Egerton sostituisce
Oscar Isaac, annunciato a fine agosto ma
escluso a causa di impegni. Lazar ha descritto oggi il film come
sullo stile di Quei bravi ragazzi e Scarface. La sinossi recita:
“Kockroach è la storia di un misterioso straniero che affronta
la malavita di New York, trasformandosi in un boss della malavita
più grande della vita in una città dove il potere è
tutto”.
L’adattamento cinematografico del
romanzo di William Lashner è in pre-produzione e
le riprese dovrebbero iniziare a febbraio in Australia. Matt Ross
(Captain Fantastic) dirigerà il film da una sceneggiatura di
Jonathan Ames (You Were Never Really Here) con revisioni di
Ross.
Black Bear continuerà a vendere i
diritti internazionali al prossimo AFM. CAA Media Finance e Range
Select co-rappresentano quelli nazionali.
Tra i responsabili del dipartimento
figurano Colin Gibson, lo scenografo vincitore di un Oscar per il
suo lavoro in Mad Max: Fury Road; il direttore
della fotografia vincitore di un Emmy Adam Arkapaw, i cui crediti
includono The Order, The King,
Macbeth e le prime stagioni di Top of the
Lake e True Detective; e il supervisore
degli effetti visivi Jonathan Dearing, noto per il suo lavoro in
M3gan, The Invisible Man e
Upgrade.
“Non potrei essere più
entusiasta di dare il benvenuto a Taron in Kockroach e di vederlo
collaborare con Channing e Zazie in questa nuova e audace
interpretazione del genere gangster. Grazie allo straordinario
talento del regista Matt Ross, Kockroach supererà i limiti e le
aspettative allo stesso modo di film seminali come Scarface e Quei
bravi ragazzi. Sono anche entusiasta di vedere il nostro
incredibile team creativo unirsi: lo scenografo premio Oscar Colin
Gibson, il direttore della fotografia Adam Arkapaw e il supervisore
degli effetti visivi Jonathan Dearing”, ha dichiarato
Lazar.
La star di
Kingsman, Rocketman,
Black Bird e Carry-On,Taron Egerton, è stata vista di recente nella
serie di Apple
TVSmoke e nel film poliziesco She Rides
Shotgun.
Un trentesimo anniversario, quello
di Linea
d’Ombra Festival, che non è una meta, ma l’inizio di
un nuovo viaggio. In tre decenni di esplorazioni è diventato un
punto di riferimento per la cultura audiovisiva in Italia e in
Europa. E così, dall’8 al 15 novembre 2025, con oltre 70 eventi tra
cinema, musica, libri, arti visive e formazione, Linea
d’Ombra Festival, ideato e diretto da Peppe
D’Antonio e Boris
Sollazzo e promosso
dall’associazione SalernoInFestival ETS,
conferma la sua natura di evento che non si limita a celebrare il
cinema, ma continua a interrogare il mondo attraverso di esso.
Dopo il successo dell’edizione 2024, la riflessione sui
“Diritti/Rights” torna come filo conduttore del 2025, ma declinata
come “diritto al sapere”, esplorato da
proiezioni, incontri, masterclass e laboratori.
Tre sono le sezioni di film in
concorso: Passaggi d’Europa_30, con sei
lungometraggi – opere prime o seconde – di autori
europei; CortoEuropa_30,
con 21 cortometraggi prodotti in Europa negli ultimi due
anni; e UNIFEST, con 10 cortometraggi
realizzati da studenti universitari di tutto il mondo e presentati
nella sezione dedicata, ideata in collaborazione con l’Università
degli Studi di Salerno.
Il programma di questa edizione si
completa con il Fuori Concorso,
le Proiezioni speciali
internazionali e Nuovo Cinema
Italia; il cinema emergente campano dell’Open
Space e la consueta Maratona
cinematografica notturna, quest’anno dedicata al
regista Eran Riklis, che riceverà
da Banca Campania
Centro il Premio Linea d’Ombra Maestri
del Cinema. E poi ancora i Ring, gli
incontri con ospiti affermati ed emergenti condotti
da Boris Sollazzo; gli eventi performativi
di Quinto Elemento, la macro-sezione
interdisciplinare di indagine sull’audiovisivo nella sua forma
espansa.
In linea con il tema del “diritto
al sapere” è il percorso dedicato alla formazione con
la Media Education Factory (MEF), articolato
nei Percorsi dello sguardo, cinque matinée di
cinema riservate alle scuole sul tema “Diritto al sapere”, seguite
da L’Ora dei Diritti, un ciclo di dibattiti e
testimonianze con giornalisti, docenti e operatori della scuola;
tre imperdibili Masterclass_30 dedicate
a recitazione, fumetto e regia; il LabDoc_30,
laboratorio per sviluppare un documentario sulla storia e la vita
del Porto di Salerno; le UniClass, una
masterclass e un workshop della sezione UNIFEST dedicati al diritto
alla lettura e all’audiovisivo e all’idea di società; infine
il MEF Off, con il corso di aggiornamento sui
temi delle Pari Opportunità organizzato con l’Ordine dei
Giornalisti della Campania e Federscherma.
Le
novità. Con la
sezione LdO_BOOK si presentano
esperienze editoriali liminali al mondo dell’audiovisivo;
tre Eventi Speciali: un convegno per
riflettere con Cinecittà e
Nexsoft sul ruolo dell’intelligenza artificiale
nel cinema, un’installazione audiovisiva multicanale e una
performance audiovisiva site-specific per festeggiare i trent’anni
del festival. Altra novità il MEF
Off dedicato alle Pari Opportunità, con la
testimonianza della schermitrice paralimpica e docente di
ingegneria chimica all’Università Federico II di
Napoli, Rossana Pasquino, in programma il 10
novembre dalle 14.30 nella Sala Marcello Torre della Provincia di
Salerno. L’incontro, organizzato con l’Ordine dei
Giornalisti della Campania – Commissione Pari
Opportunità e Federscherma, è
valido per i crediti formativi dei giornalisti.
Gli eventi in programma segnalati
“anche in diretta streaming” saranno visibili sui canali social del
Festival (Facebook, YouTube). Il pubblico in sala e online potrà
fare domande agli ospiti.
Anche quest’anno il pubblico potrà
partecipare come giuria popolare votando online
su partecipa.lineadombrafestival.it e
prenotare gli eventi su Eventbrite.
Inoltre il pubblico potrà chiedere informazioni sul programma
interrogando l’assistente vocale AI by Nexsoft al
link ldo.nexsoft.it. Linea d’Ombra prosegue
inoltre il proprio impegno per la mobilità sostenibile e la
riduzione degli impatti ambientali dell’evento.
IL PROGRAMMA di Linea
d’Ombra
Sabato 8 novembre. L’apertura
è con la nuova generazione del cinema italiano. Dopo
l’accreditamento della giuria popolare alla Sala Pasolini, ci sarà
la prima proiezione del concorso CortoEuropa_30.
Nel pomeriggio Peppe D’Antonio
presenterà On
the Edge di Guérin
van de Vorst, Sophie Muselle, primo lungometraggio in gara per la
sezione Passaggi
d’Europa_30, opera
centrata sull’esperienza di una giovane infermiera in un reparto
psichiatrico e il suo incontro con il profondo disagio emotivo
di Mila. La giornata culminerà con il Ring
“I giovani favolosi”,
incontro dedicato ai nuovi volti del cinema
italiano: Samuele
Carrino, Carlotta Gamba, Aurora Giovinazzo, Ludovica
Nasti e Beatrice
Puccilli dialogheranno
con il pubblico in un evento simbolico che celebra la “meglio
gioventù” del cinema nazionale. Sarà possibile seguire l’evento
anche in diretta streaming sui canali di Linea
d’Ombra Festival.
Domenica 9 novembre. Il
secondo giorno si apre alle 16.30 alla Sala Pasolini con le
proiezioni del concorso CortoEuropa_30 e,
a seguire, Passaggi
d’Europa_30 con
la presentazione di Don’t
let me die dell’esordiente
Andrei Epure. L’opera è perfettamente in linea con una certa
tendenza del cinema rumeno contemporaneo, giocata sul paradosso e
l’assurdo. Alle 19, al Piccolo Teatro Porta Catena, evento
speciale con Una
cosa vicina,
film di Loris
G. Nese,
presentato a Venezia 82. Dialoga con il regista il giornalista
del Corriere del Mezzogiorno Gabriele
Bojano.
In serata (ore 21.30) il protagonista
del Ring è
lo scrittore Donato
Carrisi,
che con Boris Sollazzo ripercorrerà la sua carriera di
narratore e regista, da Il
suggeritore a La
ragazza nella nebbia.
A Carrisi sarà assegnato il Premio
Linea d’Ombra.
Alle 18, al Museo
Virtuale della Scuola Medica Salernitana,
sarà inaugurata l’installazione Move
After Move di Antonello
Matarazzo,
curata da Bruno
Di Marino,
visitabile fino al 15 novembre dalle 16.00 alle 20.00.
Lunedì 10 novembre. La
giornata inizia con le attività della Media
Education Factory,
dedicate alle scuole con la proiezione del
film La
Scuola di Daniele
Luchetti e
l’incontro con Tommaso
Siani,
direttore de La Città. Parte il
laboratorio LabDoc_30, centrato
sulla realizzazione di un documentario dedicato
al Porto di Salerno, il progetto è sostenuto
dalla Fondazione della Comunità
Salernitana con
la collaborazione didattica di Upside
Production e Audiovisual
Napoli Hub – Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università
Federico II di Napoli.
Alle 10.30, nella Sala Affreschi del Complesso San Michele, si
terrà UNIFEST
– UniClass #1 Il sentiero delle storie. Una strada verso il diritto
alla lettura,
workshop con Angela
Albarano,
docente e direttrice del Libro
Aperto Festival.
Alla sala Pasolini continuano le proiezioni dei cortometraggi
in concorso nella sezione CortoEuropa_30 e,
alle 18.30, per la sezione Passaggi
d’Europa_30,
presentazione del film spagnoloPheasant Island,
che l’esordiente Asier Urbieta dedica al tema dell’immigrazione. Al
Cinema Fatima, sempre alle 18.30, proiezione fuori concorso
di I
bambini di Gaza. Sulle ali della libertà di Loris
Lai.
Seguirà il dibattito, moderato da Peppe
D’Antonio, Salam/Shalom:
dopo Gaza le vie della pace con Marco
Croatti,
senatore della Repubblica, Giso
Amendola,
docente all’Università di Salerno, e Loris
Lai,
regista. Alle 21.30, alla Sala Pasolini,
l’artista Bruno
Dorella proporrà
la sonorizzazione live del film muto L’Odissea(1911),
uno degli eventi di punta della
sezione Quinto
Elemento
dedicata al dialogo tra cinema e musica. Ingresso libero fino a
esaurimento posti.
Martedì 11 novembre. Masterclass
e contaminazioni sonore. Alle 9, al Complesso San
Michele, Masterclass_30 con Milena
Mancini,
attrice e performer, che guiderà gli studenti nella costruzione del
personaggio “dal testo all’azione”. Alle 9.30, alla Sala Pasolini,
per il Media
Education Factory – Percorsi dello sguardo: scuola di
cinema,
proiezione del film L’onda di Dennis
Gansel,
seguita da L’Ora
dei Diritti con Marcello
Ravveduto,
storico e docente universitario. Quarta giornata di proiezione dei
film in concorso,
CortoEuropa_30, alle
ore 16.30 e alle 18.30, per Passaggi
d’Europa_30,
il regista turco Seymus Altun, anch’egli all’opera prima,
conAs
we breath,
ci porta in Anatolia per scoprire il dramma di una famiglia causato
da un disastro ambientale che mette a rischio la loro vita e i loro
beni. Alle 19, al Piccolo Teatro Porta Catena, per la
sezione Fuori
Concorso – Open Space,
proiezione dei cortometraggi Alla
Svizzera di
Domenico Pizzulo; Maccarìa di
Giulia Minella; Il
compito di
Gabriele Angrisani e Fino
a te di
Luca Grafner. Alle 21.30, alla Sala Pasolini, per la
sezione Quinto
Elemento,
il chitarrista americano Steve
Gunn sonorizzerà
dal vivo i cortometraggi sperimentali di Stan
Brakhage.
Ingresso libero fino a esaurimento posti.
Mercoledì 12 novembre. Tra
fumetto e impegno civile. In mattinata, alla Sala Pasolini,
proiezione di La
sala professori di Ilker
Çatak (Germania,
2023). Seguirà L’Ora
dei Diritti con Ida
Lenza,
dirigente scolastico del Liceo Tasso di Salerno. Alle
17, Masterclass_30 con
il fumettista Roberto
Recchioni,
moderata dall’art director LdO e COMICON Roberto
Policastro.
Alla Sala Pasolini proiezione dei cortometraggi in concorso nella
sezione CortoEuropa_30 e,
alle 18.30, per Passaggi
d’Europa_30 proiezione
del film I
shall seedella
regista olandese Mercedes Stalenhoef. Il film segue la vicenda di
una ragazza che perde la vista mentre attraversa la
propria linea
d’ombra
per diventare adulta.
Alle 19, al Piccolo Teatro Porta Catena, per la
sezione Open
Space,
proiezione dei cortometraggi Senza
voce di
Flavio Califano, Un
bacio di
Rocco Ancarola, Fallen
Houses di
Gianluca Abbate, Appuntamento
a Mezzogiorno di
Antonio Passaro e Il
peso della carne di
Gaia Troisi (in collaborazione con MacFest 2025). A seguire,
proiezione speciale di 58% di Vincenzo
Marra, documentario
realizzato dal regista a Gaza nel 2005 che aiuta a comprendere
le dinamiche storiche di una tragedia. Alle 21.15, lo stesso
Marra sarà protagonista del Ring
“Marra(dona) è meglio ’e Pelè” e
della retrospettiva sui suoi vent’anni di cinema civile. Alle
21.30, alla Sala Pasolini, Quinto
Elemento con Oren
Ambarchi per Dragon’s
Return.
Ingresso libero fino a esaurimento posti.
Giovedì 13 novembre. È
il giorno del rapporto tra intelligenza artificiale e futuro del
cinema. Alle 9.30, alla Sala Pasolini, proiezione del
film La
classe di Laurent
Cantet,
seguita da L’Ora
dei Diritti con Olga
Chieffi,
giornalista e musicologa. Al Complesso San Michele, alle 9.30,
convegno IA
e Cinema: tra paura e desiderio,
promosso in collaborazione con Cinecittà e Nexsoft,
con interventi di Corrado
Montoro, Andrea
Gatopoulos, Pietro
Lafiandra ed Enrico
Bufalini.
Modera la giornalista de Il
MattinoCarmen
Incisivo.
