino al 2030.

Apple ospita il catalogo dei classici Peanuts dal 2020, insieme a numerose collaborazioni originali iniziate nel 2018, e sta attualmente producendo con WildBrain e Peanuts un nuovo lungometraggio animato con protagonisti Snoopy, Charlie Brown e tutta la banda dei Peanuts. Nel prossimo film, “Snoopy Unleashed”, Snoopy scappa di casa e Charlie Brown, insieme agli altri Peanuts, intraprende un viaggio emozionante verso una vivace grande città alla ricerca del loro amico, scoprendo che la vera amicizia significa amarsi per ciò che si è.

Tra le serie originali Peanuts premiate di Apple TV figurano anche “Snoopy nello spazio: Alla ricerca di altre forme di vita”, “Le avventure di Snoopy” e “In campeggio con Snoopy”, nominate agli Emmy e agli Annie Awards, oltre ai nuovi speciali originali del ciclo “Snoopy presenta”, tra cui i programmi candidati agli Emmy “Snoopy presenta: le piccole cose contano, Charlie Brown”, “Snoopy presenta: la scuola di Lucy, “Snoopy presenta: a mamma (e papà) con amore”, “Snoopy presenta: Marcie, sei unica!”, “Snoopy presenta: Benvenuto, Franklin”, oltre a “Snoopy presenta: anno nuovo vita nuova, Lucy” e “Snoopy presenta: il musical dell’estate”, candidati agli Annie Awards. Apple TV propone inoltre due documentari originali Peanuts vincitori di Emmy, “Chi sei, Charlie Brown?” e “Snoopy nello spazio: i segreti dell’Apollo 10”, oltre a celebri classici antologici come “Aspettando il Grande Cocomero”, “È il Giorno del ringraziamento Charlie Brown”, “Un Natale da Charlie Brown”, “Aspettando il cane di Pasqua” e “Sii il mio Valentino, Charlie Brown”, tra molti altri.

Di seguito maggiori dettagli sulla programmazione estiva Peanuts di Apple TV (in ordine cronologico):

  • “In campeggio con Snoopy” – seconda stagione – IN ARRIVO IL 26 GIUGNO

Snoopy e gli scout non vedono l’ora di trascorrere momenti spensierati nello spettacolare scenario del Camp Spring Lake. Insieme a Charlie Brown e al resto della banda dei Peanuts, unitevi a Snoopy e agli uccellini mentre affrontano escursioni, nuotate e salti spericolati in una nuova serie di divertenti avventure all’aria aperta! Quest’estate, a “In campeggio con Snoopy”, preparatevi a cercare il leggendario rospo delle siepi, costruire giganteschi castelli di sabbia e discutere sull’eterna sfida tra hot dog e hamburger.

La seconda stagione è prodotta esecutivamente da Paige Braddock, Chris Bracco, Rob Boutilier, Josh Scherba, Stephanie Betts e Logan McPherson.

  • “Questa è l’America, Charlie Brown” – IN ARRIVO IL 3 LUGLIO

Prodotta da Mendelson/Melendez Productions, la prima miniserie animata nella storia della televisione debutta su Apple TV. Charlie Brown e la banda dei Peanuts vivono diversi episodi e aspetti della storia e della cultura americana, assistendo ad alcuni degli eventi che hanno plasmato gli Stati Uniti.

“Questa è l’America, Charlie Brown” (1988) vede Charlie Brown e gli altri Peanuts esplorare vari momenti della storia e della cultura statunitense attraverso episodi come “La nascita della Costituzione americana”, “I fratelli Wright a Kitty Hawk”, “I grandi inventori” e molti altri.

  • “The Charlie Brown and Snoopy Show” – IN ARRIVO IL 10 LUGLIO

Prodotta da Mendelson/Melendez Productions, “The Charlie Brown and Snoopy Show” (1983–1986) è una serie animata basata sulla celebre striscia a fumetti “Peanuts” di Charles M. Schulz, composta da 18 episodi che adattano alcune delle storyline più classiche del fumetto. Disponibile in streaming per la prima volta e al debutto su Apple TV, la serie racconta la quotidianità, le ansie e l’umorismo della banda dei Peanuts, con storie spesso incentrate sui fallimenti di Charlie Brown e sulle sfrenate fantasie di Snoopy.

  • “Snoopy Presents: There’s No Place Like Home, Snoopy” – IN ARRIVO IL 31 LUGLIO

Snoopy è distrutto quando la sua amata cuccia viene accidentalmente venduta durante un mercatino dell’usato. Nel tentativo di risollevare il morale del suo amico, Charlie Brown conduce Snoopy in un’avventura alla ricerca della vecchia cuccia e, lungo il cammino, i due scoprono cosa rende davvero una casa un luogo da chiamare “casa”.

Il nuovissimo speciale vede nel cast Riley Vargas, Terry McGurrin, Rob Tinkler, Kitai O’Garro, Josephine Nisbett, Grace Nicolaou-Wood, Jo-Hannah Atchinson, Lexi Perri, Athan Giazitzidis e Diego Whalen, ed è prodotto a livello esecutivo da Josh Scherba, Stephanie Betts, Logan McPherson, Paige Braddock, Chris Bracco e Mark Evestaff.

Nemesis non sarà una miniserie: Netflix prepara un vero universo crime secondo i creatori

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Il thriller crime Nemesis non si fermerà alla sua prima stagione. I creatori della serie Netflix, Courtney Kemp e Tani Marole, hanno confermato che il progetto è stato ripensato come un universo narrativo espandibile e non più come semplice limited series. La notizia arriva dopo il finale della prima stagione, conclusosi con un forte cliffhanger tra il detective Isaiah Stiles e il criminale Coltrane Wilder.

Durante un’intervista con ScreenRant, Tani Marole ha spiegato che inizialmente la serie era stata concepita come una storia autoconclusiva, ma che Netflix ha spinto fin dall’inizio verso una struttura più ampia e serializzata. “Courtney non fa serie limitate. Fa universi”, ha scherzato Marole, raccontando come la piattaforma abbia chiesto esplicitamente un “ongoing arc”, ovvero un arco narrativo destinato a svilupparsi per più stagioni. Courtney Kemp ha poi confermato che esiste già un piano preciso per espandere la storia oltre gli otto episodi iniziali.

La scelta di trasformare Nemesis in un franchise seriale cambia completamente la percezione della serie. Il finale aperto non rappresenta quindi una semplice provocazione narrativa, ma un preciso manifesto creativo: la rivalità tra Wilder e Stiles è pensata per diventare il motore centrale di un lungo racconto criminale, costruito su ossessione, vendetta e ambiguità morale.

Nemesis - Due Forze opposteIsaiah Stiles contro Coltrane Wilder: Netflix punta a un nuovo duello seriale iconico

Secondo Marole, la dinamica tra i due protagonisti è stata concepita come un confronto continuo, paragonabile a rivalità leggendarie come King Kong contro Godzilla o Pacquiao contro Mayweather. Nessun vincitore definitivo, nessun vero punto finale: solo una continua escalation di scontri e conseguenze.

Questa impostazione richiama direttamente il modello narrativo già sviluppato da Courtney Kemp con l’universo di Power, costruito su personaggi moralmente ambigui e conflitti destinati a generare spin-off, nuove alleanze e continui ribaltamenti di prospettiva. Nemesis sembra voler replicare quella formula in chiave crime-thriller contemporanea, con una forte enfasi psicologica sul modo in cui l’ossessione per il proprio nemico finisca per distruggere anche sé stessi.

Il fatto che Netflix abbia scelto di investire subito su una struttura aperta suggerisce inoltre che la piattaforma veda nella serie il potenziale per diventare uno dei suoi nuovi franchise crime di riferimento. E il finale della prima stagione — volutamente privo di una vera risoluzione — acquista così un significato diverso: non chiude il conflitto, lo trasforma in una promessa narrativa.

Se il pubblico risponderà positivamente, Nemesis potrebbe seguire la stessa traiettoria di altre saghe seriali crime moderne, costruendo nel tempo un ecosistema molto più grande della storia iniziale.

Nemesis – Due Forze opposte, spiegazione del finale

Nemesis – Due Forze opposte, spiegazione del finale

Con Nemesis – Due Forze opposte, Courtney A. Kemp costruisce molto più di un classico crime drama tra poliziotti e criminali. La serie utilizza infatti la struttura del cat-and-mouse thriller per raccontare qualcosa di più profondo: la lenta dissoluzione del confine morale tra legge e crimine. Isaiah Stiles e Coltrane Wilder iniziano la storia come opposti perfetti — il detective impulsivo contro il criminale elegante e controllato — ma il finale dimostra che la vera tragedia della serie consiste proprio nella loro progressiva somiglianza.

L’ultimo episodio non offre infatti una vittoria definitiva. Nessuno dei due uomini “vince” davvero la guerra personale che li ha consumati per tutta la stagione. Wilder riesce a sopravvivere e a fuggire con Ebony, ma perde l’immagine impeccabile che aveva costruito attorno a sé. Stiles salva suo figlio Noah, ma nel frattempo ha distrutto il proprio matrimonio, compromesso completamente la propria etica professionale e stretto alleanze criminali irreversibili. Il finale di Nemesis suggerisce quindi una verità molto precisa: l’ossessione reciproca ha trasformato entrambi in versioni deformate l’uno dell’altro.

Perché Isaiah Stiles e Coltrane Wilder diventano specchi morali durante la serie

Fin dai primi episodi, Nemesis costruisce il rapporto tra Isaiah Stiles e Coltrane Wilder come qualcosa di molto più intimo di una semplice rivalità. I creatori insistono continuamente sul fatto che i due uomini condividano la stessa mentalità ossessiva: entrambi vivono per il controllo, la preparazione e il bisogno compulsivo di vincere.

La differenza iniziale è soltanto il lato della barricata su cui operano. Stiles utilizza il distintivo per giustificare comportamenti sempre più aggressivi e moralmente discutibili; Wilder usa invece la propria immagine pubblica da imprenditore rispettabile per nascondere un’organizzazione criminale sofisticata. Ma episodio dopo episodio queste identità iniziano lentamente a collassare.

La morte di Deon rappresenta uno dei punti di svolta più importanti. Quando Stiles assiste alla sparatoria che uccide uno dei membri principali della crew di Wilder, la serie mostra chiaramente come il detective inizi ormai a ragionare più come un predatore che come un poliziotto. Non gli interessa più semplicemente arrestare Wilder: vuole distruggerlo psicologicamente.

Parallelamente, Wilder abbandona gradualmente il controllo glaciale che lo aveva definito all’inizio della serie. Il personaggio comincia a reagire in modo sempre più emotivo, soprattutto dopo il tradimento di Andrei e il coinvolgimento della sua famiglia. La guerra personale contro Stiles sostituisce progressivamente la razionalità criminale che aveva costruito il suo impero.

È significativo che la serie ambienti questa rivalità in quartieri praticamente confinanti di Los Angeles. Stiles e Wilder sono vicini fisicamente, socialmente e psicologicamente molto più di quanto vogliano ammettere. E il finale porta questa idea alle estreme conseguenze.

Nemesis - Due Forze opposteChi è davvero la vittima del finale di Nemesis: la famiglia come terreno di guerra

Il cuore emotivo della serie non è in realtà la guerra criminale, ma il modo in cui questa distrugge lentamente le famiglie dei protagonisti. Nemesis racconta continuamente uomini convinti di combattere per proteggere i propri cari mentre in realtà li trascinano sempre più dentro la violenza.

Candace ed Ebony diventano così fondamentali perché mostrano una possibilità alternativa di connessione umana che i rispettivi mariti non riescono più a vedere. La loro amicizia nasce proprio dalla stanchezza verso uomini dominati dall’ossessione e dal controllo. Entrambe cercano uno spazio di vulnerabilità reale fuori dalla logica della guerra maschile che domina la serie.

Per questo il ricatto orchestrato contro Candace è così devastante. Wilder e Charlie trasformano deliberatamente la fragilità emotiva della donna in un’arma strategica. Ma la cosa interessante è che nemmeno Wilder sembra davvero completamente a suo agio con questa escalation. Più la guerra contro Stiles cresce, più anche lui perde il controllo morale che lo distingueva dagli altri criminali.

La morte di Amos “Nightmare” Stiles rappresenta invece il momento in cui la rivalità supera definitivamente il punto di non ritorno. Wilder non colpisce più soltanto il detective: distrugge il nucleo traumatico della sua identità familiare. E far assistere Noah all’omicidio del nonno trasforma il conflitto in qualcosa di ereditario, quasi ciclico.

È qui che la serie chiarisce il vero significato del titolo Nemesis. Non si tratta soltanto di due nemici. Si tratta di due uomini destinati a riprodurre reciprocamente la stessa distruzione generazionale.

Il vero significato del finale: perché Stiles salva Noah invece di uccidere Wilder

L’ultima scelta di Isaiah Stiles è il centro morale dell’intera serie. Dopo aver passato tutta la stagione a sacrificare progressivamente famiglia, matrimonio ed etica professionale pur di catturare Wilder, il detective si ritrova improvvisamente davanti a un bivio definitivo: continuare la propria ossessione o salvare suo figlio Noah.

Il fatto che scelga Noah cambia completamente il significato del finale. Non perché Stiles diventi improvvisamente “buono”, ma perché finalmente comprende il costo reale della propria guerra personale. Quando decide di salvare suo figlio invece di inseguire Wilder, interrompe per la prima volta il ciclo di ossessione che aveva definito tutta la sua identità.

È significativo però che questa scelta arrivi troppo tardi per cancellare i danni già compiuti. Candace è ormai emotivamente distante, rifugiata nella relazione con Malik. Stiles ha compromesso irrimediabilmente la propria posizione nella polizia. E soprattutto ha stretto accordi con il cartello Alvarez, diventando lui stesso parte del sistema criminale che voleva distruggere.

Anche Wilder compie una scelta simile. Invece di approfittare del caos finale per eliminare Stiles una volta per tutte, sceglie Ebony. È un gesto che spezza momentaneamente la logica della vendetta reciproca, ma che non cancella la devastazione prodotta.

La serie suggerisce quindi che entrambi abbiano finalmente capito la stessa cosa: l’ossessione non può essere vinta attraverso la vittoria totale dell’avversario, perché nel frattempo consuma inevitabilmente anche chi la porta avanti.

Nemesis - Due Forze oppostePerché il cliffhanger finale prepara una seconda stagione ancora più oscura

Il finale di Nemesis non chiude davvero il conflitto tra Stiles e Wilder. Lo trasforma piuttosto in qualcosa di ancora più instabile e pericoloso. Wilder è vivo, ma il suo impero legittimo è crollato. Stiles ha salvato Noah, ma ha perso quasi tutto il resto. E soprattutto entrambi hanno creato nuovi nemici molto più imprevedibili.

Il cartello Alvarez è ora direttamente coinvolto nella loro guerra personale, elemento che cambia completamente la scala del conflitto. Fino a quel momento la rivalità tra i due protagonisti funzionava ancora dentro una logica relativamente “personale”. Dopo il finale, invece, il caos rischia di diventare sistemico.

Anche il crollo delle rispettive famiglie lascia conseguenze enormi. Noah è ormai traumatizzato dalla violenza; Ebony ha scoperto il tradimento manipolatorio di Charlie; Candace non crede più veramente nella possibilità di salvare il proprio matrimonio. Tutto ciò suggerisce che la seconda stagione potrebbe concentrarsi molto più sulle conseguenze psicologiche della guerra che sul semplice gioco tra poliziotti e ladri.

Ma soprattutto il finale lascia aperta una domanda fondamentale: Stiles e Wilder hanno davvero imparato qualcosa, oppure hanno soltanto rimandato l’inevitabile?

La risposta sembra essere nascosta proprio nell’ultima intuizione della serie: questi due uomini riescono a scegliere la famiglia soltanto quando ormai il loro mondo è quasi completamente distrutto. E questo rende il finale di Nemesis meno una redenzione e più una tregua fragile destinata probabilmente a esplodere di nuovo.

Il Signore degli Anelli: The Hunt for Gollum sarà ispirato al Joker di Joaquin Phoenix

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Il nuovo film dedicato a Gollum nella saga de Il Signore degli Anelli, Il Signore degli Anelli: The Hunt for Gollum, prenderà ispirazione da una fonte inattesa: il Joker interpretato da Joaquin Phoenix. A rivelarlo è stato Peter Jackson, che ha spiegato come il progetto punterà soprattutto sull’aspetto psicologico del personaggio, mostrando gli eventi attraverso la mente tormentata di Gollum.

Questo sarà il primo film live-action ambientato nella Terra di Mezzo dopo Lo Hobbit: La battaglia delle cinque armate del 2014. La storia seguirà Gollum (Andy Serkis), inseguito da personaggi come Gandalf (Ian McKellen) negli anni che precedono gli eventi de La Compagnia dell’Anello. L’uscita nelle sale è prevista per il 17 dicembre 2027.

