Il
finale di Sentimental
Value accompagna lo spettatore verso una
chiusura malinconica ma profondamente umana, in perfetta coerenza
con il tono sommesso e stratificato del film. Atteso come uno dei
titoli più solidi della stagione dei premi e potenziale
protagonista alla 98ª edizione degli Academy
Awards, Sentimental
Value è un’opera che parla di trauma, memoria e legami
familiari senza mai ricorrere a spiegazioni facili o soluzioni
consolatorie.
Al
centro della storia c’è Gustav (Stellan Skarsgård), un regista
affermato che tenta di ricucire il rapporto con le figlie
attraverso l’unico linguaggio che conosce davvero: il cinema. Il
suo nuovo film diventa così un gesto intimo e rischioso, un
tentativo di dialogo mascherato da progetto artistico. Il finale
non ribalta il senso del racconto, ma lo completa in modo
silenzioso, lasciando che siano i personaggi — e non le parole — a
dire ciò che conta.
L’ultima ripresa del film di Gustav e il senso della scena
finale
L’epilogo di Sentimental
Value (la
nostra recensione) ruota attorno alle riprese del film che
Gustav sta realizzando all’interno della narrazione. Per tutta la
durata dell’opera, lo vediamo lavorare ossessivamente a questa
sceneggiatura, ispirata alla madre e al suo suicidio, anche se lui
stesso rifiuta di ammetterlo apertamente. Il testo è pensato per
Nora, la figlia maggiore, attrice di talento ma emotivamente
fragile, con cui Gustav ha un rapporto segnato da distanza,
incomprensioni e colpe mai elaborate.
Quando Nora e la sorella Agnes leggono finalmente la sceneggiatura,
restano colpite non tanto dal contenuto esplicito, quanto dalla
vulnerabilità che traspare tra le righe. È in quel momento che
emerge una delle fratture più dolorose: Gustav non sa che Nora, in
passato, ha tentato il suicidio. Questa rivelazione indiretta non
produce uno scontro, ma rafforza il legame tra le due sorelle e
permette a Nora di guardare il padre con uno sguardo nuovo, meno
difensivo.
La scelta di Nora di accettare il ruolo nel film è quindi
tutt’altro che professionale: è un atto emotivo, quasi terapeutico.
Non a caso, per gran parte del film Gustav cerca di modellare il
personaggio attraverso l’attrice Rachel Kemp, proiettando su di lei
l’immagine idealizzata della figlia. Rachel, però, intuisce
progressivamente di essere un surrogato e costringe Gustav ad
affrontare la verità: quel ruolo non può che essere interpretato da
Nora.
La scena finale ripaga questa tensione. Il film si chiude con una
lunga inquadratura sul set, una ripresa estesa e priva di enfasi,
in cui Nora interpreta finalmente il ruolo principale. Gustav la
osserva, e tra i due si stabilisce un contatto silenzioso, uno
scambio di sguardi che vale più di qualsiasi riconciliazione
esplicita. È un momento catartico non perché risolva il passato, ma
perché lo rende condivisibile.
Perché il film non spiega mai il suicidio della madre di
Gustav
Uno degli aspetti più rilevanti di Sentimental Value è la scelta di non chiarire mai le
ragioni del suicidio della madre di Gustav. Il film suggerisce
diverse possibilità — la depressione, il trauma della guerra, le
torture subite durante l’occupazione nazista — ma rifiuta
deliberatamente una spiegazione definitiva.
Quando Rachel chiede a Gustav quale sia la motivazione dell’atto,
lui risponde che non sta facendo un film su sua madre. La
contraddizione è evidente, ma significativa. Per Gustav, il punto
non è comprendere razionalmente il gesto, bensì convivere con la
sua eredità emotiva. Il cinema, in questo senso, diventa uno spazio
di elaborazione, non di chiarimento.
Questa scelta si riflette anche nel rapporto con Agnes e con suo
figlio Erik. Gustav desidera coinvolgerli nel film, come se l’arte
potesse diventare un ponte tra generazioni. Ma Agnes gli ricorda
che, da bambina, recitare per lui era stato uno dei pochi momenti
in cui lo aveva sentito davvero presente. Il film suggerisce così
che Gustav ha sempre usato l’arte come unico canale di apertura
emotiva, spesso a scapito di una comunicazione più diretta.
Il vero significato di Sentimental Value
Il senso profondo di Sentimental Value risiede nel potere ambivalente
dell’arte. Da un lato, il cinema permette ai personaggi di
esprimere ciò che non riescono a dire; dall’altro, rischia di
diventare un rifugio che sostituisce il confronto reale. Nora,
all’inizio del film, è una figura alla deriva: intrappolata in una
relazione sbagliata, soggetta a crisi di panico, consapevole dei
propri limiti ma incapace di reagire.
Leggere la sceneggiatura del padre e accettare di interpretarla la
costringe a fare i conti con se stessa, con il suo passato e con il
tentativo di suicidio che aveva sempre tenuto ai margini del
discorso. Attraverso la performance, Nora riesce a dare forma a un
dolore che fino a quel momento era rimasto informe.
Il film si chiude senza
proclami, con uno sguardo condiviso sul set. Non è una
riconciliazione totale, né una guarigione definitiva. È piuttosto
il riconoscimento reciproco di una ferita comune e della
possibilità, fragile ma reale, di guardarla insieme. In questo sta
la forza di Sentimental
Value: nel raccontare come l’empatia non cancelli il passato,
ma possa renderlo finalmente abitabile.
Matt Damon è apparso nel podcast “Skip Intro” di Netflix durante il
suo tour promozionale per il thriller poliziesco The Rip –
Soldi sporchi (leggi
qui la recensione). In quell’occasione, Damon ha avuto modo di
parlare anche del suo prossimo film, Odissea
di Christopher Nolan. L’attore ha infatti detto
che sta “ancora elaborando” l’esperienza di aver girato
l’epopea greca di Nolan, ma ha osservato: “Ha avuto un effetto
profondo su di me”. “Girare Odissea quest’anno mi è sembrata l’unica
occasione nella mia vita di realizzare un film alla David Lean,
capisci?”, ha aggiunto Damon.
“Sentivo che stavo
girando l’ultimo grande film su pellicola che avrei mai potuto
realizzare”. Damon aveva già detto del film: “Se guardo
oggettivamente a ciò che era necessario per fare quel lavoro, penso
che sia arrivato proprio al momento giusto nella mia vita. Penso
che 20 anni fa sarei stato infelice nel cercare di fare quel
lavoro. Ti sentivi a disagio ogni giorno. Ma mi è piaciuto davvero,
ho apprezzato profondamente ogni minuto“.
“Intellettualmente, capivo il
concetto che non si ha il controllo su ciò che accade, ma si ha il
controllo su come ci si sente al riguardo – è più facile a dirsi
che a farsi”, ha continuato. “Ma provare davvero
gratitudine – e penso che fosse legato non solo alla gioia di poter
avere un ruolo così importante con un regista così bravo, con un
gruppo di persone così fantastiche e una storia così bella, ma
anche al senso di nostalgia che provavo per come avevo iniziato,
per come ero entrato nel mondo del cinema, per la sensazione che
avevo provato quando stavo girando ‘School Ties’ e Freddie Francis
era il direttore della fotografia e io, sapete, pensavo: ‘Sta
succedendo davvero‘”.
Quello che sappiamo sul
film Odissea di Christopher
Nolan
Il film vanta un ricco cast
composto da Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Zendaya, Lupita Nyong’o, Robert Pattinson, Charlize Theron, Jon Bernthal, Benny Safdie,
John Leguizamo, Elliot Page, Himesh Patel,
Mia Goth e Corey Hawkins. Per
quanto riguarda la trama, questa segue Odisseo, il leggendario re
greco di Itaca, nel suo pericoloso viaggio di ritorno a casa dopo
la guerra di Troia. La narrazione descrive i suoi incontri con
esseri mitici come il ciclope Polifemo, le sirene e la maga Circe,
culminando nel suo tanto atteso ricongiungimento con la moglie
Penelope.
Ad oggi sappiamo unicamente che
Matt Damon interpreta Odisseo, mentre Tom Holland è suo figlio Telemaco e Charlize Theron è la Maga Circe. L’identità
dei personaggi degli altri interpreti è ad oggi segreta. Sappiamo
inoltre che Nolan ha girato il film interamente in formato IMAX,
avvalendosi di nuove tecnologie realizzate appositamente
per Odissea. Il regista ha inoltre limitato
quanto più possibile l’uso di CGI, con l’obiettivo di ricreare
quanto più possibile in modo pratico l’epico mondo descritto da
Omero con il suo poema epico.
Odissea
sarà distribuito al cinema da Universal
Pictures dal 16 luglio
2026.
Marty
Supreme segue la vicenda di Marty Mauser, giovane
commesso in un negozio di scarpe del Lower East Side che coltiva
un’ambizione particolare: diventare un campione internazionale di
ping-pong e portare sotto i riflettori americani uno sport relegato
ai margini. Prodotto da A24 e in arrivo nei cinema italiani dal 22
gennaio, Marty Supreme è il nuovo film di
Josh Safdie, ispirato alla storia vera di Marty
Reisman, figura carismatica del tennistavolo statunitense.
Ambientato negli anni ’50 del 1900
tra New York e i circuiti internazionali, il film segue il percorso
di un protagonista sfrontato e consapevole di sé, disposto a
esporsi, a cercare sponsor e occasioni, a forzare i confini sociali
pur di inseguire un sogno che non conosce compromessi. Più che
raccontare un’ascesa sportiva, Safdie mette in
scena un movimento incessante, fatto di incontri ambigui, figure di
potere e traiettorie che si intersecano, costruendo fin da subito
un mondo instabile, attraversato da giudizi e aspettative.
Marty Supreme: il sogno come
urgenza esistenziale
Marty
Supreme non racconta un “semplice” sogno, ma
l’impossibilità di farne a meno. Josh Safdie costruisce un film in cui
l’ambizione non è un ideale astratto, bensì una necessità vitale,
un impulso che precede qualsiasi valutazione morale. Marty non
insegue il successo per migliorare la propria condizione, ma perché
smettere significherebbe cessare di esistere. Il film si muove
interamente dentro questa urgenza, osservandola senza compiacimento
e senza indulgenza, lasciando che sia lo spettatore a misurarne il
peso.
Ostinazione, derisione,
sopravvivenza
Il percorso del protagonista è
scandito da difficoltà continue, da rifiuti e umiliazioni che
Safdie mette in scena senza mai trasformarle in momenti edificanti.
Marty è sfrontato, convinto del proprio valore, spesso incapace di
leggere il contesto che lo circonda. Proprio per questo diventa una
figura facilmente derisoria, tollerata solo finché utile.
Marty Supreme riflette così sulla natura
ambigua della determinazione: ciò che in teoria dovrebbe essere una
virtù si trasforma in un fattore di isolamento, in una forma di
resistenza che non garantisce alcuna ricompensa.
Timothée Chalamet: un corpo in
tensione
Timothée Chalamet firma una delle prove più
fisiche e spigolose della sua carriera. Dopo aver raccolto negli
anni premi e riconoscimenti internazionali, l’attore sceglie qui
una strada meno conciliatoria.Il lavoro sul corpo è centrale:
l’allenamento pluriennale al ping-pong si traduce in una presenza
scenica nervosa, costantemente in tensione. Chalamet non ricerca l’empatia dello
spettatore, ma una totale adesione al personaggio, costruendo una
prova intensa e senza concessioni. A sostenere e amplificare questa
traiettoria contribuisce anche un contorno di figure laterali
tutt’altro che ornamentali: le presenze di Abel Ferrara e Tyler, the Creator aggiungono peso e attrito
al racconto, rafforzando l’idea di un mondo attraversato da energie
dissonanti e rapporti di potere instabili.
Una performance, quella di
TimothéeChalamet, che molti
indicano già tra le più potenti della stagione, con un futuro Oscar
che appare sempre più plausibile, soprattutto dopo la recente
conquista del primo Golden Globe della sua carriera, ottenuto
proprio per l’interpretazione in Marty
Supreme.
Cortesia di A24
Odessa A’zion e la vita che
continua ai margini
Accanto a Marty, il personaggio
interpretato da Odessa A’zion – Rachel – assume un ruolo
fondamentale nel dare profondità emotiva al film. La sua presenza
introduce una dimensione concreta, legata alla vita che procede,
mentre il sogno assorbe tutto il resto. Non è una figura di
supporto né un semplice contrappunto sentimentale, ma lo spazio in
cui il film interroga il costo umano dell’ambizione. Attraverso
questo rapporto, Marty Supreme suggerisce
che inseguire un obiettivo assoluto significa spesso chiedere agli
altri di adattarsi, attendere, sacrificare.
Potere e illusioni di controllo
in Marty Supreme
Il mondo che circonda il
protagonista è abitato da figure che incarnano il potere economico
e simbolico. Personaggi interpretati da
Gwyneth Paltrow e Kevin O’Leary rappresentano un sistema che
promette opportunità senza mai rinunciare al controllo. Il talento
viene accolto solo se disposto a piegarsi, a rispettare regole non
scritte, talvolta persino a perdere deliberatamente.
Safdie osserva con lucidità il meccanismo del
compromesso, mostrando come il successo, in certi contesti, non sia
una conquista ma una concessione revocabile.
È qui che la regia di Josh
Safdie trova la sua piena coerenza. Come in Good Time e Uncut Gems, lo stile è costruito
sull’accelerazione continua: camera a mano, montaggio serrato,
dialoghi che si sovrappongono, suoni che invadono lo spazio
emotivo. Non c’è mai un vero momento di quiete, perché il film
aderisce completamente allo stato mentale del protagonista. Anche
la sequenza londinese è attraversata da questa instabilità,
sottolineata dal cameo vocale di
Robert Pattinson (protagonista di Good
Time), che presta la voce allo speaker durante la
finale dei British Open di ping-pong: una presenza invisibile che
amplifica la sensazione di giudizio esterno costante.
Il ping-pong come
metafora
Pur ispirandosi a una storia vera,
Marty Supreme evita accuratamente la
forma del biopic tradizionale. Josh Safdie non è
interessato alla celebrazione, né alla costruzione di un mito
sportivo, e utilizza il ping-pong (disciplina raramente
protagonista sul grande schermo) come un vero e proprio dispositivo
narrativo. Lo sport diventa metafora dell’esistenza raccontata dal
film: scambi rapidissimi, riflessi immediati, margini d’errore
infinitesimali. Non vince chi controlla, ma chi resiste, chi
accetta la possibilità costante della caduta e del fallimento senza
smettere, però, di restare in gioco. Marty gioca come vive,
affidandosi esclusivamente alla propria ostinazione, e in questo
senso Marty Supreme si rivela un film
sulla resilienza e sul vero senso della vita.
Marty Supreme si presenta come una
commedia tagliente e una satira feroce dell’“american spirit”, ma
la sua forza non sta solo nella cattiveria con cui osserva
l’ambizione. Il film riesce a restare agganciato all’umanità dei
personaggi anche quando li mette in scena mentre mentono,
manipolano, barano e si consumano per un’idea di successo che
sembra sempre a un passo e sempre irraggiungibile. Marty
(Timothée Chalamet) è un giovane atleta
convinto di poter diventare la prima vera star americana del
ping-pong, un’ossessione che si trasforma presto in un modo di
stare al mondo: farsi spazio, costi quel che costi, anche quando
non si hanno i mezzi, i contatti o il talento “legittimato” da chi
comanda davvero.