Alle 10.30, UNIFEST
– UniClass #3 Immagini e immaginazione: l’audiovisivo e l’idea di
società,
masterclass con Marco
Colacino.
Ultima giornata di proiezioni dei film in concorso nelle due
sezioni CortoEuropa_30,
ore 16:30, e Passaggi
d’Europa_30, con
la presentazione del film A
balcony in Limonges,
di Jérôme Reybaud. Film nel quale l’incontro tra due donne si
trasforma in un percorso nell’assurdo e nell’insolito.
Nel pomeriggio, alle 18.30, al Piccolo Teatro Porta Catena,
debutta LdO_BOOK,
la nuova sezione dedicata al dialogo tra letteratura e audiovisivo,
con la presentazione di Una
storia scomoda di Antonio
Caiazza (Bibliotheka,
2025). In dialogo con l’autore, Boris
Sollazzo.
A seguire, talk Il
cinema tra processi educativi e culture
indisciplinate con Alfonso
Amendola e Alfredo
Pio Di Tore,
autori del volume Sul
cambiare il mondo! Una lettura metadisciplinare di Guy Ernest
Debord (Orthotes,
2025). Alle 21, alla Sala Pasolini, anteprima
di I
Love Lucca Comics and Games di Manlio
Castagna e
dopo a proiezione incontro conclusivo del regista con Boris
Sollazzo.
Venerdì 14 novembre. Giornata
dei maestri del cinema. Alle 9.30, alla Sala Pasolini, proiezione
di La
scuola è finita di Valerio
Jalongo,
seguita da L’Ora
dei Diritti con
il regista e il giornalista Andrea
Pellegrino.
Alle 10.30, al Piccolo Teatro Porta
Catena, Masterclass_30 su “Il
mestiere del regista nell’era dell’immagine globale” con Edoardo
De Angelis.
Alle 17.30, alla Sala Pasolini, proiezione del teaser finale
del LabDoc_30,
introdotto da Antonia
Autuori,
presidente della Fondazione della Comunità Salernitana.
Alle 17.30, al Piccolo Teatro Porta Catena, premiazione del video
contest UNIFEST
#5 – #DIRITTI/ROVESCI.
Alle 18.30, alla Sala Pasolini, spazio alle premiazioni dei
concorsi Passaggi
d’Europa_30 e CortoEuropa_30.
Alle 19.30, al Piccolo Teatro Porta Catena, presentazione del
romanzo Il
suono dell’anima di Monica
Manganelli (IR-Independent
R-Evolution, 2025). Dialoga con l’autrice il giornalista e
critico cinematografico Stefano
Valva.
Alle 20.30, alla Sala Pasolini, il regista
israeliano Eran
Riklis riceverà
il Premio
Speciale Linea d’Ombra Maestri del Cinema,
consegnato da Banca
Campania Centro.
A seguire, la proiezione del film cult Vulcan
Junction
e la maratona notturna dedicata alla sua filmografia.
Sabato 15 novembre. Ultimo
giorno dedicato all’arte del futuro. Alle 11.30, alla Sala
Pasolini, proiezione speciale di Trotula
e il sentiero nel vento di Federica
Avagliano,
omaggio alla figura simbolo della Scuola Medica Salernitana (in
collaborazione con Talea e Giffoni Innovation Hub). Alle 17.30,
anteprima assoluta del documentario Festa
della Musica: un concerto lungo 30 anni di Andrea
De Rosa e Mirella
Paolillo,
realizzato con Rai
Documentari.
Gran finale con Re:Vision_LdO30,
performance audiovisiva di K.lust
e Kanaka che
reinterpreta trent’anni di immagini del festival in chiave
multimediale e contemporanea. Ingresso libero fino a esaurimento
posti.
Ender’s Game è uscito nel pieno della
moda dei romanzi distopici di fantascienza per giovani adulti,
ma ha un finale molto più cupo rispetto ad altri film di
fantascienza per lo stesso pubblico. Ambientato in un futuro in cui
gli umani si preparano ad affrontare l’attacco di una razza aliena
conosciuta come i Formici, il film del 2013 è incentrato sul
talentuoso studente dell’accademia militare Andrew “Ender” Wiggins
(Asa
Butterfield) che viene coinvolto in una grande guerra
intergalattica. Ender’s
Game, basato sull’omonimo romanzo cult di Orson Scott Card,
è anche una storia di formazione che approfondisce l’evoluzione di
Ender da bambino dotato a potenziale salvatore del pianeta.
Come il romanzo, Ender’s
Game si conclude con un colpo di scena scioccante. Ma per
entrare nei dettagli del finale, gli spettatori devono rivisitare
la tradizione fantascientifica che Ender’s Game stabilisce
all’inizio.
I Formici sono diventati i
principali nemici della Terra dopo averla invasa, uccidendo milioni
di persone. Tuttavia, quando il capitano Mazer Rackham (Ben
Kingsley) si è sacrificato facendo schiantare la sua
nave sul pianeta natale dei Formici, la pace è stata ristabilita
sulla Terra. Ma anche allora, gli umani si sono preparati per un
contrattacco, reclutando giovani cadetti spaziali come Ender.
Come fa Ender a distruggere
accidentalmente i Formici?
Durante tutto il film Ender’s
Game, Ender non viene quasi mai coinvolto in combattimenti
reali. Lui e i suoi giovani compagni vengono invece addestrati a
combattere i Formici attraverso programmi di simulazione elaborati
e ultra-realistici. Anche se è sottoposto agli stessi esercizi di
addestramento degli altri studenti dell’accademia, i suoi superiori
vedono in lui un potenziale speciale fin dall’inizio, come si può
vedere dal trattamento speciale che riceve dal colonnello Hyrum
Graff (Harrison
Ford). Graff e altri comandanti della flotta
supervisionano quella che Ender crede essere la sua prova finale.
Questa richiede che lui conquisti il pianeta natale dei Formici,
anche se questi ultimi sono più numerosi delle truppe sotto il suo
comando.
Da sempre incline a privilegiare la
strategia rispetto alle emozioni, Ender esorta i membri della sua
flotta a sacrificarsi pur di far esplodere il dispositivo MD
(Molecular Detachment) sul pianeta dei Formici. Alla fine di
Ender’s Game, Ender riesce finalmente nella sua missione e
riesce a sterminare la razza formica, solo per scoprire che i
comandanti lo avevano manipolato facendogli credere che tutto
questo fosse una simulazione. Lo sterminio dei formici è avvenuto
in realtà in tempo reale. Il tradimento che Ender, sbalordito, deve
affrontare segna la perdita dell’innocenza nella sua vita
adolescenziale. Per quanto idealista fosse Ender, non aveva mai
avuto intenzione di diventare un distruttore di pianeti.
Ender riuscirà a ricostruire la
società dei Formici?
Ender’s Game è tra i
migliori film di Asa Butterfield, in parte grazie alla gamma
di emozioni che l’attore esprime nelle scene finali. Tormentato dal
senso di colpa, Ender manifesta chiaramente il suo disappunto nei
confronti dei suoi superiori. Quando alla fine viene sedato con dei
tranquillanti, Ender riesce a comunicare con la regina formica
attraverso un sistema di mente alveare. Infatti, come suggerisce il
romanzo originale, i formici hanno invaso la Terra solo perché
ritenevano che un pianeta senza una mentalità di mente alveare non
avrebbe avuto alcuna specie senziente. Anche se le azioni di Ender
uccidono i Formici, la loro regina riesce a comunicare mentalmente
con Ender nei suoi ultimi istanti di vita. Sebbene inizialmente
intenda ucciderlo, il senso di colpa di Ender le fa cambiare
idea.
La regina guida invece Ender verso
una struttura formica abbandonata dove si trova un uovo che lei
aveva protetto. È da questo momento che Ender scopre le sue nuove
responsabilità. Ora che la guerra tra i Formici e gli umani è
finita, Ender viene promosso ammiraglio, gli viene assegnata una
nuova nave e gli viene data piena libertà di fare ciò che desidera.
Ender sfrutta perfettamente la sua libertà per avventurarsi nello
spazio profondo con l’intenzione di avviare una nuova colonia
Formica che darà essenzialmente il via alla rinascita della specie.
In questo senso, il finale di Ender’s Game risulta ironico,
ma offre anche al protagonista una sorta di redenzione.
Come finisce il libro Ender’s
Game?
Il film Ender’s Game
differisce dal libro in molti modi, compreso il modo in cui si
svolge il finale. Un cambiamento importante è che la sorella di
Ender, Valentine Wiggin (Abigail Breslin), non è così approfondita
come nel materiale originale. Nel libro, Ender e Valentine
esplorano insieme altri mondi nella speranza di riabilitare l’uovo
Formico non ancora nato. Nel film, invece, Ender intraprende questo
viaggio da solo. Vale anche la pena notare come il finale del film
Ender’s Game sia più affrettato nell’esplorare la
disillusione e la rabbia di Ender per essere responsabile del
genocidio dei Formici.
Nel romanzo, i coloni spaziali
fondano una colonia, di cui Ender diventa governatore. Egli accetta
questa posizione di potere con disinteresse, ma è proprio nella
colonia che viene guidato dalla regina Formica per impossessarsi
dell’ultimo uovo rimasto. Quando la regina comunica con lui, viene
fornito un contesto più ampio su come i Formici abbiano attaccato
accidentalmente la Terra, poiché prima non erano a conoscenza
dell’esistenza di alcuna forma di vita al di fuori dell’alveare.
Con queste nuove informazioni, Ender scrive un racconto intitolato
The Hive Queen con lo pseudonimo di “Speaker of the
Dead”. Suo fratello maggiore Peter alla fine deduce che
l’autore è proprio Ender.
Come Valentine, Peter è stato
pesantemente tagliato dal film Ender’s Game, ed è per questo
che non ha un ruolo principale nemmeno nel finale. Altrimenti, il
romanzo presenta Peter come un fratello prepotente che sminuisce
costantemente Ender. L’ultimo passo che Ender compie nell’eliminare
accidentalmente i Formici lo spaventa ulteriormente perché lo fa
sentire come Peter. Quando Peter scopre chi ha scritto “The Hive
Queen”, chiede a Ender di scrivere un libro anche su di lui. Ender
scrive un’opera dedicata al fratello, intitolandola
appropriatamente “The Hegemon”. È a causa di questo rapporto
irrisolto tra i due fratelli che Ender e Valentine abbandonano la
loro colonia.
Il finale di Ender’s Game
avrebbe potuto essere ancora più cupo
Ender è un personaggio cupo nel
romanzo Ender’s Game, fino al suo finale. Il bullismo che
subisce da Peter e dagli altri, insieme al suo atteggiamento
generale di voler conquistare le persone, mette alla prova il suo
temperamento all’estremo. All’età di 11 anni, Ender ha già ucciso i
bulli Bonzo e Stilson. Questa scioccante perdita di innocenza lo
trasforma quasi in un antieroe prima che la battaglia finale porti
a un cambiamento nel suo cuore. Ritraendo Ender come un personaggio
compassionevole fin dall’inizio, il film Ender’s Game
minimizza l’impatto del finale. Ender prova rimorso, ma questo non
contrasta con la sua personalità come invece accadeva nel
libro.
Il vero significato del finale
di Ender’s Game
Per chi ha letto il romanzo del
1985, il finale del film Ender’s Game potrebbe sembrare
edulcorato e sterilizzato. Tuttavia, la conclusione è più carica di
emozioni e più cupa rispetto ad altri film di fantascienza per
adolescenti dell’epoca. Il fatto che l’ultima missione di Ender non
fosse una simulazione potrebbe persino scioccare gli spettatori che
non conoscono il materiale originale. È interessante notare che
questo colpo di scena finale è anticipato nel poster di
Ender’s Game, che recita “Questo non è un
gioco”. Questo slogan riassume perfettamente l’arco narrativo
di Ender nel film, che si era cimentato in giochi simulati solo per
affrontare la realtà in modo inaspettato.
Il
film Halloween
(qui la recensione) del 2018
rappresenta un’importante rinascita del mito di Michael Myers,
riportando la saga alle sue radici e cancellando tutta la
continuity sviluppata dopo il cult del 1978. Con questo nuovo
capitolo, scritto e diretto da David Gordon Green e prodotto da John
Carpenter stesso, la storia riparte 40 anni dopo
la notte di Haddonfield, immaginando un universo in cui Michael non
è il fratello di Laurie: solo un assassino silenzioso e
inarrestabile che ha segnato la vita di una sopravvissuta. Il
risultato è un film che combina nostalgia e attualizzazione, con un
approccio più crudo e realistico rispetto ai sequel precedenti.
A
rendere questa operazione ancora più significativa è il ritorno di
Jamie Lee
Curtis nel ruolo di Laurie Strode, trasformata da vittima
traumatizzata a donna combattente, pronta a ribaltare il gioco e
diventare cacciatrice invece che preda. Il film indaga i traumi
post-evento, il peso della paura tramandata alle nuove generazioni
e il tema dell’autodifesa: Laurie si è preparata per 40 anni al
ritorno del suo incubo personale, trasformando la propria casa in
una trappola per il mostro che l’ha distrutta. Michael, al
contrario, resta puro male, privo di spiegazioni psicologiche: una
forza oscura che torna solo per uccidere.
Il nuovo
Halloween è
quindi sia un omaggio al classico di Carpenter sia un aggiornamento
moderno del suo linguaggio. Con un mix di horror slasher, tensione
psicologica e riflessioni sulla resilienza, il film riporta la saga
a un tono più serio e meno spettacolare, eliminando le
sovrastrutture accumulate nei sequel passati. Nel resto
dell’articolo si fornirà la spiegazione del finale, analizzando la resa dei
conti tra Laurie e Michael e mostrando come gli eventi finali
anticipino direttamente ciò che vedremo nei sequel
Halloween Kills
e Halloween
Ends, che completano la trilogia.
La trama di Halloween
Sono trascorsi esattamente
quarant’anni dal massacro di Haddonfield e lo
spietato Michael Myers, che sta per essere
trasferito in un carcere di massima sicurezza, si rifiuta di
parlare delle dinamiche che lo hanno portato ad uccidere tutti
quegli innocenti. Lo psicologo del carcere, il dottor
Ranbir Sartain, ha preso a cuore il caso e propone
al detenuto di continuare le loro visite anche nella nuova
prigione. Prima che Michael sia trasferito, in città giungono i
reporter Aaron Korey e Dana Haines
impegnati in un’inchiesta sul killer. I due si recano a casa di
Laurie Strode, unica sopravvissuta alla strage,
che si rifiuta categoricamente di rilasciare un’intervista. Laurie,
infatti, non ha mai superato lo shock e vive nella costante paura
che Michael possa tornare per ucciderla.