Un viaggio nella mente di Gollum

The Hunt for Gollum film

Durante un’intervista con IndieWire al Festival di Cannes, Jackson ha spiegato che gli aspetti più psicologici del film sono dunque stati influenzati dall’interpretazione di Phoenix in Joker. Il produttore ha spiegato che adottare un approccio più introspettivo ha aiutato il team creativo a costruire la storia attraverso gli occhi di Gollum, esplorando il funzionamento della sua mente e la sua percezione degli eventi. L’obiettivo è rendere la narrazione molto più personale rispetto ai precedenti film della saga.

Ecco le parole di Jackson: “Stavamo pensando al film originale di “Joker”, quello con Joaquin Phoenix. Al modo in cui esplorava la psicologia del Joker mentre raccontava una storia. Abbiamo la storia che si trova nelle appendici, e la racconteremo, ma lo faremo dalla prospettiva interiore di Gollum. Prendiamo gli scritti di Tolkien e li filmiamo da un certo punto di vista, e questo significa che dobbiamo entrare nella sua testa. Non ho un particolare desiderio di entrare nella testa di Gollum. Andy Serkis può farlo da solo.”

Il Joker di Phoenix viene spesso lodato per l’approccio psicologico al personaggio; mostrando al pubblico cosa attraversa la sua mente, offre una visione più complessa delle sue azioni e motivazioni. Applicare un metodo simile a Gollum potrebbe permettere al film di approfondire lati del personaggio mai esplorati davvero nel franchise cinematografico de Il Signore degli Anelli.

L’unico tentativo recente di raccontare la storia dal punto di vista di Gollum è stato il videogioco The Lord of the Rings: Gollum, pubblicato nel 2023 da Daedalic Entertainment. Il progetto, però, è stato accolto molto negativamente dalla critica e dal pubblico, tanto da portare alla chiusura del team di sviluppo. In un contesto cinematografico, tuttavia, un approccio più maturo e psicologico potrebbe funzionare meglio, soprattutto se il film riuscirà davvero a trasmettere il conflitto interiore e la fragilità mentale del personaggio.

The Hunt for Gollum è soltanto uno dei numerosi progetti ambientati nella Terra di Mezzo attualmente in lavorazione. La terza stagione de Gli Anelli del Potere debutterà su Prime Video l’11 novembre 2026, mentre Stephen Colbert starebbe scrivendo Il Signore degli Anelli: Shadows of the Past, ambientato 14 anni dopo la trilogia originale di Jackson. Nonostante ciò, il film dedicato a Gollum sembra destinato a distinguersi dagli altri grazie al suo taglio più psicologico e introspettivo.

Con l’uscita prevista tra oltre un anno e mezzo, Il Signore degli Anelli: The Hunt for Gollum promette quindi di essere un capitolo molto diverso rispetto ai precedenti film della saga, mettendo al centro la mente tormentata di uno dei personaggi più tragici e complessi della Terra di Mezzo.

Jack Ryan, cosa ricordare della serie prima di vedere il film Jack Ryan: Ghost War

Sono passati tre anni dall’ultima volta che abbiamo visto John Krasinski nei panni di Jack Ryan, ma tutto questo sta per cambiare, dato che l’attesissimo film spin-off arriverà la prossima settimana.

Quando la quarta stagione di Tom Clancy’s Jack Ryan è uscita nel 2023, per i fan è stato un momento agrodolce. Hanno potuto rivedere il loro amato eroe interpretato da John Krasinski, sapendo però che sarebbe stata l’ultima volta che lo avrebbero incontrato sul piccolo schermo, almeno per il momento.

Fortunatamente, nel 2024 è stato annunciato uno spin-off cinematografico intitolato Tom Clancy’s Jack Ryan: Ghost War, concepito come seguito diretto dell’amata serie. Ma dopo tre anni dalla quarta stagione, è comprensibile non ricordare perfettamente dove si fosse interrotta la storia. Quindi, prima di vedere il nuovo film, ecco tutto ciò che bisogna ricordare della quarta stagione della serie TV.

Recap della stagione 4 di Jack Ryan: cosa è successo prima del nuovo film

La quarta stagione di Tom Clancy’s Jack Ryan vede il protagonista affrontare la sua missione più importante fino a quel momento nel ruolo di vice direttore ad interim della CIA. Mentre cerca di adattarsi alle pressioni del nuovo incarico accanto alla direttrice ad interim Elizabeth Wright (Betty Gabriel), Ryan scopre una rete di corruzione all’interno dell’agenzia collegata a un sindacato criminale globale noto come The Triad.

Con il proseguire delle indagini, Ryan scopre che l’ex direttore della CIA Thomas Miller (John Schwab) aveva segretamente contribuito a creare l’alleanza tra terroristi e cartelli della droga attraverso un’operazione clandestina chiamata Project Pluto. Dopo una tesa caccia internazionale, il team cerca di fermare delle bombe che stanno per essere introdotte oltre il confine tra Stati Uniti e Messico, e Ryan riesce infine a evitare un attacco catastrofico.

La stagione si conclude con Ryan che denuncia la corruzione sia all’interno della CIA che del governo degli Stati Uniti durante un’audizione al Senato, sostenendo che coloro che mettono potere e profitto davanti alla sicurezza nazionale siano pericolosi quanto le minacce esterne.

La stagione riprende inoltre la relazione romantica tra Jack Ryan e Cathy Mueller (Abbie Cornish). Il personaggio interpretato dalla Cornish era assente nelle stagioni due e tre prima di tornare nel cast per la stagione finale. La quarta stagione inizia con i due già tornati insieme e si conclude con la coppia più unita che mai, mentre lascia Washington fianco a fianco per una meritata pausa.

John Krasinski in Jack Ryan Stagione 4
John Krasinski in Jack Ryan – Stagione 4

Perché la serie TV Jack Ryan si è conclusa dopo quattro stagioni?

Era stato annunciato ancora prima dell’uscita della quarta stagione che sarebbe stata l’ultima della serie, ma perché? Secondo quanto riportato da Deadline, era sempre stato il piano a lungo termine dei produttori realizzare soltanto quattro stagioni.

È stato inoltre riferito che, quando John Krasinski firmò per partecipare alla produzione, si impegnò contrattualmente per quattro stagioni, suggerendo quindi che la conclusione della serie fosse semplicemente legata alla fine del suo contratto, come previsto. E dato che lui è il protagonista assoluto dello show, senza di lui non sarebbe stato possibile continuare.

In che modo il film continuerà la storia della serie?

Tom Clancy’s Jack Ryan: Ghost War è stato descritto come un “sequel diretto” della quarta stagione della serie TV, con una sceneggiatura ispirata al Ryanverse di Tom Clancy. Il film seguirà Jack mentre viene trascinato nuovamente nel mondo dello spionaggio dopo che una missione segreta porta alla luce una cospirazione mortale.

Costretto ad affrontare un’unità clandestina fuori controllo mentre il tempo stringe, Jack unirà presto le forze con il suo ex capo James Greer (Wendell Pierce) e con l’agente dell’MI6 Emma Marlow (Sienna Miller). Secondo la sinossi ufficiale, il trio dovrà “muoversi in una pericolosa rete di tradimenti, affrontando un passato che pensavano ormai sepolto, trasformando questa nella missione più personale e rischiosa che abbiano mai affrontato”.

Jack Ryan Stagione 4
John Krasinski (Jack Ryan) in Jack Ryan Stagione 4. Foto di Attila Szvacsek/Prime Video

Il cast di Jack Ryan: chi tornerà nel film Ghost War?

John Krasinski tornerà naturalmente nel ruolo del protagonista Jack Ryan, mentre Wendell Pierce riprenderà il ruolo del suo vecchio capo James Greer. Ai due si unirà la new entry Sienna Miller nei panni dell’agente dell’MI6 Emma Marlowe, un’alleata chiave nella nuova missione di Ryan.

Tra i ritorni figurano anche Michael Kelly (House of Cards) e Betty Gabriel (Clickbait), che torneranno rispettivamente nei ruoli del contractor della sicurezza privata Mike November e della direttrice della CIA Elizabeth Wright. Tra le nuove aggiunte al cast ci sono invece Mckenna Bridger, Max Beesley, Douglas Hodge e JJ Feild.

Tuttavia, spiccano alcune assenze importanti dal cast del film: quelle di Cathy Mueller, interpretata da Abbie Cornish, e di Ding Chavez, interpretato da Michael Peña. La Cornish aveva avuto un ruolo centrale nella prima stagione, per poi essere assente nella seconda e terza prima di tornare nella quarta e ultima stagione. Per il personaggio di Peña, entrato nel franchise solo nella stagione 4 nei panni del popolare personaggio letterario Domingo Chavez, era stato pianificato uno spin-off poi cancellato. Resta ancora da vedere se apparirà comunque nel nuovo film.

LEGGI ANCHE: Jack Ryan 5 non si farà: perché la serie è finita e cosa sappiamo su film e spin-off

Spider-Noir: il finale trailer in bianco e nero e a colori

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Spider-Noir: il finale trailer in bianco e nero e a colori

Oggi Prime Video ha svelato un nuovo trailer ufficiale Spider-Noir, l’attesissima serie con Nicolas Cage nel suo primo ruolo da protagonista in una serie tv. Prodotta da Sony Pictures Television per Prime Video, la serie arriverà a livello globale su Prime Video dal 27 maggio, in oltre 240 paesi e territori nel mondo. Spider-Noir sarà disponibile in streaming in due modalità, “Autentico Bianco e Nero” e “True-Hue Full Color”, consentendo al pubblico di scegliere se guardare gli episodi in bianco e nero o a colori.

Spider-Noir è una serie live-action basata sul fumetto Marvel “Spider-Man Noir”. Spider-Noir  racconta la storia di Ben Reilly (Cage), un navigato investigatore privato caduto in disgrazia nella New York degli anni Trenta, che a seguito di una tragedia profondamente personale, è costretto a fare i conti con il suo passato di unico supereroe della città.

Il cast include il Premio Oscar Nicolas Cage (Il ladro di orchidee, Pig - Il piano di Rob), il vincitore dell’Emmy Award® Lamorne Morris (Fargo, New Girl), Li Jun Li (Sinners, Babylon), Abraham Popoola (Atlas, Slow Horses), Karen Rodriguez (Nido di vipere, Acapulco), insieme al Premio SAG Jack Huston (Boardwalk Empire – L’impero del crimine, Day of the Fight) e l’attore nominato all’Oscar e vincitore dell’Emmy Award® Brendan Gleeson (Gli spiriti dell’isola, Harry Potter). Fra le guest star figurano Lukas Haas, Cameron Britton, Cary Christopher, Michael Kostroff, Scott MacArthur, Joe Massingill, Whitney Rice, Amanda Schull, Andrew Caldwell, Amy Aquino, Andrew Robinson e Kai Caster.

Spider-Noir BN Spider Noir COLORI

Spider-Noir è prodotto da Sony Pictures Television in esclusiva per MGM+ e Prime Video. Il regista vincitore dell’Emmy Award® Harry Bradbeer (Fleabag, Killing Eve) dirige i primi due episodi, di cui è anche executive producer. Oren Uziel (The Lost City, 22 Jump Street) e Steve Lightfoot (The Punisher, Shantaram) sono co-showrunners ed executive producer della serie. Uziel e Lightfoot hanno sviluppato la serie insieme al team, premiato agli Oscar, di Spider-Man: Un nuovo universo: Phil Lord, Christopher Miller e Amy Pascal. Lord e Miller sono executive producer per la loro casa di produzione Lord Miller, insieme a Aditya Sood e Dan Shear. Amy Pascal è anche executive producer della serie per Pascal Pictures. Tra gli executive producer figurano anche Cage e Pavlina Hatoupis.

 

Moulin, recensione: László Nemes mette in scena il peso estremo del silenzio – Cannes 79

Moulin, il nuovo film di László Nemes presentato in Concorso al Festival di Cannes 2026, riporta il regista ungherese dentro il territorio storico e morale della Seconda guerra mondiale, ma lo fa scegliendo una strada diversa rispetto a quella già percorsa con Il figlio di Saul. Se lì l’orrore passava attraverso un’immersione fisica e quasi insostenibile nell’inferno dei campi di sterminio, qui Nemes si concentra su un’altra forma di resistenza: quella del silenzio, della lucidità e della tenuta psicologica davanti alla violenza del potere.

Il film racconta gli ultimi giorni di Jean Moulin, figura centrale della Resistenza francese contro l’occupazione nazista, interpretato da un Gilles Lellouche asciutto, misurato e perfettamente aderente alla materia del racconto. Prima di essere catturato e torturato dalla Gestapo, Moulin era riuscito a unificare i gruppi dispersi della Resistenza, trasformandosi in uno dei simboli più importanti dell’opposizione francese al nazismo. Nemes, però, evita la celebrazione patriottica e sceglie un approccio più sobrio, cupo e rigoroso, costruendo un film che guarda all’eroismo non come gesto spettacolare, ma come progressiva riduzione di ogni possibilità di fuga.

Un film diviso tra spionaggio e interrogatorio

La struttura di Moulin è piuttosto netta. Nella prima parte il film assume i contorni del cinema di spionaggio: riunioni clandestine, piani segreti, identità nascoste, negoziazioni, sospetti e tensioni interne tra i membri della Resistenza. Nemes lavora su atmosfere da noir, con una fotografia densa e ombrosa, restituendo un mondo in cui ogni parola può tradire, ogni incontro può essere sorvegliato, ogni relazione può nascondere un pericolo. È la sezione più narrativa del film, ma anche quella meno incisiva: solida, elegante, controllata, eppure a tratti un po’ statica, come se il racconto attendesse di arrivare al suo vero centro.

Quel centro arriva quando Moulin, presentatosi con il nome di Jean Martel, viene interrogato da Klaus Barbie, interpretato da un inquietante Lars Eidinger. Da quel momento il film cambia pelle e diventa un confronto serrato, morale e psicologico, tra il prigioniero e il suo carnefice. Barbie non agisce subito con la brutalità frontale: all’inizio interroga, insinua, finge di non sapere, poi lascia emergere progressivamente la certezza di avere davanti l’uomo che stava cercando. Moulin nega, tace, resiste. Ma il suo silenzio non è mai presentato come un gesto facile o mitizzato: è una fatica concreta, una prova sempre più estrema, una scelta che il corpo rischia di non poter sostenere.

Moulin Film 2026
@ 2026 Pitchipoi Productions – Studio TF1

L’orrore fuori campo e la forza della sottrazione

Uno degli aspetti più interessanti del film è il modo in cui Nemes sceglie di rappresentare la violenza. Moulin contiene torture, pestaggi, finte esecuzioni, minacce e pressioni psicologiche, ma non indulge quasi mai nel compiacimento visivo. Molto resta fuori campo, affidato al suono, ai volti, alle pause e alla consapevolezza di ciò che sta per accadere. È una scelta coerente con un film che non cerca il ricatto emotivo, ma la tensione morale. L’orrore non nasce tanto dall’immagine della tortura, quanto dalla sua inevitabilità, dal tempo che si restringe, dalla certezza che ogni minuto passato in quella prigione avvicini Moulin a un punto di non ritorno.

In questo senso, la regia di Nemes appare meno ostentata rispetto ai suoi lavori precedenti. Il suo controllo formale resta evidente, così come la precisione della messinscena e la forza delle immagini, ma Moulin sembra rinunciare in parte al virtuosismo per aderire a un registro più classico e severo. È un film secco, quasi claustrofobico, che restringe progressivamente il proprio campo d’azione fino a trasformare l’interrogatorio in una prigione mentale. La posta in gioco non è soltanto la sopravvivenza di Moulin, ma quella degli altri membri della Resistenza, dei nomi che potrebbe pronunciare, delle vite che il suo cedimento potrebbe condannare.

Il duello tra Lellouche ed Eidinger sostiene gran parte della seconda metà del film. Il primo lavora per sottrazione, costruendo un Moulin fatto di immobilità, sguardi trattenuti e fermezza fragile; il secondo dà corpo a un Barbie feroce, manipolatorio, attraversato da una violenza che può esplodere in qualsiasi momento. Attorno a loro, gli altri detenuti e i collaboratori della Gestapo amplificano un clima di minaccia costante, in cui il silenzio diventa l’unica forma possibile di opposizione.

Moulin non è un film perfetto. La sua compattezza rischia talvolta di trasformarsi in ripetizione, e la prima parte non sempre possiede la stessa forza della seconda. Eppure, quando trova il proprio asse nel confronto tra vittima e carnefice, il film diventa potente, angosciante e profondamente coerente. Nemes firma un’opera sobria e dolorosa, lontana dalla retorica dell’eroe monumentale, interessata piuttosto al momento in cui la Storia si concentra su un corpo solo, su una scelta estrema, su un silenzio che può diventare più eloquente di qualsiasi discorso.