Il
paradosso di Marty Supreme
è che, pur essendo ambientato negli anni ’50, respira come un film
del presente. Marty non è soltanto un arrivista d’epoca: è un
prototipo di hustle culture ante litteram, uno che vende sé stesso
come un prodotto, che costruisce un personaggio, che vive di pitch
e di performance. Eppure, proprio quando il film sembra pronto a
farne un cinico puro, qualcosa frena la caduta totale. Non per
bontà, non per redenzione facile, ma perché Marty ha linee
personali che non vuole attraversare. Il finale, con la partita
decisiva contro Endo e l’ultimo colpo, non è solo un climax
sportivo: è il punto in cui l’ambizione viene messa davanti a uno
specchio e costretta a scegliere che cosa è disposta a
sacrificare.
Perché Marty rifiuta di perdere apposta la partita finale contro
Endo
Il cuore del finale sta in una scelta semplice, che però in
Marty Supreme pesa come
una condanna: Marty rifiuta di “vendere” la partita. Per quasi tutto il
film, il suo percorso è una marcia ossessiva verso il
riconoscimento. Marty mente quando serve, ruba quando conviene,
bara quando può. Lo fa con una specie di allegria velenosa, come se
ogni scorrettezza fosse una prova di intelligenza, un gesto di
sopravvivenza in un mondo truccato. È convinto che il successo gli
spetti, e che l’unico errore sia restare fermi ad aspettare che
qualcuno glielo conceda.
Eppure, nel finale, la trappola in cui cade è più grande di lui:
Milton Rockwell
non è un ostacolo sportivo, è un potere economico. Un uomo che può
decidere dove Marty andrà, con chi parlerà, se sarà qualcuno o
resterà un buffone utile per un capriccio. Marty arriva perfino a
umiliarsi per ottenere aiuto: una resa momentanea che il film non
romanticizza. È un corpo che si piega per restare dentro il
gioco.
Quando Rockwell impone l’esibizione contro Endo e, di fatto,
pretende che Marty perda e accetti il ruolo del perdente, Marty
sembra “adeguarsi” solo in superficie. Quel che esplode nel finale
è il conflitto tra due forme di ambizione: quella che vuole il
risultato a qualunque costo e quella che vuole la vittoria come
identità, come prova pubblica di valore. Marty può accettare di
sporcarsi le mani, ma non riesce a trasformarsi in una barzelletta
per convenienza. La sua vanità non è un dettaglio psicologico: è un
motore morale, per quanto distorto.
Quando sfida Endo a un’ultima partita, Marty sta dicendo una cosa
precisa: posso essere un impostore, ma non posso essere un
burattino. Il prezzo è altissimo, perché Rockwell lo avverte
chiaramente: se vinci, ti
lascio qui. In altre parole, ti tolgo il futuro. Marty
vince comunque. È una vittoria che non produce ricchezza né gloria
immediata, ed è proprio questo il punto. Il film dimostra che
l’ambizione di Marty non è solo avidità: è bisogno di
riconoscimento, fame di dignità. Il gesto finale è orgoglio, ma
anche un residuo di autenticità che resiste dentro un personaggio
costruito su artifici.
Questa scelta definisce il senso satirico del film: Marty incarna
un’idea americana di sfida e testardaggine, ma il film la mostra
nella sua ambiguità. È un impulso “eroico” che però nasce da un ego
smisurato. Marty non si salva, non diventa buono; semplicemente, si
rifiuta di rinunciare a ciò che pensa di essere: il migliore, o
almeno uno che non finge di perdere.
L’ultimo colpo e il significato della “vittoria che non salva”
Cortesia di A24
Il colpo finale della partita non vale soltanto come gesto
atletico. È il simbolo di una vittoria che, nel mondo del film,
non garantisce
niente. Nelle narrazioni sportive classiche, vincere
significa essere finalmente visti, essere premiati, cambiare
status. Qui no. La vittoria non è un portale verso l’American
Dream; è un atto di rottura che fa crollare l’illusione.
Marty vince e viene punito. È una sintesi perfetta della satira di
Marty Supreme: il
merito, da solo, non basta. Anzi, può essere irrilevante quando
disturba gli equilibri del potere. Rockwell non perde solo una
scommessa o un capriccio: perde il controllo, e quindi reagisce
come reagisce sempre chi ha il controllo. Chiude le porte.
L’ultimo colpo è anche la risposta di Marty alla sua stessa vita.
Per tutta la storia, Marty recita, si gonfia, promette. Nel finale,
fa una cosa concreta e innegabile: vince sul campo. Non può più
essere ridotto a una favola inventata, almeno in quel momento.
Eppure, proprio perché il film è interessato al presente più che
agli anni ’50, quel gesto somiglia a un grido contro un sistema che
ti chiede performance continue ma non ti garantisce mai stabilità.
Marty è la figura di chi dà tutto, brucia tutto, e resta comunque
precario.
Per questo l’ultimo colpo non è trionfale. È una liberazione breve,
quasi violenta, che lascia dietro di sé vuoto e conseguenze. Marty
dimostra chi è, ma non diventa “qualcuno”. E il film, con lucidità,
suggerisce che spesso l’America dell’ambizione funziona proprio
così: ti convince che la vittoria sia la chiave, poi ti ricorda che
la serratura è in mano ad altri.
Marty è il padre del bambino di Rachel?
Cortesia di IMDb
L’altra grande domanda del finale riguarda Rachel (Gwyneth Paltrow) e la gravidanza. Il
film suggerisce con forza che Marty possa essere il padre.
L’apertura, con l’incontro sessuale nel negozio di scarpe, sembra
posizionare quell’episodio come l’origine della gravidanza. Ma
Marty Supreme non ha
interesse a chiudere tutto con un timbro definitivo. L’ambiguità è
coerente con la natura del racconto: le persone mentono, cambiano
versione, si proteggono, manipolano.
Rachel è sposata con Ira, e quindi l’alternativa è plausibile.
Inoltre, Rachel è mostrata come una persona capace di costruire
narrazioni opportunistiche, non meno di Marty. Il film lascia
spazio al dubbio perché non sta facendo un giallo sulla paternità;
sta mostrando come Marty reagisce all’idea di essere padre.
Nel finale, quando Marty torna in America grazie a soldati che
hanno assistito alla partita e provano pietà per lui, corre in
ospedale e vede il bambino. È uno dei rarissimi momenti in cui
Marty appare davvero colpito da qualcosa che non sia la propria
immagine. L’emozione lo travolge, e il film insiste su quel punto:
Marty, che per tutto il tempo ha cercato rispetto e denaro, trova
improvvisamente un valore che non passa dal mercato.
Che il bambino sia biologicamente suo o no, per Marty cambia
relativamente. Il senso è un altro: Marty sceglie di sentirsi padre, e questo lo
sposta. Non lo redime, ma lo incrina. Gli mette addosso una
responsabilità che non può risolvere con una bugia o una partita
vinta.
Quindi la risposta più onesta è: il film non dà una certezza
biologica, ma dà una certezza emotiva. Marty diventa padre “nel
modo che conta”, perché per la prima volta desidera qualcosa che
non è solo un trofeo.
Il “sono un vampiro” di Milton Rockwell: metafora del capitalismo
come predazione
Nel finale, Rockwell lascia cadere una dichiarazione strana: dice
di essere un vampiro. È una battuta che può far pensare a un
elemento soprannaturale, ma il film stesso suggerisce che sarebbe
la lettura meno interessante. Rockwell non serve a introdurre il
fantastico: serve a rendere visibile il vero mostro del film.
Rockwell è ciò che Marty vorrebbe diventare, ma senza la parte
“umana” che a Marty, nonostante tutto, resta addosso. Sono entrambi
newyorkesi, entrambi ego-driven, entrambi bugiardi. La differenza è
che Rockwell ha capitale, e quindi può trasformare il cinismo in
potere stabile. Marty truffa e improvvisa, ma viene continuamente
ridimensionato; Rockwell manipola e resta intoccabile. Tratta le
persone come giocattoli e ci guadagna, mentre Marty tratta le
persone come strumenti e finisce spesso bruciato dal ritorno di
fiamma.
Dire “sono un vampiro” significa: vivo succhiando energia, tempo,
vita altrui. È una definizione perfetta del capitalismo predatorio
che il film vuole mettere in scena. E la nota più amara arriva
quando Rockwell parla del figlio perso in guerra: come se anche
lui, a un certo punto, avesse avuto un cuore, e poi lo avesse
perso. Il contrasto con Marty è netto: Rockwell ha perso l’umanità;
Marty la ritrova (o la scopre davvero) davanti a un neonato.
Il film suggerisce che l’ambizione può sopravvivere senza empatia,
ma a quel punto diventa mostruosa. Rockwell è il futuro possibile
di Marty, e il finale lo mette lì per farci capire che Marty, pur
essendo un disastro morale, non è ancora completamente “morto
dentro”.
L’importanza della relazione tra Marty e Katy
La subplot dell’amante, Katy, moglie di Rockwell e diva in declino,
è una delle parti più malinconiche del film. Katy non è solo un
diversivo erotico. È uno specchio. È una persona che ha vissuto la
fama e ne ha visto la scadenza, che ha capito quanto sia volatile
lo sguardo del pubblico. Marty, invece, la fama la insegue come se
fosse eterna e salvifica.
Tra loro nasce un riconoscimento reciproco: entrambi vogliono
essere visti, desiderano contare, temono l’invisibilità. Marty
seduce Katy con l’audacia e la lusinga, ma col tempo emerge
qualcosa di più: Katy prova pietà per lui, e forse anche tenerezza.
Gli offre gioielli, gli offre strumenti per “salire”, come se
vedesse in lui una possibilità di riscatto che lei ha già
perso.
Il loro ultimo abbraccio nel parco è uno dei pochi momenti
autenticamente emotivi del film, e viene immediatamente interrotto
dalla realtà (la polizia, la minaccia, la rovina possibile). È un
modo per dire che anche quando due persone provano a toccarsi
davvero, il mondo costruito sul potere e sull’immagine arriva a
spezzare tutto. Marty e Katy sono due corpi usati dal sistema,
ciascuno a modo suo: lui come promessa disperata, lei come
reliquia.
Il significato vero di Marty Supreme: ambizione, “hustle” e
un residuo di empatia
Alla fine, Marty
Supreme è un film sull’American Dream raccontato senza veli:
affascinante, tossico, crudele. Marty lascia dietro di sé macerie,
rovina vite, manipola. Eppure non diventa mai un villain puro,
perché il film insiste nel mostrarci quei punti in cui l’ego non
riesce a cancellare del tutto l’empatia.
Marty protegge Rachel quando pensa che sia in pericolo.
Mostra rispetto per Endo quando finalmente lo batte. Si spezza
davanti al bambino. Sono momenti che non cancellano i suoi peccati,
ma impediscono al film di essere solo una punizione morale. Il
punto non è assolverlo: è farci vedere quanto l’ambizione moderna
seen come un meccanismo che rende tutti “grigi”, imprevedibili,
contraddittori.
Marty è, in un certo senso, il ritratto di un lavoratore
precario contemporaneo travestito da atleta degli anni ’50. Vende
se stesso, crede alle sue stesse bugie, vive sul bordo del
fallimento. Il finale, con la partita vinta e il ritorno al
bambino, suggerisce una verità semplice e dolorosa: puoi inseguire
il successo come se fosse l’unica cosa che conta, ma prima o poi
qualcosa ti chiederà chi sei quando non stai performando. Il colpo
finale non significa “Marty ce l’ha fatta”. Significa che Marty,
per una volta, ha scelto qualcosa che assomiglia a una verità,
anche se quella verità non gli garantisce niente.
Amy Adams è una
delle attrici più talentuose della sua generazione: sei candidature
agli Oscar e una carriera costellata di interpretazioni memorabili
lo dimostrano senza bisogno di ulteriori conferme. Eppure, negli
ultimi anni, il suo percorso cinematografico sembra aver
attraversato una fase di evidente appannamento. Dopo l’ultima
grande prova da protagonista in Arrival di Denis
Villeneuve (2016), Adams è rimasta invischiata in una
lunga serie di progetti poco fortunati, da Elegia americana a
La donna alla finestra, passando per
Caro Evan Hansen, Come per disincanto, Nightbitch e altri titoli che non
sono riusciti a valorizzarne appieno il talento.
Una possibile svolta potrebbe arrivare ora dal Festival di Berlino, che ha
annunciato la
selezione ufficiale dei 22 film in concorso per l’Orso d’Oro.
Tra questi figura At the Sea di
Kornél Mundruczó,
con Amy
Adams nel ruolo di una donna che, dopo un lungo
periodo di riabilitazione, fa ritorno nella casa al mare della sua
famiglia, confrontandosi con un passato irrisolto e con una vita
che non è più quella che aveva lasciato. Il progetto porta con sé
segnali incoraggianti: Mundruczó è il regista di Pieces of a Woman e White God, mentre la sceneggiatura è firmata
da Kata Wéber,
autrice dei suoi lavori più riusciti.
Qualche perplessità resta però legata ai ritardi: il film, girato
all’inizio del 2024, avrebbe dovuto debuttare in un festival già lo
scorso anno, prima di essere rinviato. Nel frattempo, Amy Adams
continua a essere molto attiva: sarà nel cast di Star Wars: Starfighter di Shawn
Levy, apparirà accanto a Javier
Bardem nel
remake seriale di Cape
Fear e ha già concluso le riprese di Klara and the Sun di
Taika Waititi,
ancora privo di una data di uscita ufficiale.
Il motivo per cui At the Sea viene osservato con
particolare attenzione è chiaro. Tra il 2005 e il 2018, Adams ha
collezionato sei nomination agli Oscar per Junebug, Il dubbio, The Fighter, The Master, American Hustle e
Vice, dimostrando
una straordinaria capacità di muoversi tra dramma, commedia nera e
biopic storico. Un talento autentico, capace di incarnare
personaggi complessi con naturalezza e profondità. La speranza è
che At the Sea rappresenti finalmente il film
giusto per riportare Amy Adams al centro del
grande cinema che le compete.
La
nuova serie Steal è
arrivata su Prime Video come un pugno allo stomaco:
un heist finanziario contemporaneo, ambientato in una Londra
riconoscibilissima, che trasforma una normale giornata di lavoro in
un incubo ad alta tensione. Fin dai primi episodi, molti spettatori
si sono posti la stessa domanda: Steal è ispirata a una storia vera? La risposta è no —
ma la sensazione di realismo che permea la serie è tutt’altro che
casuale.
Al
centro del racconto c’è Zara, interpretata da Sophie Turner,
un’impiegata di una società di gestione pensionistica che viene
costretta, sotto la minaccia delle armi, a collaborare a una rapina
miliardaria. Accanto a lei si muovono il collega Luke, il detective
Rhys e una rete di poteri economici e istituzionali che rendono il
crimine sempre più opaco. È una storia di finanza, paura e
compromessi morali, che colpisce proprio perché sembra
plausibile.
Una storia inventata, ma radicata nella realtà
Nonostante il suo impianto estremamente credibile, Stealnon è basata su eventi reali specifici. La
serie è frutto della scrittura dello scrittore crime
Sotiris
Nikias, al suo esordio nella sceneggiatura
televisiva. Tuttavia, ciò che rende Steal così inquietante è il modo in cui la finzione si
appoggia a dinamiche reali e riconoscibili: la fragilità dei
sistemi finanziari, l’uso dei paradisi fiscali, il potere
invisibile del denaro e la facilità con cui le persone comuni
possono essere schiacciate da meccanismi più grandi di loro.