Il 30 ottobre, il veicolo che
trasporta Myers e i detenuti ha però un incidente e l’assassino ne
approfitta per fuggire e iniziare una nuova carneficina. Venuta a
conoscenza dell’accaduto, Laurie corre a proteggere sua figlia
Karen e la
nipote Allyson. La ragazza, ignara del fatto
che Micheal sia a piede libero, è impegnata a fare da baby-sitter
al piccolo Julian quando apprende che qualcuno ha ucciso gli
amici Dave e Vicky.
I tre ragazzi vengono improvvisamente attaccati da Myers, che vuole
placare la sua sete di sangue, e solo Allyson riesce a fuggire.
Mentre Sartain è convinto di poter far ravvedere il violento
assassino, Laurie sa che il suo nemico ha intenzione di ucciderla e
ha studiato un piano molto astuto per eliminarlo.
La spiegazione del finale del
film
Nel
terzo atto di Halloween
(2018), la tensione raggiunge il massimo quando Laurie, Karen e
Allyson vengono radunate nella casa-fortezza costruita da Laurie in
previsione del ritorno di Michael Myers. Il killer riesce a
raggiungerle eliminando prima i poliziotti di sorveglianza e poi
Ray, il marito di Karen. Inizia così un violento assalto notturno,
fatto di porte blindate, stanze trappola e passaggi segreti, in cui
le tre generazioni di donne Strode tentano di sopravvivere. Laurie
affronta direttamente Michael, ma viene ferita e scaraventata dal
balcone, scomparendo nel buio.
Mentre Michael si muove all’interno della casa, Karen e Allyson si
rifugiano nel seminterrato blindato, creduto l’unico luogo sicuro.
Il killer però li localizza e tenta di sfondare l’accesso,
costringendole a una disperata lotta corpo a corpo. Proprio quando
tutto sembra perduto, Karen riesce a colpirlo e Laurie riappare,
ribaltando la situazione. Le tre donne intrappolano Michael nel
sottoscala e danno fuoco alla casa, condannandolo a una morte
apparente tra le fiamme. L’ultima inquadratura mostra il
seminterrato in fiamme, ma il corpo non si vede.
Questo finale assume un valore simbolico oltre che narrativo: per
quarant’anni Laurie ha vissuto prigioniera del trauma, trasformando
la propria casa in una gabbia tanto sicura quanto opprimente.
Intrappolare Michael nel luogo progettato per difendersi significa
ribaltare il rapporto di forza: non è più Laurie a essere cacciata,
ma il suo mostro. Il fuoco diventa una catarsi, un modo per
bruciare il passato e rompere un ciclo di paura, riaffermando che
la sopravvivenza non è più questione di fortuna, ma di volontà e
preparazione.
Il film chiude così un percorso tematico centrato sull’eredità del
trauma. Laurie, Karen e Allyson rappresentano tre generazioni
segnate dalla stessa ombra: chi ha vissuto il male, chi lo ha
subito indirettamente e chi lo ha ignorato finché non si è
manifestato. Il finale mostra come solo l’unione delle tre permetta
di sconfiggere Michael, ribaltando l’idea della final girl
solitaria tipica della saga. Questo passaggio collettivo del
testimone anticipa gli sviluppi dei sequel, in cui il trauma non
scompare, ma si trasforma e cambia la comunità intera.
Il messaggio che Halloween lascia è
sorprendentemente umano: il male è inarrestabile, ma non
invincibile. Michael sopravvive, ma ciò che cambia è la mentalità
di chi lo affronta. Il film suggerisce che la paura può consumare
la vita quanto l’atto violento in sé, e che la guarigione non si
ottiene cancellando il ricordo, bensì accettandolo e trasformandolo
in forza. Laurie non è più una vittima, Karen non è più scettica e
Allyson non è più ingenua: sono tre sopravvissute consapevoli,
capaci di guardare negli occhi ciò che Haddonfield ha sempre
temuto.
Infine, il film offre un chiaro aggancio ai sequel. L’assenza del
corpo tra le fiamme e il respiro udibile durante la scena
post-credit confermano che Michael è vivo, preparando direttamente
Halloween
Kills e Halloween
Ends, girati come parti di una trilogia unitaria. La
sopravvivenza del killer non è solo un espediente horror, ma una
dichiarazione tematica: il male può essere colpito, ma non è mai
davvero sconfitto. I film successivi approfondiranno la guerra di
Laurie contro una figura ormai mitica, più forza della natura che
semplice uomo.
Un matrimonio esplosivo (qui
la recensione), diretto da Jason Moore e
interpretato da Jennifer Lopez e Josh Duhamel, è una commedia romantica ad alto
tasso d’azione che mescola nozze da sogno, famiglie invadenti e
rapimenti in stile thriller. La trama porta la coppia – Darcy e Tom
– su un’isola privata per il matrimonio perfetto, che presto si
trasforma in un incubo: invitati ancora in fase di preparazione,
vengono presi in ostaggio da pirati. Il risultato è un divertente
ibrido tra romantico e action‑comedy, dove «finché morte non ci
separi» assume un significato molto più letterale.
Nel contesto della filmografia
recente di Jennifer Lopez, Un matrimonio esplosivo si
colloca come una proposizione brillante e più leggera della sua
partecipazione in film come Marry Me –
Sposami (2022), una commedia romantica tradizionale. Qui
invece l’azione e lo spettacolo prendono il sopravvento, con un
ritmo più serrato e scenari più audaci. Il cast include anche nomi
come Jennifer Coolidge, Lenny
Kravitz e Cheech Marin che arricchiscono
il film con caratterizzazioni colorite.
Il film richiama altri titoli che
combinano commedia romantica e situazioni action‑sospese, come
The Lost
City o Red Notice, in cui protagonisti glamour affrontano
avventure inusuali in location esotiche. Un matrimonio esplosivo
percorre la via della festa che degenera in caos, con l’aggiunta di
ostaggi e pirati che danno una scossa al genere. Nel resto
dell’articolo si proporrà una spiegazione dettagliata del finale
del film e si analizzerà se ci siano indizi o basi per un eventuale
sequel.
La trama di Un matrimonio
esplosivo
Il film segue la storia di Darcy
(Jennifer
Lopez) e Tom (Josh
Duhamel), una giovane coppia in procinto di sposarsi,
che decide di organizzare il matrimonio in un luogo piuttosto
stravagante, portando le rispettive famiglie a riunirsi in quella
che diventerà un’avventurosa cerimonia. Le cose non vanno infatti
come previsto, i due novelli sposi sembrano maturare forti dubbi
riguardo il loro rapporto e come se non bastasse, le vite di tutti
gli ospiti vengono prese in ostaggio da una banda di criminali. I
due protagonisti dovranno cercare di risolvere la situazione e
affrontare il pericolo con ogni mezzo per mettere in salvo i propri
cari.
La spiegazione del finale del film
Nel terzo atto di Un
matrimonio esplosivo, la tensione raggiunge il culmine:
Darcy e Tom, inizialmente separati dai pirati, riescono a liberarsi
e a eludere la cattura, mostrando una combinazione di coraggio e
astuzia. Si nascondono in una cassaforte sotto l’ufficio del
manager dell’isola, dove Tom decide di arrendersi ai pirati per
proteggere Darcy. Nel frattempo, il resto degli invitati scopre che
Sean, l’ex fidanzato di Darcy, ha orchestrato il sequestro, mentre
Harriet, la complice, viene smascherata. La consapevolezza dei
tradimenti accresce la tensione, preparando lo scenario per la resa
dei conti finale tra coppia, antagonisti e pirati.
L’azione culmina nella sequenza
della piscina, dove il gruppo riesce a organizzare il matrimonio
mentre fronteggia i pirati. Darcy afferra una granata, che Tom
batte contro uno dei nemici, provocando un’esplosione spettacolare
che mette fuori gioco i criminali e attiva i fuochi d’artificio già
previsti per la cerimonia. La scena mescola comicità, adrenalina e
romanticismo, con la coppia che mantiene il focus sul proprio
matrimonio nonostante il caos circostante. Gli altri ospiti
partecipano attivamente, dimostrando unità e collaborazione di
fronte alla minaccia.
La spiegazione del finale evidenzia
come la vittoria sui pirati e la sconfitta di Sean e Harriet
simboleggino il superamento degli ostacoli esterni e interni al
matrimonio. Il film mostra come Tom e Darcy affrontino le loro
paure e dubbi reciproci, trasformando il caos in un’opportunità per
consolidare la loro relazione. Le scene d’azione non sono fini a se
stesse: servono a ribadire il tema dell’amore che resiste alle
difficoltà e alla manipolazione esterna, enfatizzando il concetto
di fiducia e impegno reciproco.
Inoltre, il finale porta a
compimento il tema della responsabilità familiare e della
risoluzione dei conflitti: la famiglia di Darcy interviene in modo
strategico, collaborando per proteggere la coppia e fermare i
criminali. Il matrimonio non è solo un evento celebrativo, ma
diventa il simbolo della resilienza, della lealtà e del coraggio
condiviso. I protagonisti imparano a bilanciare i propri desideri
con la sicurezza e il benessere degli altri, unendo romanticismo e
azione in un crescendo che soddisfa sia emotivamente sia
visivamente.
Il messaggio del film si concentra
sull’importanza della comunicazione, della fiducia reciproca e del
superamento delle avversità insieme. Nonostante i pericoli e le
prove estreme, Tom e Darcy dimostrano che l’amore autentico può
resistere a manipolazioni e inganni esterni. La combinazione di
romanticismo e azione sottolinea come le relazioni si rafforzino
attraverso il coraggio condiviso, la solidarietà e la
determinazione. Il film lascia agli spettatori un senso di gioia,
soddisfazione e leggerezza, con il chiaro invito a non arrendersi
di fronte alle difficoltà e a credere nella forza dei legami
affettivi.
Ci sarà un sequel di Un
matrimonio esplosivo?
Per quanto riguarda un eventuale
sequel, non ci sono ancora conferme ufficiali da parte della
produzione o di Prime Video, ma il finale aperto e l’uso di
elementi action‑comedy suggeriscono che il mondo di Un matrimonio
esplosivo potrebbe essere ulteriormente esplorato. Alcune
dichiarazioni del regista Jason Moore e degli
sceneggiatori avevano lasciato intendere che, se il film avesse
riscontrato successo di pubblico e critica, non si sarebbe esclusa
l’idea di un seguito in cui Tom e Darcy affrontino nuove avventure,
forse ancora più spericolate e divertenti, mantenendo il tono
romantico e spassoso che contraddistingue la pellicola. Ad oggi,
tuttavia, non ci sono state novità a riguardo.
Il regista Christopher Nolan è noto per le
sue linee temporali non convenzionali nei suoi film, ma il concetto
centrale di Tenet,
ovvero il viaggio nel tempo attraverso l’inversione dell’entropia,
rende la linea temporale di Nolan la più confusa – e affascinante –
mai vista finora. John David Washington è il
protagonista del cast nei panni di un uomo conosciuto solo come il
Protagonista, reclutato da un’organizzazione top secret che sta
combattendo una guerra contro un nemico futuro.
Nolan ha fatto scalpore per la
prima volta nel 2000 con l’uscita del suo lungometraggio Memento, la cui storia era raccontata in ordine
cronologico inverso dal punto di vista di un uomo affetto da
amnesia che cerca di risolvere un misterioso omicidio. Il film di
fantascienza di alto livello di Nolan del 2010, Inception, presentava una storia in cui gli
eventi si svolgono simultaneamente ma non alla stessa velocità, a
causa della dilatazione temporale su diversi livelli di sogno.
Interstellar
del 2014 ha esplorato gli effetti dei viaggi spaziali sul tempo, e
anche il film di guerra di Nolan del 2017, Dunkirk, aveva una linea temporale non convenzionale.
Con Tenet, Nolan torna al campo della fisica teorica e
trasforma un’ipotesi sulla possibile inversione del tempo in una
storia sulla prevenzione della terza guerra mondiale.
Come il titolo del film, la storia
di Tenet è un palindromo. Nella prima metà del film, il
protagonista viaggia in avanti nel tempo mentre sperimenta contatti
fugaci con oggetti e persone invertiti. Dopo una rapina in
autostrada a Tallinn, in Estonia, attraversa una macchina chiamata
“tornello” che inverte l’entropia del suo corpo e inizia a vivere
il mondo in modo molto diverso. Ecco tutto quello che c’è da sapere
sulla linea temporale di Tenet e su come funziona il viaggio
nel tempo nel film.
Linea temporale e ordine
cronologico degli eventi di Tenet
La linea temporale di Tenet
può essere complicata, ma la storia del Protagonista è raccontata
in un ordine cronologico lineare… almeno dal suo punto di vista. Le
cose si complicano quando lui si inverte e vive gli eventi
precedenti del film da un’altra prospettiva. Per seguire la trama,
è meglio pensare agli eventi della linea temporale come a luoghi su
una mappa: ci sono tre luoghi principali in cui i personaggi
tornano.
La data più importante nella linea
temporale di Tenet è “il 14” (non viene mai specificato a
quale mese si riferisca). Questo è il potenziale giorno del
giudizio, quando Andrei Sator progetta di seppellire l’Algoritmo
per rimandarlo al futuro, dove verrà utilizzato per distruggere il
passato e il presente. Tre eventi principali del film si svolgono
tutti in questo giorno: l’assedio del Teatro dell’Opera Nazionale
di Kiev che dà il via al film, il confronto tra Sator e Kat sullo
yacht in Vietnam e la battaglia finale a Stalask-12. Tenet
inizia e finisce il 14 (escluso l’epilogo).
Poi c’è l’infiltrazione nel porto
franco di Oslo, dove il Protagonista incontra per la prima volta un
tornello e finisce per lottare con il proprio sé invertito. Il
Protagonista deve tornare al tornello del Freeport dopo che Kat è
stata colpita, perché Tenet non prende il controllo di un tornello
nella linea temporale fino a dopo la rapina a Tallinn. L’inversione
salva la vita di Kat, dandole il tempo di guarire dalla ferita da
proiettile invertita, ma crea anche il problema di come tornare
indietro e affrontare di nuovo la direzione giusta. Il protagonista
e Neil sfruttano la loro precedente incursione al Freeport di Oslo
come un’opportunità per farlo.
L’ultimo evento importante è la
rapina di Tallinn, in cui il protagonista e Sator inscenano una
rapina in movimento a un furgone blindato per ottenere l’ultimo
pezzo dell’algoritmo.
Sator inverte alla fine della
rapina, viaggia indietro nel tempo e ottiene il frammento
dell’algoritmo lungo il percorso, rimanendo invertito anche dopo,
continuando il suo viaggio indietro nel tempo in modo che
l’algoritmo completato sia pronto il 14 e lui possa morire come
previsto sullo yacht in Vietnam.