Star Wars: The Mandalorian and Grogu, il casco di Mando in orbita nello spazio su un vero satellite

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Per l’arrivo di Star Wars: The Mandalorian and Grogu, nelle sale cinematografiche italiane da domani, 20 maggio, una replica dell’iconico casco mandaloriano è stata lanciata nello spazio a bordo di un vero satellite.

Il progetto speciale, reso possibile grazie a una collaborazione inedita con D-Orbit, azienda di spicco dell’industria spaziale internazionale con sede a Fino Mornasco, in provincia di Como, ha unito il mito di Star Wars con le più avanzate tecnologie, generando immagini uniche.

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La riproduzione fedele del celebre casco mandaloriano è stata portata in orbita a bordo di Wayfinder, la 22ª missione commerciale di ION Satellite Carrier, il “taxi spaziale” con cui D-Orbit porta in orbita i satelliti dei propri clienti. Il casco è una riproduzione realizzata a partire da una scansione 3D dell’originale messo a disposizione da Disney, lavorata da un blocco pieno di alluminio della serie 6000 e completata con componenti elettronici e ottici dedicati. Prima del lancio, l’oggetto è stato sottoposto, insieme a ION, alla campagna di qualifica ambientale e funzionale prevista per qualunque payload commerciale: test di vibrazione per simulare lo stress del lancio, prove in camera termovuoto per riprodurre le condizioni operative dello spazio, verifiche funzionali del sistema integrato. Le immagini sono realizzate dalle telecamere installate a bordo di ION, sviluppate internamente da D-Orbit per i propri veicoli orbitali. La fase di acquisizione è cominciata con il commissioning del payload, durante il quale è stato verificato il corretto inquadramento del casco e la qualità delle riprese in ambiente operativo.

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L’integrazione del casco in una missione commerciale già pianificata, senza richiedere un lancio dedicato né lasciare alcun oggetto separato in orbita, è una scelta coerente con i principi di sostenibilità.

Wayfinder è stata lanciata il 30 marzo 2026 dalla Vandenberg Space Force Base, in California, a bordo del razzo Falcon 9 di SpaceX nell’ambito della missione Transporter-16, e dispiegata in orbita eliosincrona a circa 510 chilometri di altitudine. La missione contiene alcuni omaggi nascosti a Star Wars: il nome stesso, Wayfinder, richiama il celebre saluto mandaloriano “This is the Way” (“Questa è la via”); la patch ufficiale, se capovolta, rivela la sagoma di un casco mandaloriano nascosta nel disegno del lancio.

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La scelta dell’oggetto protagonista di questo lancio spaziale non è casuale: il casco, simbolo sacro della cultura mandaloriana, si configura come una potente metafora del superamento dei limiti senza rinunciare alla propria identità. Un tributo coerente e profondamente significativo per la nuovissima avventura Star Wars targata Lucasfilm.

Star Wars: The Mandalorian and Grogu – il film

L’Impero è caduto e i signori della guerra imperiali sono ancora sparsi per la galassia. Mentre cerca di proteggere tutto ciò per cui l’Alleanza Ribelle ha combattuto, la nascente Nuova Repubblica arruola il leggendario cacciatore di taglie mandaloriano Din Djarin (Pedro Pascal) e il suo giovane apprendista Grogu. Diretto da Jon Favreau, Star Wars: The Mandalorian and Grogu è interpretato da Pedro Pascal e Sigourney Weaver, con la voce di Jeremy Allen White nella versione originale, è scritto da Jon Favreau, Dave Filoni e Noah Kloor, ed è prodotto da Kathleen Kennedy, p.g.a., Ian Bryce, p.g.a., Jon Favreau, p.g.a. e Dave Filoni, p.g.a., con Karen Gilchrist, John Bartnicki e Carrie Beck come executive producer. Le musiche sono composte da Ludwig Göransson.

Star Wars: The Mandalorian and Grogu arriverà da domani, 20 maggio 2026, nelle sale cinematografiche italiane. Per acquistare i biglietti è possibile accedere al sito www.themandalorianandgrogu.it, in continuo aggiornamento.

The Mandalorian and Grogu: intervista ai protagonisti Pedro Pascal e Sigourney Weaver

Con The Mandalorian and Grogu (leggi qui la nostra recensione), l’universo di Star Wars torna sul grande schermo portando con sé uno dei personaggi più amati degli ultimi anni, Din Djarin, ancora una volta interpretato da Pedro Pascal. Diretto da Jon Favreau, il film rappresenta il primo vero approdo cinematografico della serie The Mandalorian e promette di espandere ulteriormente il racconto legato al cacciatore di taglie e a Grogu. Accanto al ritorno dei protagonisti principali, il progetto vedrà anche la partecipazione di Sigourney Weaver, storica icona del cinema sci-fi che entra così ufficialmente nell’universo creato da George Lucas.

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Il film punta a unire spirito avventuroso, spettacolarità e temi emotivi già centrali nella serie, mantenendo però un respiro più cinematografico e ambizioso. In una nuova intervista promozionale a cui Cinefilos.it ha avuto occasione di partecipare, Pascal e Weaver hanno dunque raccontato il loro rapporto con il franchise e l’esperienza vissuta durante le riprese del film, soffermandosi sull’impatto che Star Wars continua ad avere sull’immaginario collettivo.

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I due attori hanno così parlato dell’atmosfera sul set, della cura riservata alla costruzione di scenari e creature e del fascino senza tempo di una saga che continua ad attraversare generazioni diverse. Tra entusiasmo, suggestioni fantascientifiche e riflessioni sul futuro raccontato dalla serie, l’incontro con i due interpreti offre così un nuovo sguardo sul film in arrivo e sull’eredità culturale di Star Wars ancora oggi.

The Mandalorian and Grogu Din Djarin

L’esperienza sul set

A prendere parola per prima è Sigourney Weaver, la quale racconta che la sua prima volta sul set di un film di Star Wars l’ha spaventata. “Era tutto così grande, elaborato e ricco di dettagli stupendi. Ma naturalmente mi sono sentita anche accolta con grande entusiasmo e ho capito di essere entrata a far parte di un club davvero speciale. Inoltre, sono stata su tante astronavi spaziali in passato, ma nessuna era veloce come l’X-Wing. Mi sono proprio divertita a girare le scene su quel velivolo!”.

Per Pedro Pascal, invece, si è tratta di un ritorno ad uno dei suoi ruoli più iconici. Un ruolo che l’attore descrive come “la relazione artistica più lunga che ho avuto sino ad oggi”. “Sono contento di aver avuto la possibilità di interpretare questo personaggio per così tanto tempo, mi ha anche dato modo di collaborare con persone incredibili”. “Sono cresciuto guardando Star Wars ed oggi essere associato a questa saga è qualcosa di indescrivibile. Ed ora, mi ha dato l’occasione di recitare con uno dei miei idoli: Sigourney!”

Tutti pazzi per Grogu

Pascal passa poi a parlare del rapporto del suo personaggio con Grogu, ormai sempre più indipendente. “È ancora un bambino da proteggere per certi aspetti, ma è anche diventato un vero e proprio partner. Parliamo di una creatura dotata di un potere enorme, che cresce con il passare del tempo. Però deve ancora essere protetto e guidato nell’usare quel potere a fin di bene”.

Anche Weaver ha però voluto avere un momento tutto per sé con Grogu nel film. “Non sono sicura di aver avuto il potere per insistere, ma ho comunque fatto sapere che avrei voluto avere qualcosa a che fare con lui. Poteva anche essere solo un nanosecondo e invece ho avuto un’intera scena. C’erano cinque persone a muoverlo, ma erano sotto il tavolo e io non le vedevo. Vedevo solo Grogu agitarsi e muovere i suoi occhioni. Per quanto mi riguarda, è vivo!

Aiuta molto nel credere a quel mondo, a sentirlo vero.” – aggiunge Pascal – “Ma la verità è che tutti i set sono ricostruiti con una tale precisione e cura dei dettagli che ci si sente davvero immersi in quei mondi, come se esistessero davvero. Questo aiuta tantissimo noi attori nella recitazione, ad un certo punto non ti sembra neanche più di recitare ma di vivere davvero in quei luoghi e di vivere davvero quelle avventure. È una magia”.

Sigourney Weaver in The Mandalorian and Grogu
Sigourney Weaver in The Mandalorian and Grogu

I segreti del successo di Star Wars

I due attori passano poi a riflettere sul successo che una saga sci-fi come Star Wars vanta ancora oggi. “Credo sia perché ci mostra cose incredibili, che ci mostrano un futuro particolarmente emozionante. Ma è anche un futuro ricco di pericoli e zone d’ombra, che probabilmente arrivano da un passato problematico”, spiega Pascal. “Trovo sempre emozionanti i film di questo genere, perché ci mostrano prodezze tecnologiche o modi di intendere la civiltà a cui dovremmo tendere. Ma prima di arrivare a quel momento abbiamo molti problemi da risolvere qui sulla terra”.

Sì, c’è molto da fare in questo momento, prima di poter costruire un futuro in cui andiamo nello spazio alla ricerca di altre forme di vita.” – aggiunge e conclude Pascal – “Ma voglio essere ottimista… d’altronde il primo film di Star Wars si intitola Una nuova speranza”.

L’appuntamento con The Mandalorian and Grogu è dal 20 maggio al cinema.

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ARF! Festival del Fumetto di Roma cambia forma: dal 22 al 24 maggio il protagonista è Caparezza

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Giunto al suo dodicesimo anno di attività, ARF! Festival del Fumetto di Roma cambia forma e diventa un festival diffuso nel tempo e negli spazi. Tre weekend, tre quartieri – Parione, Testaccio e Garbatella – per un’edizione che amplia il proprio raggio d’azione senza perdere la sua vocazione originaria: promuovere e valorizzare il fumetto come linguaggio contemporaneo attraverso mostre, incontri, attività per il pubblico, editoria indipendente e formazione, tutto a ingresso gratuito.

Dopo l’anteprima di giovedì 14 maggio alla Sala Dalí dell’Instituto Cervantes di Roma, a piazza Navona, con l’apertura della mostra Mafalda & La Pimpa alla presenza di Altan, il festival prende vita a Testaccio dal 22 al 24 maggio alla Città dell’Altra Economia del Campo Boario, con il grande protagonista di questa edizione, Caparezza, artista che da sempre attraversa linguaggi e immaginari. Una presenza che conferma la natura trasversale di ARF!, capace di mettere in relazione fumetto, musica, arti visive e cultura popolare contemporanea.

IL PROGRAMMA di Arf! 2026

Per tutto il weekend troveremo la mostra firmata Caparezza, Orbit Orbit, realizzata in collaborazione con COMICON e Sergio Bonelli Editore, l’ARF! Kids, con laboratori creativi non-stop, letture di qualità, disegni, librerie specializzate per l’infanzia, l’ARF! Bookshop — in collaborazione con Giufà Libreria Caffè — e un workshop intensivo di manga di due giorni in collaborazione con KOKORO.

Venerdì 22 alle ore 20, Caparezza sarà il protagonista di un Talk Show in quattro atti sul palco di Testaccio Estate: un appuntamento pensato come attraversamento dei diversi territori creativi che da sempre abitano il lavoro dell’artista.

Sabato 23 maggio, tra gli appuntamenti più attesi del weekend, l’incontro dedicato a La fine del mondo, la rivista mensile a fumetti che esce in edicola allegata a Il Manifesto: presentazione, talk e firmacopie con Maicol & Mirco, Zuzu, Vitt Moretta e la vicedirettrice del Manifesto Micaela Bongi.

Nella stessa giornata sono previsti tre nuovi incontri con Caparezza: due visite guidate alla mostra Orbit Orbit, un firmacopie insieme al disegnatore Riccardo Torti e un nuovo talk al Villaggio Globale.

Domenica 24 maggio il programma prosegue con le attività di ARF! Kids, i laboratori creativi e il workshop manga. Per tutta la giornata restano inoltre visitabili la mostra Orbit Orbit, l’ARF! Bookshop e Ottimomassimo, con una selezione di libri e attività dedicate alle bambine e ai bambini.

GARBATELLA:

Il terzo weekend, 29, 30 e 31 maggio, ARF! arriva alla Garbatella, tra Casetta Rossa, Villetta Social Lab e Hub Culturale Moby Dick, portando nel Municipio VIII la sua dimensione più indipendente, laboratoriale e professionale. Alla Casetta Rossa torna la SELF® di ARF!dedicata alle autoproduzioni e all’editoria indipendente, con oltre 50 delle più importanti realtà italiane del settore, talk pomeridiani e serali e l’ARF! Bookshop.

Alla Villetta Social Lab saranno protagoniste le artiste del Collettivo Viscosa, con una mostra che espone opere di Artessandra, Fiordip, Bezuss, Silvetrina, émma, Palù, Toonie, Biene e Zanna. Accanto alle produzioni di Viscosa saranno presenti anche collaborazioni con TedxSapienza, Lucha y Siesta e La Revue – L’informazione a fumetti, e il disegno dal vivo a cura di Magville.

Alla biblioteca Moby Dick torna invece JOB ARF!, il format dedicato alla formazione e all’orientamento professionale, con i colloqui tra autrici e autori esordienti e case editrici, affiancati dalle masterclass delle principali scuole e accademie di fumetto.

Con questa nuova struttura, ARF! non cambia soltanto geografia: ridefinisce il proprio modo di abitare la città, costruendo un festival articolato in più luoghi, più tempi e più pubblici. Mostre, talk, editoria indipendente, attività per bambine e bambini, formazione e incontri professionali diventano parti di uno stesso percorso, pensato per attraversare tre vivaci quartieri romani, mettendoli in relazione attraverso il fumetto nelle sue molteplici forme.

Tutti gli appuntamenti sono a ingresso gratuito, con prenotazione dove prevista.

Backrooms: il trailer esteso del film di Kane Parsons

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Backrooms: il trailer esteso del film di Kane Parsons

Sta per arrivare nelle sale italiane Backrooms: il nuovo attesissimo film horror firmato da Kane Parsons, a.k.a. Kane Pixels e tratto dal fenomeno globale che ha terrorizzato il web sarà al cinema dal 27 maggio con I Wonder Pictures, due giorni prima dell’uscita americana e in anticipo rispetto a tutti gli altri Paesi del mondo. Ieri sera, lunedì 18 maggio, allo Spazio BASE di Milano, il regista è stato protagonista di un panel esclusivo dal titolo INSIDE BACKROOMS, durante il quale ha parlato del suo lavoro e del mondo delle backrooms assieme ad Alessio De Santa, creator digitale, sceneggiatore ed esperto di storytelling: un appuntamento memorabile che ha alimentato la curiosità e l’attesa per uno dei film più discussi del momento.

Dopo aver terrorizzato milioni di persone con la sua omonima serie found-footage diventata virale sul web (oltre 77 milioni di visualizzazioni solo per il primo video), Kane Parsons, classe 2006 – il più giovane autore a firmare un film A24 – dirige la sua prima opera per il grande schermo.

Angoscia, spaesamento e una forte sensazione perturbante: il secondo trailer italiano ufficiale del film, appena diffuso, vede i protagonisti (Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve) aggirarsi per stanze vuote e corridoi senza uscita, con muri ricoperti dall’iconica carta da parati giallastra, sotto la luce sfarfallante dei neon. Sono le Backrooms: una dimensione liminale e potenzialmente infinita in cui puoi trovarti senza preavviso attraversando con un glitch la barriera della realtà.

Apparse per la prima volta nel 2019 su un forum online, le Backrooms sono uno dei più affascinanti e inquietanti miti moderni nati sul web, un fenomeno che ha ridefinito i codici dell’horror contemporaneo dando vita a un immaginario sterminato e a un universo narrativo collettivo costruito dagli utenti, fatto di corridoi infiniti e ambienti apparentemente familiari ma profondamente disturbanti. Un universo espanso attraverso video, racconti e videogame che ha trasformato una semplice suggestione visiva in una vera e propria mitologia contemporanea, capace di generare milioni di contenuti e teorie online.

Nel cast, troviamo i candidati agli Oscar Chiwetel Ejiofor (Bridget Jones – Un amore di ragazzo) e Renate Reinsve (Sentimental Value), Mark Duplass (The Morning Show) e i giovani talenti Finn Bennett (A Knight of the Seven Kingdoms) e Lukita Maxwell (Shrinking).

Prodotto da A24 e da James Wan (il cineasta che ha dato vita a saghe come Saw, Insidious e The Conjuring), Backrooms, diretto da Kane Parsons e scritto dallo stesso Parsons insieme a Will Soodik, arriverà nei cinema italiani il 27 maggio 2026, due giorni prima dell’uscita americana, con I Wonder Pictures.

La trama ufficiale di Backrooms

Se non fai attenzione e superi la barriera della realtà, entrerai nelle backrooms. Se finisci lì dentro, resta vigile, perché i passi che echeggiano in quelle stanze potrebbero non essere solo i tuoi… Dal genio di Kane Parsons, a.k.a. Kane Pixels, l’attesissimo film tratto dal fenomeno globale che ha terrorizzato il web, con i candidati all’Oscar Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve.