La stessa Sophie Turner ha raccontato di essere rimasta colpita,
alla prima lettura della sceneggiatura, da quanto i personaggi
apparissero “radicati nella verità”. Non eroi né villain, ma
individui moralmente ambigui, costretti a navigare in zone grigie.
È proprio questa assenza di manicheismo a rendere la serie
credibile e disturbante: nessuno è completamente innocente, nessuno
completamente colpevole.
Il realismo è rafforzato anche dalla messa in scena.
Steal è stata girata
interamente a Londra, con riprese in quartieri reali come Columbia
Road, a Hackney. Turner ha raccontato come girare scene di
irruzioni dell’MI5 o rapine in luoghi quotidiani, vicini alla sua
stessa casa, rendesse l’esperienza “ancora più invasiva”. La
sensazione è quella di un pericolo che potrebbe manifestarsi
ovunque, anche negli spazi più familiari.
Personaggi credibili e consulenze reali
Un altro elemento che alimenta il dubbio sulla natura “vera” della
storia è la costruzione dei personaggi, in particolare quello del
detective Rhys, interpretato da Jacob
Fortune-Lloyd. Per prepararsi al ruolo,
l’attore ha consultato un ex DCI della squadra omicidi di Londra e
persino un giocatore di poker professionista, così da restituire
con autenticità sia il lato investigativo sia quello della
dipendenza dal gioco che caratterizza il personaggio.
Questo approccio documentato contribuisce a rendere Steal una serie che sembra osservare il
reale più che inventarlo. Non a caso, Vernon Sanders, Head of
Television di Amazon MGM Studios, ha definito lo show una “corsa
adrenalinica unica”, mentre diverse testate hanno sottolineato
quanto il suo concept sia “spaventosamente realistico”.
Perché Steal sembra una storia vera
Il punto chiave è che Steal non cerca di replicare un singolo fatto di
cronaca, ma di
condensare paure contemporanee reali. Il furto dei
fondi pensione, il tema dell’evasione fiscale, la circolazione di
denaro attraverso conti offshore e criptovalute sono elementi
quotidiani nel dibattito pubblico. La serie li riorganizza in una
narrazione compatta, rendendoli accessibili e drammatici.
Non sorprende, quindi, che la critica abbia accolto positivamente
lo show. The Guardian
gli ha assegnato quattro stelle su cinque, definendolo una
riflessione intelligente sul potere corruttivo del denaro, mentre
The i Paper lo ha
definito un “trionfo”. Anche Collider ha parlato di una visione imperfetta ma
altamente coinvolgente, capace di trascinare lo spettatore in un
labirinto etico sempre più stretto.
Con un consenso dell’80% su Rotten Tomatoes, Steal dimostra come una storia completamente
inventata possa risultare più vera del reale, quando riesce a
intercettare le ansie e le contraddizioni del presente. Non è una
cronaca, ma una finzione
che dice la verità, ed è proprio questo a renderla così
disturbante.
La
serie Prime VideoSteal
con Sophie Turner costruisce il suo racconto come
un crime finanziario ad alta tensione, dove una singola rapina è
sufficiente a distruggere la vita di una persona comune. Al centro
della storia c’è Zara Dunne, impiegata come trade processor presso
la società finanziaria Lochmill Capital, che da un giorno all’altro
si ritrova coinvolta in un’operazione criminale di proporzioni
colossali. Un furto da quattro miliardi di sterline, un gruppo di
rapinatori armati, l’MI5, la polizia metropolitana e un sistema
finanziario marcio fino alle fondamenta: Steal non è solo una storia di sopravvivenza,
ma un’indagine morale sul potere invisibile del denaro.
ATTENZIONE: SPOILER SUL
FINALE DELLA SERIE
Chi è il vero responsabile della rapina in Steal e qual era il suo
obiettivo
Per gran parte della serie, Zara è costretta a muoversi in un
territorio ambiguo, dove ogni scelta può costarle la vita. I
rapinatori la considerano una minaccia potenziale, l’MI5 è pronta a
cancellarla dall’esistenza se necessario, e la polizia la osserva
come una possibile complice. Tuttavia, al di là della sua lotta per
la sopravvivenza, una domanda diventa sempre più centrale:
chi ha orchestrato
davvero la rapina e per quale motivo?
La risposta arriva solo nel finale, in modo quasi silenzioso ma
devastante. Il vero architetto dell’intera operazione è
Darren Yoshida,
il finanziere che lavora come consulente investigativo al fianco
del detective Rhys
Covac. Per tutta la serie Darren appare come una figura
tecnica, marginale, uno specialista chiamato a leggere i flussi di
denaro. In realtà, è lui ad aver progettato ogni passaggio della
rapina.
Darren non è un criminale nel senso tradizionale. È un uomo che ha
scalato il mondo della finanza, ne ha visto il funzionamento
dall’interno e ne è rimasto disgustato. Il suo bersaglio non è
Lochmill Capital in sé, ma il sistema che consente ai grandi
capitali di scomparire nei paradisi fiscali, mentre pensioni
pubbliche e risparmi collettivi diventano strumenti sacrificabili.
Il furto dei fondi pensione è una scelta deliberata: solo colpendo
il denaro “della gente” avrebbe potuto attirare l’attenzione
pubblica e politica necessaria a innescare un’indagine globale.
La rapina, dunque, è una messinscena calcolata. Darren recluta una
banda di criminali professionisti, li tiene all’oscuro del vero
piano e utilizza il clamore mediatico per inserirsi come
investigatore ufficiale sul caso. Da quella posizione privilegiata,
è in grado di controllare il flusso delle informazioni e guidare le
indagini verso ciò che gli interessa davvero: gli
offshore
accounts e i grandi evasori fiscali britannici, tra cui
l’industriale delle armi Sir Toby Gould.
Il suo obiettivo non è arricchirsi, ma creare uno scandalo strutturale, una crepa
visibile in un sistema che solitamente opera nell’ombra. La
restituzione dei fondi rubati è parte integrante del piano: Darren
non vuole essere ricordato come colui che ha distrutto pensioni, ma
come l’uomo che ha costretto il sistema a guardarsi allo
specchio.
Zara e Rhys accettano il ricatto del mastermind?
Quando Zara e Rhys arrivano alla verità, si trovano davanti a un
dilemma morale ancora più complesso. Darren ha previsto anche
questo. Ufficialmente, il colpevole della rapina diventa Milo, una
pedina sacrificabile. Senza una denuncia pubblica, Darren è
intoccabile. E per assicurarsi il silenzio dei due unici testimoni
consapevoli, offre loro una via d’uscita: denaro e libertà.
Dopo la sparatoria finale a Lochmill Capital, i quattro miliardi
vengono restituiti ai conti della società. Tuttavia, durante il
passaggio del denaro attraverso i paradisi fiscali, Darren riesce a
“ripulire” centinaia di milioni appartenenti ai grandi evasori. È
questo il vero bottino. Una parte di quei soldi viene offerta a
Zara e Rhys come compenso per il silenzio.
Zara comprende immediatamente la trappola. Accettare
significherebbe entrare in un nuovo sistema di dipendenza,
diventare debitori di un altro potere invisibile. Per questo
rifiuta, convincendo anche Rhys a fare lo stesso. Non c’è
redenzione completa nel finale di Steal, solo la scelta di non diventare complici di un
altro compromesso.
Perché il denaro rubato viene restituito
Il ritorno dei quattro miliardi non è un atto di pentimento, ma la
chiave ideologica del piano di Darren. Il denaro non doveva mai
sparire definitivamente. La sua funzione era simbolica: dimostrare quanto
facilmente il sistema finanziario globale possa essere manipolato e
quanto fragili siano le garanzie su cui si regge la fiducia
pubblica.
Rubare a una società privata non avrebbe avuto lo stesso impatto.
Colpire le pensioni, invece, ha costretto governi, media e autorità
a intervenire. L’obiettivo finale non è il furto, ma l’indagine che
ne consegue.
Che fine fanno i code wallet
I
code wallet rappresentano l’ultimo nodo morale della serie. Zara,
Luke e Milo ricevono pagamenti in criptovaluta per la loro
collaborazione forzata. Il vero scontro finale avviene proprio per
il possesso di questi wallet, contenenti in totale trenta milioni
di sterline.
Dopo la morte di Morgan e della sua banda, l’MI5 decide di chiudere
il caso attribuendo ogni responsabilità a Milo. Zara ottiene una
nuova identità, ma deve rinunciare al suo wallet. Tuttavia, in un
ultimo gesto di autodeterminazione, riesce a nascondere il wallet
di Milo prima dell’arrivo delle autorità. Quando lascia Londra,
quei venti milioni sono di nuovo nelle sue mani.
Il finale non chiarisce cosa Zara farà con quel denaro.
Steal sceglie
consapevolmente l’ambiguità: non una vittoria, non una sconfitta,
ma la consapevolezza che in un sistema corrotto anche sopravvivere
ha un prezzo.
Vampirina: Teenage
Vampire è una serie televisiva musicale americana
sviluppata da Randi Barnes. È ispirata alla serie Disney Jr.
Vampirina, a sua volta basata sui libri Vampirina Ballerina di Anne Marie Pace. La serie è stata
trasmessa per la prima volta il 12 settembre 2025 su Disney
Channel, con tutti gli episodi della prima stagione disponibili su
Disney+ negli Stati Uniti dal 15
ottobre 2025. La serie vede protagonisti Kenzi Richardson, Jiwon
Lee, Shaun Dixon, Milo Maharlika e Faith Hedley.
Vampirina: Teenage Vampire, quando esce
La serie è stata trasmessa per la prima volta il 12 settembre 2025
su Disney Channel, mentre tutti gli episodi della prima stagione
sono stati pubblicati su Disney+ negli Stati Uniti il 15 ottobre
2025.
In Italia l’uscita è previstaper Mercoledì 21 gennaio 2026,
su Disney+.
La
trama, il cast e i personaggi di Vampirina: Teenage Vampire
Vee Hauntley, una vampira adolescente, lascia la Transilvania per
frequentare un collegio di arti performative. Mentre vive tra gli
umani, persegue la sua passione per la musica mantenendo segreta la
sua identità di vampira per evitare i cacciatori di vampiri Van
Helsing. La sfida si intensifica quando i suoi genitori
iperprotettivi le mandano un fantasma troppo zelante ad
accompagnarla e uno dei suoi compagni di classe nasconde il fatto
di essere lui stesso un Van Helsing.
I
personaggi di Vampirina:
Teenage Vampire
La
forza di Vampirina: Teenage
Vampire risiede anche nel suo cast di
personaggi, che unisce figure originali, legami familiari e nuove
dinamiche scolastiche. Ogni personaggio contribuisce a costruire un
racconto di crescita, identità e segreti in un contesto
fantasy-musicale.
Personaggi principali
Vampirina “Vee”
Hauntley Interpretata da Kenzi
Richardson, Vee è una vampira tredicenne con
una grande passione per il canto. Lascia la Transilvania per
frequentare il collegio Wilson Hall e inseguire i suoi sogni
musicali, cercando al tempo stesso di mantenere segreta la propria
natura. Nell’episodio First Day
of School viene rivelato il suo nome completo:
Vampirina Bubonica
Hauntley.
Sophie Choi
Doppiata da Jiwon Lee,
Sophie è la coinquilina di Vee: gentile, ansiosa e leale, diventa
rapidamente la sua migliore amica. È anche una DJ, elemento che
rafforza il legame musicale tra le due e offre a Vee un primo vero
punto di riferimento umano.
Elijah
Summers Con la voce di Shaun Dixon,
Elijah è l’interesse romantico di Vee. Apparentemente un ragazzo
normale, nasconde un segreto importante: appartiene alla famiglia
Van Helsing. Diviso tra le aspettative familiari e il desiderio di
scegliere il proprio destino, rappresenta uno dei conflitti morali
più interessanti della serie.
Demi
Interpretato da Milo
Maharlika, Demi è un fantasma iperattivo di
600 anni incaricato di vegliare su Vee. Eccessivamente zelante e
spesso invadente, aggiunge una forte componente comica alla serie.
Nell’episodio First
Final viene rivelato il suo vero nome: Demetrius Montague Philosan.
Britney
Hightower Doppiata da Faith
Hedley, Britney è una studentessa “legacy”
di Wilson Hall, estremamente talentuosa e competitiva. È la
classica frenemy di Vee:
rivale, ma non del tutto antagonista, incarnazione della pressione
e del confronto tipici dell’ambiente scolastico.
Personaggi ricorrenti
Boris
Hauntley Padre di Vee, doppiato da
Jeff
Meacham. Rappresenta il legame con le
tradizioni vampiresche e la preoccupazione genitoriale per la
sicurezza della figlia.
Oxana
Hauntley Madre di Vee, con la voce di
Kate
Reinders, è più aperta e incoraggiante
rispetto al marito, sostenendo il percorso di crescita e
indipendenza della figlia.
Dean
Merriweather Doppiata da Kim Coles, è
la preside di Wilson Hall, figura autoritaria ma complessa, simbolo
delle regole e delle aspettative dell’istituzione scolastica.
Moriah
Summers Con la voce di Hannah
Whitley, è la sorella maggiore di Elijah e
insegnante supplente al collegio, ponte narrativo tra la vita
privata degli studenti e l’ambiente accademico.
Guest star di rilievo
Megan
Doppiata da Jenna Davis,
è una carismatica studentessa più grande e leader del club musicale
Spotlights.
Ruby Con la
voce di Mykal-Michelle
Harris, è una fata della luna di sangue che
concede a Vee il desiderio di rivivere Halloween.
Billie
Interpretata da Janice LeAnn
Brown, è una maga di Staten Island e amica
di lunga data di Vee.
Emily
Eisenberg / Millie Eyelash Doppiata da
Ariel
Martin, è una famosa popstar che visita
Wilson Hall, portando nel racconto una riflessione sul successo e
sull’immagine pubblica.
Perché Vampirina: Teenage Vampire segna una svolta per il
franchise
Con Vampirina: Teenage
Vampire, Disney compie un passo strategico:
far crescere il
personaggio insieme al suo pubblico. Non si tratta di un
semplice sequel, ma di un vero coming-of-age animato, dove il
fantasy diventa linguaggio simbolico per raccontare insicurezze,
desideri e sogni adolescenziali.
La musica, il collegio e il segreto da custodire trasformano
Vampirina in una figura ancora più universale: diversa, talentuosa,
fragile e determinata. Un racconto che parla di identità e
appartenenza, rendendo la serie uno dei progetti animati Disney più
interessanti del 2025.
L’iconica trilogia di
Ritorno al futuro è iniziata nel 1985 con i membri
del cast Michael J. Fox, Christopher Lloyd, Lea
Thompson, Crispin Glover e Tom
Wilson. Tuttavia, Eric Stoltz era
l’attore originale che aveva firmato per interpretare Marty McFly,
ma alla fine è stato sostituito da Fox. Ora, proprio Wilson ha
rivelato cosa ha portato al licenziamento di Stoltz. Durante
un’apparizione al podcast Inside of You with Michael Rosenbaum,
l’attore che interpreta Biff Tannen ha ammesso che Stoltz ha
adottato un “approccio molto metodico” nell’interpretare
Marty McFly sul set di Ritorno al futuro. “Mi trattava molto
male perché voleva che tutti lo chiamassero Marty”, ha
affermato Wilson.