Come funzionano i tornelli e
l’inversione temporale
Ad un certo punto nel futuro di
Tenet, uno scienziato ha scoperto un modo per invertire
l’entropia degli oggetti utilizzando la fissione nucleare. Questa
tecnologia è stata utilizzata per creare una macchina chiamata
tornello, che inverte l’entropia di qualsiasi cosa (o persona) vi
venga inserita. Quella persona o oggetto inizia quindi a muoversi
all’indietro nel tempo invece che in avanti. Invertendo gli oggetti
utilizzando i tornelli, le persone nel futuro possono dichiarare
guerra al passato, ad esempio seppellendo capsule del tempo
invertite che inviano oro e istruzioni ad Andrei Sator. Poiché
lavorano con il vantaggio del senno di poi, le persone del futuro
hanno un importante vantaggio tattico rispetto al presente.
Tuttavia, l’inversione temporale ha anche i suoi punti deboli,
specialmente quando ciò che si inverte non è un oggetto, ma un
essere umano.
Una persona che ha attraversato il
tornello sta effettivamente nuotando controcorrente. Potrebbe
muoversi all’indietro, ma tutto il resto continua ad andare avanti,
rendendo il mondo un luogo disorientante e pericoloso in cui
muoversi. Persino l’aria è irrespirabile, perché non può passare
attraverso la membrana dei suoi polmoni invertiti (l’unico modo in
cui potrebbe “respirare” aria normale sarebbe quello di aspirare
l’ossigeno dal sangue e riportarlo nei polmoni per riformarlo come
aria non filtrata e poi espirarlo, il che sembra un modo rapido e
spiacevole di morire). Anche il trasferimento di calore del fuoco e
del ghiaccio è invertito, motivo per cui il Protagonista avvolto
dalle fiamme soffre di ipotermia invece che di ustioni.
I tornelli in Tenet si
basano su un’ipotesi della fisica teorica proposta da Richard
Feynman e John Wheeler. Per ricapitolare un po’ di fisica 101, un
elettrone è una particella che contiene una carica negativa, mentre
un positrone è la sua controparte antimateria: una particella con
la stessa massa dell’elettrone che contiene una carica positiva
uguale ma opposta. Gli elettroni e i positroni sono immagini
speculari l’uno dell’altro e tradizionalmente si ritiene che siano
due tipi diversi di particelle subatomiche. Tuttavia, Feynman e
Wheeler hanno teorizzato che ciò che percepiamo come positroni sono
in realtà solo elettroni che hanno raggiunto un punto nel tempo in
cui si sono invertiti e ora stanno tornando indietro con la loro
carica invertita. Questo potrebbe spiegare perché elettroni e
positroni hanno esattamente la stessa massa: sono lo stesso
oggetto.
(Wheeler ha anche elaborato
un’altra teoria, comunicata con entusiasmo a Feynman in una
telefonata, secondo cui esiste un solo elettrone in tutto
l’universo e tutti gli elettroni e i positroni che vediamo sono in
realtà lo stesso elettrone che rimbalza all’infinito avanti e
indietro attraverso lo spazio-tempo. Non sorprendetevi se il
prossimo film di Nolan tratterà proprio questo argomento).
Neil cita Feynman e Wheeler,
insieme alla loro teoria sugli elettroni e i positroni, quando lui
e il Protagonista parlano dopo aver attraversato per la prima volta
il porto franco di Oslo. È una battuta buttata lì e il Protagonista
sottolinea immediatamente quanto la teoria sembri complicata, ma il
pubblico ha appena visto una versione di essa svolgersi davanti ai
propri occhi. Nella scena della lotta al Freeport, quando il
Protagonista vede per la prima volta il tornello e un misterioso
antagonista invertito ne esce e inizia a combatterlo, crede che
l’uomo con cui sta combattendo sia solo un nemico senza volto. Più
avanti nel film, tuttavia, si scopre che l’uomo mascherato uscito
dal tornello era anche il Protagonista. Non stiamo vedendo
due persone che combattono l’una contro l’altra, ma lo stesso uomo
che combatte contro se stesso. In questa drammatica ricostruzione
dell’ipotesi di Feynman e Wheeler, il protagonista che si muove in
avanti è un elettrone e il protagonista invertito è un
positrone.
Perché le persone invertite non
possono toccare il loro io passato
Uno dei molti pericoli
dell’inversione è il rischio di incontrare accidentalmente il
proprio io passato. Questa è una caratteristica comune dei film sui
viaggi nel tempo, e i personaggi vengono tipicamente messi in
guardia contro questo rischio perché potrebbero finire per cambiare
il futuro.
In Tenet, tuttavia, il pericolo si riduce a una sola
parola: “annichilimento”. In fisica, l’annichilimento si riferisce
a una reazione in cui una particella (come un elettrone) entra in
collisione con la sua antiparticella (un positrone). Quando ciò
accade, sia la particella che la sua antiparticella scompaiono e
viene rilasciata energia. Pertanto, una persona invertita che
interagisce con il proprio sé passato potrebbe causare
l’annichilimento di entrambe le versioni di quella persona. Questo
è il motivo per cui gli agenti invertiti di Tenet devono indossare
dispositivi di protezione.
Questo principio di annichilimento
è anche ciò che rende l’Algoritmo l’arma definitiva del giorno del
giudizio. Lo stato attuale delle cose in Tenet è che la
stragrande maggioranza del mondo vive il tempo normalmente e solo
pochi oggetti e persone al suo interno sono invertiti. Finché
questi oggetti e persone invertiti non interagiscono con le
versioni di se stessi che si muovono in avanti, sono al sicuro.
Tuttavia, l’Algoritmo invertirebbe l’entropia dell’intero mondo.
Ogni particella verrebbe convertita nella sua antiparticella e
inizierebbe a muoversi all’indietro nel tempo. Nel momento in cui
ciò accadesse, quelle particelle e antiparticelle entrerebbero in
collisione, provocando l’annientamento totale. Non solo tutto nel
mondo cesserebbe di esistere, ma l’effetto a catena attraverso il
tempo significherebbe che non è mai esistito in primo luogo.
Questo, ovviamente, porta al paradosso del nonno.
Il paradosso del nonno
spiegato
Il paradosso del nonno è uno dei
più famosi problemi logici associati al viaggio nel tempo e si
riduce a questo: è possibile tornare indietro nel tempo e uccidere
il proprio nonno? Si crea un paradosso perché se uccidessi tuo
nonno, non potresti mai nascere e quindi non potresti tornare
indietro nel tempo e uccidere tuo nonno, il che significa che tuo
nonno vivrebbe, il che significa che tu potresti nascere, il
che significa che potresti tornare indietro nel tempo e uccidere
tuo nonno, ecc. Quando il protagonista chiede a Neil quale sia la
risposta al paradosso, Neil risponde che non ce n’è una. Tuttavia,
i loro discendenti futuri credono che sia possibile uccidere il
nonno (cioè annientare il passato) senza che il conseguente Big
Bang temporale distrugga anche loro.
Ci sono alcune soluzioni proposte
al paradosso del nonno, una delle quali è la teoria del multiverso:
uccidendo tuo nonno, creeresti una linea temporale alternativa in
cui non sei mai nato. Tuttavia, la versione di te che ha commesso
l’omicidio continuerebbe ad esistere, perché la linea temporale da
cui provieni rimarrebbe intatta. Il mantra di Neil “ciò che è
successo è successo” è un’espressione di fede in un’altra
risposta al paradosso del nonno: che l’esistenza di un nonno in
primo luogo significa che il piano di uccidere il nonno deve essere
in qualche modo fallito. Infatti, Neil e il protagonista finiscono
per sventare con successo il piano dei futuri antagonisti di
uccidere i loro antenati.
Spiegazione delle manovre a
tenaglia temporali e del “mezzo”
Il concetto di guerra temporale di
Tenet implica l’introduzione di tattiche di battaglia uniche per
combattere attraverso il tempo e lo spazio, e una tattica
utilizzata più volte è la “manovra a tenaglia temporale”. In una
manovra a tenaglia tradizionale, un esercito viene diviso per
attaccare il nemico su più fronti. L’obiettivo è quello di
circondare il nemico, mettendolo in una posizione vulnerabile senza
possibilità di ritirata. Anche una manovra a tenaglia temporale
attacca su due fronti, ma nel tempo piuttosto che nello spazio. Una
squadra vive la battaglia nel tempo normale, riferendo tutto ciò
che accade a una seconda squadra che è in standby. La seconda
squadra poi inverte la situazione tramite un tornello e attacca
dalla direzione opposta con il vantaggio delle conoscenze della
prima squadra.
Sator usa una manovra a tenaglia
temporale durante la rapina di Tallinn, motivo per cui il tentativo
del protagonista di ingannarlo con una valigetta vuota fallisce. Il
Sator che vede tenere Kat in ostaggio nell’auto è invertito, mentre
il Sator che avanza aspetta vicino al tornello con una radio,
ascoltando i resoconti di tutto ciò che accade sull’autostrada.
Ecco perché Sator fa il conto alla rovescia (o alla rovescia, dal
suo punto di vista) usando le dita piuttosto che parlando:
qualsiasi cosa dicesse uscirebbe al contrario. Quando il
protagonista lancia la valigetta, Sator sa già che è vuota.
I soldati di Tenet utilizzano
un’altra manovra a tenaglia temporale nel loro assalto a Stalask-12
alla fine del film. Sono divisi in due squadre: la Squadra Rossa,
che avanza, e la Squadra Blu, che è invertita. L’intera battaglia
si svolge nell’arco di 10 minuti ed entrambe le squadre hanno il
vantaggio di conoscere ciò che accade all’altra squadra. È così
che, ad esempio, riescono a sincronizzare la distruzione di un
edificio esattamente a metà della battaglia. L’efficacia della
manovra a tenaglia temporale di Tenet è neutralizzata dal fatto che
anche gli uomini di Sator hanno accesso a un tornello e quindi
hanno sia soldati normali che invertiti sul campo. Tuttavia,
l’obiettivo di Tenet non è in realtà quello di vincere la
battaglia, ma di far sembrare che abbiano fallito, mentre Ives e il
Protagonista usano la battaglia come copertura per rimuovere
segretamente l’Algoritmo dalla sua tomba prima che venga sepolto
dall’esplosione. Sator morirà pensando di aver vinto, ma i futuri
antagonisti non metteranno le mani sull’Algoritmo.
Dopo la battaglia, quando Neil
decide di invertire nuovamente per poter tornare indietro,
sbloccare il cancello per il Protagonista e sacrificare la sua vita
per salvarlo, rivela di conoscere il Protagonista da anni. Il
Protagonista ha creato Tenet nel futuro, ha reclutato Neil e ha
messo in atto quella che in realtà è una manovra a tenaglia
temporale molto più grande, progettata per impedire l’attivazione
dell’Algoritmo. Come spiega Neil, la fine di Tenet non è in
realtà la fine della guerra, ma solo la sua metà. Dopo aver vinto
la battaglia cruciale, il protagonista deve ora usare la sua
conoscenza di come si sono svolte le cose per mettere in moto tutto
ciò che ha permesso loro di vincere: dalla fondazione di Tenet, al ritorno di Neil nel
passato per aiutare se stesso.
Vendetta (2022),
diretto da Jared Cohn, è un
action
thriller che si colloca nella tradizione dei film di vendetta,
caratterizzati da sequenze ad alto tasso di adrenalina e da
protagonisti motivati da un torto subito. Il film esplora temi
classici del genere, come la giustizia personale, la vendetta e la
protezione di chi si ama, intrecciando momenti di tensione
psicologica con scontri fisici ben coreografati. La pellicola si
distingue per un ritmo serrato che mantiene costante la suspense,
pur concentrandosi su un arco narrativo relativamente lineare e
diretto.
Bruce Willis interpreta uno dei protagonisti,
partecipando così ad un altro film sullo stile di titoli come
Extraction, First Kill e I predoni. In Vendetta, Willis porta
la sua esperienza nel ruolo del veterano spietato ma umano,
fornendo al film un’ancora di carisma e autorevolezza. Il cast di
supporto include attori meno noti, che contribuiscono a costruire
un contesto realistico e credibile per la storia di vendetta, senza
distrarre dall’azione centrale.
Nel contesto della filmografia
recente di Bruce Willis, Vendetta si inserisce nel filone
di action movie concisi, in cui la trama è funzionale a mostrare la
fisicità e la determinazione del protagonista. Rispetto ai titoli
citati, il film di Cohn enfatizza maggiormente la componente morale
e personale della vendetta, piuttosto che la pura spettacolarità. I
temi della giustizia personale e della lealtà emergono con forza,
rendendo il film un esempio moderno del revenge thriller. Nel resto
dell’articolo, sarà proposta una spiegazione dettagliata del finale
e di come chiuda l’arco narrativo del protagonista.
Il film vede protagonista la
famiglia Duncan, composta dal padre William
(Clive Standen), un ex marine, sua moglie
Jen (Lauren Buglioli) e la loro
figlia Kat (Maddie Nichols), una
giovane studentessa che si divide tra gli impegni scolastici e la
sua grande passione per il softball. La loro vita sembra idilliaca
finché un giorno la tragedia piomba su di loro. Dopo i
festeggiamenti per la vittoria della sua squadra, Kat, che si trova
con suo padre, rimane vittima una violenta e mortale aggressione da
parte di una gang di criminali. Danny
(Cabot Basden), il suo assassino, viene poi
catturato poco dopo.
Tuttavia per il ragazzo si prevede
una condanna molto lieve, perché le prove a suo carico sono
insufficienti. Il padre prende così la decisione di farsi vendetta
da solo. Chiamato a identificare l’assassino, William, che sta già
premeditando la sua vendetta, dichiara di non riconoscerlo,
obbligando il giudice a rilasciarlo. La notte seguente, però riesce
a individuarlo e ucciderlo. Tuttavia, Donnie
(Bruce
Willis) e Rory Fetter (Theo
Rossi), rispettivamente padre e fratello di Danny, vengono
a sapere dell’accaduto e iniziano a dare la caccia a William.
La spiegazione del finale del
film
Nel terzo atto di
Vendetta, William Duncan mette in atto la sua
vendetta finale contro la famiglia Fetter, responsabile della morte
di sua figlia. Dopo essersi allenato e preparato in isolamento,
William ritorna in città armato e determinato. Inizia eliminando
gli scagnozzi di Rory, scoprendo tramite coercizione la posizione
di Donnie. Con freddezza e precisione, irrompe nel club dove si
trova il capo della banda e lo uccide, comunicando poi a Rory la
morte del padre. La tensione cresce mentre William affronta gli
ultimi membri della gang, preparando lo spettatore a un climax
violento e definitivo.