Nicolas Winding Refn piange durante la conferenza stampa di Her Private Hell, riflette sulla sua esperienza di pre-morte: “Sono l’Uomo Bionico”

«Morire è molto interessante», ha esordito Nicolas Winding Refn nel corso della conferenza stampa di presentazione a Cannes 79 per Her Private Hell. Il film ha avuto la sua premiere ieri sera.

Refn ha raccontato all’intero pubblico del Grand Théâtre Lumière, che gli ha tributato una standing ovation di 12 minuti, di essere stato in fin di vita per oltre 20 minuti durante un intervento al cuore. Dopo questa esperienza, il regista, vincitore del premio come miglior regista a Cannes per Drive, sta vivendo una seconda giovinezza.

Invitato a parlare del suo incontro ravvicinato con la morte, Refn alla fine è scoppiato in lacrime, scatenando un fragoroso applauso nella conferenza stampa. «Prima di morire, ero arrivato alla fine della mia carriera. Non c’era più niente che potessi fare. Avevo un’emorragia cardiaca con il sangue che rifluiva all’indietro», ha raccontato Nicolas Winding Refn.

«I miei polmoni si stavano riempiendo di sangue… all’improvviso mi dissero che non sarei sopravvissuto. Due settimane dopo, fui operato. Grazie a Dio, il chirurgo era Tom Cruise, perché con tutte le sue capacità poteva entrare nel mio corpo e riparare il mio cuore con le sue mani.» «Sono stato assemblato con l’elettricità, come Frankenstein», continuò. «Sono l’Uomo Bionico.»

«Ho capito che potevo ricominciare da capo. Quanti ragazzi hanno una seconda possibilità? Io avrei sfruttato quell’opportunità», aggiunse. «Come posso ampliare gli orizzonti di tutti i ragazzi?»

Her Private Hell racconta la storia di un gruppo di attrici altolocate che girano un film in una metropoli futuristica. Una di loro, Elle (Sophie Thatche), è perseguitata da un efferato assassino, l’Uomo di Cuoio, che uccide donne in tutta la città. Nel cast anche Charles Melton, Havana Rose Liu, Kristine Froseth, Diego Calva e Dougray Scott.

Her Private Hell, pur essendo fuori concorso, ha eguagliato Fjord per la più lunga standing ovation al Festival di Cannes di quest’anno fino a martedì mattina. Entrambi i film hanno registrato 12 minuti di standing ovation.

Marshals: A Yellowstone Story – stagione 2 riceve importanti aggiornamenti sulla produzione e sul potenziale episodio crossover

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Logan Marshall-Green, protagonista della seconda stagione di Marshals: A Yellowstone Story, ha dichiarato che la serie riprenderà alla grande dal finale della prima. Marshals, il primo sequel/spin-off del franchise di Yellowstone creato da Taylor Sheridan, è la serie televisiva più vista in assoluto, sia in chiaro che in streaming. Con una media di 26,5 milioni di spettatori a settimana su CBS e su Paramount+, Marshals registra un’audience media di 26,5 milioni di telespettatori.

Il penultimo episodio della prima stagione ha gettato le basi per importanti cambiamenti per Kayce Dutton (Luke Grimes) e la sua squadra di U.S. Marshals in Montana. Kayce valuta la possibilità di vendere la sua casa, East Camp, l’ultimo legame con l’eredità della famiglia Dutton a Yellowstone. Nel frattempo, il vice sceriffo Pete “Cal” Calvin, interpretato da Marshall-Green, rivela finalmente la sua grave diagnosi.

L’attore ha aggiunto che le riprese della seconda stagione di Marshals inizieranno questa settimana e che “stiamo lavorando a ritmo serrato, fin da subito, con un ritmo di sette o otto pagine al giorno”. Il cast di Marshals: A Yellowstone Story aveva già anticipato un finale ricco di suspense, ma Marshall-Green afferma che la seconda stagione “riprenderà esattamente da dove ci eravamo interrotti, letteralmente e figurativamente. Non c’è pace per i malvagi”. Per quanto riguarda il finale, Marshall-Green dice di non averlo mai previsto.

Logan Marshall-Green e Luke Grimes in Marshals- A Yellowstone Story (2026)
Foto di Sonja Flemming/CBS – © 2025

È un’ottima notizia che la produzione della seconda stagione di Marshals: A Yellowstone Story sia iniziata senza indugi. Il palinsesto autunnale 2026 della CBS, annunciato durante la presentazione dei palinsesti, ha riportato Marshals: A Yellowstone Story nella sua fascia oraria della domenica alle 20:00, in coppia con un altro successo, Tracker.

Essendo una serie poliziesca prodotta da una rete televisiva, Marshals: A Yellowstone Story viene girata più velocemente di una serie in streaming come Dutton Ranch, il nuovo spin-off di Yellowstone di Paramount+. “Sette, otto pagine al giorno” è un ritmo di produzione serrato, e Marshall-Green non scherza quando dice che “non c’è pace per i malvagi”.

Come anticipato da Logan Marshall-Green, il futuro di Cal è incerto. Cal ha rivelato alla sua compagna di squadra, Belle Skinner (Arielle Kebbel), di aver ricevuto una diagnosi di tumore di Pancoast al polmone. La storia di Cal, alle prese con una malattia potenzialmente fatale che spesso affligge i soldati, è una storia che lo showrunner di Marshals, Spencer Hudnut, “voleva raccontare”, afferma Marshall-Green.

Beth e Rip in Dutton Ranch

La seconda stagione di Marshals potrebbe potenzialmente includere un crossover con Dutton Ranch. Hudnut e Reilly hanno già anticipato una reunion tra Kayce Dutton, sua sorella Beth (Kelly Reilly) e suo marito Rip Wheeler (Cole Hauser). Hauser ha già dichiarato di preferire tornare in Montana, dove è ambientata Marshals, piuttosto che far arrivare Kayce a Dutton Ranch, in Texas.

Per quanto riguarda la sopravvivenza di Pete Calvin al tumore, gli spettatori dovranno guardare la seconda stagione di Marshals per scoprirlo, ma è difficile immaginare che Cal non sarà a capo di Kayce e della loro squadra di U.S. Marshals nella seconda stagione e in quelle a venire.

The Mandalorian and Grogu: recensione del nuovo film di Star Wars

Non sarà stato tanto tempo fa, ma la saga di Star Wars manca al cinema ormai dal 2019, anno di uscita di L’ascesa di Skywalker, il controverso nono capitolo che sembra aver chiuso le vicende legate agli Skywalker. Da quel momento, il franchise ha viaggiato attraverso alcune incertezze, passi falsi e qualche colpo ben assestato. Tra questi ultimi si annovera senz’altro la serie in tre stagioni The Mandalorian. Un racconto grossomodo autonomo che mescola ancor più platealmente fantascienza e western e con il chiaro obiettivo di soddisfare episodio dopo episodio quell’amore per l’esplorazione e l’avventura che ha reso grande la saga.

Non sorprende più di tanto allora che si sia poi deciso di puntare su questo titolo per riportare Star Wars al cinema, dirottando così quella che doveva essere una quarta stagione nel film The Mandalorian and Grogu, diretto da Jon Favreau. Si interrompe dunque un’assenza sul grande schermo di sette anni, sapendo già che altri lungometraggi ci attendono nei prossimi anni, ma cosa questi aggiungeranno al racconto della galassia lontana lontana è ancora tutto da stabilire. Ora sappiamo però che, pur non deludendo in avventura ed esplorazione, questo primo nuovo capitolo non si sforza più di tanto di adempiere all’arricchimento dell’universo narrativo.

La trama di The Mandalorian and Grogu

Nel film The Mandalorian and Grogu l’Impero è caduto e i signori della guerra imperiali sono ancora sparsi per la galassia. Mentre cerca di proteggere tutto ciò per cui l’Alleanza Ribelle ha combattuto, la nascente Nuova Repubblica arruola il leggendario cacciatore di taglie mandaloriano Din Djarin (Pedro Pascal) e il suo giovane apprendista Grogu. I due vengono allora inviati alla ricerca di un pericoloso criminale, per trovare il quale dovranno però prima salvare Rotta the Hutt (Jeremy Allen White) e riportarlo dai suoi zii. Ma le cose si riveleranno diverse da quello che sembravano.

Pedro Pascal e Sigourney Weaver in The Mandalorian and Grogu

Un film prudente… ma a che prezzo?

Il fandom di Star Wars, si sa, è uno dei più agguerriti e intransigenti tra tutti. Quasi un vero e proprio credo religioso, che vigila con severità su ogni aggiunta alla saga e alla sua mitologia. Da quando la Disney ha acquisito la Lucasfilm, pochi dei film e delle serie prodotti hanno infatti incontrato il completo favore di questo folto gruppo. Ciò ha portato la Lucasfilm a diventare più prudente su ciò che propone ai suoi spettatori, sia come progetti che come storie. Una prudenza che si ritrova in The Mandalorian and Grogu, che sta bene attento ad evitare di invischiarsi troppo con le complesse vicende della saga principale.

Da opera satellite quale è, se ne tiene invece ai margini, raccontando in parte di cosa è accaduto dopo il crollo dell’impero (avvenuto in Il ritorno dello Jedi) e delle tante cellule di filo-imperialisti che a loro modo hanno cercato di portare avanti i piani di Palpatine. Un ovvio richiamo a certe dinamiche del nostro presente, di quei regimi-idra le cui teste sembrano moltiplicarsi di continuo. Ma dopo aver introdotto questo contesto, il film lo lascia sullo sfondo per concentrarsi in buona parte sul rapporto tra il Mandaloriano Din Djarin e il giovane Grogu, sensibile alla Forza.

Il che era facilmente prevedibile, dato che sin dal titolo si sottolinea la centralità dei due personaggi (laddove la serie The Mandalorian era invece dedicata più al solo Mandaloriano e al suo credo). Altra cosa prevedibile era che questa prudenza si rivela però un’arma a doppio taglio, perché se da un lato magari evita di esporre il film a certi rischi a livello di mitologia narrativa, dall’altro lo rende fin troppo docile, con un intrattenimento garantito ma altalenante, mai particolarmente memorabile, che sebbene tenga davanti ai propri occhi il modello dei primi film, ci ricorda anche perché sono ancora oggi inarrivabili.

Rotta the Hutt in The Mandalorian and Grogu

Una storia fragile che sorregge grande spettacolo

Sia chiaro, non manca l’azione e l’avventura in The Mandalorian and Grogu, con sequenze come quella sul selvaggio pianeta dei cugini Hutt o quella nella metropoli che tanto richiama Blade Runner (oltre a contenere un gradito omaggio a Il braccio violento della legge) che sanno come tenere viva l’attenzione dello spettatore. D’altronde, l’intera serie di The Mandalorian si era proposta sin dall’inizio come l’opportunità per scoprire nuovi angoli della galassia lontana lontana, cosa a cui anche questo lungometraggio tiene fede, proponendo una buona varietà di scenari e iconografie ai propri spettatori.

A sollevare perplessità, dunque, non è tanto ciò che vediamo quanto proprio la storia proposta. Il film, infatti, non propone un racconto che giustifica la sua distribuzione in sala anziché sul piccolo schermo. Una serie che viene poi portata al cinema con un lungometraggio si presume che proponga dei rischi e degli sviluppi molto più importanti di quanto fino a quel momento visto sulla televisione. Eppure, nonostante i due protagonisti debbano affrontare delle ovvie difficoltà, non si avverte la sensazione che stia avvenendo loro qualcosa di così nuovo, di così unico o “game-changer”.

Inoltre, sebbene sia stato affermato che la quarta stagione e The Mandalorian and Grogu siano due cose distinte e che la prima non si sia trasformata nel secondo, il film manifesta comunque una struttura “episodica”. Una cosa che lo porta ad avere un ritmo insolito, che per quanto non sia sbagliato, semplicemente potrebbe incontrare con difficoltà il gusto del pubblico. Infine, una volta giunti al termine della visione, arriva la domanda più scottante di tutte: cosa ha aggiunto questo film alla storia dei due protagonisti?

The Mandalorian and Grogu Din Djarin

Din Djarin e Grogu, padre e figlio nella galassia lontana lontana

Il legame tra i due personaggi raggiunge qui un nuovo livello, con Din Djarin che smette di essere la figura paterna infallibile per essere a sua volta protetto da quello che è ormai a tutti gli effetti un figlio adottivo. Grogu diventa dunque un personaggio ancora più attivo, chiamato a compiere azioni e comprendere situazioni che lo transitano verso un’età più adulta. Tuttavia, al termine del film la loro storia non sembra aver ancora raggiunto un gran finale, il che porta ancor di più ad inquadrare questo come un film “aggiuntivo” al franchise di The Mandalorian, ma non come la sua conclusione.

Viene dunque da chiedersi cosa ancora c’è in serbo in futuro per loro e in che modo si riuscirà ad evitare una sensazione di già visto pericolosamente sempre più dietro l’angolo. Volendo però chiudere su note positive, ribadiamo che nonostante tutte queste lacune e incertezze riguardo allo scheletro che sorregge il film, l’esperienza da regista di Favreau (autore anche di Iron Man e Il re leone) garantisce al film una sua godibilità, con scenari, creature, camei (quello di Martin Scorsese su tutti) e avventure che riescono a restituire il sapore dei migliori film di Star Wars.

Berlino e la dama con l’ermellino: guida al cast e ai personaggi

Berlino e la dama con l’ermellino: guida al cast e ai personaggi

Berlino e la dama con l’ermellino è disponibile su Netflix dal 15 maggio. Il nuovo capitolo della serie creata da Álex Pina e Esther Martínez Lobato che prosegue l’universo de La casa di carta e Berlino ci fa ritrovare la banda del protagonista di nuovo insieme per un altro colpo.

Berlino e i suoi uomini stanno tornando con un nuovo piano geniale che ha inizio con l’incarico ricevuto dal duca di Malaga: rubare l’iconico capolavoro di Leonardo da Vinci, “La dama con l’ermellino”. Siviglia diventa lo scenario del più grande colpo della storia: un piano così geniale da essere, di per sé, un’opera d’arte.

Ma chi fa parte del cast di Berlino e la dama con l’ermellino? Ecco la guida al cast e ai personaggi:

Berlín (Pedro Alonso)

Pedro Alonso torna naturalmente al centro della storia nei panni di Berlino, il ladro aristocratico e teatrale visto in azione ne La casa di Carta. Questa nuova incarnazione del personaggio è più matura e sentimentale rispetto alla serie originale.

La nuova stagione, Berlino e la dama con l’ermellino, mostra Berlino nel pieno della sua “età dell’oro”: elegante, innamorato, ossessionato dall’arte e attratto da colpi sempre più sofisticati. Stavolta il bersaglio è il celebre dipinto di Leonardo da Vinci La dama con l’Ermellino, collegato a un intricato piano che coinvolge nobili spagnoli, ricatti e collezioni d’arte rubata.

Berlín non ruba soltanto per denaro, ma per estetica, emozione e desiderio di trasformare il crimine in una forma di performance artistica. In questa stagione emerge il suo lato più vendicativo e manipolatore, soprattutto nel confronto con il Duca di Málaga.

Keila (Michelle Jenner)

Michelle Jenner ritorna nel ruolo di Keila, l’ingegnere elettronico della banda. Keila continua a essere la mente tecnica delle operazioni: droni, sistemi di sorveglianza, jammer elettronici e infiltrazioni digitali passano quasi sempre da lei. Tuttavia la stagione approfondisce anche il suo lato emotivo.

Una parte importante della trama riguarda la sua relazione con Bruce e il conflitto interiore nato dopo aver conosciuto un altro uomo. Keila è combattuta tra stabilità e desiderio di sentirsi finalmente viva dopo anni di repressione emotiva. Nel corso della rapina a Siviglia, Keila resta uno dei membri più razionali del gruppo, ma le tensioni sentimentali rischiano più volte di compromettere la disciplina della banda.

Berlino e la dama con l’ermellino
Cortesia di Netflix

Damián (Tristán Ulloa)

Tristán Ulloa interpreta nuovamente Damián, il confidente intellettuale di Berlino. Viene presentato come una figura molto diversa dagli altri criminali della squadra: più riflessivo, quasi filosofico. È descritto come un professore con competenze scientifiche avanzate che usa la logica e la strategia per orchestrare i dettagli più complessi del colpo.

Verso il finale emerge anche un dettaglio sorprendente: Damián non è soltanto uno stratega criminale, ma un vero professore di fisica quantistica. Questa doppia identità contribuisce al tono sofisticato e quasi surreale della serie. Damián sviluppa un legame importante con Genoveva Dante, la Duchessa di Málaga, creando una dinamica più emotiva e meno cinica rispetto agli altri membri della banda.