Wilson trovava strano quel
comportamento, soprattutto perché Stoltz aveva già lavorato con
Thompson in un film e la trattava come una vecchia amica invece di
comportarsi in modo “imbarazzato” come avrebbe dovuto. “Erano
tutti molto amichevoli, ma lui mi trattava male, quindi all’epoca
pensai che fosse un metodo selettivo”, ha detto Wilson. Mentre
le cineprese giravano Ritorno al futuro, non
sembrava che lui e Stoltz fossero nemmeno “nelle stesse scene
insieme”, poiché l’approccio di quest’ultimo nell’interpretare
Marty McFly era di natura più seria.
“Eravamo molto giovani, ed è
stato tanto tempo fa, e ho il massimo rispetto per Eric come
persona, per la sua meravigliosa carriera e per tutte quelle cose.
Ma eravamo giovani ragazzi insieme in una cosa, ed Eric stava
adottando un approccio molto, molto metodico nei confronti di Marty
McFly. Quindi mi trattava molto male perché voleva essere chiamato
Marty da tutti. Da tutti, dai parrucchieri, dal regista e da tutti.
Stava cercando di incarnare Marty. Pensavo fosse strano perché
aveva recitato in un film con Leah Thompson. Avrebbe dovuto
sentirsi a disagio con lei, ma per lui lei era Leah ed erano tutti
amici lì, mentre con me si comportava male. Quindi all’epoca
pensavo fosse un metodo selettivo“.
“E all’epoca non lo apprezzavo
perché anch’io ho uno strumento. Sono su questo palco proprio come
te. Quindi entrambi abbiamo bisogno di ciò che ci serve per
lavorare su questa scena. Non sono il tuo servitore in questa
scena, in cui dovrei comportarmi in un certo modo per metterti a
tuo agio. Siamo qui insieme per fare questo. E non ti sto chiedendo
di fare nulla, di chiamarmi in un certo modo, di fare qualcosa. Ti
chiedo solo di imparare le parole e di presentarti qui pronto a
dare il meglio. Ci sono stati molti drammi, angoscia e molte cose
che ritengo non fossero produttive per un giovane di allora e che
hanno portato alla sua sostituzione“.
Alla domanda se fosse rimasto
scioccato dal licenziamento di Stoltz, Wilson ha risposto
affermativamente, poiché sostituire uno dei protagonisti è una cosa
importante, ma ha aggiunto che non ha provato euforia nel sentire
la notizia. In realtà pensava che sarebbe stato lui a essere
licenziato. I produttori lo hanno chiamato a casa e gli hanno
chiesto se poteva passare dagli studi della Universal senza
rivelargli il motivo. “È stato il viaggio in auto più lungo
della mia vita”, ha spiegato Wilson.
“Ero scioccato perché era una
cosa importante per un film. Era una cosa importante. Quindi le
cose stavano diventando molto scomode sul set, nelle discussioni
con Bob Zemeckis, il regista, e con Dean Cundey, il direttore della
fotografia. Le cose erano insolite e poi tutto è stato interrotto,
e ho pensato che stessero chiudendo il film. Immagino che sia
finita“.
“Poi i produttori mi hanno
chiamato a casa e mi hanno detto: ‘Tom, potresti venire? Vorremmo
parlarti di una cosa’. E ho pensato: ‘Sono io. Mi licenzieranno.
Sono io il problema del film perché non ho capito cosa stava
succedendo nelle scene con lui’. Avevo fatto molto teatro e altre
cose e mi allontanavo dalla scena pensando: ‘Che cos’era quello?’.
Non credo che fossimo nella stessa scena insieme. E ho pensato:
‘Immagino che abbia ragione perché ha fatto dei film. Devo aver
sbagliato’.”
“Era Bob Gale. ‘Bob, dimmelo.
Dimmelo al telefono. Lo accetterò’. Mi ha detto: ‘Vorremmo che
venissi qui. Potresti venire in macchina all’ufficio della
Universal?’ È stato il viaggio in macchina più lungo della mia
vita. E pensavo: alzati, comportati da gentiluomo, sii
professionale, alzati, stringi loro la mano, di’: ‘Grazie per
l’opportunità’, e poi penseremo a cosa fare nella vita perché non
sarà questo, immagino“.
Fortunatamente per lui, Wilson non
era l’attore che era stato licenziato. Quando il regista
Robert Zemeckis e il produttore Bob
Gale gli comunicarono che era stato licenziato Stoltz,
l’attore che interpretava Biff si sentì come un “personaggio
dei cartoni animati che si scioglieva e scivolava giù dalla
sedia”.
“Mi portarono nel loro ufficio
e Bob Zemeckis e Bob Gale mi dissero: ‘Ascolta, Tom, abbiamo una
brutta notizia. Abbiamo dovuto sostituire Eric’. Devo ammettere che
non ero molto contento, ma ero come un personaggio dei cartoni
animati che si scioglieva e scivolava dalla sedia e diceva: ‘Wow,
ok. Ehi, lui sta bene?’“
All’attore fu poi comunicato che
Fox avrebbe sostituito Stoltz e che avrebbero dovuto rigirare tutte
le scene, il che richiese circa sei settimane di riprese.
“Riprenderemo tutto con questo ragazzo di una serie TV, Michael
J. Fox, che recita in una serie TV di successo. Lui entrerà nel
cast. Lo conoscevo. Sì, non lo conoscevo. E poi rifaremo tutto
quello che abbiamo fatto. E sono state sei settimane di riprese.
Quindi rifaremo tutto con questo Michael J. Fox”.
Una volta che Fox ha iniziato a
girare le sue scene, è diventato ovvio a tutti i coinvolti che era
l’attore giusto per il ruolo. Wilson ha detto: “Ero così
sollevato perché mi sembrava che stessimo recitando una scena
insieme, non che tu facessi una cosa e io ne facessi
un’altra”. “Ero così sollevato. Ero così sollevato perché
mi sembrava che stessimo recitando una scena insieme, non che tu
facessi una cosa e io ne facessi un’altra”.
Nonostante il comportamento di
Stoltz sul set e il modo sfortunato in cui ha lasciato la
produzione, Wilson nutre ancora “il massimo rispetto” per
lui “come persona e per la sua meravigliosa carriera”.
Dopo essere stato escluso da Ritorno al futuro, Stoltz ha recitato
in film come Say Anything…, Piccole donne, Anaconda e
The Butterfly Effect, e ha diretto diversi episodi di
serie TV come Law & Order, Grey’s Anatomy, Glee, Le regole del delitto
perfetto e Madam Secretary.
I
fan di From
possono finalmente iniziare a segnare una finestra temporale sul
calendario. Dopo mesi di attesa e silenzio ufficiale, arriva un
aggiornamento significativo direttamente dal cast:
Catalina Sandino
Moreno, interprete di Tabitha Matthews, ha
fornito nuove indicazioni sulla possibile uscita della
stagione 4, lasciando intendere che il ritorno della serie
horror di MGM+ sia ormai molto vicino.
Nel corso di un’intervista, l’attrice ha spiegato di non conoscere
ancora una data precisa, ma di ritenere altamente probabile un
debutto tra marzo e aprile
2026. Un’informazione che, pur non essendo una conferma
ufficiale da parte del network, rappresenta il segnale più concreto
arrivato finora sul futuro immediato della serie. Moreno ha inoltre
espresso grande entusiasmo per i nuovi episodi, definendo la quarta
stagione come una delle migliori mai realizzate.
Una finestra di uscita più vicina del previsto e grandi aspettative
narrative
Secondo quanto dichiarato da Catalina Sandino Moreno, la
lavorazione della nuova stagione si è rivelata particolarmente
coinvolgente, sia sul piano creativo che su quello dell’esperienza
sul set. L’attrice ha descritto From come una serie “addictive”, paragonandola a
qualcosa che si consuma senza riuscire a smettere, episodio dopo
episodio. Un’immagine efficace che restituisce bene il tipo di
coinvolgimento che la serie è riuscita a costruire nel tempo,
soprattutto a partire dalla seconda e dalla terza stagione.
Le sue parole assumono un peso ancora maggiore se lette alla luce
del calendario produttivo. Le riprese della stagione 4 si sono
concluse nel novembre 2025 e MGM+ ha già confermato che
From tornerà nel 2026,
insieme alla seconda stagione di The Institute. Un’uscita fissata tra marzo e aprile
implicherebbe un periodo di post-produzione relativamente breve,
soprattutto se confrontato con i lunghi hiatus che caratterizzano
molte produzioni streaming contemporanee.
L’attesa è particolarmente alta anche per ragioni narrative. La
terza stagione, conclusasi il 24 novembre 2024, ha rappresentato un
punto di svolta per l’intera serie. Il finale ha incluso la morte
di uno dei personaggi principali, rivelazioni capaci di rimettere
in discussione l’intero impianto mitologico dello show e
l’introduzione di una nuova e inquietante figura, l’Uomo in Giallo.
Elementi che hanno ampliato ulteriormente l’orizzonte narrativo,
lasciando aperte numerose domande sul destino dei protagonisti e
sulla vera natura della Township.
Nel corso degli anni, From è passata da debutto relativamente silenzioso a
titolo di culto, guadagnando una crescente attenzione critica e di
pubblico. I numeri parlano chiaro: un punteggio del 96% su Rotten
Tomatoes da parte della critica e un consenso solido anche tra gli
spettatori, con la terza stagione che ha raggiunto addirittura il
100% di gradimento critico. A rafforzarne lo status è arrivato
anche l’apprezzamento pubblico di Stephen King, che ha
contribuito a legittimare la serie come uno degli horror televisivi
più interessanti degli ultimi anni.
Con una finestra di uscita ormai sempre più definita e una promessa
di qualità che arriva direttamente da una delle sue protagoniste,
From stagione 4 si
prepara a tornare in un momento cruciale, chiamata a rispondere ai
misteri ancora irrisolti e a spingere ulteriormente i confini del
suo racconto. Se le aspettative verranno confermate, il 2026
potrebbe segnare un nuovo punto di svolta per la serie MGM+.
Da
quando James
Gunn è stato nominato co-CEO dei DC
Studios, la sua strategia è apparsa chiara fin dall’inizio:
ricostruire il DC
Universe partendo da fondamenta solide e da un personaggio
simbolo. La scelta di rilanciare il franchise con Superman si è rivelata
vincente, sia dal punto di vista del box office sia per la risposta
del pubblico, che ha accolto con entusiasmo il nuovo volto di Clark
Kent interpretato da David Corenswet.
Il
successo del film ha naturalmente acceso l’attenzione sul futuro
dell’universo narrativo DC, in particolare su Man of Tomorrow, il prossimo capitolo
dedicato all’Uomo d’Acciaio. Tuttavia, insieme all’hype sono nate
anche numerose speculazioni: molti fan hanno iniziato a
interrogarsi su quando e come sarebbero stati introdotti i nuovi
Batman e
Wonder
Woman, i due pilastri mancanti della Trinità
DC. Alcune voci online arrivavano addirittura a ipotizzare la loro
presenza, anche solo in forma di cameo, proprio in Man of Tomorrow.
James Gunn smentisce i rumor e chiarisce il ruolo dei due eroi
A
mettere fine alle speculazioni è stato lo stesso Gunn, intervenendo
direttamente sui social per rispondere alle domande dei fan. In
modo netto e senza ambiguità, il regista e produttore ha smentito
le voci su presunti casting o audizioni per Batman e Wonder Woman,
chiarendo che nessuno dei
due personaggi apparirà in Man of Tomorrow, neppure brevemente. Alla
domanda diretta di un utente, Gunn ha risposto con un secco “Sì”,
confermando di voler “gettare acqua” su qualsiasi teoria che li
vedesse coinvolti nel film.
La decisione è stata accolta da molti come una scelta rassicurante,
soprattutto alla luce del passato recente del franchise. Inserire
Batman e Wonder Woman nel sequel di Superman avrebbe inevitabilmente alimentato confronti
con la gestione precedente dell’universo DC, in particolare con
l’era di Zack Snyder, dove l’introduzione della Trinità avvenne in
modo rapido e fortemente concentrato. Gunn sembra invece
determinato a evitare sovrapposizioni e a concedere a ciascun
personaggio il giusto spazio narrativo.
Dal punto di vista creativo, l’esclusione di Batman e Wonder Woman
permette a Man of
Tomorrow di restare focalizzato sul cuore della storia: il
rapporto tra Superman e Lex Luthor, destinato ad avere un ruolo
centrale nel film. Un eventuale inserimento degli altri due eroi
avrebbe rischiato di relegarli a semplici figure di contorno,
riducendo l’impatto del loro debutto ufficiale nel nuovo DC
Universe.
Allo stesso tempo, questa scelta offre ai DC Studios una maggiore
libertà progettuale. Batman e Wonder Woman potranno essere
introdotti in progetti dedicati, costruiti su misura per rilanciare
le rispettive mitologie senza dover condividere la scena. È
probabile che Man of
Tomorrow contenga comunque piccoli indizi o riferimenti
all’esistenza degli altri eroi nel mondo narrativo DC, ma senza
anticiparne l’ingresso in modo esplicito.
In un panorama dominato da rumor e anticipazioni premature,
l’intervento diretto di Gunn rappresenta un raro esempio di
chiarezza comunicativa. Fermare le speculazioni ora significa
evitare aspettative sbagliate e delusioni future, rafforzando al
tempo stesso la fiducia del pubblico nella nuova direzione del DC
Universe.
Il
promo ufficiale di The
Rookie 8×04, intitolato “Cut and Run”, promette un episodio ad
alta tensione che mette i protagonisti di fronte a eventi
improvvisi e decisioni destinate a lasciare il segno. La serie
prosegue nel suo equilibrio ormai collaudato tra azione, indagini
sul campo e sviluppo delle relazioni personali, spingendo ancora
una volta i personaggi fuori dalla loro zona di comfort.
Al
centro dell’episodio c’è un omicidio avvenuto in pieno giorno e
sotto gli occhi di decine di testimoni, un evento che rompe la
quotidianità e costringe Nolan e Bailey a intervenire senza il
supporto immediato della squadra. Parallelamente, la trama
personale di Angela e Wesley si arricchisce di un passaggio
cruciale, con una decisione di vita che potrebbe ridefinire il loro
futuro e il loro equilibrio come coppia.
Un crimine sotto gli occhi di tutti e un bivio che cambia gli
equilibri
Secondo quanto mostrato nel promo, Cut and Run prende il via con Nolan e Bailey fuori
servizio, immersi nella vita della città, quando si ritrovano
improvvisamente testimoni di un omicidio avvenuto in pubblico. La
scelta di collocare il crimine lontano da un contesto operativo
tradizionale rafforza uno dei temi ricorrenti di The Rookie: il senso di responsabilità
che accompagna i protagonisti anche quando non indossano il
distintivo. Nolan, in particolare, sembra reagire d’istinto,
dimostrando ancora una volta quanto il suo percorso lo abbia
trasformato da “rookie” a figura di riferimento capace di agire
sotto pressione.
Il caso si annuncia complesso non solo per la brutalità del gesto,
ma anche per il contesto: un omicidio avvenuto davanti a più
persone implica testimonianze contraddittorie, confusione e la
difficoltà di distinguere chi abbia davvero visto qualcosa da chi
si sia limitato a osservare da lontano. Il promo suggerisce una
corsa contro il tempo per individuare il responsabile prima che
possa dileguarsi, rendendo l’indagine un banco di prova per
l’intuito e la prontezza dei protagonisti.