La risoluzione del racconto mostra
William che, passo dopo passo, neutralizza ogni ostacolo per
ottenere la giustizia personale che ha cercato sin dall’inizio. Con
l’aiuto di Dante, elimina i principali nemici, inclusi gli henchmen
e i membri della banda rivale. Il confronto finale con Rory è il
culmine della sua vendetta: dopo una sparatoria e un inseguimento,
William utilizza un semplice ma letale strumento, un cacciavite,
per uccidere Rory, completando così il suo percorso di vendetta. Il
film si chiude con William che muore, soddisfatto di aver portato a
termine la sua missione.
Questo finale rappresenta una
chiusura coerente con i temi del film, sottolineando l’idea che la
vendetta, pur dolorosa e distruttiva, può dare un senso di
giustizia personale quando le istituzioni falliscono. La
trasformazione di William in un vigilante metodico e implacabile
riflette il prezzo morale e fisico della vendetta, mostrando come
l’odio e il dolore possano plasmare l’individuo fino al limite
estremo. La morte del protagonista non diminuisce la sua missione,
ma ne amplifica la portata simbolica.
Il confronto finale tra William e
Rory enfatizza il tema del ciclo di violenza e delle conseguenze
inevitabili delle azioni criminali. Rory muore consapevole del
dolore che ha causato, mentre William ottiene la sua giustizia
personale ma a costo della propria vita. Questo equilibrio tra
vittoria e sacrificio rende il finale non solo spettacolare, ma
anche moralmente complesso, sottolineando che la vendetta completa
richiede spesso un prezzo altissimo. Il film usa questa conclusione
per mostrare la linea sottile tra giustizia personale e
autodistruzione.
Il messaggio che
Vendetta lascia allo spettatore riguarda la
moralità della giustizia privata e le conseguenze inevitabili della
violenza. Il film suggerisce che la vendetta può essere vista come
un dovere morale quando le istituzioni non proteggono gli
innocenti, ma mette in guardia sul prezzo personale e psicologico
che comporta. La morte di William simboleggia sia il compimento
della giustizia sia la perdita irreparabile che tale scelta
comporta. Alla fine, lo spettatore è invitato a riflettere sul
conflitto tra giustizia, vendetta e umanità, riconoscendo il
sacrificio come parte integrante della redenzione personale.
Il finale di Tenet
ha un significato che potrebbe sfuggire allo spettatore dopo
una sola visione del film. Come si sono realmente incontrati il
Protagonista (John David Washington) e Neil
(Robert Pattinson)? Il finale significa
che il tempo può essere modificato o ha creato un paradosso del
nonno? Chi si muoveva avanti e indietro (e cosa faceva) nella
battaglia finale? Qual era il piano di Sator (Kenneth Branagh) e cosa volevano gli
esseri umani del futuro? Cosa fanno realmente le capsule d’argento?
Chi ha sparato il primo colpo inverso durante la sequenza di
apertura dell’opera? E questo prepara davvero il terreno per
Tenet
2?
Undicesimo lungometraggio di
Christopher Nolan,
Tenet (qui la recensione) è meno
un sequel spirituale di Inception che il culmine dei tre film che ha
realizzato nel decennio successivo. La prima metà è incentrata
sulla storia di spionaggio, non sulla premessa dell’inversione, ma
quando il tempo si inverte nella seconda metà, Nolan presume che
gli spettatori siano pienamente al corrente della situazione e si
tuffa subito nell’azione senza pause per ricapitolare. Christopher
Nolan è sicuro che le basi di Tenet siano chiare e che gli
spettatori seguiranno il film anche se non capiscono tutto, un
approccio fondamentale per comprendere il vero disorientamento del
suo messaggio.
Tutti i significati di Tenet
spiegati
La parola “Tenet” ha diversi
significati, nessuno dei quali è stato minimamente esplorato nella
strana campagna di marketing di Tenet. Nel suo uso tipico,
significa principio o credenza, che trasferito al film suggerisce
che si riferisce al mantra ripetuto “ciò che è successo, è
successo” e al requisito fondamentale che per interagire con
oggetti invertiti, ci deve essere una certa fede o istinto.
Nell’universo del film, Tenet è l’organizzazione che assume il
Protagonista (e anche Ives e i suoi soldati) e che opera contro i
misteriosi antagonisti del futuro per assicurarsi che l’Algoritmo
continui il suo percorso a ritroso nel tempo.
Un altro potenziale significato di
Tenet si trova nel gesto simbolico delle mani che appare
alcune volte nel corso del film. L’intreccio delle dita con i
pollici alzati simboleggia la fusione tra passato e presente, ed è
usato dal Protagonista per individuare altri credenti in Tenet. Le
mani sono immagini speculari l’una dell’altra, e la simmetria
visiva riflette l’allusione speculare che si vede in tutto il film.
Il fatto che le dita si incastrino così bene è anche un indizio di
come il tempo si fonda in un unico flusso.
Poi c’è il significato simbolico di
“Tenet”, che si adatta alla struttura di Nolan in Tenet. Nel
corso del film, il numero 10 appare ripetutamente: c’è un avviso di
dieci secondi sul sistema di sicurezza del porto franco, il
Protagonista chiede dieci minuti con Sanjay Singh e, cosa più
importante, la missione finale dura dieci minuti. Anche la missione
finale è una manovra a tenaglia temporale, con due squadre separate
che operano simultaneamente, una che avanza nel tempo e l’altra che
torna indietro con un conto alla rovescia sincronizzato di dieci
minuti. “Tenet” è, ovviamente, dieci che corrono avanti e indietro
e si uniscono nel mezzo. Fa anche parte del quadrato di Sator, che
è fondamentale per gran parte della trama
Tenet parla di viaggi nel
tempo?
Non del tutto. Almeno non nei
termini convenzionalmente accettati a cui sono abituati la maggior
parte degli appassionati di film sui viaggi nel tempo. Piuttosto
che utilizzare una macchina del tempo per saltare a punti fissi nel
tempo, la tecnologia di Tenet fa scorrere il tempo all’indietro,
come un orologio che gira semplicemente in senso antiorario. Non
c’è modo per i personaggi di lasciare un punto nel tempo e arrivare
in un altro posto senza viaggiare all’indietro per il tempo
necessario. In altre parole, nessuno potrebbe viaggiare indietro di
200 anni. Qui non ci sono cowboy. E saltare in avanti nel tempo è
impossibile in qualsiasi modo che non sia seguire il normale
scorrere del tempo, quindi niente auto volanti o hoverboard. In
sostanza, questo non è Ritorno al futuro.
Cos’è il quadrato
Sator?
Il quadrato Sator è un palindromo
latino composto da cinque parole che possono essere lette
all’indietro, in avanti, dall’alto verso il basso o dal basso verso
l’alto. È un’espressione perfetta di un palindromo complesso,
quindi, naturalmente, Nolan lo usa come base per la trama di
Tenet. Ciascuna delle cinque parole costituisce una parte
fondamentale della storia: il miliardario russo interpretato da
Kenneth Branagh si chiama Andrei SATOR; ha nascosto il suo tornello
temporale nel porto franco gestito da ROTAS e sua moglie Kat ha
avuto una relazione implicita con un falsario d’arte di nome AREPO;
Sator ha tentato di rubare l’algoritmo all’OPERA e TENET ha cercato
di impedirglielo.
Il quadrato originale è una sorta
di antico enigma che sfida la traduzione convenzionale, e sembra
che Nolan abbia utilizzato questi indizi per suggerire che,
indipendentemente dal modo in cui si legge il film, il significato
di Tenet può essere interpretato in diversi modi. Il piacere
sta nell’esperienza.
In che modo Tenet è un
palindromo?
Prima di cercare di districare la
rete di ciò che potrebbe essere il significato di Tenet, è
necessario avere una visione chiara di ciò che accade
effettivamente in Tenet. In parole povere, Tenet è un
palindromo: nella prima metà va avanti nel tempo, poi torna
indietro all’inizio. Il film inizia con una missione sotto
copertura a Kiev, in Ucraina, dove il protagonista viene salvato da
un misterioso uomo mascherato con un bottone rosso sulla divisa,
prima di essere reclutato da Tenet e inviato in missione per
scoprire l’Algoritmo (un’arma sviluppata dal futuro per invertire
il flusso del tempo) e impedire la fine del mondo.
Il Protagonista compie due rapine
prima che Sator spari a sua moglie e fugga con l’arma, spingendo il
Protagonista a tornare indietro nel tempo per invertire l’omicidio,
cercare di recuperare l’ultimo pezzo dell’Algoritmo e infine
impedire che l’Algoritmo venga sepolto sotto una bomba detonata in
Russia. Fondamentalmente, nel momento in cui inverte il tempo, il
protagonista rivive scene speculari di ciò che è accaduto in
precedenza: una rapina in autostrada, la rapina all’aeroporto e
infine un’importante operazione militare per recuperare
l’Algoritmo, durante la quale la sua vita viene salvata da un
misterioso soldato. In effetti, è lo stesso in avanti come
all’indietro.
Come funziona l’inversione in
Tenet
Senza addentrarsi troppo nella
fisica complessa, Tenet (che non tiene conto di tali
considerazioni) spiega che l’inversione è il processo attraverso il
quale una formula può essere applicata a qualsiasi oggetto (innato
o biologico) per invertire la sua entropia o, in altre parole, il
suo movimento nel tempo. Le persone non invertite vivono
il tempo in modo lineare, poiché sono parallele al flusso del
tempo, ma un oggetto invertito si muove all’indietro.
Di conseguenza, un proiettile
invertito non viene sparato da una pistola ma ingerito da essa,
un’auto guida all’indietro, le onde si infrangono prima e poi si
formano al contrario, e le persone invertite non possono respirare
aria non invertita perché i polmoni non la sopportano, quindi
devono portare con sé il proprio ossigeno. La formula è stata
sviluppata da uno scienziato del futuro che l’ha trasformata in
un’arma e l’ha trasformata in una formula fisica in nove parti che,
combinate, invertono il flusso del tempo: l’Algoritmo.
Che cos’è l’Algoritmo e come è
stato recuperato?
Come Inception, che ha rivoluzionato i film di fantascienza
su una scala che Tenet merita, la chiave della trama è la
scienziata del futuro che crea la formula per invertire gli oggetti
e la applica per trasformare la sua tecnologia in un’arma e
consentire a un’arma fisica di essere inviata indietro nel tempo
per distruggere il passato. Una volta attivato, l’Algoritmo è in
grado di invertire il flusso del tempo stesso, piuttosto che un
singolo oggetto, portando a un evento catastrofico che porrebbe
fine all’umanità.
Pentita della sua invenzione, la
scienziata senza nome ha suddiviso l’Algoritmo in nove parti e le
ha nascoste in diversi punti nel tempo per impedire al futuro di
attuare il suo piano di distruzione del mondo. Ogni parte è stata
trasformata in un oggetto fisico che poteva essere assemblato con
gli altri per formare la “formula” finale. Per quanto riguarda il
modo in cui sono state recuperate dai loro nascondigli nel tempo,
all’inizio di Tenet manca solo la nona parte dell’Algoritmo.
Sator, interpretato da Kenneth Branagh, ha recuperato le altre,
suggerendo che chiunque sia il suo datore di lavoro è stato in
grado di scoprire la posizione delle altre otto parti
(presumibilmente ottenendole in qualche modo dallo scienziato).
Qual era il piano di Sator e
cosa volevano gli esseri umani del futuro?
All’inizio, Sator è motivato dalle
ricchezze che gli vengono inviate dal passato, ma l’ultimo terzo di
Tenet rivela che sta morendo ed è disposto a sacrificare il
mondo insieme alla propria vita. Come dice in modo così teatrale:
“Se non posso averlo io, nessuno potrà averlo”. Il motivo per cui
il futuro vuole distruggere il proprio passato è in realtà più
giustificato: è una risposta all’umanità moderna che sta
distruggendo il pianeta oltre ogni possibilità di redenzione
attraverso l’impatto ambientale. Si sottintende che il futuro è una
distopia in cui il pianeta sta morendo a tal punto che l’unica
risposta è tornare indietro nel tempo.
Quando il protagonista chiede se
distruggere il loro passato li annienterebbe, Neil introduce l’idea
del paradosso del nonno, suggerendo che “ciò che è successo, è
successo”. Il paradosso del nonno stabilisce che sarebbe
impossibile per un uomo viaggiare indietro nel tempo per uccidere
il proprio nonno, perché allora non sarebbe mai nato per viaggiare
indietro nel tempo. Come dice Neil, non c’è soluzione, è un
paradosso irrisolvibile. In altre parole, è impossibile suggerire
se il futuro cesserebbe di esistere se cancellasse il proprio
presente.
Perché Sator è stato scelto per
porre fine al mondo?
Come conferma il film, sembra che
Sator sia stato assunto dal futuro semplicemente perché si trovava
nel posto giusto al momento giusto. Sator è cresciuto in una delle
città chiuse della Russia sovietica, Stalask 12, ed è stato
incaricato di recuperare testate nucleari disperse e trova una nota
dal futuro insieme a lingotti d’oro che gli indicano dove trovare
ciascuno dei pezzi dell’algoritmo. Gli inviano anche i mezzi per
costruire un tornello in modo che possa invertire se stesso e non
invertire l’oro che gli è stato rispedito per aiutarlo nel suo
viaggio.
Cosa sono le città
chiuse?
L’idea delle Città Chiuse viene
introdotta in Tenet dal personaggio di Sir Michael Caine, Sir Michael, nella sua unica
scena come agente dei servizi segreti britannici che fornisce
alcune informazioni chiave durante un pranzo elegante. Egli dice al
Protagonista che Sator proviene dalla Città Chiusa di Stalask 12,
parte del programma dell’era sovietica che prevedeva insediamenti
in cui gli spostamenti erano limitati, che ospitavano operazioni
sensibili ed erano popolati dalle famiglie di coloro che lavoravano
nelle basi o nei laboratori. Non indicate sulle mappe, queste
misteriose località erano alla base del programma nucleare
sovietico e la maggior parte di esse è stata scoperta solo dopo il
crollo dell’Unione Sovietica.
Perché il personaggio
principale di Tenet si chiama Protagonista?
John David Washington non viene mai
chiamato con il suo nome in Tenet, ma solo con il suo nome
operativo, Protagonista, che sembra essere il nome con cui vengono
chiamati coloro che fanno “il suo lavoro”, ma anche un cenno alla
sua importanza per il significato di Tenet. In termini
narrativi convenzionali, il protagonista è il punto centrale della
trama, in modo molto più sostanziale di quanto lo stesso
Protagonista sappia. Sembra che il suo titolo sia un indizio
implicito del fatto che è lui a tirare le fila dal futuro e a
guidare la versione precedente di se stesso in avanti (e
indietro).
Per chi lavora il
Protagonista?