Cameron (Begoña Vargas)

Begoña Vargas torna come Cameron, probabilmente il personaggio più impulsivo e autodistruttivo della squadra. Cameron vive costantemente “sul bordo”: prende decisioni rischiose, provoca conflitti e fatica a controllare le proprie emozioni. La sua relazione con Roi continua a essere una delle linee narrative principali della stagione.

Il loro rapporto viene descritto come intenso ma tossico: litigano continuamente, ma restano emotivamente dipendenti l’uno dall’altra. Berlín stesso considera questa instabilità un rischio operativo.

Nel finale, Cameron diventa anche il centro della parte più tragica della stagione. Il personaggio affronta un destino drammatico dopo essere stata scoperta durante una missione legata allo yacht del Duca. Prima di morire lascia a Roi un messaggio vocale in cui confessa finalmente di amarlo davvero.

Roi (Julio Peña Fernández)

Julio Peña Fernández riprende il ruolo di Roi, il membro più giovane e leale della banda. La stagione mostra un Roi più maturo rispetto agli episodi ambientati a Parigi. Rimane profondamente fedele a Berlín, ma il suo arco narrativo ruota soprattutto attorno alla relazione con Cameron.

Il personaggio è emotivamente vulnerabile: spesso cerca di mediare i conflitti del gruppo e comprende gli altri più di quanto riesca a comprendere sé stesso. Nel finale è proprio Roi a ricevere il colpo emotivo più devastante della serie con il messaggio finale di Cameron. La recensione evidenzia che la scena viene costruita senza melodramma, lasciando emergere soprattutto il senso di rimpianto e perdita.

Bruce (Joel Sánchez)

Joel Sánchez torna nel ruolo di Bruce, l’uomo d’azione della squadra. E’ il membro più fisico e impulsivo del gruppo: è spesso coinvolto nelle missioni sul campo più pericolose, soprattutto quando la situazione degenera in violenza o caos operativo.

Una parte significativa della stagione riguarda la sua relazione con Keila. Bruce appare sinceramente innamorato di lei, ma progressivamente emerge che il loro rapporto è meno stabile di quanto sembri.

Nel climax della rapina, Bruce partecipa a una delle sequenze più tese della serie: la sopravvivenza all’interno di una camera blindata incendiata mentre la squadra svuota il caveau del Duca.

Berlino e la dama con l’ermellino
Cortesia di Netflix

Candela (Inma Cuesta)

Inma Cuesta è una delle principali new entry della stagione e interpreta Candela. Si tratta di una donna sivigliana imprevedibile, passionale e dal temperamento esplosivo. Candela diventa rapidamente molto più di una semplice alleata criminale: rappresenta infatti il nuovo interesse amoroso di Berlín.

La loro relazione è descritta come sorprendentemente sincera e meno manipolatoria rispetto ai rapporti romantici abituali del protagonista. Candela riesce a destabilizzare Berlín proprio perché incarna tutto ciò che lui in passato considerava volgare o caotico. Nel finale, il loro matrimonio diventa uno dei pochi momenti realmente luminosi della storia.

Álvaro Hermoso de Medina, Duca di Málaga (José Luis García-Pérez)

José Luis García-Pérez interpreta il Duca di Málaga, principale antagonista della stagione.

Si tratta di un aristocratico eccentrico, edonista e ossessionato dall’arte. È lui a coinvolgere Berlín nel colpo legato al dipinto di Leonardo, ma gradualmente si scopre che possiede una gigantesca collezione segreta di opere rubate. Il vero obiettivo di Berlino non è soltanto rubare il quadro, ma distruggere il potere simbolico del Duca.

Il personaggio viene ritratto come profondamente solo: accumula opere d’arte per compensare il bisogno di controllo e riconoscimento. La sua ossessione per Berlín diventa quasi personale, fino a renderlo vulnerabile alla manipolazione.

Genoveva Dante, Duchessa di Málaga (Marta Nieto)

Marta Nieto interpreta Genoveva Dante, Duchessa di Málaga. Figura elegante e misteriosa, quasi fredda, la Duchessa di Málaga gradualmente emerge una donna intrappolata in un matrimonio basato sul potere e sull’apparenza.

Genoveva sviluppa un rapporto sempre più profondo con Damián, che la porta a mettere in discussione la propria vita aristocratica. Nel finale decide di abbandonare il Duca dopo il crollo del suo impero criminale e della sua reputazione. Questa scelta è uno dei pochi veri atti di libertà personale della stagione.

Sebastian Stan torna a parlare di Donald Trump a Cannes: “Siamo in un momento davvero terribile”

A due anni dalla presentazione di The Apprentice al Festival di Cannes, Sebastian Stan è tornato a parlare pubblicamente di Donald Trump, riflettendo sul clima politico e mediatico americano dopo aver interpretato l’attuale presidente degli Stati Uniti nel controverso film diretto da Ali Abbasi. L’attore, oggi a Cannes per presentare il nuovo film Fjord di Cristian Mungiu, ha usato toni molto duri durante la conferenza stampa.

Rispondendo a una domanda sull’evoluzione politica di Trump rispetto al periodo in cui The Apprentice debuttò sulla Croisette, Stan ha dichiarato: “Non c’è nulla da ridere. Penso che siamo in un momento davvero, davvero terribile”. L’attore ha poi parlato apertamente di concentrazione mediatica, censura e minacce legali, sostenendo che molti segnali fossero già evidenti durante la lavorazione e la distribuzione del film. Secondo Stan, il team di The Apprentice temeva addirittura che il film potesse avere difficoltà a essere mostrato nei festival internazionali. Le dichiarazioni arrivano da Cannes e sono state riportate da Deadline.

Le parole dell’attore vanno oltre il semplice commento politico e raccontano qualcosa di più profondo sul rapporto tra Hollywood, informazione e potere negli ultimi anni. Il fatto che Stan colleghi direttamente l’esperienza di The Apprentice al clima culturale contemporaneo suggerisce che il film venga ormai percepito non solo come biopic, ma come opera apertamente politica e anticipatrice di tensioni oggi molto più evidenti.

Da The Apprentice a Fjord: il cinema politico torna centrale a Cannes

La coincidenza tra il ritorno di Stan a Cannes e la presentazione di Fjord rafforza ulteriormente questa dimensione politica. Il nuovo film di Cristian Mungiu racconta infatti una famiglia romena immigrata in Norvegia sottoposta a un’indagine giudiziaria dopo che la figlia torna da scuola con dei lividi, affrontando temi come sospetto sociale, integrazione e controllo istituzionale.

Non è casuale che Cannes continui a diventare il luogo dove attori e registi affrontano apertamente questioni legate a censura, potere mediatico e tensioni democratiche. Negli ultimi anni il festival francese si è progressivamente trasformato in uno spazio in cui il cinema d’autore internazionale dialoga direttamente con l’attualità geopolitica.

Nel caso di Sebastian Stan, il legame con The Apprentice resta inevitabile. Il film, presentato prima della seconda elezione di Trump, viene oggi riletto quasi come un’opera premonitrice capace di anticipare la radicalizzazione del dibattito pubblico americano. E il fatto che l’attore continui a parlarne apertamente dimostra quanto quel ruolo abbia avuto un impatto anche fuori dal set.

Nicolas Cage rivela perché rifiutò Green Goblin in Spider-Man: “Era la scelta giusta”

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Prima che Willem Dafoe diventasse uno dei villain più iconici del cinema supereroistico, il ruolo di Norman Osborn/Green Goblin nel primo Spider-Man di Sam Raimi era stato offerto anche a Nicolas Cage. A oltre vent’anni di distanza, l’attore ha finalmente spiegato perché decise di non entrare nel film che avrebbe cambiato per sempre il genere cinecomic nei primi anni 2000.

Parlando alla première newyorkese della serie Spider-Noir, Cage ha confermato a People di aver discusso il ruolo direttamente con Sam Raimi, ma di aver preferito prendere parte al film Il ladro di orchidee di Spike Jonze. “Per me, quella fu la scelta giusta in quel momento”, ha dichiarato l’attore. Il ruolo andò poi a Willem Dafoe, la cui interpretazione del Green Goblin sarebbe diventata una delle più celebri dell’universo Spider-Man, tornando successivamente anche in Spider-Man 2, Spider-Man 3 e Spider-Man: No Way Home.

La rivelazione di Cage riapre inevitabilmente uno dei grandi “what if” del cinema blockbuster moderno. Ma soprattutto evidenzia quanto il casting del primo Spider-Man sia stato decisivo nel definire il tono emotivo e visivo del franchise. La versione di Dafoe ha infatti imposto un modello di villain teatrale, disturbante e tragicamente umano che avrebbe influenzato molti cinecomic successivi.

Dal Green Goblin a Spider-Noir: il legame nascosto tra Nicolas Cage e Spider-Man

Anche se Cage non interpretò Green Goblin, il suo percorso è rimasto sorprendentemente legato all’universo di Spider-Man. Dopo aver dato voce a Spider-Man Noir in Spider-Man: Into the Spider-Verse, l’attore è ora protagonista della serie live-action Spider-Noir, ambientata in una versione alternativa della New York degli anni ’30.

Il progetto sembra quasi chiudere un cerchio: Cage non è mai diventato un villain del mondo di Spider-Man, ma finirà comunque per incarnarne una delle varianti più stilisticamente radicali. Ed è significativo che ciò accada oggi, in un’epoca in cui Marvel e Sony esplorano il multiverso e le reinterpretazioni dei personaggi molto più liberamente rispetto ai primi anni Duemila.

La scelta di rifiutare Green Goblin per Adaptation racconta anche qualcosa del Nicolas Cage di quel periodo: un attore ancora sospeso tra cinema mainstream e ricerca autoriale, lontano dall’idea di “franchise actor” dominante oggi a Hollywood. Proprio per questo, il suo eventuale Norman Osborn resta una delle grandi curiosità irrealizzate del cinema supereroistico moderno.

Nel frattempo, la performance di Willem Dafoe continua a essere considerata il punto di riferimento assoluto per i villain di Spider-Man, soprattutto perché No Way Home ha dimostrato quanto quel personaggio sia rimasto potente anche a distanza di decenni.

Dolph Lundgren conferma il suo ruolo in Masters of the Universe

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Dolph Lundgren conferma il suo ruolo in Masters of the Universe

Dopo mesi di speculazioni, Dolph Lundgren ha confermato ufficialmente il suo ritorno nel nuovo Masters of the Universe prodotto da Amazon MGM Studios. L’attore, che interpretò He-Man nel film cult del 1987, apparirà nel reboot del 2026 con un piccolo ma significativo ruolo accanto al nuovo protagonista Nicholas Galitzine, scelto per interpretare Prince Adam/He-Man nella nuova versione live-action.

La conferma è arrivata durante la première sul red carpet del film, dove Lundgren ha rivelato a Variety — in un video successivamente rimosso — di interpretare una figura che offrirà “consigli cruciali” al giovane eroe nel momento più importante della storia. L’attore ha definito l’esperienza “surreale”, spiegando che lavorare sul set sembrava come parlare con una versione più giovane di sé stesso. Il film, diretto da Travis Knight, arriva dopo decenni di tentativi falliti di riportare He-Man al cinema e rappresenta uno dei progetti fantasy più attesi del 2026.

Il ritorno di Lundgren non è soltanto un’operazione nostalgia. La scelta di inserirlo come mentore suggerisce infatti una precisa strategia narrativa: il reboot vuole legittimarsi come erede diretto dell’immaginario storico del franchise, creando un passaggio simbolico tra la versione anni ’80 e quella contemporanea. In un’epoca in cui molti reboot cancellano il passato per ricominciare da zero, “Masters of the Universe” sembra invece voler trasformare la memoria del franchise in parte integrante della storia.

Il passaggio di He-Man tra due generazioni del fantasy anni ’80

L’immagine di Dolph Lundgren che consegna idealmente il testimone a Nicholas Galitzine ha un valore che va oltre il semplice cameo. Il film del 1987, pur accolto tiepidamente all’epoca, è diventato nel tempo un oggetto di culto per un’intera generazione cresciuta con il franchise Mattel e con la serie animata originale He-Man and the Masters of the Universe.

Il nuovo adattamento sembra voler recuperare proprio quell’eredità, ma con un approccio più ampio e cinematografico. Il cast include infatti Camila Mendes, Idris Elba, Alison Brie, Morena Baccarin e Kristin Wiig, segnale di una produzione che punta a combinare fantasy epico, spettacolo blockbuster e riconoscibilità pop.

Anche la scelta di Travis Knight alla regia appare significativa: il filmmaker ha già dimostrato con Bumblebee una particolare sensibilità nel rilanciare icone degli anni ’80 senza tradirne lo spirito originario. Inserire Lundgren nel film permette quindi di rafforzare questa continuità emotiva e narrativa.

Se il reboot riuscirà davvero a trasformare He-Man in un franchise moderno, il cameo di Lundgren potrebbe essere ricordato come il momento simbolico in cui “Masters of the Universe” ha finalmente trovato il modo di collegare passato e futuro.

Sebastian Stan e Renate Reinsve sul red carpet di Cannes 79

Sebastian Stan e Renate Reinsve sul red carpet di Cannes 79

Il regista romeno Christian Mungiu ha presentato in concorso a Cannes 79 il suo ultimo film, Fjord. Ecco il tappeto rosso ricco di star che ha sfilato prima della proiezione ufficiale del film. Trai volti noti, Sebastian Stan e Renate Reinsve, protagonisti del film.

In the Grey, recensione: il grigio come metafora morale

In the Grey, recensione: il grigio come metafora morale

Non è tutto bianco o nero. Tra i due estremi esiste una vasta zona d’ombra, fatta di compromessi, ambiguità morali e decisioni prese sul filo del rasoio. Ed è proprio in questo territorio incerto che prende forma In the Grey, il nuovo action thriller diretto da Guy Ritchie. Dopo Il Ministero della Guerra Sporca e The Convenant, Ritchie è pronto a tornare sul grande schermo con un film che mescola suspense, azione e lucido calcolo, in un mix esplosivo che riesce a mozzare il fiato, e non solo per la bellezza dei protagonisti. 

Ad accompagnare l’azione c’è un cast di grande richiamo guidato da Henry Cavill, Jake Gyllenhaal e Eiza González, affiancati da Rosamund Pike e Kristofer Hivju. Con il suo ritmo serrato e una messa in scena elegante ma brutale, Ritchie sembra voler riportare al centro un certo tipo di cinema d’azione: elegante, cinico e pieno di personalità. In the Grey si muove infatti tra operazioni sotto copertura, giochi di potere e missioni ad altissimo rischio, costruendo un racconto non privo di colpi di scena.

Prodotto da Black Bear Pictures e Toff Guy, In The Gray arriva al cinema dal 14 maggio, portando con sé una storia che si snoda lungo il confine tra legalità e criminalità, arricchita da una buona dose di carisma e un tocco di immancabile ironia.

L’estetica del caos

In the grey - foto film

In The Grey si apre con un forte impatto sensoriale: a guidare le immagini, che soprattutto nella prima parte del film giocano su un netto contrasto tra colori chiari e scuri, è la voce narrante di Rachel Wild (Gonzalez). Con un tono misurato e controllato, accompagna lo spettatore in una storia che lascia già intravedere proiettili, esplosioni e caos. Rachel riceve l’incarico di recuperare 1 miliardo di dollari sottratto da Salazar (Carlos Bardem), un boss della malavita: il denaro appartiene a un facoltoso cliente che desidera riavere indietro i propri soldi e che, per questo motivo, si è affidato a un’agenzia specializzata dove lavora la superiore di Rachel, una manager patrimoniale di Manhattan interpretata da Rosamund Pike.

Nonostante un precedente incaricato abbia già perso la vita nel tentativo di portare a termine la missione, Rachel è convinta di poter riuscire là dove gli altri hanno fallito, forte del supporto della sua squadra operativa, capitanata da Bronco (Jake Gyllenhaal) e Sidney (Henry Cavill).

Prende così forma la prima fase del piano, pensata per bloccare i capitali di Salazar e metterlo progressivamente alle strette. La voce narrante di Rachel resta una presenza costante e si intreccia con una serie di espedienti grafici che illustrano mappe, strategie e passaggi dell’operazione: annotazioni sovrapposte alle immagini, schemi e liste che scompongono il piano nei minimi dettagli. Guy Ritchie costruisce così una narrazione estremamente esplicativa, quasi ossessionata dal bisogno di mostrare e chiarire ogni movimento dei personaggi, con una precisione vicina a quella di un manuale operativo.

Il risultato è una pellicola che mantiene costantemente un ritmo sostenuto, sorretta da dialoghi asciutti e taglienti che dicono solo lo stretto necessario. Eppure, dietro questa efficienza narrativa, In The Grey finisce per assomigliare più alla cartolina elegante di un film d’azione che a un’opera davvero immersiva: tutto è calibrato, levigato, impeccabilmente confezionato, ma raramente dà la sensazione di affondare davvero nel caos e nella brutalità che mette in scena. Anche nei momenti più tesi, il film preferisce preservare il proprio stile raffinato piuttosto che sporcarsi veramente le mani.