Accanto alla storyline crime, l’episodio dedica spazio a una linea
narrativa più intima ma non meno significativa. Angela e Wesley si
trovano ad affrontare una decisione importante che potrebbe
influenzare radicalmente il loro futuro, sia sul piano personale
che professionale. Il promo lascia volutamente vaghi i dettagli, ma
l’atmosfera suggerisce una scelta carica di conseguenze, capace di
modificare dinamiche consolidate e aprire nuovi scenari narrativi
per la stagione.
Cut and Run sembra
quindi configurarsi come un episodio di transizione fondamentale
per The Rookie, in cui
l’azione immediata dell’indagine si intreccia con snodi emotivi
destinati a riverberare nei prossimi episodi. Un capitolo che punta
a ribadire la natura corale della serie, alternando adrenalina e
introspezione, e confermando la capacità dello show di mantenere
alta la tensione anche dopo diverse stagioni.
Il promo ufficiale dell’episodio 11
della
seconda stagione di High
Potential, intitolato “NPC”, promette uno degli episodi più
atipici e tematicamente contemporanei della serie. Al centro della
nuova indagine c’è infatti l’omicidio misterioso di un ex campione
di eSport, una figura che un tempo dominava il panorama competitivo
ma che, una volta uscito di scena, sembra aver lasciato dietro di
sé più ombre che ammirazione.
La scelta di ambientare il caso nel
mondo degli eSport non è casuale: High Potential continua a dimostrare
attenzione per fenomeni culturali attuali, utilizzandoli come
cornice per esplorare dinamiche umane più profonde. Il titolo
dell’episodio, NPC
(acronimo di Non-Playable
Character), suggerisce già una riflessione sul ruolo delle
persone all’interno di sistemi altamente competitivi, dove il
confine tra protagonisti e comparse può diventare sorprendentemente
sottile.
Un caso che intreccia rivalità, identità e scelte irrisolte
Secondo quanto mostrato nel promo, l’omicidio dell’ex campione apre
immediatamente due piste investigative principali. Da un lato c’è
il suo storico rivale nel circuito degli eSport, una figura che
rappresenta il passato competitivo della vittima: sfide accese,
rancori mai del tutto sopiti e una rivalità che potrebbe essersi
trasformata in qualcosa di più pericoloso. Dall’altro lato emerge
un sospettato decisamente inatteso, un sushi chef legato agli
ultimi spostamenti e alle frequentazioni della vittima, elemento
che suggerisce una vita privata più complessa e forse segreta
rispetto all’immagine pubblica costruita negli anni della fama.
Il promo lascia intendere che l’indagine non si limiterà a
ricostruire i fatti, ma proverà a scavare nell’identità dell’uomo
ucciso: chi era davvero una volta spenti i riflettori delle
competizioni? E quanto il suo passato da campione ha influenzato le
relazioni personali, fino a renderle potenzialmente letali?
Parallelamente alla trama investigativa, NPC sembra dare spazio anche a un importante
sviluppo emotivo per Karadec. L’episodio segna infatti il suo
riavvicinamento a una donna del passato, un incontro che appare
carico di non detti e questioni irrisolte. Il promo suggerisce che
questa relazione non sarà un semplice intermezzo sentimentale, ma
potrebbe incidere profondamente sul percorso del personaggio,
mettendo in discussione alcune delle sue certezze e il modo in cui
affronta il lavoro.
Con NPC, High Potential sembra quindi puntare a
un equilibrio maturo tra crime procedurale e introspezione,
utilizzando un contesto moderno come quello degli eSport per
parlare di ambizione, identità e conseguenze delle scelte fatte
quando si è al centro della scena — e quando, improvvisamente, se
ne viene esclusi. Un episodio che, almeno dalle premesse del promo,
potrebbe lasciare un segno importante nella seconda stagione.
La regista di 28 anni dopo: Il Tempio delle Ossa (leggi
qui la recensione), Nia DaCosta ha
chiarito se Sansone sia completamente guarito alla fine del film,
offrendo nuovi spunti su uno dei momenti più discussi del sequel.
Il secondo capitolo della serie iniziata con 28 giorni
dopo, tornata ora in auge con una nuova trilogia, continua
la storia decenni dopo l’epidemia originale, ampliando la mitologia
del virus della rabbia e introducendo nuove idee sui
contagiati.
Il Tempio delle
Ossa continua dunque la storia di 28 anni
dopo (qui
la nostra recensione) del 2025, con i sopravvissuti a
un’epidemia catastrofica che scoprono un misterioso rifugio noto
come il Tempio delle Ossa. Il film vede il dottor Ian
Kelson (Ralph
Fiennes) tentare non solo di pacificare gli infetti,
ma anche di ripristinare la loro umanità.
Kelson sperimenta sedativi e
trattamenti antipsicotici su Sansone (Chi
Lewis-Parry), l’imponente Alpha infetto già introdotto nel
precedente film. Alla fine, Sansone sembra guarito, tornando a uno
stato più lucido e umano in cui può comunicare e ricordare i
ricordi della sua vita, pur conservando la sua nuova forza e
stazza, e sembrando persino immune alla reinfezione.
Parlando con The Hollywood Reporter del
finale di 28 anni dopo:Il Tempio delle
Ossa e del futuro del franchise, DaCosta ha chiarito
esattamente quanto Sansone sia davvero “guarito”, facendo
attenzione a non svelare i piani per il prossimo capitolo. Con il
terzo film già in fase di sviluppo, i commenti di DaCosta aiutano
in ogni caso a delineare il destino del personaggio e ciò che
potrebbe significare per il futuro del franchise.
“È molto interessante perché ci
sarà un terzo film. Ne ho parlato con Alex Garland ieri sera e non
voglio dire nulla che possa essere contraddetto in seguito, perché
ho opinioni molto precise su come ho affrontato la questione in
questo film. Ma penso di poter dire che non è completamente guarito
e che il livello di guarigione raggiunto è permanente. Non è più
quello che era all’inizio del film, ma è uno di noi? Non lo so. Ma
non è più quello che era”.
Il colpo di scena più grande in
28 anni dopo: Il Tempio delle Ossa è la
rivelazione che il virus della rabbia potrebbe essere curabile, una
scoperta che Kelson porta con sé nella tomba. Attingendo alla sua
vasta conoscenza, Kelson trascorre gran parte del film prendendosi
cura e osservando Sansone, formando gradualmente un legame con
lui.
Man mano che il film procede,
Kelson teorizza che il virus della rabbia abbia lasciato Samson
intrappolato in uno stato di psicosi estrema, una convinzione
rafforzata dalle scene precedenti che mostrano Sansone attaccare
quello che percepisce come uno zombie in decomposizione piuttosto
che una persona terrorizzata. Piuttosto che vedere l’Alpha solo
come una minaccia, Kelson crede che egli sia la prova che qualcosa
di umano possa ancora esistere sotto gli effetti del virus.
Tuttavia, i commenti di DaCosta
segnalano un futuro conflitto che coinvolgerà la cura e la nuova
identità di Sansone. Questa ambiguità segna un’evoluzione
significativa nel mito della serie. L’originale 28 giorni
dopo del 2002, diretto da Danny Boyle e
scritto da Alex Garland, ha ridefinito il genere
moderno degli zombie introducendo gli infetti veloci e
iperaggressivi, creature nate dall’isolamento e dalla rabbia
piuttosto che da forze soprannaturali.
Guardando al futuro, la guarigione
permanente ma incompleta di Sansone potrebbe ridefinire la posta in
gioco del franchise nel terzo film, aprendo la porta a persone
infette che esistono in una zona grigia tra mostri e umani. Se la
cura può stabilizzare piuttosto che invertire il virus della
rabbia, i futuri capitoli potrebbero esplorare come gli individui
“guariti” affrontano la loro nuova vita in uno stato simile a
quello umano, ma con le nuove dimensioni e la nuova forza conferite
dal virus.
La Universal sta riportando
Fast & Furious alla ribalta, ma non con un nuovo
film. Dal suo lancio nel 2001, il
franchise è passato dall’essere un thriller poliziesco sulle
corse clandestine a uno dei fenomeni globali più affidabili della
Universal Pictures, con dieci film, uno spin-off,
attrazioni nei parchi a tema e progetti animati. Mentre il futuro
di Fast
11 continua a prendere forma dietro le quinte, la
Universal è chiaramente impegnata ad espandere il franchise in
altri settori, a partire da una nuova grande attrazione
adrenalinica prevista per il 2027.
Universal Orlando Resorts ha
annunciato che il
franchise Fast & Furious si espanderà nel 2027
con una nuovissima attrazione a forma di montagne russe ad alta
velocità che debutterà agli Universal Studios Florida. Fast
& Furious: Hollywood Drift è un’attrazione all’aperto che
sostituisce Hollywood Rip Ride Rockit, con drift a 360 gradi, un
picco verticale di 170 piedi e un’esperienza ad alta velocità
ispirata ai film.
Secondo Universal, “Fast &
Furious: Hollywood Drift metterà gli ospiti al posto di guida delle
emozioni ad alta velocità dell’universo Fast & Furious della
Universal Pictures come mai prima d’ora. I passeggeri proveranno
l’ebbrezza di una deriva a 360 gradi mentre sfrecciano attraverso
manovre mozzafiato, tra cui un picco verticale di 170 piedi che li
porterà a quasi 17 piani di altezza sopra la periferia
dell’Universal CityWalk“.
L’apertura di Fast & Furious:
Hollywood Drift significa che l’attuale attrazione Fast &
Furious: Supercharged chiuderà definitivamente nel 2027
agli Universal Studios Florida. Supercharged è rimasta in funzione
per dieci anni agli Universal Studios Hollywood e ha chiuso nel
marzo 2025. Oltre all’installazione in Florida, anche gli Universal
Studios Hollywood inaugureranno entro la fine dell’anno le loro
esclusive montagne russe all’aperto Fast & Furious: Hollywood
Drift.
La nuova attrazione sottolinea come
Universal continui a considerare Fast & Furious un
franchise fondamentale a lungo termine, anche se il suo futuro
cinematografico rimane incerto. Nel corso degli anni, il franchise
si è evoluto ben oltre la sua premessa originale, trasformandosi in
una saga d’azione di portata mondiale famosa per le sue acrobazie
sempre più spettacolari, ma irrealistiche, e per la popolarità
duratura del suo cast.
Tuttavia, sono proprio questa
adattabilità e lo spettacolo sempre più coinvolgente che hanno
permesso al franchise di rimanere culturalmente rilevante per più
di due decenni, rendendolo perfetto per un’espansione su larga
scala nei parchi a tema. Hollywood Drift riflette anche la
strategia più ampia della Universal di puntare su montagne russe
adrenaliniche legate a proprietà intellettuali riconoscibili. Negli
ultimi anni, attrazioni come Jurassic World
VelociCoaster e Hagrid’s Magical Creatures
Motorbike Adventure hanno ridefinito ciò che gli ospiti si
aspettano dalle giostre basate su franchise, combinando una
tecnologia all’avanguardia con un tema coinvolgente.
Un nuovo aggiornamento su
La mummia 4 ha rivelato se uno dei personaggi
chiave dei film originali si riunirà al trio principale. Il nuovo
film, come noto,
è stato da poco confermato, con Brendan Fraser e Rachel Weisz che torneranno nei panni di Rick
O’Connell ed Evelyn Carnahan. Tuttavia, altri dettagli sul film,
tra cui il possibile ritorno di alcuni personaggi familiari, sono
rimasti segreti.
Ora, parlando con RadioTimes, la
star dei primi film de La mummia, John
Hannah, ha affrontato il tema del suo potenziale ritorno
nei panni di Jonathan Carnahan nel quarto capitolo della serie.
L’attore ha affermato: “Non ufficialmente. Voglio dire, ho
sentito e visto la notizia come tutti gli altri, e sarebbe
divertente farlo. Sarebbe divertente ritrovarsi di nuovo tutti
insieme”.
Tuttavia, Hannah ha anche
confermato di aver parlato con Fraser nel 2025 del reboot, sentendo
che c’erano piani per riportare tutti i membri del cast originale
de La mummia nel prossimo film. Riflettendo sul
suo periodo con il franchise, ha spiegato che, se gli fosse stata
offerta la possibilità di tornare nei panni di Jonathan, lo avrebbe
fatto:
“Fraser ha detto che quello che
volevano fare era riunire di nuovo il cast originale. Certamente,
per quanto riguarda Brendan e Rachel Weisz, riunirli, e Rachel era disposta a
farlo, a detta di tutti”. L’attore ha poi aggiunto: “Era
disposta a farlo, sapete, dopo essersi allontanata e aver creato la
sua strada, e aver avuto molto successo come produttrice, come
attrice, candidata all’Oscar, sapete”.
“Quando mi è stato offerto per
la prima volta Il ritorno della mummia, ho pensato: “Sono un attore
serio, perché dovrei fare una cosa del genere?”. Ma questi sono dei
bei film per tutta la famiglia, e se hanno un buon… Insomma, se me
lo chiedono, lo farò. Non facciamo i furbi, capite. Ma vedremo cosa
succederà. Onestamente non ne so più di voi, da quello che ho letto
e sentito!”
Hannah ha interpretato Jonathan in
tutti e tre i film della serie La mummia. Ex ladro
e fratello di Evelyn, Jonathan è spesso il personaggio comico del
gruppo e, sebbene non sia abile come gli altri, è comunque una
parte importante del gruppo. L’ultima volta che lo abbiamo visto
gestiva un nightclub a Shanghai in La mummia – La tomba dell’Imperatore
Dragone.
Sulla base della dichiarazione di
Hannah, sembra che non ci sia alcuna garanzia che Jonathan tornerà
in La mummia 4. Tuttavia, dietro le quinte si sta
discutendo della possibilità di riportare la maggior parte degli
attori originali. Se si prevede il suo ritorno, probabilmente verrà
informato man mano che lo sviluppo del progetto prosegue. Per ora,
però, non c’è alcuna garanzia che riprenderà il suo ruolo.
Cosa sappiamo di La mummia 4
La mummia 4 sarà
realizzato da Matt Bettinelli-Olpin, Tyler
Gillett in qualità di registi, mentre alla
sceneggiatura saranno affiancati anche da David
Coggeshall. A parte Brendan Fraser e Rachel Weisz, non ci sono conferme su chi
altro potrebbe tornare. Sembra che il film sia ancora in una fase
iniziale di sviluppo e che non ci sia ancora nulla di definitivo
sul numero di volti noti che torneranno effettivamente.
Fortunatamente, dato che La
mummia 4 sembra essere ancora agli inizi, c’è la
possibilità che John Hannah possa tornare nei
panni di Jonathan ancora una volta. Dato che la Weisz tornerà,
sarebbe logico che anche il fratello del suo personaggio tornasse.
Anche senza conferme, la possibilità del suo ritorno rende il
quarto film ancora più emozionante.
Il
2026 sarà un anno ricco di grandi uscite, ma solo pochi film
possono essere definiti davvero “importanti”. Non solo per il loro potenziale
artistico o commerciale, ma perché il loro successo — o fallimento
— potrebbe influenzare le decisioni future dell’intera industria.