La risposta breve è che tutti in
Tenet lavorano per il Protagonista. Tutto, dall’operazione
di Kiev alla formazione di un intero esercito temporale, e persino
un’organizzazione clandestina guidata dal losco dirigente
interpretato da Martin Donovan, è sotto il controllo del
Protagonista. Lui e i suoi collaboratori sono la misteriosa parte
futura che ha investito nell’Algoritmo per continuare il suo
viaggio nel passato e rimanere nascosta. Quando ci si chiede come
Sator conoscesse la chiamata e la risposta (così come l’agente di
Kiev che ruba l’Algoritmo nel teatro dell’opera all’inizio del
film), ci sono persino suggerimenti che anche lui debba essere in
qualche modo coinvolto con coloro che cercano di distruggere il
passato.
Chi ha sparato il primo
proiettile invertito all’opera e ha salvato il
Protagonista?
Il vigilante che appare proprio
mentre il Protagonista viene creato da una delle forze speciali
ucraine è lo stesso che apre il cancello per impedire che
l’Algoritmo venga sepolto dall’esplosione. Quell’uomo misterioso è
in realtà Neil (Robert Pattinson), l’agente che il protagonista
crede di aver assunto a Mumbai, ma che in realtà era coinvolto nel
complotto ben prima di quanto sembrasse. Al momento dell’attacco
terroristico a Kiev, Neil era già stato assunto e inviato come
infiltrato nel gruppo del protagonista per impedirgli di essere
ucciso senza rivelare la sua identità.
Cosa fanno realmente le capsule
d’argento?
Quando l’operazione di Kiev
fallisce e il Protagonista viene catturato e torturato, gli viene
data la possibilità di uccidersi prendendo la pillola di cianuro
fornita dalla CIA che il suo compagno ferito gli offre. Alla fine,
anche se sviene dopo averla ingerita, la pillola è falsa, piazzata
lì per mettere alla prova l’impegno del Protagonista verso la causa
e la sua squadra. Quando sceglie la morte piuttosto che rivelare i
segreti, viene reclutato da Tenet.
Tuttavia, solo perché la sua
pillola non funziona non significa che le pillole d’argento non
abbiano delle controparti autentiche, dato che il metodo di
suicidio scelto da Sator è la sua pillola d’argento al cianuro,
nella quale sembra riporre fiducia. Potrebbe essere stato ingannato
anche lui da Tenet facendogli credere che fosse vera? Oppure Sator
aveva legami con la CIA grazie al suo potere? Questo rimane poco
chiaro.
Come si sono conosciuti
realmente il Protagonista e Neil?
Il finale di Tenet conferma
che Neil lavorava per Tenet prima del suo primo incontro con il
Protagonista. Questo viene suggerito fin dall’inizio, quando Neil
ordina al Protagonista la sua bevanda preferita nel bar dell’hotel
di Mumbai, suggerendo così di essere “un uomo che sa delle
cose”. La realtà, come spiegato nei momenti finali del film, è
che il protagonista ha reclutato Neil in passato e abbastanza a
lungo da permettere a Neil di considerare la loro amicizia
forte.
Egli suggerisce che i due hanno
vissuto alcune avventure insieme, presumibilmente al servizio della
protezione del passaggio sicuro dell’algoritmo indietro nel tempo.
In un paradosso complesso, Neil viene apparentemente reclutato dal
protagonista perché Neil gli dice di reclutare se stesso più
giovane nel passato.
Come funziona una ferita da
arma da fuoco inversa e Kat sopravvive allo sparo?
Poiché l’inversione inverte
l’entropia di un oggetto, si scopre che un’esplosione invertita
porta all’inversione estrema del trasferimento di calore
solitamente associato all’esplosione. Pertanto, il Protagonista
sopravvive all’esplosione della sua auto con un caso di ipotermia,
poiché è effettivamente congelato. Ma le ferite da arma da fuoco
inverse sono diverse. Sono descritte come particolarmente gravi
prima che Sator spari a Kat (Elizabeth
Debicki) e si scopre che la gravità è dovuta
all’avvelenamento da radiazioni. Quindi, anche se la ferita viene
rimossa da Kat, sarebbe comunque morta se il Protagonista, Neil e
Ives non avessero invertito lei e se stessi per guarirla.
Il processo di guarigione dipende
dalle cellule invertite di Kat che invertono le radiazioni, il che
sembra anche suggerire che qualcuno potrebbe essere praticamente
immortale se passasse costantemente dall’inversione al normale
flusso temporale, poiché invertire l’entropia delle cellule non
solo guarisce le ferite, ma inverte anche l’invecchiamento stesso.
L’inversione di Kat spinge efficacemente la ferita mortale fuori
dalle sue cellule, e lei è in grado di sopravvivere, con una
cicatrice che ha poco senso data l’inversione della sua entropia
invertita, ma che gioca un ruolo importante nel rivelarsi a Sator
come la Kat più anziana prima di ucciderlo, quindi viene
accettata.
Come ha funzionato la battaglia
finale di Tenet?
Come dice Ives, interpretato da
Aaron Taylor Johnson, a metà del film, è possibile eseguire una
manovra a tenaglia temporale in cui una squadra di persone si
sposta in avanti nel tempo per vedere come si svolge un evento,
mentre l’altra squadra viaggia simultaneamente indietro nel tempo,
ciascuna con il vantaggio di sapere come è andata dall’altra
squadra. È così che Sator riesce a rubare la nona parte
dell’Algoritmo al Protagonista durante l’inseguimento
sull’autostrada invertita ed è così che si svolge il finale.
Durante la resa dei conti finale,
l’esercito di Tenet si divide in due squadre – Rossa e Blu – con
Neil da una parte con Wheeler che si muove all’indietro, e Ives e
il Protagonista dall’altra, che avanzano nel tempo con il vantaggio
delle informazioni trasmesse dalla squadra di Neil. È una delle
numerose manovre a tenaglia temporali prima della rivelazione
finale che l’intero film ha fatto parte di una manovra a tenaglia
temporale.
Il finale significa che il
tempo può essere cambiato?
A prima vista, l’intera premessa di
Tenet e il suo significato sembrano essere che il tempo può
essere cambiato, dato che l’intero programma di Tenet sembra essere
quello di tornare indietro nel tempo per impedire la fine del
mondo. A questo proposito, si adatta all’idea di Inception della
promessa di un destino modificabile a seconda del libero arbitrio,
che è in drammatico conflitto con la morte di Mal. Ciò sembra
basarsi sulla minaccia dei minacciosi “detriti di una guerra
temporale imminente” che servono da avvertimento al presente su ciò
che accadrà in futuro.
L’incontro del Protagonista con la
scienziata interpretata da Clémence Poésy è un punto di partenza
per lui, in cui gli viene assegnato il suo obiettivo: fermare una
guerra futura e l’apocalisse. Eppure non ha senso pensarla in modo
così convenzionale, perché i detriti potrebbero essere dei
depistaggi inviati da Tenet per convincere il Protagonista ad
accettare il lavoro senza dirgli tutta la verità. Dopotutto, la sua
ignoranza è a volte la sua risorsa più preziosa.
Ancora più compromettente per il
caso è il destino di Neil. Alla fine, sceglie di morire perché sa
che è già successo ed è necessario affinché il protagonista e Ives
impediscano che l’algoritmo venga sepolto. Anche dopo averlo visto,
Neil è convinto di doverlo fare semplicemente perché “ciò che è
successo, è successo”. E come dice il protagonista in modo così
confuso all’inizio a Neil, il fatto stesso che siano ancora vivi
suggerisce che abbia già avuto successo. Secondo questa logica, il
tempo non può essere cambiato. Qualunque sia la logica, Neil è
purtroppo ancora morto.
Tenet prepara davvero il
terreno per Tenet 2?
La risposta breve alla possibilità
di un sequel di Tenet è che dipende dai piani di Christopher
Nolan. Proprio come avrebbe potuto realizzare Inception 2,
potrebbe realizzare Tenet 2. Potrebbe definire il film un
palindromo destinato a essere autonomo, indipendentemente dal
suggerimento che il finale sia solo la parte centrale della storia,
e chiudere lì. Ma il finale offre la possibilità di approfondire
questo universo, poiché il futuro del Protagonista promette che
egli nasconderà l’Algoritmo, darà inizio a Tenet, incontrerà i suoi
futuri avversari, recluterà Neil e pianificherà l’inizio del
proprio sé più giovane per avviare Tenet.
Cosa significa davvero il
finale di Tenet?
Il finale di Tenet offre un
paio di spunti importanti. A un livello superficiale, per citare la
predilezione di Nolan per i livelli di comprensione, offre un
avvertimento sull’imminente disastro ecologico. Se non cambiamo il
nostro modo di agire, il futuro ci ucciderà letteralmente tutti.
Non viene esplorato in modo moralistico, ma è chiaramente
importante per il messaggio del film.
Inoltre, cosa ancora più
importante, il significato ultimo di Tenet riguarda l’idea
del libero arbitrio. Il Protagonista chiede alla scienziata
interpretata da Clémence Poésy se il libero arbitrio esista. Lei
spiega che, indipendentemente dal fatto che qualcosa sia invertito
o meno, l’unico catalizzatore che gli permette di muoversi lungo il
suo percorso è il libero arbitrio. Lui deve scegliere di sparare
con una pistola invertita, altrimenti questa rimarrà inutilizzata.
Il mantra di Neil secondo cui “ciò che è successo, è successo”
mette in discussione questo concetto. Quando si sacrifica, lo fa
sapendo che è già successo e il suo libero arbitrio gli suggerisce
che potrebbe andarsene. Ma quando il protagonista gli chiede di
riconsiderare la sua decisione, lui lascia intendere che non può
scegliere di cambiare.
Il punto di Nolan non è decidere se
il libero arbitrio esista, ma sfidare il suo pubblico a esplorare
l’idea. Il significato di Tenet è un palindromo a cinque
vie, un paradosso del nonno e un antico enigma irrisolvibile tutto
in una volta. Il futuro determinerà sempre come avvengono il
passato e il presente e solo perché ciò che è successo è successo
non significa che non ci debba sempre essere speranza di imparare
almeno da quelle esperienze.
Usare e controllare il tempo per
trovare ordine nel mondo. Considerando la costante ansia di
mortalità che di solito è alla base dell’arte in generale e delle
opere di Nolan come Inception e Interstellar
in particolare (l’impulso a creare per lasciare un’eredità
permanente), Nolan sta ridefinendo l’idea del tempo non come una
costante da afferrare freneticamente per paura di perderla, ma come
il meccanismo stesso con cui è possibile controllare il mondo.
Questo non è tanto un ideale quanto pura filosofia: una piattaforma
per considerare qualcosa di ampio e stimolante come il libero
arbitrio attraverso un mezzo audace in Tenet che è
altrettanto stimolante.
La Ballata di un piccolo giocatore (Ballad of a Small Player), diretto da Edward
Berger e con protagonisti
Colin Farrell, è uno dei film più enigmatici e poetici degli
ultimi anni. Ambientato nel mondo opaco del gioco d’azzardo a
Macao, racconta la discesa agli inferi di un uomo divorato dal
vizio e dal senso di colpa. Il suo finale, sospeso tra sogno e
redenzione, ha lasciato molti spettatori con un dubbio:
Doyle è morto o si è
salvato? E cosa rappresenta davvero il gesto che compie
negli ultimi minuti?
Di
seguito analizziamo il finale del film e le sue possibili
interpretazioni.
Il
crollo di Doyle: tra debiti, fantasmi e disperazione
Il
finale di La Ballata di un piccolo giocatore era
pazzesco. Dopo una serie di perdite al tavolo da gioco, il
protagonista, Lord Doyle, non riusciva più a pensare lucidamente.
Aveva bevuto troppo champagne. Il suo cuore debole gli inviava
segnali di allarme. E per di più era perseguitato dai fantasmi del
suo passato, da tutte quelle persone che aveva offeso e
derubato.
Per farla breve, nella vita di Doyle non andava tutto bene e lui
voleva sistemare le cose. Voleva ripagare i suoi debiti, ma per
farlo aveva bisogno di soldi e, ironia della sorte, per procurarsi
i soldi doveva vincere. È un circolo vizioso, capite. E quando non
c’era più alcuna speranza, una donna entrò nella sua vita.
Dao Ming era una broker che prestava denaro ai giocatori d’azzardo
a Macao. Avrebbe potuto aiutare Doyle, ma non voleva più aiutare i
giocatori d’azzardo. Il motivo era che ogni volta che prestava
denaro a qualcuno, di solito finiva con il suicidio di quella
persona. Dao Ming era tormentata dal senso di colpa.
In La Ballata di un piccolo giocatore, uno dei suoi
debitori si suicidò gettandosi da un ponte, lasciando Dao Ming
devastata. Non voleva vivere una vita in cui contribuiva a
distruggere quella degli altri, e così si gettò in mare il primo
giorno del festival degli spiriti affamati.
Sì, era la stessa notte in cui Doyle stava cercando con tutte le
sue forze di convincere Dao Ming a prestargli dei soldi, ma lei
aveva già preso la sua decisione. Prima di lasciare il mondo dei
vivi, voleva trascorrere un po’ di tempo con un altro essere umano,
cosa che fece condividendo un momento di tranquillità con Doyle
sulla spiaggia.
Quando Doyle si svegliò sulla panchina della spiaggia, Dao Ming se
n’era già andata. Tuttavia, se si rivede questa scena, si notano
alcune persone vicino alla riva che gridano, ed è possibile che
abbiano trovato il corpo di Dao Ming, ma Doyle non sembrava
preoccupato di controllare, dato che aveva già troppi problemi
suoi.
Prima di uccidersi, Dao Ming aveva scarabocchiato il numero “31 07
2005” sul palmo della mano di Doyle. Era una data, ma Doyle non
sapeva esattamente cosa significasse. Se dovessi azzardare
un’ipotesi, potrebbe essere la data in cui suo padre è morto perché
lei aveva rubato dei soldi da casa, o forse il giorno in cui sua
madre ha rifiutato i soldi che lei aveva mandato a casa, sperando
di essere perdonata se li avesse restituiti.
Ironia della sorte, alla fine Doyle ha cercato di fare la stessa
cosa, ma tornerò su questo punto più avanti.
Quindi, Doyle non sapeva cosa significasse quella sequenza di
numeri. Ma ha trovato una cartolina dell’isola di Lamma
nell’appartamento di Dao Ming. Sulla cartolina era disegnata una
capanna di legno e, più avanti nel film, abbiamo visto Doyle
visitare quella capanna.
Tuttavia, la domanda è: ha visitato davvero quell’edificio o Doyle
se l’è immaginato? Ora, se avete visto il film, sapete che Doyle ha
immaginato un sacco di cose poco dopo aver avuto un infarto. Ha
immaginato di pranzare con Dao Ming, ma sappiamo che non poteva
essere successo.