Il volto del potere femminile

In the Grey - Eiza Gonzalez

Seguendo la scia di figure iconiche come Miranda Priestly in Il Diavolo veste Prada o Debbie Ocean in Ocean’s 8, Eiza González interpreta in In The Grey una donna di potere che non sembra intenzionata a fermarsi davanti a nulla. L’attrice messicana, ormai spesso associata a personaggi dalla forte aura da femme fatale, basti pensare a Darling in Baby Driver o a Madam M in Fast & Furious Presents: Hobbs & Shaw, trova qui un ruolo che le permette di spingersi ancora oltre quell’immaginario. Rachel Wild non seduce attraverso l’eccesso o la spettacolarizzazione della propria presenza, ma tramite il controllo assoluto che esercita su ogni situazione.

Rachel è una stratega, una donna che costruisce il proprio successo sull’intelligenza, sull’arguzia e sulla capacità di anticipare le mosse degli avversari senza mai perdere la calma o alzare la voce. Ogni gesto sembra studiato nei minimi dettagli, ogni parola pronunciata con la precisione di chi sa di avere sempre il controllo della stanza. Guy Ritchie la trasforma quasi in un’estensione dell’estetica stessa del film: impeccabile, fredda, elegantissima. Tra completi sartoriali, palette neutre e una piega che non concede spazio nemmeno a un capello fuori posto, Eiza González restituisce una performance costruita tutta sulla presenza scenica, fatta di sguardi, postura e silenzi più che di grandi esplosioni emotive.

Il pericolo, per Rachel, non è un ostacolo ma una componente naturale del quotidiano. Anzi, il film lascia intuire che il rischio e l’adrenalina siano il vero motore delle sue azioni, molto più del semplice desiderio di ricchezza. Ciò che sembra spingerla davvero è la necessità costante di dimostrare a se stessa, e a chi la circonda, di essere sempre la persona più intelligente nella stanza.

Anche Rosamund Pike, seppur in un ruolo più marginale, interpreta un’altra figura femminile di potere: una manager cinica, spietata e completamente orientata al risultato. A differenza di Rachel, però, il suo modo di gestire gli affari è molto più pragmatico, quasi volutamente “maschile” nella rigidità con cui affronta ogni situazione. Non le interessa creare legami o conquistare la fiducia di chi lavora per lei; ciò che conta è soltanto ottenere ciò che vuole. Rachel, al contrario, ha creato nel tempo un legame con i suoi collaboratori. Bronco e Sidney non rimangono al suo fianco soltanto per dovere professionale, ma perché nutrono nei suoi confronti una forma di rispetto e fiducia autentica: tutto il suo team è disposto a rischiare la vita pur di non abbandonarla, persino dopo che è stata catturata da Salazar.

Il duo che il film non racconta fino in fondo

In the Grey, Gyllenhaal-cavill

Per la prima volta sullo schermo compare l’accoppiata Cavill–Gyllenhaal, nei panni di due uomini segnati da un passato turbolento, oggi trasformati in professionisti del rischio al servizio di delicate operazioni di recupero crediti. Henry Cavill interpreta Sidney, il più controllato ed elegante del duo, una presenza composta e gentile, mentre Jake Gyllenhaal dà vita a Bronco, versione più ruvida e istintiva, costruita su un registro asciutto e sarcastico che gli permette di caricarsi sulle spalle gran parte delle battute più ironiche del film.

Gyllenhaal, con la consueta sicurezza da interprete navigato, riesce a dare al personaggio una certa stratificazione, lasciando emergere sfumature che suggerirebbero un passato più complesso di quanto il film si premuri di raccontare. Ed è proprio qui che la scrittura di Guy Ritchie mostra i suoi limiti: il regista introduce infatti diverse sottotrame e accenni di backstory che rimangono però sospesi, mai davvero sviluppati o portati a compimento, lasciando allo spettatore una sensazione di incompiutezza narrativa.

Sappiamo, ad esempio, che Bronco e Sidney sono stati “salvati” da una prigione grazie all’intervento di Rachel e che da quel momento le sono diventati fedeli collaboratori. Tuttavia, il passaggio da quel salvataggio a una dedizione così assoluta e quasi incondizionata resta appena abbozzato, privo di un reale approfondimento. Allo stesso modo, il film lascia nell’ambiguità anche la natura del rapporto tra Rachel e Sidney: alcuni dettagli, come il regalo di un orologio dotato di chip di localizzazione, pensato per permettergli di rintracciarla in qualsiasi momento, sembrano suggerire una connessione più personale, forse persino intima, ma senza mai chiarirla davvero.

Ritchie finisce così per aprire numerose porte senza mai attraversarne nessuna, come se lasciasse intenzionalmente sospese alcune linee di trama. Questa scelta dà l’impressione di un racconto frammentario, quasi frettoloso, che rinuncia a esplorare le proprie stesse premesse. Eppure, proprio questa ambiguità lascia intravedere anche una possibile direzione futura: il terreno sembra preparato per un sequel, o addirittura per uno spin-off dedicato alla coppia Bronco–Sidney, forte anche della buona chimica costruita dai due attori sullo schermo.

In the Grey si muove proprio come il suo titolo promette: tra luci e ombre, tra eleganza e brutalità trattenuta, tra ciò che viene mostrato e ciò che resta fuori campo. Guy Ritchie orchestra il suo cinema con sicurezza formale, costruendo un universo lucido e controllato. Eppure, è proprio in questa perfezione levigata che il film rischia di smarrire la sua forza più autentica: quella di un racconto che avrebbe potuto osare di più, sporcare di più. Il grigio come metafora morale resta un’idea affascinante sulla carta, ma il film sembra fermarsi proprio sulla soglia di quella complessità, preferendo la superficie elegante alla profondità delle sue stesse ambiguità.

Lanterns: il nuovo trailer HBO mostra Hal Jordan in costume e il ritorno di Nathan Fillion

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HBO ha diffuso il nuovo teaser trailer ufficiale di Lanterns, l’attesissima serie DC Studios che porterà finalmente Hal Jordan e John Stewart al centro del nuovo universo condiviso ideato da James Gunn. Il filmato mostra per la prima volta in maniera più estesa i poteri delle Lanterne Verdi, il costume completo di Hal Jordan e il ritorno di Nathan Fillion nei panni di Guy Gardner dopo il debutto cinematografico nel Superman del 2025.

La serie vedrà Kyle Chandler interpretare Hal Jordan e Aaron Pierre nei panni di John Stewart, segnando il debutto live action del personaggio all’interno del DCU. HBO ha inoltre confermato l’ingresso nel cast di Laura Linney, anche se il ruolo dell’attrice rimane ancora segreto.

Lanterns sarà molto più di una serie supereroistica: HBO punta su misteri, timeline multiple e politica cosmica

Secondo quanto rivelato dallo showrunner Chris Mundy a Entertainment Weekly, Lanterns adotterà una struttura narrativa molto diversa rispetto alle precedenti produzioni DC. La serie seguirà infatti due linee temporali parallele: una ambientata nel 2016 e una nel 2026, entrambe legate a misteri destinati progressivamente a convergere nel corso della stagione.

Mundy ha spiegato che “diventerà un secondo mistero che sappiamo ci accompagnerà lungo la serie. Alla fine vedremo due misteri differenti risolversi nel corso dello show”. La storyline ambientata nel 2016 ruoterà attorno a una sparatoria avvenuta nella città di Rushville, mentre la timeline contemporanea sembra destinata a collegarsi agli eventi più ampi del nuovo DC Universe.

Il trailer suggerisce chiaramente che HBO e DC Studios vogliano allontanarsi dall’approccio più spettacolare e leggero associato storicamente a Lanterna Verde, puntando invece su un tono più investigativo e atmosferico, quasi da crime sci-fi. Non è casuale che molti osservatori stiano già paragonando Lanterns a una sorta di True Detective ambientato nel cosmo DC.

In questo contesto assume particolare importanza anche Guy Gardner di Nathan Fillion, definito dallo stesso Mundy “favolosamente irritante”. Il personaggio comparirà più volte nel corso della stagione e potrebbe rappresentare il collegamento più diretto tra la serie HBO e il lato più esplicitamente supereroistico del nuovo DCU.

La notizia conferma inoltre quanto Lanterns sarà centrale nella strategia di James Gunn. Aaron Pierre tornerà infatti nei panni di John Stewart anche nel film Man of Tomorrow previsto per il 2027, segno che la serie non sarà un progetto isolato ma uno dei pilastri narrativi della nuova fase DC Studios.

Lanterns debutterà su HBO il 16 agosto e sarà disponibile anche in streaming su HBO Max.

In the Grey, spiegazione del finale: cosa succede durante la fuga sull’isola

Guy Ritchie è noto soprattutto per i suoi thriller d’azione eleganti e raffinati, e il suo ultimo film, In the Grey, non fa eccezione. Interpretato da tre dei suoi collaboratori abituali, Eiza González, Henry Cavill e Jake Gyllenhaal, In the Grey segue le vicende di tre agenti d’élite che si occupano di spionaggio industriale, sabotaggio e manipolazione legale per recuperare milioni, se non miliardi, di beni per i loro clienti. Dato che i loro clienti sono quasi esclusivamente miliardari che hanno accumulato la loro fortuna con metodi illeciti (ma può un miliardario essere davvero “innocente”?), sono disposti a operare nelle zone grigie della morale e della legge per raggiungere i loro obiettivi.

Rachel Wild, interpretata da González, è la mente del gruppo, che travolge i suoi nemici con una raffica di azioni legali e manipolazioni aziendali dietro le quinte per conto dei suoi clienti. Sid, interpretato da Henry Cavill, e Bronco, interpretato da Jake Gyllenhaal, sono i suoi compagni di squadra, taciturni ma letali, entrambi incrollabilmente fedeli a lei da quando li ha salvati dalla prigione anni prima. In the Grey racconta una missione ad alto rischio per il trio e il loro team di specialisti altamente qualificati, impegnati a recuperare un debito miliardario dal cinico tiranno Manny Salazar (Carlos Bardem) per conto della ricchissima società di gestione patrimoniale newyorkese Spencer Goldstein, rappresentata nell’azione dal contabile forense Bobby Sheen, interpretato da Rosamund Pike.

Rachel, Sid e Bronco mettono alle strette Salazar per ripagare il suo debito, soffocando le sue attività, congelando i suoi beni e sabotando i suoi progetti internazionali. La situazione culmina in un incontro sull’isola di Salazar con l’uomo in persona. Mentre Rachel ottiene da lui la promessa di ripagare Spencer Goldstein in cambio della restituzione di alcuni dei suoi beni personali, Salazar la rapisce dopo che Spencer Goldstein si rifiuta di rispettare la loro parte dell’accordo. Questo costringe Sid e Bronco a intraprendere un’audace missione di salvataggio per portare Rachel in salvo dall’isola, che culminerà in un finale esplosivo.

Rachel sopravvive alla fuga dall’isola e smaschera Spencer Goldstein

Jake Gyllenhaal, Eiza González e Henry Cavill in In the Grey
Cortesia 01 Distribution/Black Bear Pictures

Sebbene ci siano stati momenti di azione prima del finale, il tipico talento di Guy Ritchie per sparatorie e inseguimenti adrenalinici emerge con forza nella fuga finale dall’isola di Salazar. Sid, Bronco e la loro squadra (non tutti sopravvivono alla carneficina) si fanno strada tra il piccolo esercito di Salazar usando un mix avvincente di fucili ad alta potenza, funi, esplosivi e trappole, culminando con l’estrazione di Rachel. Sid e Bronco, tuttavia, hanno ancora un ultimo obiettivo sull’isola: far visita a Salazar in persona e portarlo via (contro la sua volontà).

Dopo un breve salto temporale, scopriamo che Sid e Bronco hanno consegnato Salazar a Miami in un container, con l’esplicito scopo di convincerlo a testimoniare contro il datore di lavoro originale di Rachel, il magnate di Wall Street Spencer Goldstein. Poiché il suo contatto lì, Bobby, l’aveva assunta per recuperare il miliardo di dollari che avevano prestato a Salazar per scopi loschi, salvo poi venire meno all’accordo con Salazar e rifiutarsi di pagare a Rachel il compenso pattuito, la priorità di Rachel diventa smascherare Spencer Goldstein. Il film si conclude con Rachel che rivela di aver svelato al pubblico gli affari loschi di Spencer Goldstein, e con il capo di Bobby che la chiama, presumibilmente per licenziarla o peggio.

Perché il finale di In the Grey risulta così stridente

Henry Cavill in In the Grey
Cortesia 01 Distribution/Black Bear Pictures

Ritchie non rinuncia all’azione, elemento pressoché garantito in ogni suo film, ma una volta giunto alla conclusione, il finale delude. Rachel riesce a fuggire, Sid e Bronco catturano Salazar, Rachel ha il suo colloquio con Bobby da Spencer Goldstein e poi il film si conclude bruscamente. Spettatori e critici hanno commentato che il finale è stridente, quasi come se mancasse una scena, come se qualcosa di “più importante” dovesse accadere.

Parte della colpa è da attribuire alla sequenza d’azione che la precede. Nonostante le numerose sparatorie e la morte di alcuni personaggi secondari e poco sviluppati, nessuno dei tre protagonisti sembra mai in reale pericolo. La violenza è intensa, ma la calma imperturbabile dei tre eroi per tutta la durata del film attenua la percezione del pericolo. Sono sempre tre passi avanti ai nemici e non si percepisce mai una situazione di svantaggio, tanto meno la minaccia alla propria vita. Quando l’inseguimento finisce e tutto ciò che accade è una conversazione a quattr’occhi in una sala riunioni con pareti di mogano, la sensazione è deludente e, francamente, stonata.

In the Grey lascia spazio a un sequel?

Jake Gyllenhaal e Henry Cavill in In the Grey
Cortesia 01 Distribution/Black Bear Pictures

Con tutti e tre gli eroi sopravvissuti agli eventi di “In the Grey”, la porta è certamente aperta per un sequel. Anche la natura del loro lavoro si presta a un seguito, poiché in teoria sarebbe facile inserirli in un’altra avventura ad alto rischio, questa volta in luoghi esotici diversi e contro un nuovo nemico ultra-ricco. Il personaggio di Eiza González è ben lontano dalla tipica eroina d’azione, poiché il suo potere deriva dalla manipolazione aziendale e legale piuttosto che da bombe e proiettili, e il contrasto con i quasi troppo cool Sid e Bronco funziona molto bene nel tenere il pubblico coinvolto.

Stranger Things: i fratelli Duffer rivelano la loro prima scelta per il ruolo di Hopper

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David Harbour è diventato uno dei volti simbolo di Stranger Things, ma il ruolo dello sceriffo Jim Hopper sarebbe potuto finire a un altro attore. In una nuova intervista rilasciata durante il podcast Happy Sad Confused, i creatori della serie Matt Duffer e Ross Duffer hanno raccontato che Harbour non fu inizialmente la loro prima scelta per il personaggio. Una rivelazione che cambia il modo in cui si guarda oggi a uno dei protagonisti più amati dell’universo Netflix.

La confessione è arrivata dopo una domanda dello stesso Harbour, curioso di sapere come fosse nato il casting di Hopper. L’attore ha scherzato dicendo: “Sono abbastanza sicuro di essere stato la seconda scelta, e non so nemmeno dietro a chi. Forse ero la terza scelta?”. A quel punto Matt Duffer ha confermato che il primo nome considerato era Billy Crudup, attore oggi noto anche per The Morning Show. “Billy Crudup rifiutò. All’epoca non credo fosse molto interessato alla televisione”, ha spiegato il creatore della serie. Ross Duffer ha poi aggiunto che Harbour conquistò il ruolo praticamente all’istante: “Entrò, fece un’unica prova. Noi non eravamo nemmeno presenti, vedemmo solo il tape ed era subito chiaro: questo è Hopper”.

La notizia conta perché Hopper non è soltanto un personaggio secondario dell’universo di Stranger Things: è il cuore emotivo della serie. Il suo rapporto con Eleven, il trauma legato alla perdita della figlia e il suo progressivo ruolo di padre surrogato hanno definito il tono umano dello show accanto agli elementi horror e fantascientifici. Pensare a un’interpretazione completamente diversa permette di capire quanto il casting abbia inciso sul successo della serie Netflix e sull’identità stessa di Hawkins.

Hopper, Eleven e il volto umano di Stranger Things

Fin dalla prima stagione, Jim Hopper è stato costruito come un uomo spezzato: un poliziotto stanco, isolato e incapace di elaborare il lutto. L’arrivo di Eleven nella sua vita trasforma però il personaggio in qualcosa di molto più complesso, creando uno dei legami più forti dell’intera saga. È proprio questa componente emotiva che David Harbour ha reso centrale nella serie, alternando ironia, rabbia e vulnerabilità.