Dopo casi emblematici come F1, che ha rilanciato l’esperimento
theatrical di Apple, o Sinners, che ha dimostrato come puntare su
un’idea originale possa ancora pagare, un nuovo titolo entra
ufficialmente in questa categoria: Wildwood.
Il
nuovo film dello studio di animazione in stop-motion
Laika uscirà
nelle sale statunitensi il 23 ottobre 2026, come confermato ufficialmente. Un
traguardo tutt’altro che scontato, arrivato dopo una lunga e
complessa ricerca di distribuzione che ha già causato uno
slittamento di un anno rispetto ai piani iniziali. Nonostante i
precedenti rapporti con Focus Features e Annapurna, nessun grande
distributore tradizionale ha deciso di scommettere sul
progetto.
La distribuzione americana sarà affidata a Fathom
Entertainment, realtà finora nota
soprattutto per eventi speciali e riedizioni, mentre le vendite
internazionali saranno curate da FilmNation.
Una scelta non convenzionale che rende Wildwood un vero e proprio test di
mercato.
Una scommessa che vale più di un film
Per Laika, Wildwood
rappresenta un’occasione di rilancio fondamentale. Lo studio non
distribuisce un nuovo lungometraggio dal 2019, anno di
Missing Link, rivelatosi
un pesante insuccesso al botteghino. Ma la posta in gioco è ancora
più ampia: Wildwood
potrebbe essere l’ultima
grande occasione per dimostrare che la stop-motion ha ancora un
posto nelle sale cinematografiche.
Negli anni post-pandemia, l’animazione originale ha faticato al
cinema. Disney e Pixar hanno trovato il successo quasi
esclusivamente con sequel, mentre i progetti inediti hanno visto
ridursi drasticamente il loro potenziale commerciale. Anche casi
virtuosi come The Wild Robot di
DreamWorks sono stati considerati successi soprattutto in rapporto
ai costi contenuti. Nel frattempo, la stop-motion ha trovato spazio
e riconoscimenti quasi esclusivamente nello streaming: basti
pensare a Pinocchio di
Guillermo del
Toro, premiato agli Oscar ma distribuito
direttamente online.
Netflix, in particolare, ha dimostrato di credere nel
medium, e non è un caso che molti si siano chiesti perché non abbia
acquisito Wildwood.
Laika, però, ha scelto consapevolmente la strada del cinema in
sala. David Burke, Chief Marketing and Operations Officer dello
studio, ha definito il film “una testimonianza della volontà di
Laika di seguire il proprio percorso”, parlando apertamente di
indipendenza creativa. Ancora più esplicite le parole di
Travis
Knight, CEO di Laika e regista del film, che
ha descritto Wildwood
come “una celebrazione dell’arte contro gli algoritmi”, pensata per
essere vissuta “nel buio di una sala, su grande schermo, insieme ad
altri sognatori”.
Perché l’uscita di Wildwood conta per tutta l’industria
La collaborazione con Fathom non nasce dal nulla: la società ha già
curato le recenti riedizioni cinematografiche di Coraline e ParaNorman, con la
prima capace di incassare nuovamente oltre 50 milioni di dollari.
Il CEO di Fathom, Ray Nutt, ha assicurato che Wildwood riceverà “una distribuzione
theatrical nazionale completa, paragonabile a quella dei grandi
studios”.
Se l’operazione funzionerà, Laika e Fathom verranno considerate
visionarie. Se fallirà, Wildwood rischia di diventare il caso-studio perfetto
per dimostrare che la stop-motion non è più sostenibile nelle sale,
rafforzando le scelte dei distributori che hanno preferito tirarsi
indietro. In quel caso, il futuro del medium potrebbe essere legato
in modo quasi definitivo allo streaming.
Le aspettative sono alte,
così come la posta in gioco. Wildwood non è solo un film fantasy molto atteso: è una
scommessa sul futuro dell’animazione artigianale al cinema. E a
ottobre 2026 sarà il pubblico a decidere se questa scommessa potrà
essere vinta.
L’uscita di Taylor Sheridan
dall’universo Paramount
inizia già a produrre conseguenze concrete. Secondo quanto
riportato da Puck News, la
serie crime Mayor of Kingstown
sarebbe stata cancellata contro la volontà del suo creatore, nonostante i
buoni risultati ottenuti sulla piattaforma streaming.
La
decisione sarebbe stata presa da Cindy
Holland, attuale responsabile della
divisione Direct to Consumer di Paramount. Una scelta
significativa, considerando che Sheridan resterà formalmente legato
a Paramount ancora per tre anni, mentre prepara il suo futuro
passaggio a NBCUniversal. Da quando
ha assunto il ruolo, Holland non ha ordinato nuovi progetti firmati
Sheridan e, secondo le fonti, avrebbe anche ridotto la durata
dell’ultima stagione della serie.
“Holland ha cancellato l’acclamata Mayor of Kingstown
contro il volere di Sheridan e ha accorciato la stagione
finale.”
Una cancellazione sorprendente, nonostante il successo recente
Debuttata su Paramount+ nel 2021,
Mayor of Kingstown
racconta il sistema carcerario americano attraverso la famiglia
McLusky, che prospera attorno all’industria della detenzione. La
serie, interpretata da Jeremy Renner nel ruolo
di Michael McLusky, non era stata accolta positivamente alla sua
prima stagione, ma ha conosciuto una crescita costante.
Il dato più sorprendente riguarda la quarta stagione, che ha
debuttato con un 100% di
gradimento su Rotten Tomatoes, un risultato rarissimo per
un crime drama di lunga serialità. Proprio per questo, la decisione
di interrompere la serie appare ancora più controversa.
Renner non ha ancora commentato pubblicamente la notizia, così come
Sheridan. Secondo le informazioni disponibili, l’attore tornerà
comunque per una quinta e
ultima stagione, che sarà però più breve del previsto,
composta da soli otto episodi. Al momento non è stata annunciata
una data di uscita.
Il futuro di Sheridan resta affollato di progetti
Nonostante la chiusura anticipata di Mayor of Kingstown, Sheridan resta uno degli
autori più prolifici e influenti della televisione contemporanea.
Sono ancora attesi diversi suoi progetti, tra cui lo spin-off di
Yellowstone intitolato
Marshals e la serie
standalone The
Madison.
Nel frattempo, il successo di Landman continua a dimostrare la
forza del suo brand creativo: nonostante recensioni contrastanti,
la seconda stagione ha totalizzato 1,3 miliardi di minuti visualizzati in una
sola settimana, confermando l’enorme presa sul pubblico.
La cancellazione di Mayor of
Kingstown segna però un passaggio simbolico: la fine
anticipata di una delle serie più rappresentative dell’era Sheridan
su Paramount, e l’inizio di una fase di transizione che potrebbe
ridisegnare gli equilibri della serialità americana.
A
quasi nove anni dalla conclusione della serie, le speranze di
rivedere Sherlock
sembrano sempre più lontane. A raffreddare definitivamente
l’entusiasmo dei fan è stato Martin Freeman,
interprete di John Watson, che ha fornito un aggiornamento
tutt’altro che incoraggiante sul possibile ritorno della serie
BBC.
Durante la promozione della nuova serie NetflixAgatha
Christie’s Seven Dials, Freeman è stato intervistato da
RadioTimes.com e, incalzato su un eventuale revival di Sherlock, ha risposto con una risata e
poche parole molto chiare: “Non ora. Mi dispiace”. Una
dichiarazione che conferma come Sherlock non sia attualmente nei piani dell’attore.
Le
sue parole si inseriscono in una lunga serie di segnali negativi.
Già a gennaio 2025 Benedict
Cumberbatch aveva spiegato che sarebbe
tornato nei panni di Sherlock Holmes solo se il progetto fosse
stato “migliore di quanto non sia mai stato”. Pochi mesi dopo, a
giugno, il co-creatore Mark Gatiss
aveva ammesso apertamente che la serie non era andata avanti perché
né Cumberbatch né Freeman avevano più interesse a continuare.
Creata da Gatiss insieme a Steven
Moffat, Sherlock è stata un fenomeno globale, capace di vincere
nove Emmy Awards e di ridefinire l’immaginario televisivo legato al
celebre detective di Arthur Conan Doyle. Tuttavia, la serie è
spesso ricordata anche per il controverso finale della quarta
stagione, considerato da molti il punto più debole dello show e al
centro di accese critiche sul tema del queerbaiting.
Nel frattempo, entrambi i protagonisti hanno consolidato carriere
di altissimo profilo. Cumberbatch ha ottenuto una nomination
all’Oscar per The Power of
the Dog, ha preso parte a numerosi film del Marvel Cinematic Universe e
continua a essere uno degli attori più richiesti di Hollywood.
Freeman, dal canto suo, è diventato un volto ricorrente dell’MCU
nei panni di Everett Ross e ha collezionato successi televisivi
come Breeders,
The Responders e ora
Seven Dials.
Alla luce di questi impegni e del lungo silenzio creativo che
circonda Sherlock, un
ritorno appare sempre meno probabile. Dopo anni di attesa, la
sensazione è che la serie appartenga ormai a un’epoca televisiva
conclusa e che il mito di Sherlock Holmes continui a vivere meglio
attraverso nuove e diverse reinterpretazioni.
L’accordo che porterà Netflix ad
acquisire Warner Bros.
Discovery ha provocato reazioni forti
nell’industria cinematografica, soprattutto dal lato delle sale.
Per molti esercenti e addetti ai lavori, vedere una piattaforma che
per anni ha trattato i cinema come concorrenti inglobare uno dei
più grandi distributori theatrical di Hollywood è apparso come
l’ennesimo colpo a un settore già duramente provato dalla
pandemia.
Netflix, però, sostiene di voler ribaltare questa
percezione. Nella sintesi ufficiale dell’accordo si afferma che lo
studio Warner Bros. non abbandonerà affatto la distribuzione
cinematografica tradizionale. Una promessa che, dopo anni di
dichiarazioni opposte, ha lasciato più di uno scettico. A
rafforzarla è intervenuto direttamente il co-CEO
Ted
Sarandos, recentemente intervistato dal New
York Times, dichiarando che Netflix intende preservare e
valorizzare la macchina distributiva theatrical di Warner,
mantenendo finestre di uscita di 45 giorni e puntando apertamente a
vincere il box office, non solo lo streaming.
Parole rassicuranti, certo. Ma per molti osservatori restano tali
finché non si traducono in fatti. Anche perché l’operazione è
ancora sotto pressione: Paramount
sta contrastando l’accordo, e rassicurare l’industria sul futuro
delle sale è anche una mossa strategica per rendere Netflix un
acquirente più “accettabile”.
Il nodo del 2026: parole o film in sala?
Ad oggi, tutto lascia pensare che Netflix non abbia intenzione di
rivoluzionare la propria strategia: Warner Bros. continuerà a
produrre film pensati per l’uscita cinematografica ampia, mentre i
progetti a marchio Netflix resteranno orientati allo streaming. Il
problema è che la linea di confine tra “film Warner” e “film
Netflix” è tutt’altro che chiara, soprattutto per i registi, e
potrebbe trasformarsi in un terreno di scontro creativo e
politico.
Eppure, Netflix ha già dimostrato in passato di saper piegare le
proprie regole quando conviene. E il 2026 potrebbe essere il
momento ideale per farlo. Secondo Variety, infatti, sono già in corso dialoghi più
distesi tra Netflix e AMC
Theatres, dopo anni di rapporti tesi, con
l’idea di espandere esperimenti theatrical legati a titoli di
grande richiamo.
Tra i candidati più forti figurano due progetti di altissimo
profilo: Greta Gerwig con il suo
Narnia e
David
Fincher con The Adventures of Cliff Booth, sequel
spirituale di C’era una volta… a
Hollywood scritto da Quentin Tarantino e
interpretato da Brad
Pitt. Il primo è già destinato a
un’uscita evento su 1000 schermi IMAX nel periodo del
Ringraziamento, ma potrebbe estendersi oltre i circuiti premium; il
secondo, atteso per l’estate 2026, avrebbe tutte le caratteristiche
di un grande film da sala.
Altri segnali da non ignorare
Un altro caso emblematico è The Flood di Zach
Cregger, autore di Weapons. Il progetto, originariamente
pensato per Netflix, si sarebbe arenato proprio per divergenze
sulla distribuzione cinematografica. Con Warner ormai parte del
futuro di Netflix, offrire a questo film un’uscita theatrical
completa sarebbe un segnale forte verso autori ed esercenti.
Netflix, insomma, ha a
disposizione strumenti ben più convincenti di un’intervista. Se
davvero intende diventare un attore credibile anche nel cinema in
sala, il 2026 è l’anno giusto per dimostrarlo. Perché,
nell’industria cinematografica, le promesse contano poco se non
arrivano accompagnate dai film.
Misha Collins,
attore che in passato ha interpretato l’iconico cattivo di
Batman, Due Facce, risponde alle
voci sul casting di Sebastian Stan nel
ruolo di Harvey Dent/Due Facce in The Batman
– Parte IIdi Matt Reeves.
Collins, che ha ricoperto il ruolo nella serie Gotham
Knights del 2023, ha infatti suggerito che sarebbe disponibile
a interpretare nuovamente il supercattivo se le cose con Stan non
andassero in porto.
In una recente sessione di domande
e risposte a Las Vegas (tramite YouTube), Collins ha infatti definito Due Facce:
un ruolo da sogno”. Ha poi aggiunto: “Sebastian Stan è appena stato scritturato per
interpretare Due Facce nel prossimo film di Batman, cosa che non mi
ha reso affatto geloso. Ero tipo, grrrr, e se dovesse avere un
incidente e avessero bisogno di trovare un sostituto… libererei
sicuramente la mia agenda per rendermi disponibile”.
Stan è già famoso per aver
interpretato un altro supereroe, Bucky Barnes/Il Soldato d’Inverno,
in tutti i film del MCU. L’attore è noto anche per i
ruoli in A Different Man, Pam & Tommy, I, Tonya e The
Martian, e l’anno scorso ha ottenuto la sua prima nomination
all’Oscar per la sua interpretazione di Donald Trump in The
Apprentice, al fianco di Jeremy Strong (anch’egli candidato
all’Oscar).
Harvey Dent/Due Facce è invece
stato interpretato in precedenza da Aaron Eckhart in Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan, comunemente
considerato uno dei migliori film di supereroi mai realizzati, e da
Harry Lawtey nel famigerato flop del 2024 Joker:
Folie à Deux. The
Batman, tuttavia, è una versione completamente diversa
dei vari personaggi DC associati a Batman.
Il film, uscito ormai quattro anni
fa, vede Robert Pattinson nei panni del
Cavaliere Oscuro, in quell’occasione impegnato a scontrarsi con
L’Enigmista. Il film è stato accolto con grande successo dalla
critica, ottenendo attualmente un punteggio dell’85% su Rotten
Tomatoes, e ha riscosso un enorme successo al botteghino,
incassando 772 milioni di dollari in tutto il mondo. Il sequel è
stato annunciato poco dopo. Misha Collins, che
riprende il ruolo di Due Facce avrebbe potuto avere il suo perché,
ma il team sembra puntare a dare al film una propria identità con
attori diversi in questi ruoli iconici.