È
possibile che Doyle sia morto in quel ristorante e che tutto ciò
che abbiamo visto sullo schermo dopo il suo infarto non fosse altro
che il suo tentativo di dare un senso a una vita trascorsa invano
durante i suoi ultimi momenti (o di pensare a come avrebbe potuto
essere la sua vita mentre era bloccato nell’inferno buddista o Naraka).
Oppure, come suggerisce il finale di La Ballata di un piccolo
giocatore, Doyle è sopravvissuto all’infarto ed è riuscito in
qualche modo a raggiungere la capanna di Dao Ming sull’isola di
Lamma, dove ha usato il numero per aprire il lucchetto del capanno
e ha trovato due borse piene zeppe di soldi.
In seguito, ha usato gli stessi soldi per vincere una serie di
partite a Macao e diventare il giocatore d’azzardo più fortunato
del mondo. Ma questo mi sembrava troppo inverosimile. Voglio dire,
sembrava più la storia che l’amico di Doyle, Adrian, gli aveva
raccontato.
Quando Doyle andò a prendere dei soldi da Adrian, questi gli
raccontò la storia di un giocatore d’azzardo che si era svegliato
nell’aldilà e aveva vinto ogni singola mano al casinò. Non
rispecchia forse ciò che Doyle è realmente? È morto di infarto e
poi si è svegliato nell’aldilà per vincere ogni mano in modo da
poter ripagare i suoi debiti?
Tuttavia, se consideriamo la possibilità che Doyle sia morto nel
ristorante, allora è difficile spiegare come abbia scoperto di Dao
Ming, perché questa rivelazione lo ha colpito proprio alla fine del
film. Forse Doyle sapeva della sua morte fin dall’inizio, ma la sua
mente ha semplicemente bloccato l’informazione perché non era
pronto ad accettare la verità.
Colpa, redenzione e illusione: il senso del finale
Credo che in realtà Doyle sia sopravvissuto all’infarto e abbia
trovato i soldi che Dao Ming aveva nascosto in casa. Ma Doyle era
troppo tormentato dal senso di colpa per usare quei soldi e
perderli tutti.
Ha immaginato di vincere ogni mano giocata al casinò per diventare
ricco, proprio come aveva sempre sognato. Quelle due borse erano
rimaste nella stanza mentre Doyle lottava con i demoni nella sua
testa. E quando finalmente è stato soddisfatto della sua vittoria,
ha deciso di restituire i soldi che aveva rubato, pensando che Dao
Ming lo avrebbe perdonato se li avesse restituiti.
Che ingenuo. Nel finale di Ballad of a Small Player, è tornato al Rainbow Casino,
dove le rivelazioni della nonna sulla morte di Dao Ming hanno
riportato Doyle alla realtà. È vero che tutta questa situazione di
“immaginazione mescolata alla realtà” aveva aiutato Doyle a
riprendersi dalla sua dipendenza dal gioco d’azzardo, ma era
impossibile per lui saldare i suoi debiti con Dao Ming.
Ma poi si ricordò della sua ultima interazione con Dao Ming e
credette che forse non sarebbe stato in grado di ripagarla, ma
c’era un modo per rendere il suo ultimo omaggio alla donna che gli
aveva mostrato la strada giusta nella vita.
Il significato del gesto finale di La Ballata di un piccolo
giocatore (Ballad of a Small
Player): bruciare il denaro come offerta
La sera in cui Doyle era uscito con Dao Ming, lei gli aveva parlato
del Giorno dei Fantasmi, in cui la gente bruciava offerte per i
defunti. Dao Ming era l’unica amica che Doyle avesse. Era la prima
relazione pura che avesse instaurato dopo tanto tempo e non poteva
semplicemente lasciarla andare.
Desiderava ardentemente saldare i suoi debiti per poter ricucire il
suo rapporto con Dao Ming, anche se ora era consapevole che lei se
n’era andata da tempo. Durante il Giorno dei Fantasmi, Doyle tornò
al tempio e bruciò entrambe le borse di denaro per fare un’offerta
a Dao Ming.
Se crediamo che il denaro che Dao Ming aveva nascosto nella sua
baracca fosse vero, allora è possibile che fosse lo stesso
pacchetto di contanti che lei aveva mandato a sua madre, ma che lei
aveva rifiutato di prendere e le aveva restituito. Per senso di
colpa, Dao Ming non lo aveva mai usato, lo aveva solo nascosto,
cercando di dimenticare le cose che aveva fatto in passato.
Ma il problema con il passato è che più cerchi di fuggirlo, più
velocemente ti raggiunge. Dao Ming si è sempre incolpata per la
morte di suo padre. Lui morì di crepacuore perché Dao Ming aveva
rubato dei soldi ai propri genitori. E nel presente, tutti i
giocatori d’azzardo a cui aveva prestato denaro si erano tolti la
vita, il che potrebbe aver convinto Dao Ming di essere stata
maledetta dagli spiriti affamati.
Per sfuggire ai suoi demoni, si era suicidata, e credo che quando
Doyle le aveva rubato il denaro, fosse perseguitato dagli stessi
fantasmi, che alla fine gli avevano fatto capire che il gioco
d’azzardo è come uno spirito affamato. Più lo nutri, più diventa
affamato. L’unico modo per affamarlo è smettere di nutrire il male
e allontanarsi o bruciare tutto.
Se credi che sia questo ciò che è realmente accaduto, allora in un
certo senso la morte di Dao Ming ha impedito a Doyle di distruggere
il resto della sua vita. Bruciando quei soldi e rinunciando al
gioco d’azzardo, ha dato a Dao Ming la pace che lei desiderava
nell’aldilà.
A
mio parere, questo è un modo ottimistico di vedere il finale.
Una chiusura aperta: redenzione o condanna?
Tuttavia, resta un dubbio di fondo: Doyle ha davvero trovato la
pace o è rimasto intrappolato in un ciclo di illusioni? Il film non
offre risposte certe, e proprio per questo il suo epilogo risuona
così a lungo nello spettatore.
La Ballata di un piccolo giocatore (Ballad of a Small Player) non è solo la storia di un
uomo che cerca di redimersi, ma anche una riflessione sulla
dipendenza, la colpa e la possibilità di perdono. Che Doyle sia
vivo o morto, ciò che conta è che finalmente ha smesso di giocare —
e nel suo gesto finale, tra le fiamme e la notte, ha ritrovato un
briciolo di umanità.
Netflix
Brasile ci propone una nuova serie originale su persone che
ambiscono a un trono che porta solo caos. Rulers Of Fortune
è una serie su un uomo di nome Jefferson (perché?!) che si fa
chiamare Profeta e sul suo desiderio di diventare famoso nel club
dei milionari di Rio. Come potete immaginare, si tratta di una
sorta di “Clash of Clans”, in cui solo i più brutali sopravvivono.
C’è morte, sangue e un sacco di drammi, ma anche molta rivalità tra
fratelli, che onestamente detesto. Oh, e senza dimenticare le
numerose scene di baci appassionati che sembrano essere pensate per
la Generazione Z, perché non arrivano mai a nulla di esplicito.
Scherzi a parte, però, il finale della stagione chiarisce che si
tratta solo di una premessa, un teaser che precede qualcosa di
molto più grande; tuttavia, non sono affatto sicuro che riuscirà a
mantenere quella promessa. Detto questo, passiamo direttamente al
finale di Rulers Of Fortune.
Spoiler
Alert
Jefferson uccide
Suzana?
È stato abbastanza presto nella
serie che Jefferson ha iniziato a voler uccidere la sorella di
Mirna, Suzana. All’inizio, la sua energia era concentrata quasi
interamente su Bufalo, ma più tempo passava a combattere
quell’uomo, più diventava chiaro che non aveva una vera strategia;
era sempre stata sua moglie a tirare le fila. Era stata lei a
orchestrare la creazione del falso rifugio dove Jefferson era quasi
morto. Naturalmente, Mirna lo ha trattenuto dal fare qualcosa di
avventato, soprattutto dopo la morte di suo padre, Jorge, che ha
lasciato Suzana come sua ultima parente in vita. Ma è stato il
funerale di Jorge a dare il colpo di grazia, quando Bufalo ha fatto
esplodere un’autobomba che aveva come obiettivo Jefferson, ma che
ha finito per uccidere Riva, l’amato autista/guardia del corpo
delle ragazze, che sembravano conoscere da sempre e consideravano
come una figura paterna. Non capisco la rivalità tra le due
sorelle, e ancora non abbiamo molti dettagli su cosa fosse successo
al padre in precedenza. Sembra che potesse soffrire di demenza, il
che deve aver messo a dura prova il rapporto tra lui e le figlie.
Mi chiedo ancora perché chiamasse Bufalo la guardia del corpo. Non
sappiamo nulla nemmeno della madre, e questo aspetto potrebbe
essere approfondito nella seconda stagione. La cosa che davvero non
ho apprezzato è stata la rivalità insensata tra le sorelle, che
avrebbero potuto avere letteralmente tutto. Sono sempre gli uomini
che arrivano e rovinano tutto, eh?
Per vendicarsi, Mirna ha convinto
Suzana a collaborare con lei e Jefferson in cambio del 33%
dell’impero di Bufalo dopo la sua morte. Il fatto è che loro
contavano già sul fatto che lei li avrebbe traditi, e anche se
Bufalo pensava di essere in vantaggio quando si trattava del loro
piano di assassinio, è stato invece ucciso in un’imboscata mentre
si recava al luogo previsto per la sua esecuzione. Inizialmente,
Suzana era furiosa con sua sorella, anche se l’avevano letta come
un libro aperto. Ha quasi mandato un messaggio per accusarla di non
fidarsi di lei, prima di rendersi conto di quanto questo l’avrebbe
resa ipocrita. Ci sono momenti nella serie in cui Suzana sembra
insoddisfatta della sua decisione di sposare Bufalo, soprattutto
quando è in piscina con sua sorella dopo la morte di Riva, ma
sembra che amasse quell’uomo, quindi probabilmente vorrà
vendicarsi.
Anche se Bufalo era stato
eliminato, Jefferson rimaneva diffidente nei confronti di Suzana,
definendola un cobra, sempre pronta a colpire. Tuttavia, Mirna non
avrebbe mai autorizzato un attentato contro sua sorella e fece
promettere a Jefferson che non le avrebbe fatto del male. Giungendo
a un compromesso e agendo alle spalle di Mirna, Jefferson finì per
rapirla, portarla in un magazzino abbandonato e minacciarla con una
pistola affinché lasciasse Rio e non si facesse più vedere da
Mirna, lanciandole una borsa piena di soldi per facilitare il
trasferimento. Quindi, in qualche modo, nonostante sia stata
attivamente coinvolta in questo gioco di troni e abbia perso,
Suzana alla fine ne esce viva, ma per quanto tempo? Tornerà
sicuramente con una vendetta.
Xavier dice a Galego la verità
su Jefferson?
Xavier sta cercando da tempo di
cedere le redini del club di samba; vuole che suo nipote, Santiago,
figlio di Galego, prenda il suo posto come presidente e continui la
loro serie positiva. Galego, d’altra parte, non vede molto
potenziale in Santiago, soprattutto dopo averlo sorpreso a rubargli
dei soldi. Ma Xavier conosce il valore del sangue in questo
business. A una festa dopo la morte di Bufalo, quando è ormai quasi
certo che Jefferson entrerà a far parte del Consiglio, nota che il
padre del giovane gangster è lo stesso uomo che aveva visto
incontrare Leila, la moglie di Galego. Mette insieme i pezzi e
capisce che Jefferson è il figlio che Leila ha concepito con Jose
dopo essere fuggita con lui, lasciando Galego. All’epoca, nel 1996
o ’97, era stato Xavier a uccidere Jose, ma aveva risparmiato il
bambino, dando a Leila un giorno di tempo per sbarazzarsene. Anche
se alla festa affronta Leila al riguardo, non riesce a trovare il
coraggio di smascherarla immediatamente. Dice a Leila che nei 30
anni trascorsi da allora ha perso il suo cuore e che avrebbe
semplicemente ucciso il bambino se suo fratello glielo avesse
chiesto oggi. Ma ha perso il suo cuore in più di un senso; sembra
che non riesca più a trovare la voglia di vivere, anche se prima
era sempre stato l’anima della festa. La gente commenta persino che
non lo vede più ridere come una volta. È strano vedere un uomo come
lui alle prese con tali problemi. Immagino che a questo punto
Xavier sia stanco di fare il lavoro sporco per suo fratello, di non
avere nulla di proprio e di essere rimasto troppo a lungo nella sua
ombra. Penso che Xavier avrebbe potuto diventare una persona molto
diversa se avesse lasciato vivere l’amante di Leila e si fosse
allontanato un po’ dalla visione di suo fratello.
Invece, subito dopo il Carnevale,
mentre tutto il club di samba aspetta che i giudici annunciino i
punteggi, Xavier decide di rimanere a casa e scrivere una lunga
lettera a suo fratello, allegando una foto dei loro giorni
d’infanzia. In essa confessa quanto poco desideri continuare a
vivere, rivelando anche il peso del senso di colpa che porta con sé
per aver deluso suo fratello quando si è trattato di eliminare il
piccolo Jefferson tanti anni fa. Decide quindi di organizzare una
festa per sé stesso, ingerendo sonniferi, sniffando quello che
sembra essere cloroformio e bevendo un bicchiere dopo l’altro di
whisky, fino a morire nella vasca da bagno, vestito con un elegante
abito bianco. Quando Galego scopre cosa è successo, si precipita da
Xavier con Leila e Santiago, ma Leila avvisa Jefferson, che arriva
sul posto e trova la lettera prima di loro. Questo significa che,
anche se Galego non sa cosa abbiano combinato Jefferson e Leila,
Jefferson ora sa che Leila è sua madre e le mente dicendole che
Xavier non ha lasciato alcuna lettera.
Come va la riunione del
consiglio?
Jefferson ha fatto di tutto per
nascondere qualsiasi indizio che potesse portare il consiglio a
scoprire che li ha ingannati per tutto questo tempo. Sia Suzana che
Xavier sono ora fuori dai giochi in un modo o nell’altro. C’era
anche Emerson, il poliziotto corrotto che stava indagando per conto
di Bufalo e che aveva trovato il ragazzino a cui Jefferson aveva
risparmiato la vita all’inizio della stagione, durante la rapina
alle slot machine. Aveva cercato di ricattare sia lui che Suzana
con il filmato dell’interrogatorio del ragazzo, ma Jefferson e
Nelinho lo avevano rintracciato e ucciso a sangue freddo. Inoltre,
dopo aver passato tutta la stagione a vedere Nelinho concentrato
solo sul lavoro, finalmente intravediamo una piccola luce nel suo
cuore, potenzialmente, quando la figlia di Gerson, Tamires, lo
costringe praticamente a lasciarla trasferire da lui. In
precedenza, sua madre l’aveva cacciata di casa dopo che lei si era
rifiutata di smettere di lavorare con la banda di Jefferson,
nonostante fosse stata tenuta in ostaggio e aggredita, e non aveva
nessun altro a cui rivolgersi. Forse li vedremo insieme nella
seconda stagione.