L’idea di vedere Billy Crudup nel ruolo apre inevitabilmente a una riflessione sul tono che avrebbe potuto avere Stranger Things. Crudup possiede un approccio più freddo e sofisticato rispetto all’energia istintiva e malinconica portata da Harbour. Probabilmente Hopper sarebbe stato un personaggio meno “operaio”, meno vicino alla provincia americana che i Duffer volevano raccontare.

La scelta di Harbour si è rivelata decisiva soprattutto nelle stagioni successive. In Stranger Things – Stagione 3 il personaggio diventa il centro della dinamica familiare con Undici, mentre nella quarta stagione il suo arco narrativo in Russia mostra un uomo ormai disposto a sacrificarsi completamente per gli altri. È difficile immaginare oggi la serie senza quella fisicità ruvida e quella fragilità emotiva che Harbour ha portato nel ruolo.

Le dichiarazioni dei Duffer arrivano inoltre in un momento cruciale per il franchise. Con la stagione finale ormai alle nostre spalle, Netflix sta iniziando a raccontare sempre più spesso il dietro le quinte creativo della serie, quasi a costruire una memoria collettiva attorno a uno degli show più importanti dell’ultimo decennio. E sapere che Hopper rischiò di avere un volto diverso rende ancora più evidente quanto certi casting possano cambiare la storia della televisione.

Nicolas Winding Refn vorrebbe dirigere un film su Batgirl: “Adoro quell’estetica”

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Nicolas Winding Refn guarda al mondo DC e, sorprendentemente, ha già in mente quale personaggio vorrebbe portare sul grande schermo. Il regista di Drive, Solo Dio perdona e The Neon Demon ha dichiarato a Deadline che, se avesse l’opportunità di dirigere un cinecomic, sceglierebbe senza esitazione Batgirl. Una presa di posizione che arriva mentre i nuovi vertici dei DC Studios, James Gunn e Peter Safran, stanno ridefinendo il futuro cinematografico dell’universo DC.

Refn ha spiegato che l’attrazione verso Batgirl nasce soprattutto da un fattore estetico e visivo, elemento da sempre centrale nel suo cinema. “Perché Wonder Woman è già stata fatta, e quella la trovavo troppo pesante”, ha raccontato il regista, aggiungendo poi: “I costumi, adoro quell’estetica. Gran parte di Her Private Hell nasce dalla mia ossessione per le bambole, gli oggetti e il modo di muovere le persone nello spazio e nel tempo. Ho sempre amato l’oggettificazione degli oggetti, i supereroi, i fumetti e tutta quella sottocultura. È da lì che vengo. Colleziono giocattoli giapponesi, gioco con i Lego…”.

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Le dichiarazioni arrivano mentre il nome di Batgirl continua a evocare uno dei casi più discussi della recente storia Warner Bros., dopo la cancellazione del film diretto da Adil El Arbi e Bilall Fallah nel 2022.

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La possibilità che Refn possa davvero entrare nel DCU appare oggi remota, ma non impossibile. Il regista danese ha sempre rifiutato le grandi logiche industriali hollywoodiane, preferendo opere personali e radicali. Eppure, proprio il suo stile potrebbe rendere un eventuale film su Batgirl qualcosa di completamente diverso dai tradizionali cinecomic contemporanei. Più che un blockbuster d’azione, sarebbe probabilmente un’opera ipnotica, notturna e profondamente psicologica, in linea con la sua ossessione per neon, silenzi e figure marginali.

Batgirl continua a essere il grande fantasma del nuovo DC Universe

Il personaggio di Barbara Gordon resta uno dei nodi irrisolti della DC moderna. Il film cancellato nel 2022, interpretato da Leslie Grace, avrebbe dovuto debuttare direttamente su HBO Max, ma venne accantonato dalla nuova gestione Warner Bros. Discovery con una controversa operazione fiscale da oltre 70 milioni di dollari. Una decisione che generò forti polemiche nell’industria e tra i fan, soprattutto perché il progetto era già in fase avanzata di post-produzione.

Da allora Batgirl non è più tornata al centro dei piani ufficiali DC, ma il personaggio continua ad avere un enorme potenziale narrativo. Nel nuovo universo costruito da James Gunn, più orientato verso autori riconoscibili e identità stilistiche forti, una figura come Refn potrebbe teoricamente trovare spazio proprio grazie alla sua capacità di reinterpretare i generi. Non è un caso che il regista abbia parlato più di “estetica” che di azione o spettacolo: la sua idea di supereroe sembra infatti legata alla mitologia pop e all’identità visiva, non al modello Marvel dominante.

Anche la battuta finale di Rose Havana Liu, protagonista di Her Private Hell, va letta in questa direzione. Quando le è stato chiesto come sarebbe stato uno Spider-Man diretto da Refn, l’attrice ha scherzato dicendo: “Avrebbe l’oscillazione con le ragnatele più lenta della storia”. Una frase ironica, ma che descrive perfettamente il cinema del regista: contemplativo, stilizzato e lontano dai ritmi tradizionali del blockbuster moderno.

Harry Potter: il ruolo di Ginny Weasley subirà un recasting dalla Stagione 2

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La nuova serie HBO dedicata a Harry Potter perde già uno dei suoi giovani interpreti principali. Gracie Cochrane, scelta per interpretare Ginny Weasley, non tornerà nella seconda stagione dello show. La notizia è stata confermata dall’attrice e dalla sua famiglia mentre la produzione della prima stagione si avvia alla conclusione.

Attraverso un comunicato ufficiale, la famiglia di Cochrane ha spiegato che la decisione è arrivata per “circostanze impreviste”. Nella dichiarazione si legge: “A causa di circostanze impreviste, Gracie ha preso la difficile decisione di lasciare il ruolo di Ginny Weasley nella serie HBO di Harry Potter dopo la prima stagione. Il suo tempo nel mondo di Harry Potter è stato davvero meraviglioso e lei è profondamente grata a Lucy Bevan e all’intero team di produzione per aver creato un’esperienza così indimenticabile. Gracie è molto entusiasta delle opportunità che il futuro le riserva.”

Anche HBO ha commentato ufficialmente la situazione, confermando il supporto alla scelta dell’attrice: “Sosteniamo la decisione di Gracie Cochrane e della sua famiglia di non tornare per la prossima stagione della serie Harry Potter di HBO, e siamo grati per il lavoro svolto nella prima stagione. Auguriamo a Gracie e alla sua famiglia il meglio.” La seconda stagione della serie è stata confermata soltanto poche settimane fa e le riprese dovrebbero iniziare in autunno.

Il cambio di casting arriva in una fase particolarmente delicata per il progetto. HBO sta cercando di costruire una nuova generazione di interpreti destinata a convivere per anni con personaggi iconici e amatissimi dal pubblico. E Ginny Weasley, soprattutto nei romanzi successivi, non è un personaggio secondario: il suo rapporto con Harry diventa progressivamente centrale nell’evoluzione emotiva dell’intera saga.

weasley harry potter
I fratelli Weasley della serie Harry Potter. Credit HBO / Everett Collection via Variety

Ginny Weasley avrà un ruolo molto più importante nelle future stagioni di Harry Potter

Nei primi capitoli della saga, Ginny rimane spesso sullo sfondo rispetto ai fratelli maggiori e al trio protagonista. Tuttavia, già da Harry Potter e la Camera dei Segreti, il personaggio assume un peso narrativo decisivo attraverso il legame con Tom Riddle e il diario che anticipa il ritorno di Voldemort.

Con l’avanzare dei libri, Ginny diventa una delle figure più importanti dell’universo creato da J.K. Rowling. Non solo come interesse sentimentale di Harry, ma anche come strega autonoma, coraggiosa e profondamente coinvolta nella resistenza contro i Mangiamorte. È proprio per questo che il recasting rischia di attirare molta attenzione tra i fan della saga.

La nuova serie HBO ha già chiarito di voler seguire i romanzi con maggiore fedeltà rispetto ai film originali, dedicando più spazio allo sviluppo dei personaggi secondari e alle dinamiche della famiglia Weasley. Questo significa che l’attrice scelta per sostituire Gracie Cochrane avrà probabilmente un ruolo molto più consistente rispetto a quello avuto da Bonnie Wright nelle prime trasposizioni cinematografiche.

Resta ora da capire quanto rapidamente HBO annuncerà la nuova interprete di Ginny. Con la seconda stagione già in preparazione, la produzione dovrà trovare un volto capace di accompagnare il personaggio per diversi anni e di sostenere uno degli archi narrativi più importanti dell’intera saga.

Her Private Hell: il teaser ufficiale del nuovo film horror di Nicolas Winding Refn anticipa atmosfere disturbanti

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È stato diffuso online il teaser trailer ufficiale di Her Private Hell, nuovo thriller horror diretto da Nicolas Winding Refn e scritto insieme a Esti Giordani. Il regista di Drive, Only God Forgives e The Neon Demon torna così a esplorare territori oscuri e psicologicamente disturbanti con un progetto che, già dalle prime immagini, sembra puntare su un’estetica ipnotica e inquietante.

Il teaser evita volutamente di svelare dettagli precisi sulla trama, ma costruisce fin da subito un’atmosfera opprimente fatta di luci fredde, immagini frammentate e tensione costante, lasciando intuire un racconto sospeso tra paranoia, ossessione e violenza psicologica.

Il teaser di Her Private Hell conferma il ritorno al cinema più visionario di Nicolas Winding Refn

Le prime immagini diffuse mostrano un mondo visivamente stilizzato e disturbante, in piena continuità con il cinema di Nicolas Winding Refn, da sempre attratto da personaggi ai margini, identità frammentate e universi dominati dal desiderio e dalla paura.

Il film può inoltre contare su un cast internazionale particolarmente ricco guidato da Sophie Thatcher e Charles Melton, insieme a Havana Rose Liu, Kristine Froseth, Dougray Scott, Diego Calva, Shioli Kutsuna, Aoi Yamada e Hidetoshi Nishijima.

Più che puntare sugli elementi horror tradizionali, il teaser sembra voler costruire un’esperienza sensoriale e psicologica, fatta di immagini disturbanti e di una realtà sempre più instabile e minacciosa. L’impressione è quella di un’opera che potrebbe riportare Refn verso le atmosfere più estreme e provocatorie della sua filmografia recente.

All of a Sudden, recensione: il respiro umanitario di Ryusuke Hamaguchi – Cannes 79

Dopo aver vinto il Prix du scénario proprio qui a Cannes per Drive my Car (premio Oscar al miglior film internazionale), e il Gran premio della giuria alla Mostra del Cinema di Venezia con Il male non esiste, il giapponese Ryusuke Hamaguchi approda in concorso con un’altra opera maestra, che porta il titolo di All of a Sudden.

L’Humanitude come forma di cura verso l’altro

Direttrice di una struttura di assistenza per anziani, Marie-Lou (Virginie Efira) si impegna a introdurre una filosofia di cura innovativa, l’Humanitude, basata sull’ascolto e sul rispetto della dignità dei residenti, nonostante la resistenza di una parte del suo staff. Questo tipo di formazione richiede infatti tempo e risorse di cui sembra impossibile avvalersi al momento e, soprattutto, ha anche qualche rischio importante agli occhi di alcune infermiere. L’incontro con Mari (Tao Okamoto), una regista teatrale giapponese che lotta contro il cancro, cambierà profondamente il suo percorso. Marie-Lou vuole con tutte le sue forze combattere un sistema, e continuare a restituire dignità alla mente e corpo di ogni singolo paziente cognitivo. La seconda, che è regista teatrale, ha in giro uno spettacolo teatrale dal titolo “Da vicino nessuno è normale”, incentrato anche sulla figura di Franco Basaglia. Legate da un’amicizia intensa e solidale, le due donne uniranno le forze in una battaglia comune per “rendere possibile l’impossibile“.

All of a Sudden Film 2026
Cortesia festival-cannes.com

Da vicino, nessuno è normale

Nel corso di un paio di settimane di giugno che fanno da sfondo ad All of a Sudden, seguiamo le passeggiate fisiche e i flussi di coscienza di queste due donne, che condividono (quasi) lo stesso nome: una filosofa, l’altra antropologa, cambiano lingua in base a quello che si devono dire e all’approccio verso ciò che stanno sentendo e pensando. Grazie alla loro unione, capiremo che ci deve per forza essere un’altra possibilità per rendere l’impossibile possibile, unire dentro e fuori, per trovare una nuova forma di esistenza basata sulla cura reciproca.

I pilastri dell’Humanitude, come spiegato da Marie-Lou sono sguardo, tocco, parola e verticalità. Nel corso del film entrambe diventano, a loro modo, pazienti, provano la cura reciproca, applicano l’humanitude e i suoi principi alla vita nel tentativo di trovare una soluzione che possa esistere nel qui ed ora, rifuggendo il sistema capitalista che ha reso il Giappone – seguito dalla Francia – uno dei Paesi con più basso tasso di natalità e che sfida l’invecchiamento.

Hamaguchi commuove a più riprese

Ryusuke Hamaguchi costruisce un film magistrale, che conta su dialoghi a tratti anche molto complessi da seguire, ma che riesce a riassumere ogni tipo di divagazione filosofica e antropologica nelle sue immagini. Virginie Efira e Tao Okamoto tengono testa a un film di tre ore con la stessa tenacia dei loro personaggi, dando vita a un’idea di amicizia e di cura verso l’altro che semplicemente commuove.

Essere un professionista, proprio come le due donne, significa riconoscere lo slancio, il minimo accenno di forza anche dove si pensa che non possa più esserci, e dargli ascolto. Capire che è l’elemento di disturbo a validare la performance, ovvero la vita; che esiste un sistema di co-esistenza che sfrutta quello che abbiamo e nient’altro di esterno; che il corpo umano è corpo sociale, e da lì, dai nostri arti, bisogna ripartire.

Dutton Ranch, spiegazione del finale degli episodi 1 e 2: perché Rip ha fatto QUELLO dopo l’omicidio in Texas?

Alla fine dei primi due episodi di Dutton Ranch, Beth Dutton (Kelly Reilly) e Rip Wheeler (Cole Hauser) si imbattono in un omicidio e in segreti nel Texas meridionale. Il primo episodio della serie, “The Untold Want”, porta Beth, Rip e il loro figlio adottivo, Carter (Finn Little), nella loro nuova vita a Rio Paloma, dove incontrano nuovi alleati e nemici nel ranch rivale dei 10 Petals.

Dopo essere sopravvissuti a un devastante incendio che ha distrutto il ranch in Montana che Beth e Rip avevano acquistato alla fine di Yellowstone, i Dutton-Wheeler speravano di trovare “pace” nel Texas meridionale. Per i Dutton, tuttavia, la pace non si può inseguire; Beth e Rip devono guadagnarsela. Nel frattempo, Rio Paloma si rivela ben presto altrettanto problematica quanto lo era stata il Montana per i Dutton.

L’omicidio di Wes Ayers (Nakoa DeCoite) per mano del caposquadra dei 10-Petals, Rob-Will (Jai Courtney), innesca un insabbiamento che diventa un serio problema per Rip. Il secondo episodio di Dutton Ranch, “Earn Another Day”, costringe Rip a decidere cosa fare del cadavere di Wes, che scopre sulla sua proprietà.

Nel frattempo, Beth e Carter hanno i loro scontri con la proprietaria dei 10-Petals, Beulah Jackson (Annette Bening), e la sua famiglia, ponendo le basi per i futuri conflitti che coinvolgeranno i personaggi di Dutton Ranch dopo i primi due episodi dello spin-off di Yellowstone.

Perché Rip si è sbarazzato del cadavere di Wes all’insaputa di Beth?

Alla fine del primo episodio di Dutton Ranch, Rip trova il cadavere di Wes divorato dai cinghiali selvatici sulla sua proprietà. Gli ultimi istanti del secondo episodio di Dutton Ranch rivelano che Rip ha nascosto il corpo di Wes in un congelatore, per poi decidere di gettarlo in un pozzo di miniera.

Rip non si rende conto che, sbarazzandosi personalmente del cadavere di Wes, si è ritrovato al centro della crisi e dell’insabbiamento dei 10 Petali. Rip non sapeva chi fosse il cadavere che aveva trovato, né gli importava di fare domande o dirlo a qualcuno, nemmeno a Beth. Semplicemente, Rip ha tenuto la cosa per sé per un giorno, facendo in modo che il problema si risolvesse da solo.

Non dire a Beth di aver trovato un cadavere nel loro ranch è un gesto compassionevole da parte di Rip, anche se è destinato a perseguitarlo in futuro. Rip è sensibile alle difficoltà di Beth ad adattarsi al Texas meridionale, in particolare al caldo opprimente e alle strane persone che incontrano, e sa che Beth desidera solo “pace”. Comprensibilmente, Rip voleva preservare la tranquillità di sua moglie.