Tutto quello che sappiamo su
The Batman – Parte II
The
Batman – Parte II è uno dei film più attesi del nuovo
panorama DC, ma il suo percorso produttivo non è stato privo di
ostacoli. Inizialmente previsto per ottobre 2025, il sequel diretto
da Matt Reeves è stato rinviato al 1°
ottobre 2027. I ritardi sono stati giustificati da
esigenze legate alla scrittura della sceneggiatura e al calendario
riorganizzato della DC sotto la nuova guida di James Gunn e Peter Safran,
che stanno ristrutturando l’intero universo narrativo. Nonostante
ciò, Reeves ha confermato che
le riprese inizieranno nella primavera
2026 e Gunn ha recentemente letto la
sceneggiatura, definendola “grandiosa”, un segnale incoraggiante
per i fan.
Sul fronte del cast, è confermato
il ritorno di Robert Pattinson nei panni di Bruce
Wayne/Batman, all’interno dell’universo narrativo alternativo noto
come “Elseworlds”, separato dal DCU principale. Dovrebbero tornare anche Jeffrey Wright come il commissario Gordon e
Andy Serkis nel ruolo di Alfred. I rumor più
insistenti ruotano attorno alla possibile introduzione di
Hush e Clayface (che avrà inoltre un film tutto suo)
come villain principali, anche se nulla è stato ancora
ufficializzato. C’è chi ipotizza un ampliamento del focus sulla
corruzione sistemica di Gotham, riprendendo i toni noir e
investigativi del primo capitolo, con Batman sempre più immerso in
un mondo in cui la linea tra giustizia e vendetta si fa
sottile.
Per quanto riguarda la
trama, le indiscrezioni suggeriscono un’evoluzione
psicologica per Bruce Wayne, alle prese con le conseguenze delle
sue azioni e un Gotham sempre più caotica, anche dopo gli eventi
della serie spin-off The Penguin con Colin Farrell (anche lui probabile membro del
cast). Alcune fonti parlano di un possibile scontro morale con
Harvey Dent, figura ambigua per eccellenza, o di un Batman
costretto a confrontarsi con i limiti del suo metodo. Al momento,
tutto è però ancora avvolto nel riserbo, ma la conferma della
sceneggiatura completa e approvata lascia ben sperare per l’inizio
delle riprese entro l’autunno e per un sequel che promette di
essere ancora più cupo, ambizioso e introspettivo.
Reeves spera naturalmente che il
suo prossimo film su Batman abbia lo stesso successo del primo.
The Batman del 2022 ha avuto un’ottima performance
al botteghino, incassando oltre 772 milioni di dollari in tutto il
mondo e ottenendo un ampio consenso da parte della critica. Queste
recensioni entusiastiche sono state portate avanti nella stagione
dei premi, visto che il film ha ottenuto quattro nomination agli
Oscar. Nel frattempo, Reeves ha espanso la serie DC
Elseworld con la già citata serie spin-off di Batman,
The Penguin, disponibile su Sky e NOW, per
l’Italia.
Il
ritorno di Chris Evans nei panni di
Steve Rogers è ormai ufficiale e tutto lascia pensare che
Avengers: Doomsday lo
vedrà al centro della scena. Dopo anni di smentite e dichiarazioni
che sembravano chiudere definitivamente il capitolo Captain
America, l’attore è pronto a riprendere lo scudo nel prossimo
grande evento dei Marvel Studios.
Il
cast del film attinge a piene mani dalla lunga storia del
Marvel Cinematic
Universe, includendo anche personaggi
provenienti da altri universi Marvel live-action, come gli X-Men
della Fox. Eppure, nessun annuncio ha generato lo stesso entusiasmo
del ritorno di Evans come Steve Rogers, una presenza che sembra
destinata a guidare l’intero racconto.
I teaser confermano il ruolo centrale di Steve Rogers
Sebbene i dettagli ufficiali sulla trama siano ancora top secret, i
primi teaser di Avengers:
Doomsday offrono indizi piuttosto chiari. Il primo filmato
promozionale è stato interamente dedicato a Captain America,
mostrando un dettaglio sorprendente: Steve Rogers è tornato… e ha
un figlio. Non a caso, questo teaser è attualmente il più visto del
film, con oltre 53 milioni di visualizzazioni sui social, superando
anche quello dedicato agli X-Men.
La scelta di aprire la campagna promozionale con Captain America
non è casuale. Gli stessi Russo Brothers
hanno sottolineato come la storia non possa essere raccontata senza
un ruolo centrale di Steve Rogers, rafforzando l’idea che Evans sia
il vero protagonista del film.
Perché Captain America protagonista è una scelta vincente
Riportare Steve Rogers al centro dell’MCU può sembrare rischioso,
soprattutto dopo la sua uscita di scena in Avengers: Endgame.
Tuttavia, Chris Evans resta uno dei volti simbolo del franchise, al
pari di Robert Downey Jr. Se quest’ultimo dovesse
interpretare il grande antagonista come Doctor Doom,
la contrapposizione tra due icone storiche dell’MCU sarebbe
narrativamente potentissima.
Dal punto di vista della storia, la scelta ha senso anche sul piano
del multiverso: la decisione di Steve di restare nel passato
potrebbe aver innescato conseguenze devastanti, fino a provocare
un’incursione. Il suo ritorno come eroe principale di
Avengers: Doomsday
potrebbe quindi nascere dal bisogno di rimediare a un errore che
minaccia l’equilibrio di tutte le realtà.
Questo improvviso cambiamento è un
tentativo di fermare gli sforzi della Paramount e impedire al suo
amministratore delegato e presidente, David
Ellison,
di fare ulteriori offerte, nonché di garantire che l’accordo
proceda più rapidamente.
David Zaslav, CEO
e presidente di Warner Bros. Discovery, ha affermato:
“L’accordo di fusione rivisto odierno ci avvicina ancora di più
alla combinazione di due delle più grandi società di storytelling
al mondo e, con esso, a un numero ancora maggiore di persone che
potranno godersi l’intrattenimento che amano di più. Unendoci a
Netflix, combineremo le storie che Warner Bros. ha raccontato e che
hanno catturato l’attenzione del mondo per più di un secolo e
garantiremo che il pubblico continui a goderne per le generazioni a
venire”.
Ted Sarandos,
co-amministratore delegato di Netflix, ha poi aggiunto:
“Insieme, Netflix e Warner Bros. offriranno una scelta più
ampia e un valore maggiore al pubblico di tutto il mondo,
migliorando l’accesso a programmi televisivi e film di livello
mondiale sia a casa che al cinema. L’acquisizione amplierà inoltre
in modo significativo la capacità produttiva degli Stati Uniti e
gli investimenti in programmi originali, favorendo la creazione di
posti di lavoro e la crescita a lungo termine del
settore”.
La dichiarazione fornita da Netflix
e WBD assicura che l’offerta modificata offre un valore maggiore,
maggiore certezza e un percorso più rapido verso il voto degli
azionisti, previsto per aprile 2026. La modifica dell’accordo di
Netflix arriva dopo che Ellison della Paramount ha intentato una
causa che richiederebbe a Netflix e WBD di rivelare completamente i
meccanismi interni della loro proposta, che il team di Ellison ha
definito “illegale”.
Al momento della stesura di questo
articolo, Paramount non ha ancora risposto alla modifica
dell’accordo da parte di Netflix. Tuttavia, visti gli sviluppi
degli ultimi mesi, sarà solo questione di tempo prima che Ellison e il
suo team rispondano o intraprendano azioni di ritorsione contro il
fronte unito di WBD e Netflix.
Till Death è un
thriller
horror dal ritmo perfetto che racconta il peggior matrimonio
che abbiate mai visto. Diretto da S.K. Dale e
scritto da Jason Carvey, il film segue
Emma (Megan
Fox), che vive un matrimonio infelice con il marito
avvocato, Mark (Eoin Macken). La
coppia si è conosciuta dieci anni prima, quando Mark ha perseguito
l’uomo che ha tormentato e accoltellato Emma. Mark è però poi
diventato un avvocato difensore corrotto ed Emma scopre presto che
sta per essere arrestato per manomissione di prove. Lui, inoltre,
abusa emotivamente di sua moglie, spingendola ad avere una
relazione con il suo dipendente, Tom (Ami
Ameen).
Nel giorno del loro anniversario,
Mark regala però a Emma una collana d’acciaio, la porta nella loro
casa isolata sul lago e le dice che vuole dare un’altra possibilità
alla loro relazione. Ma il giorno dopo, lei si sveglia ammanettata
a Mark, che si spara alla testa. Emma deve allora capire come
liberarsi dalle catene che la legano al marito morto e fuggire
dalla casa. Si scopre però che Mark ha fatto tutto il possibile per
rendere la sua fuga il più difficile possibile. La cosa peggiore
che lui ha fatto è stata mandare Bobby Ray
(Callan Mulvey), l’uomo che ha aggredito Emma anni
prima e che ora è libero, a prendere i diamanti che aveva nascosto
in una cassaforte nella casa.
L’ultima scena di Till
Death è ambigua
Nel finale di Till
Death, Bobby Ray e suo fratello Jimmy
(Jack Roth) catturano Emma e la costringono a dir
loro il codice della cassaforte, che è la data in cui Mark le ha
chiesto di sposarlo. Tuttavia, nella cassaforte non ci sono
diamanti, ma solo una sega per ossa. Bobby Ray capisce allora che i
diamanti sono all’interno della collana d’acciaio, la quale una
volta chiusa non può più essere rimossa, e che Mark voleva che lui
segasse la testa di Emma per recuperarli. Bobby Ray ha quindi
intenzione di uccidere Emma, ma lei reagisce e in qualche modo
riesce a liberarsi e lo ammanetta al corpo di Mark.
A quel punto fugge verso il lago
ghiacciato, inseguita però da Bobby Ray, che trascina con forza
dietro di sé il cadavere di Mark. Mentre lottano, il ghiaccio cede
e cadono nell’acqua gelida. Il peso morto di Mark, naturalmente,
trascina giù Bobby Ray, che tenta però di trascinare Emma con sé.
Lei riesce tuttavia a estrarre il coltello che gli aveva conficcato
nella spalla poco prima e lo pugnala mortalmente nell’occhio, un
gesto altamente simbolico perché dieci anni prima era riuscita a
liberarsi di lui pugnalandolo nell’altro occhio con le sue
chiavi.
Emma rischia comunque di annegare,
ma riesce infine a tirarsi fuori dall’acqua. Mentre giace sul
ghiaccio, fa rotolare la sua fede nuziale nell’acqua, dove affonda
per raggiungere Mark. Sente a quel punto le sirene in lontananza,
che rispondono a una chiamata al 911 che lei è riuscita a fare in
precedenza. È congelata, sanguinante e respira affannosamente.
L’ultima inquadratura del film è dall’alto, con Emma che guarda
verso il basso. Lei però sorride, felice di essersi finalmente
liberata di Mark. Il suo respiro sembra rallentare, ma è
impossibile dirlo con certezza perché la telecamera è orma troppo
lontana da lei e il film si conclude.
È indubbiamente un finale ambiguo
quello di Till Death, in cui gli spettatori
possono scegliere cosa credere sia successo a Emma. Gli ottimisti
penseranno che abbia resistito abbastanza a lungo da essere
salvata, mentre i pessimisti crederanno che abbia invece ceduto al
freddo e alle ferite prima dell’arrivo della polizia. In ogni caso,
il voto “finché morte non ci separi” è stato rispettato.
In un’intervista con l’emittente australiana 3AW, al regista
S.K. Dale è poi stato chiesto cosa pensasse fosse
successo a Emma in quei momenti finali.
Il regista ha però risposto che non
sentiva il bisogno di dare al pubblico una risposta definitiva.
“Durante la produzione discutevamo sempre delle scene che
potevano seguire, ma penso che la storia fosse già abbastanza
completa”, ha detto. Questa ambiguità rende soddisfacente il
finale, per come conclude la storia: Emma è finalmente libera dal
suo orribile marito. È sopravvissuta fino alla fine della storia.
Sapere se sopravvive o meno dopo quel punto non è necessario per
sentirsi soddisfatti. È una risoluzione meritata che offre agli
spettatori qualcosa di cui continuare a parlare e riflettere dopo i
titoli di coda.
Cuore selvaggio nasce
dal romanzo Wild at Heart di
Barry Gifford, una storia che mescola amore,
violenza e onirismo in una cornice narrativa volutamente
anticonvenzionale. David Lynch, già noto per aver trasformato il
cinema in un luogo di sogno e inquietudine, sceglie questa materia
letteraria per portare sullo schermo una coppia di amanti in fuga,
ispirandosi a una tradizione narrativa americana fatta di fughe,
motel, strade infinite e una mitologia pop costantemente in
collisione con il reale. Il romanzo di Gifford diventa così la base
di un’opera in cui l’amore è un motore che attraversa il caos.
Il
film si colloca in un genere difficile da definire: è una storia
d’amore shakespeariana che si sviluppa come un road movie, ma è
contaminata da eventi bizzarri e da esplosioni di violenza insana
che ne fanno un’opera atipica e profondamente lynciana. La trama,
che segue Sailor e Lula in un viaggio attraverso l’America, si
trasforma in un percorso visionario dove la realtà si frantuma in
sequenze surreali, dialoghi paradossali e personaggi grotteschi. Il
risultato è un road movie che rifiuta la linearità e si immerge in
una logica di sogno, con punte di ironia nera e una tensione
costante tra amore e autodistruzione.
Per David
Lynch, Cuore
selvaggio rappresenta un punto di svolta nel suo percorso:
dopo film come The Elephant Man e Velluto blu, Lynch porta la sua poetica
nell’America più popolare e kitsch, mantenendo però intatta la sua
ossessione per l’inconscio e il lato oscuro della cultura
statunitense. La pellicola ottenne un successo clamoroso,
consacrandosi con la Palma d’Oro a Cannes, riconoscimento che segnò
un momento di grande visibilità per il regista e consolidò la sua
reputazione come autore capace di coniugare sperimentazione e
appeal mainstream. Nel resto dell’articolo, verrà proposta una
spiegazione del finale e di come esso chiuda il viaggio di Sailor e
Lula.
Sailor Ripley, uno
sfrontato carcerato in libertà vigilata, s’imbatte nella
giovanissima Lula Pace, squinternata ragazza del
North Carolina, sempre in preda agli incubi in seguito a uno stupro
subito quando era appena adolescente. Lula è fuggita di casa per
sottrarsi al dispotismo dell’eccentrica madre, sgualdrina ubriacona
e dissoluta, e ora si rifugia fra le braccia di Sailor, colpita da
una passione fatale. I due si propongono di raggiungere il Texas,
dove Sailor conta di poter sfuggire ad ogni controllo della
giustizia.
Ma la madre sguinzaglia alle
calcagna dei due i suoi killer ex-amanti, per recuperare la figlia
ed eliminare Sailor. Agghindato in una ridicola giacca di finta
pelle di serpente, Sailor si trascina dietro l’insaziabile Lula di
motel in motel, abbandonandosi con lei ad una fitta serie di orge
sessuali, diligentemente rappresentate in tutti i dettagli, e
sfuggendo puntualmente agli appostamenti dei killer degenerati e
psicopatici che li inseguono. Ma alla fine, a corto di denaro,
Sailor si induce a partecipare a una rapina e le cose prenderanno
una brutta piega.
La spiegazione del finale del
film
Dopo
la prigionia di Sailor e la nascita del figlio, il terzo atto si
apre con Lula che decide di ricongiungersi con il suo uomo,
nonostante le obiezioni della madre. Lo va a prendere in carcere
con il loro bambino, Pace, ma il ritorno è teso e pieno di
imbarazzo: Sailor, convinto di essere un peso per loro, sceglie di
allontanarsi. Camminando via, viene aggredito da una gang di
strada. Mentre è steso a terra, privo di sensi, ha una visione
della fata Glinda, che lo ammonisce a non fuggire dall’amore.