Naturalmente, Beth sapeva che Rip era sparito dal loro letto a tarda notte. Ha l’abitudine di farlo, ma la scomparsa improvvisa di Rip dalla loro casa al ranch preoccupa immediatamente Beth e la insospettisce. Rip dovrà sicuramente rendere conto di dove si trovasse nell’episodio 3 di Dutton Ranch.

Il ranch dei 10 Petali e la sua famiglia nascondono oscuri segreti

Annette Bening in Dutton Ranch

Il ranch dei 10 Petali esiste da 190 anni, da prima della caduta di Alamo, ed è sempre stato controllato da un’unica famiglia, i Jackson, l’equivalente a Rio Paloma dei Dutton del Montana. Beth ha subito provato antipatia per la matriarca dei 10 Petali, Beulah Jackson, definendola una “Grizzly vestita Gucci”.

Come i Dutton, anche i Jackson e il loro ranch nascondono oscuri segreti, e Beulah tiene tutto insieme con una volontà di ferro, simile a quella del defunto governatore John Dutton (Kevin Costner) di Yellowstone. I Jackson hanno la loro dose di rivalità tra fratelli e imbarazzi familiari, che ruotano attorno al figlio di Beulah, Rob-Will.

Alcolizzato violento e sociopatico, Rob-Will ha un passato di violenza che i 10 Petali hanno dovuto insabbiare. Tuttavia, Rob-Will si spinse troppo oltre quando, in un impeto d’ira, uccise Wes e abbandonò il suo corpo nella proprietà del ranch dei Dutton.

Beulah ordinò all’altro figlio e uomo di fiducia, Joaquin (Juan Pablo Raba), di rimediare al pasticcio combinato da Rob-Will. Joaquin mandò il fratello in riabilitazione, ma la scomparsa di Wes creò sfiducia e risse tra cowboy nella baracca dei 10 Petals. Chet (Hart Denton), testimone dell’omicidio di Wes per mano di Rob-Will, si ritrovò in una situazione più grande di lui, sostituendolo come caposquadra.

A peggiorare le cose, la moglie di Wes, Whitney (Olivia Rose Keegan), non crede alla versione di Joaquin, secondo cui il marito sarebbe semplicemente “scappato” abbandonando il loro giovane figlio. Whitney rifiutò di essere pagata per il suo silenzio e si rivolse allo sceriffo. Nella puntata pilota di Dutton Ranch, Rob-Will e Rip si sono scontrati e, con la scomparsa del corpo di Wes da parte di Rip, i vari fili della vicenda dei 10 Petali inizieranno a intrecciarsi con le vicende di Beth e Rip nel corso della serie.

Il Dutton Ranch presenta il suo Walker

Azul Zachariah and Rip in Dutton Ranch

Rip aveva un solo bracciante, Azul Ramos (J.R. Villarreal), che aveva lavorato per i precedenti proprietari quando il Dutton Ranch si chiamava ancora Edwards Ranch. Avendo bisogno di altro aiuto, Rip segue il consiglio di Azul e assume qualcuno che sa essere “bravo con i cavalli”.

Ripetendo la storia di Walker (Ryan Bingham) a Yellowstone, Wheeler porta con sé Zachariah (Marc Menchaca), un cowboy appena uscito di prigione. Zachariah lavorava all’Edwards Ranch prima di quello che gli è successo e che lo ha portato in carcere.

Rip sceglie di percorrere le centinaia di chilometri che lo separano dal carcere al Dutton Ranch in silenzio, piuttosto che ascoltare la storia di Zachariah. Il Dutton Ranch rivelerà in seguito maggiori dettagli su Zachariah. Oltre al fatto che Zach parla spagnolo, una competenza che Rip inizia a rimpiangere di non possedere.

Solo il tempo dirà se Rip finirà per odiare Zachariah e volerlo uccidere, come ha fatto con Walker per gran parte di Yellowstone. Tuttavia, Rip non marchia a fuoco i cowboy del ranch Dutton, il che dimostra che sta agendo in modo diverso da come faceva John Dutton in Yellowstone.

Oreana e Carter sono come Romeo e Giulietta del ranch Dutton

Oreana and Carter in Dutton Ranch

Carter non è contento di andare al liceo a Rio Paloma. Questo in parte perché ora ha 19 anni, ma anche perché la sua mancanza di istruzione formale lo costringe a frequentare classi con studenti del secondo anno. Le crudeli ragazze texane ingannano Carter convincendolo a comprare loro della birra a un rodeo prima che incontri Oreana (Natalie Alyn Lind).

Il gesto di Carter, che salva Oreana picchiando a sangue il suo fidanzato violento, Hoyt (Kyle Dondlinger), viene ricambiato da Oreana che lo fa uscire di prigione su cauzione. Non sorprende che Oreana Lynn sia una Jackson: è la nipote ribelle di Beulah e Rob-Will è suo padre.

Oreana sembra provare qualcosa per Carter, anche se lo ha allontanato affermando che Hoyt è ancora il suo ragazzo. Carter è chiaramente ossessionato da Oreana. Ha persino una conversazione a quattr’occhi sulle ragazze con un sollevato Rip, che condivide la saggezza di John Dutton sul sesso opposto.

Dato che la rivalità tra il ranch dei Dutton e i 10 Petali è destinata ad intensificarsi, Carter e Oreana si troveranno nel mezzo di due famiglie in guerra. Oreana e Carter diventeranno probabilmente i Romeo e Giulietta di Rio Paloma se si metteranno insieme, si spera senza un tragico epilogo.

L’attività di allevamento di bovini di Beth è ciò che John Dutton rifiutò a Yellowstone

Kelly Reilly in Dutton Ranch

Mentre Rip si occupa della parte pratica dell’allevamento nella piccola azienda agricola a conduzione familiare dei Dutton Ranch, Beth si dedica alla gestione commerciale e al guadagno. I Dutton Ranch possiedono una mandria di pregiati bovini Black Angus e Beth desidera avviare un’attività di commercio all’ingrosso di carne bovina di alta qualità.

Il piano aziendale di Beth è esattamente quello che aveva proposto a suo padre a Yellowstone, ma John Dutton si rifiutò di realizzarlo, nonostante i debiti schiaccianti del loro ranch. A Dutton Ranch, tuttavia, Beth scoprì presto che il 10-Petals Ranch si era accaparrato il mercato dei macelli a Rio Paloma.

Fortunatamente, Beth incontrò Everett McKinney (Ed Harris), un gentile veterinario con legami di lunga data con Rio Paloma. Everett portò Beth a un macello indipendente per acquistare la loro carne. Ora i Dutton devono trovare acquirenti per le loro costate, porterhouse e bistecche T-bone di Black Angus certificato.

Forse il cambiamento più profondo per Beth a Dutton Ranch è il suo amore per i cavalli. Beth odiava i cavalli a Yellowstone, ma piuttosto che lasciare che Everett sopprimesse un cavallo gravemente ferito, pagò al veterinario “una fortuna” per salvare l’animale. Beth salvò anche i loro cavalli dall’incendio in Montana nel primo episodio di Dutton Ranch.

Finora, Beth ha aggirato gli ostacoli sul suo cammino a Dutton Ranch, ma i segreti che Rip e i Dieci Petali nascondono sono destinati a sconvolgere la pace che i Dutton-Wheelers desiderano disperatamente.

Outlander – stagione 8, spiegazione del finala, il destino di Jamie e Claire (e il significato della scena dopo i titoli di coda)

E così Outlander è ufficialmente giunto al termine. La serie romantica di Starz ha dato inizio all’epica storia d’amore tra Jamie e Claire nel 2014 e, 12 anni dopo, il loro racconto si è concluso. L’ottava stagione di Outlander ha preparato il terreno per la fatidica Battaglia di King’s Mountain, che Frank Randall ha segnato nella storia come il conflitto che avrebbe causato la morte di James Fraser. L’episodio 10, “And the World Was All Around Us”, porta finalmente a compimento questa grande battaglia e, proprio come aveva previsto Frank, Jamie cade.

Per un attimo, nel finale dell’ottava stagione di Outlander, sembra che Jamie uscirà illeso dalla Battaglia di King’s Mountain. I combattimenti cessano, il Generale Ferguson ferito viene portato in cima alla montagna e Jamie e Claire condividono un breve momento di gioia, perché a quanto pare Frank si sbagliava. Tuttavia, mentre Claire torna all’accampamento e Jamie chiede la resa di Ferguson, il capo delle Giubbe Rosse alza la pistola e spara un colpo dritto al cuore di Jamie.

Claire aveva sempre previsto che se Jamie fosse morto, l’avrebbe sentito nel profondo del suo cuore. Aveva ragione, e mentre scende dal Monte del Re nel finale di Outlander, si stringe il petto nello stesso punto in cui Jamie è stato colpito. Torna al fianco del marito e cerca invano di fermare l’emorragia. La ferita, ovviamente, è troppo grave per essere curata con mezzi pratici. Gli uomini di Jamie, tra cui Roger e Ian, lo guardano morire tra le braccia della moglie, e sebbene si allontanino lentamente, Claire si rifiuta di lasciarlo.

Claire rimane accanto al corpo di Jamie per tutta la notte, gridando alle stelle per sapere dove sia andato. Al mattino, esausta, si sdraia accanto a Jamie. Claire esala un lungo, definitivo respiro e muore per il dolore. I due corpi giacciono sulla cima della montagna mentre il finale di Outlander ci conduce attraverso i flashback della loro storia insieme. Poi, negli ultimissimi istanti di questo episodio, torniamo alla scena dei corpi di Jamie e Claire che si abbracciano, con gli occhi aperti, mentre insieme tirano un respiro.

Il significato completo della resurrezione di Jamie e Claire nel finale di Outlander spiegato

Claire preoccupata nel finale dottava stagione di Outlander

L’ottavo episodio dell’ottava stagione di Outlander non fornisce una spiegazione esplicita per il ritorno in vita di Jamie e Claire. Tuttavia, la serie romantica ha costruito questo momento fin dalla seconda stagione, quando Maestro Raymond guarì Claire dopo il suo aborto spontaneo. Le disse allora che, come lui, Claire possedeva un’aura blu di guarigione. Quando la purificò dalla letale infezione, le disse di pensare a Jamie e di invocarlo. Gli sforzi di Maestro Raymond furono fondamentali, ma fu la connessione delle anime di questi amanti a permettere a Claire di sopravvivere tanti anni prima.

Claire ha dimostrato nuovamente questo potere nell’ottava stagione di Outlander, quando ha riportato in vita il neonato nato morto a Fraser’s Ridge. Ha visto una luce blu entrare nel corpo del bambino e, in seguito, Jamie ha notato che il bianco argenteo dei capelli di Claire si era diffuso. Mentre il finale di Outlander ci riporta ai corpi di Jamie e Claire sul Monte del Re, vediamo che questa trasformazione è ulteriormente progredita. I capelli di Claire sono diventati completamente bianchi, a indicare che le sue capacità curative, generate dall’aura blu, hanno raggiunto il loro pieno potenziale. Claire è, ufficialmente, La Dame Blanche, la Dama Bianca, e la magia del momento riporta lei e Jamie in vita.

L’ottava stagione di Outlander mantiene la promessa di Claire di diventare La Dame Blanche

Outlander - stagione 8 finale

Claire è stata spesso accusata di essere una strega nel corso di Outlander, e in fin dei conti è più vero che falso. Nella seconda stagione, Jamie ha diffuso la voce che sua moglie fosse La Dame Blanche, una strega bianca con poteri miracolosi. A quel tempo, i capelli di Claire erano completamente castani e lei non aveva idea del potere che possedeva. Tuttavia, più tardi, nella quarta stagione di Outlander, una donna Cherokee di nome Adawehi profetizzò che un giorno Claire avrebbe imparato a guarire senza medicine né strumenti. Quando quel giorno arrivò e Claire sfruttò appieno il suo potere, i suoi capelli sarebbero diventati completamente bianchi.

Jamie non poteva sapere che Claire sarebbe davvero diventata La Dame Blanche quando iniziò a diffondere quella voce nella seconda stagione di Outlander, così come Claire non poteva sapere che la profezia di Adawehi si riferiva al lontano giorno in cui il suo potere avrebbe salvato suo marito. È tutta ironia poetica: un segno che il destino di Jamie e Claire era scritto nelle stelle fin dall’inizio. Se i capelli argentati e le capacità curative di Claire non fossero sufficienti a dimostrarlo, allora il fantasma di Jamie e il mistero dei fiori di nontiscordardimé di Claire lo sono certamente.

Il finale di Outlander finalmente spiega il fantasma di Jamie e i nontiscordardimé

Fin dal primo episodio di Outlander, un paio di misteri ricorrenti hanno avvolto la serie. Nella prima stagione, prima ancora che Claire attraversasse i megaliti, Frank scorge un uomo misterioso che osserva sua moglie dalla finestra nell’Inverness del XX secolo. Per anni è stato chiaro che si trattava del fantasma di Jamie, che rimpiangeva Claire in un momento in cui non poteva stare con lei. Questo primo episodio ha consolidato il tema degli amanti sfortunati, preannunciando un momento in cui le anime di Jamie e Claire si sarebbero separate.

Il secondo mistero presentato da questo primo episodio di Outlander riguarda la presenza dei nontiscordardimé a Craigh na Dun. Claire nota questi piccoli fiori blu e ne rimane incuriosita, dato che non sono originari della Scozia. È per questo motivo che viene attratta dai megaliti in quel fatidico giorno, quindi questi fiori sono, in sostanza, responsabili dell’incontro tra Jamie e Claire.

Il finale di Outlander svela perché Jamie fosse lì a osservare Claire e come i nontiscordardimé siano finiti a Craigh na Dun. Jamie promette a Claire che, se dovesse morire, si prenderebbe del tempo come spirito per vegliare sulle persone che ama. Mantiene la promessa, visitando la moglie la notte prima che il destino la conduca alle pietre erette. Dopo che Frank tenta di affrontare questo spettro – la stessa scena che vediamo nella prima stagione – lo spirito di Jamie si reca a Craigh na Dun. Tocca le pietre e i nontiscordardimé iniziano magicamente a crescere.

È un momento che chiude il cerchio della storia d’amore tra Jamie e Claire. Fu proprio Jamie a lasciare i nontiscordardimé a Craigh na Dun, sapendo che avrebbero attirato Claire verso le pietre – verso di lui. Questo momento magico sottolinea le parole di Claire nell’episodio 10 dell’ottava stagione di Outlander: anche con la tragica fine a Kings Mountain, questi amanti lo rifarebbero.

Spiegazione della scena post-credits dell’episodio 10 dell’ottava stagione di Outlander

Diario di Clare in outlander 8

Non sappiamo cosa facciano Jamie e Claire dopo la loro resurrezione. Il finale di Outlander non mostra i due che si abbracciano o che tornano a valle da un Roger e un Ian sconvolti. Non li vedremo mai tornare a Fraser’s Ridge per ricongiungersi con la loro famiglia. Tuttavia, sappiamo che tutto ciò accade perché la scena post-credits di Outlander rivela che Claire finisce di scrivere la sua storia nel suo diario e che un giorno Diana Gabaldon lo trova.

La scena post-credits del finale dell’ottava stagione di Outlander mostra Gabaldon, la vera autrice della saga di libri Outlander, mentre firma copie del suo romanzo rosa in una libreria. Una donna indica un vecchio diario di pelle appoggiato accanto a Gabaldon e le chiede cosa sia. L’autrice risponde che è “solo un po’ di ispirazione”.

Naturalmente, questo è il diario in cui Claire ha iniziato a scrivere la sua storia con Jamie all’inizio dell’ottava stagione di Outlander. L’idea è che questa epica storia d’amore non sia stata inventata dalla Gabaldon, ma sia un adattamento delle parole di Claire. Come l’autrice fantasy sia entrata in possesso del diario rimane, ovviamente, un mistero. Come Outlander ha dimostrato, il destino ha i suoi modi per far sì che le cose finiscano esattamente dove devono essere.

Cosa riserva il futuro al franchise di Outlander?

Il finale dell’ottava stagione di Outlander segna la conclusione di questa serie romantica, ma non la fine dell’intero franchise. Starz ha già ampliato la storia con una serie prequel, Outlander: Blood of My Blood, che segue le vicende dei genitori di Jamie e Claire, approfondendo ulteriormente come il destino abbia plasmato la loro storia d’amore ancor prima della loro nascita.

L’ottava stagione lascia inoltre aperte le porte ad altri spin-off che potrebbero, forse, seguire le vicende dei nipoti di Jamie e Claire. Dopotutto, in quest’ultima stagione si scopre che Fanny possiede la capacità di viaggiare nel tempo, anche se non vedremo mai cosa questo significherà per il suo personaggio. È chiaro che ci sono ancora molti misteri magici da esplorare e risolvere, man mano che il franchise di Outlander continua a crescere.