Sailor si risveglia con una nuova consapevolezza: la sua vita deve
cambiare. Si scusa con i membri della gang e corre verso Lula,
determinato a riprendersi ciò che teme di aver perso. Nel
frattempo, a casa di Lula, il ritratto della madre Marietta prende
fuoco e si dissolve, in un’immagine che richiama la distruzione
della “strega cattiva”. Questo simbolo anticipa la fine del dominio
della madre sulla coppia. Sailor raggiunge Lula e Pace in un
ingorgo stradale, salta sui tetti e sulle auto per recuperare la
famiglia e, finalmente, canta “Love Me Tender”.
Il finale mette in scena la risoluzione del conflitto interno di
Sailor, che passa dall’essere un uomo dominato dal passato, dalla
violenza e dal senso di colpa, al diventare un individuo capace di
scegliere l’amore come via di salvezza. La visione di Glinda
rappresenta un momento di svolta morale e psicologica: non è una
semplice apparizione onirica, ma un richiamo alla possibilità di
redenzione. La fuga, che per tutto il film era il modo in cui
Sailor affrontava il mondo, viene sostituita dall’azione decisiva
di ricongiungersi alla famiglia e assumersi la responsabilità.
La dissoluzione del ritratto di Marietta e la scena dell’incendio
simbolico segnano la fine dell’influenza materna e del controllo
manipolatorio sulla vita di Lula. Il gesto di Sailor di cantare
“Love Me Tender” è allora non solo una dichiarazione
romantica, ma un impegno definitivo. egli riconosce Lula come sua
compagna e Pace come sua responsabilità. In questo senso, il finale
completa il tema centrale del film, cioè l’amore come forza capace
di resistere alla brutalità del mondo. La violenza non viene
negata, ma viene sopraffatta dalla scelta di costruire un
futuro.
Il film lascia dunque una
morale ambigua ma potente: l’amore non è un sentimento astratto, ma
una decisione concreta che richiede coraggio e coerenza. Sailor e
Lula non sono “eroi” nel senso tradizionale, ma due persone ferite
che scelgono di non rinunciare a ciò che li rende vivi. La loro
fuga diventa, alla fine, un ritorno: non verso un luogo, ma verso
una possibilità di umanità. Cuore selvaggio
suggerisce così che la redenzione esiste solo quando si smette di
correre e si accetta la responsabilità di essere amati e di
amare.
La star di The
Boys, Jensen Ackles ha rivelato se Batman è ancora
il ruolo dei suoi sogni, mentre James Gunn si prepara a introdurre il
Cavaliere Oscuro nell’universo DC tramite The Brave and the Bold.
L’attore, infatti, aveva già espresso interesse a interpretare il
supereroe in un film live-action. Ackles, d’altronde, ha già
esperienza con Batman, avendo doppiato il personaggio in diversi
film d’animazione.
Durante la convention The Road So Far… The Road Ahead a Las
Vegas, insieme al co-protagonista di SupernaturalMisha
Collins, Ackles ha quindi ribadito la sua speranza di
interpretare Batman un giorno, dicendo: “È sicuramente un ruolo
da sogno”. Il supereroe DC non è però l’unico ruolo da sogno
di Ackles. L’attore ha infatti aggiunto che gli piacerebbe anche
interpretare Wyatt Earp e Robin
Hood.
Ackles non è poi estraneo al mondo
dei supereroi. Prima di interpretare Dean Winchester nella longeva
serie Supernatural, l’attore ha ottenuto il ruolo di Jason
Teague in Smallville. Dopo aver fatto il suo debutto nella
DC come Red Hood in Batman: Under the Red Hood, Ackles ha
poi doppiato Batman nei film d’animazione Batman – Il Lungo
Halloween, Legion of Super-Heroes, Justice League: Warworld e Justice
League: Crisis on Infinite Earths.
Due anni dopo la fine di
Supernatural, dopo 15 stagioni in onda, Ackles si è poi
unito al cast di The Boys, la versione più cupa e
cruda del genere supereroistico di Prime Video, nel ruolo di Soldier
Boy. Tornerà come personaggio fisso nella quinta stagione, che
debutterà l’8 aprile. La stagione finale vedrà anche la
partecipazione come guest star dei colleghi di Ackles in
Supernatural, Collins e Jared Padalecki.
Una volta terminata The
Boys, Ackles non dirà addio a Soldier Boy, poiché
riprenderà il ruolo anche nel prossimo spin-off della serie,
Vought Rising. Per quanto riguarda il Batman del
DCU, non c’è ancora un programma di produzione
concreto per The Brave and the Bold e il casting
non è stato ancora definito, quindi il sogno di Ackles di
interpretare un giorno il supereroe potrebbe ancora avverarsi.
Il principe cerca
moglie, del 1988, nasce da un’idea di Eddie Murphy,
che non solo interpreta il protagonista, ma contribuisce alla
costruzione del tono e della comicità del film. La storia ruota
attorno a un principe africano che, stanco delle nozze combinate,
decide di viaggiare negli Stati Uniti sotto mentite spoglie per
trovare una donna che lo ami per quello che è, e non per il suo
titolo. L’intuizione di Murphy è chiara: mescolare
romanticismo e
commedia con un’ambientazione esotica, creando un film che
punta tanto sull’ironia quanto sulla dimensione sentimentale.
Nel contesto della filmografia di Murphy, Il principe cerca moglie rappresenta uno
dei momenti più riusciti della sua fase d’oro. Dopo il successo di
pellicole come Una poltrona per
due e Beverly Hills Cop,
Murphy conferma la sua capacità di dominare il grande schermo con
un personaggio carismatico e versatile, capace di passare dal
sarcasmo alla tenerezza. Il film è anche una prova del suo talento
nel costruire un universo comico corale, grazie a una serie di
personaggi secondari memorabili e a una comicità basata
sull’interpretazione e sulla trasformazione.
Il risultato è stato un
successo di pubblico e di critica, tanto da consacrare il film come
una delle commedie romantiche più iconiche degli anni Ottanta. Il
mix di humour, romanticismo e messaggi sulla sincerità dei
sentimenti ha reso la pellicola un punto di riferimento del genere,
capace di resistere al passare del tempo. Nel resto dell’articolo
verrà proposta una spiegazione del finale, analizzando come si
chiuda la storia e quale significato abbia la scelta del principe
nel concludere il proprio percorso tra identità, amore e
responsabilità.
La trama di Il
principe cerca moglie
Il principe africano di Zamunda,
Akeem, è cresciuto nella ricchezza e nel benessere
ed ora è giunto al momento di dover incontrare la donna che i suoi
genitori hanno scelto per lui come moglie. Questa, tuttavia, non
corrisponde affatto all’ideale del principe, che pertanto decide di
rinunciare al matrimonio e cercare da sé una sposa che lo ami per
quello che è e non per quello che rappresenta e possiede. Per
riuscire in ciò, decide di recarsi sotto mentite spoglie nella
città di New York, accompagnato dal fidato Semmi.
Soggiornando nel difficile quartiere Queens, i due si ritrovano
così privati dei loro agi, ma l’entusiasmo di Akeem non si spezzerà
tanto facilmente.
La spiegazione del finale del film
Verso
il finale, Akeem, seppur scontento di dover sottostare a un
matrimonio combinato, decide di accettare il destino che gli è
stato imposto. Dopo aver fallito nel riconquistare Lisa e aver
confessato di essere un principe, si prepara quindi a sposare una
donna scelta dalla corte. La cerimonia si svolge in un clima di
solennità, con la famiglia reale e la corte che partecipano a un
rituale che sembra chiudere definitivamente la storia. Akeem, però,
non è sereno: il suo amore per Lisa e il desiderio di essere libero
dalle aspettative della corona lo hanno segnato.
Quando la processione nuziale si avvia, il colpo di scena è dietro
l’angolo: la sposa velata non è la scelta della corte, ma Lisa
stessa, accompagnata da Cleo. La presenza di Lisa è una
dichiarazione esplicita: non ha scelto Akeem per il suo status, ma
per l’uomo che ha conosciuto. Il gesto di Cleo, che approva la
scelta e allontana Darryl, segna il superamento del pregiudizio
iniziale. Akeem, sorpreso e commosso, capisce che il suo percorso
non è stato vano: la verità e la determinazione hanno avuto la
meglio.
Il finale conferma il tema centrale del film: l’amore non può
essere comprato né imposto. Akeem è disposto a rinunciare al trono
per Lisa, ma la donna dimostra che il suo sentimento non dipende
dal denaro o dal potere. La sua decisione di entrare nel mondo di
Zamunda non è una sottomissione, ma una scelta condivisa, in cui
l’innamoramento si trasforma in un legame autentico. La scena
finale, con la coppia che viaggia insieme tra gli applausi,
suggella l’idea che la felicità può nascere solo da una relazione
libera e consapevole.
La spiegazione del finale sta proprio nella crescita di Akeem: il
principe non è più un ragazzo viziato, ma un uomo capace di
scegliere e di rischiare. L’errore di Akeem non è stato mentire, ma
non aver compreso fino in fondo che la sincerità avrebbe richiesto
un confronto aperto. Quando Lisa si presenta al matrimonio,
dimostra che la sua scelta non è dettata dal potere, ma dall’amore
e dalla fiducia. Il film, quindi, chiude con una vittoria
dell’autenticità: la favola si realizza solo quando entrambi i
protagonisti accettano di essere se stessi.
Il messaggio morale del
film è chiaro: la vera dignità non deriva dal sangue o dal denaro,
ma dalla capacità di costruire relazioni basate sulla libertà e sul
rispetto reciproco. Il
principe cerca moglie suggerisce che l’amore autentico non
si conquista con la forza, ma con la pazienza e la coerenza. Il
percorso di Akeem è una lezione sulla responsabilità personale:
solo quando smette di cercare una “moglie perfetta” e inizia a
essere un uomo vero, può trovare la donna giusta. Il film ci lascia
con l’idea che il potere più grande è quello di scegliere chi si
vuole essere.
Non si sa ancora nulla sul
ruolo che interpreterà la Seydoux. Pubblicato nel 1842, il
racconto di Poe racconta la storia del principe Prospero, che si
ritira con un gruppo di nobili in un’abbazia fortificata mentre una
pestilenza mortale devasta la campagna. Per distrarsi, l’élite
organizza un elaborato ballo in maschera, ma con il passare della
notte, una presenza inquietante interrompe i festeggiamenti,
costringendo gli ospiti a confrontarsi con la realtà che credevano
di aver escluso.
Il progetto è di Charlie
Polinger, sceneggiatore e regista reduce dal suo debutto
alla regia a Cannes con un dramma psicologico ironicamente
intitolato “The Plague”, che racconta tuttavia una storia
completamente diversa. Julia Hammer ed
Erik Feig produrranno per Picturestart, insieme a
James Presson e Lucy McKendrick, con Polinger come produttore
esecutivo. A24 distribuirà il film in tutto il mondo.
Nota per il suo lavoro con autori
che spaziano da Wes Anderson e Yorgos
Lanthimos a David Cronenberg,
Bertrand Bonello e Mia
Hansen-Løve, Léa
Seydoux è apparsa di recente in “Dune –
Parte seconda” di Denis Villeneuve per Legendary/Warner
Bros., così come nei film di Bond “Spectre” e
“No Time to Die“, interpretando la
Bond girl Madeleine Swann. Nel 2013, ha vinto la Palma d’Oro per
“La vita di Adele“, il dramma romantico del
regista Abdellatif Kechiche.
Apple
TV ha diffuso il trailer ufficiale della seconda stagione di L’ultima cosa che mi ha
detto, la serie thriller interpretata e
prodotta da Jennifer Garner. I
nuovi episodi debutteranno il 20 febbraio sulla piattaforma, con un episodio a
settimana ogni venerdì fino al 10 aprile.
Accanto a Jennifer Garner tornano i protagonisti della prima
stagione Angourie
Rice, David Morse
e Nikolaj
Coster-Waldau, mentre tra le
new entry del cast
figurano Judy Greer e
Rita Wilson.
La seconda stagione sarà composta da otto episodi.
Basata su The First Time I Saw
Him, sequel dell’acclamato romanzo
bestseller di Laura Dave,
la nuova stagione riprende la storia cinque anni dopo gli eventi della prima.
Owen (Coster-Waldau) ricompare improvvisamente dopo una lunga
latitanza, costringendo Hannah (Garner) e la figliastra Bailey
(Rice) a una corsa contro il tempo per capire come ricostruire la
propria famiglia prima che il passato torni a travolgerli.
Oltre ai nomi già annunciati, la seconda stagione accoglie anche
Augusto Aguilera, Josh
Hamilton, Nick Hargrove, Michael Galante, John Noble, Michael
Hyatt, Luke Kirby ed Elizabeth O’Donnell, ampliando
ulteriormente l’universo narrativo della serie.
In vista della premiere, il pubblico potrà approfondire la storia
leggendo o ascoltando su Apple Books il romanzo The
First Time I Saw Him, che prosegue il percorso
emotivo e narrativo di Hannah Hall prima del ritorno sullo
schermo.
L’ultima cosa che mi ha detto è
prodotta da 20th
Television e da Hello
Sunshine, la società fondata da
Reese Witherspoon e
Lauren Neustadter, parte di Candle Media. La serie è creata e
adattata da Laura Dave insieme al co-creatore premio Oscar
Josh Singer.
Tra i produttori esecutivi figurano anche Jennifer Garner,
Witherspoon e Neustadter, con Aaron Zelman
che entra nella seconda stagione come co-showrunner insieme a
Singer.
La prima
stagione di L’ultima
cosa che mi ha detto è attualmente disponibile in streaming su
Apple TV+.
È
disponibili il trailer
ufficiale di Un Bel
Giorno, il nuovo film diretto e
interpretato da Fabio De
Luigi, con Virginia
Raffaele. Completano il cast
Maria Gifuni,
Alma Teresa
Giardina, Anita
Marzi, Arianna
Gregori, Leon
Castagno, Andrea
Silvestrini, Nicola Mayer e Beatrice Schiros, con la partecipazione straordinaria di Antonio
Gerardi.
Il film uscirà nelle sale il
5 marzo,
distribuito da 01
Distribution. Un Bel
Giorno è una produzione Lotus
Production, società Leone Film
Group, in collaborazione con
Rai Cinema.
L’opera è realizzata e distribuita con il contributo del
Fondo per lo sviluppo
degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo.
Il soggetto e la sceneggiatura portano la firma di
Furio Andreotti,
Giulia Calenda e
Fabio De Luigi.
La fotografia è curata da Simone Mogliè, il montaggio da Consuelo Catucci, la scenografia da
Valeria Zamagni,
i costumi da Isabella
Rizza, mentre la colonna sonora originale è composta da
Michele
Braga.
La trama
Tommaso ha cresciuto da solo quattro figlie, trasformando la sua
vita in una caotica ma solida routine familiare e diventando un
padre a tempo pieno e un uomo a tempo zero. Quando le ragazze
decidono che è arrivato il momento per il padre di rimettersi in
gioco, Tommaso incontra Lara, una donna brillante e affascinante.
Un incontro inatteso che potrebbe cambiare tutto… se non fosse che
entrambi nascondono qualcosa di decisamente ingombrante.