Nel finale di Rulers Of
Fortune, Jefferson si presenta alla riunione del consiglio
fiducioso di aver coperto ogni potenziale falla nella sua storia,
pronto a portare se stesso e Mirna al vertice della malavita di
Rio. Viene accolto da tutti i membri del consiglio, compreso Renzo,
recentemente rilasciato dal carcere, che probabilmente avrà un
ruolo importante se ci sarà una seconda stagione. Anche il
fratellastro di Jefferson (ora che sa chi è sua madre), Santiago, è
presente per ricevere il titolo di presidente del club di samba
(anche loro hanno uno scambio di sguardi interessante). La nomina
di Santiago a presidente del club di samba non è l’unico modo in
cui la morte di Xavier ha sconvolto le cose. Renzo dice una cosa
interessante sul suo rapporto con lo zio e su come spera che possa
crescere fino a emulare quello tra Xavier e Galego. Il ragazzo deve
sapere che essere uno scudiero non è il massimo, ma va bene così.
Ora che Galego ha perso il suo scudiero, forse Santiago si farà
avanti e sprecherà i buoni auspici di Xavier per lui.
Mentre Galego abbraccia Jefferson,
gli dice che era lui quello che mancava al tavolo, confermando
finalmente di aver sostituito completamente Bufalo nel Consiglio.
Suppongo che il duro lavoro di Jefferson abbia dato i suoi frutti,
ma non mi è ancora chiaro se stia usando Mirna o meno. Immagino che
questo sia un aspetto importante dello show e della loro dinamica:
non si sa mai chi sta davvero manipolando chi. Ora che Jefferson ha
finalmente raggiunto la posizione per cui ha lottato, è il momento
di conquistare davvero questo Consiglio e prendersi ciò che gli
spetta di diritto. Penso che la collaborazione tra Leila e
Jefferson continuerà, anche se il fatto che Jefferson sappia che
lei è sua madre aggiungerà un po’ di tensione al loro rapporto già
strano. Sarà interessante vedere quando e come deciderà di
affrontarla al riguardo, in base a ciò che vorrà fare in
seguito.
Dietro le ombre dei castelli, il fruscio dei mantelli e i denti
affilati del vampiro più famoso del mondo, si nasconde una figura
reale, inquietante e affascinante: Vlad III di Valacchia, passato alla storia
come Vlad
l’Impalatore. Quando nel 1897 Bram Stoker pubblicò
Dracula, non inventò solo
un personaggio letterario immortale, ma costruì un archetipo
moderno del male, intrecciando leggende popolari, cronache storiche
e ossessioni dell’epoca vittoriana.
Quello di Stoker è un romanzo che parla di paura e desiderio, di
scienza e superstizione, ma il suo cuore più oscuro nasce da una
storia vera.
Vlad l’Impalatore: il principe del sangue
Vlad III nacque intorno al 1431 a Sighișoara, in Transilvania, una
regione di confine tra l’Europa cristiana e l’Impero Ottomano. Suo
padre, Vlad II Dracul, apparteneva all’Ordine del Drago, una
confraternita di cavalieri fondata per difendere la fede cristiana
dai turchi. Il soprannome “Dracul” derivava proprio dal simbolo
dell’ordine – un drago – ma nel linguaggio locale finì per assumere
anche il significato di “diavolo”.
Vlad, dunque, era letteralmente figlio del drago o, come si sarebbe detto in latino,
Dracula. Da giovane fu
tenuto in ostaggio presso la corte ottomana, dove apprese strategie
militari e metodi di tortura. Tornato in patria, salì al trono di
Valacchia nel 1456, deciso a difendere il proprio territorio con
un’autorità spietata.
La sua fama nacque proprio da questo: Vlad era noto per impalare i
nemici – turchi, traditori, criminali – infilzandoli su pali di
legno e lasciandoli morire lentamente. Le cronache raccontano di
foreste di corpi, di banchetti tenuti accanto ai condannati
agonizzanti, di migliaia di vittime. Molti resoconti erano
probabilmente esagerati o manipolati dalla propaganda tedesca e
ungherese, ma bastarono a trasformarlo in una leggenda nera.
Quando Bram Stoker scrisse Dracula, più di quattro secoli dopo, non aveva mai
visitato la Transilvania. Lavorava come manager del Lyceum Theatre
di Londra e frequentava intellettuali, attori e scienziati del suo
tempo. Tuttavia, era un uomo profondamente incuriosito dalle
tradizioni popolari e dai misteri dell’Europa orientale.
Secondo gli studi più recenti, Stoker scoprì la figura di Vlad III
leggendo i saggi dello storico ungherese Ármin Vámbéry, che
descriveva il principe valacco come un sovrano crudele e
sanguinario. In una sua nota personale, lo scrittore avrebbe
trascritto il nome “Dracula” accanto alla parola “devil”. Quel
riferimento bastò per accendere la scintilla: il diavolo, il
sangue, il castello.
Ma Dracula non è una
semplice biografia romanzata. Stoker mescolò il mito di Vlad con
leggende slave e balcaniche sui morti che ritornano — gli
strigoi e i
nosferatu — e con le
paure dell’Inghilterra vittoriana: l’invasione straniera, la
sessualità femminile, la degenerazione morale.
Il romanzo di Stoker fu pubblicato nel 1897, in un momento di
grandi trasformazioni. L’Impero britannico era al culmine della sua
espansione, ma il progresso scientifico e la rivoluzione
industriale avevano alimentato nuove ansie sociali.
Il vampiro di Stoker incarna proprio queste contraddizioni: è un
aristocratico straniero che arriva a Londra portando con sé la
peste e la corruzione morale, un essere che seduce e contagia.
Dietro la maschera gotica si nasconde la paura coloniale e sessuale
dell’Occidente: il timore che ciò che è “altro” — l’Oriente, la
donna emancipata, l’istinto — possa contaminare la civiltà.
In questo senso, la figura di Vlad l’Impalatore offre il punto
d’origine storico, ma è il contesto sociale di fine Ottocento a
dare a Dracula la sua forza simbolica.
Le fonti che alimentarono il mito
Oltre a Vlad, Stoker si ispirò a numerose leggende popolari
europee. In Romania, Serbia e Grecia erano diffuse storie di morti
che si alzavano dalle tombe per succhiare il sangue dei vivi. Nella
Londra vittoriana circolavano anche cronache giornalistiche su casi
di sepolture premature e malattie misteriose che svuotavano le
persone del loro sangue.
Un’altra influenza importante fu il romanzo Carmilla di Sheridan Le Fanu (1872),
incentrato su una vampira femminile dal fascino ambiguo. Stoker ne
riprese l’erotismo sottile e lo trasferì nella figura di Dracula,
il cui morso è insieme violento e seduttivo.
Infine, alcune teorie suggeriscono che l’autore si ispirò anche
alla sifilide — malattia che all’epoca terrorizzava la società —
come metafora del contagio vampirico. Il sangue, la trasmissione,
la vergogna: tutto contribuiva a costruire un mostro tanto fisico
quanto psicologico.
Il castello, il sangue e la memoria del potere
L’immagine del castello di Dracula, isolato tra le montagne della
Transilvania, richiama la realtà storica delle fortezze valacche
del XV secolo. Vlad III aveva effettivamente una roccaforte nei
Carpazi, il castello di Poenari, arroccato su un dirupo e
accessibile solo tramite centinaia di gradini.
Quel luogo divenne nei secoli oggetto di leggende e superstizioni,
e Stoker lo trasformò nella perfetta scenografia del suo racconto:
simbolo del potere maschile e del desiderio di controllo. Il
sangue, che per Vlad rappresentava la punizione, per Dracula
diventa sopravvivenza. In entrambi i casi, è il segno della forza
che si nutre della vita altrui.
Dal romanzo alla leggenda moderna
Dopo la pubblicazione, Dracula ebbe un successo immediato, soprattutto grazie
alle sue trasposizioni teatrali e cinematografiche. Il film
Nosferatu di F.W. Murnau
(1922) ne offrì la prima versione espressionista, mentre
Dracula di Tod Browning
(1931), con Bela Lugosi, ne fissò l’immagine definitiva: elegante,
pallido, ipnotico.
Nel corso del Novecento,
il vampiro è diventato una metafora universale:
dall’aristocratico decadente al ribelle romantico, dal mostro
politico all’emblema del desiderio represso. Tuttavia, dietro ogni
reincarnazione, sopravvive il volto di Vlad l’Impalatore e la sua
ossessione per il controllo, la punizione e il sangue come
strumento di potere.
Bram Stoker e la linea tra realtà e leggenda
Bram Stoker non conobbe mai la Transilvania, ma comprese che ogni
mito nasce dall’incontro tra verità e paura. Dracula è il prodotto di un’epoca che aveva
smesso di credere nei demoni e cominciava a temere l’uomo
stesso.
Il personaggio di Vlad gli offrì un punto di partenza realistico —
un tiranno realmente esistito, documentato dalle cronache — ma il
romanzo trasformò quella violenza storica in una condizione eterna.
Il vampiro non è più un principe di Valacchia: è il simbolo
dell’umanità che consuma sé stessa pur di non morire.
La storia vera di un mito immortale
La leggenda di Dracula è la dimostrazione di come la realtà e la
fantasia si alimentino a vicenda. Bram Stoker trovò in Vlad
l’Impalatore la materia prima del suo incubo, ma ciò che rese
Dracula immortale fu la
sua capacità di incarnare le paure collettive del suo tempo — paure
che continuano a mutare e a rispecchiarci.
Il principe valacco, il vampiro ottocentesco, l’icona
cinematografica e il simbolo erotico contemporaneo sono volti
diversi della stessa idea: il potere della vita sull’altro, la
seduzione del male, la fuga dalla morte.
Dietro il mito di Dracula c’è dunque un uomo reale, ma soprattutto
un pensiero che attraversa i secoli: la convinzione che dentro ogni
essere umano esista un desiderio oscuro di dominio, e che per
quanto lo neghiamo, prima o poi, torna a reclamare il suo
sangue.
Dal romanzo alla leggenda moderna: dal mito letterario a Coppola e
Besson
Dopo la pubblicazione, Dracula ebbe un successo immediato, soprattutto grazie
alle sue trasposizioni teatrali e cinematografiche. Il mito del
vampiro si è trasformato e reinventato più volte nel corso del
Novecento, fino a diventare una figura centrale della cultura
pop.
La
prima interpretazione memorabile fu quella di Bela Lugosi nel Dracula del 1931 diretto da Tod Browning, che definì per sempre
l’immaginario del vampiro aristocratico, elegante e inquietante. Ma
è con Bram Stoker’s
Dracula di Francis Ford Coppola (1992) che il personaggio
raggiunse una nuova complessità romantica e visiva. Nel film con
Gary
Oldman, Winona Ryder e Anthony Hopkins, la figura del Conte
diventa tragedia d’amore, un’anima dannata che sfida il tempo per
ricongiungersi con la donna amata. Coppola recupera la sensualità e
il misticismo del romanzo, trasformandolo in un’epopea barocca sul
desiderio e la redenzione.
Più di recente, anche Luc
Besson ha ripreso il mito nel suo Dracula.
L’amore perduto, una rivisitazione moderna e
psicologica che intreccia il fascino gotico con l’introspezione del
regista francese. In questa versione, il vampiro non è soltanto un
mostro, ma una figura tragica, simbolo dell’eterna lotta tra
passione e dannazione. Besson, come Coppola trent’anni prima,
indaga l’umanità nascosta dietro la maschera del male, rendendo il
mito di Dracula di nuovo attuale.
Queste trasposizioni, insieme a classici come Nosferatu di F.W. Murnau (1922) e
Shadow of the Vampire di
E. Elias Merhige (2000), dimostrano come ogni epoca riscriva il
personaggio secondo le proprie paure e i propri desideri. Il
Dracula di Stoker non smette di mutare forma perché incarna un’idea
universale: la sete di immortalità e di potere che attraversa
l’uomo in ogni tempo.
Il
finale di The Mastermind, ultimo film di Kelly
Reichardt con Josh O’Connor,
è uno dei più ambigui e potenti della filmografia della regista.
Dopo un racconto dominato da fallimenti, illusioni e piccoli
tradimenti, la
storia di J.B. Mooney — carpentiere disoccupato e ladro
improvvisato — si chiude con un’immagine che sembra sospesa tra il
realismo e la parabola morale. Arrestato per caso durante una
manifestazione contro la guerra in Vietnam, J.B. scompare in un
furgone della polizia, confuso tra la folla di giovani idealisti
che lottano per un mondo migliore. È una fine amara, ma anche
profondamente coerente con la visione di Reichardt sul destino
dell’individuo nel caos della società americana.
Il senso dell’arresto: un ladro tra i manifestanti
Nelle ultime sequenze del film, J.B. tenta di fuggire dopo aver
fallito in tutto: il furto è stato scoperto, i suoi complici lo
hanno tradito, la moglie non vuole più sentirlo e persino i suoi
figli lo rifiutano. Privo di denaro e identità, si mescola a un
gruppo di giovani pacifisti in protesta contro la guerra. In un
gesto disperato, ruba la borsa di un’anziana per procurarsi i soldi
del viaggio, ma finisce travolto da una carica della polizia e
arrestato insieme ai dimostranti.
È
una conclusione paradossale: un uomo che ha sempre rifiutato
l’impegno politico si ritrova, per puro caso, a essere scambiato
per un attivista. Ma proprio questa casualità è il punto. Reichardt
mostra come nessuno, nemmeno chi si crede separato dal mondo, possa
restare davvero fuori dalla storia. L’arresto di J.B. è un ritorno
forzato alla realtà collettiva, una resa al mondo che aveva tentato
di ignorare.
Dal furto alla colpa: l’espiazione attraverso l’assurdo
Durante tutto il film, J.B. ha cercato di giustificare le proprie
azioni come una ribellione personale: rubare arte per sottrarla al
mercato, per conservarla in uno spazio privato, per sentire di
“possedere” qualcosa di autentico. Ma quella giustificazione crolla
nel momento in cui capisce di non aver fatto altro che distruggere
ciò che amava.
Quando apprende che i quadri rubati sono stati recuperati e
restituiti al museo, J.B. si ritrova improvvisamente vuoto. La sua
impresa non ha lasciato traccia. Persino il suo gesto “artistico”
si dissolve, come se il mondo avesse cancellato ogni segno della
sua esistenza. L’arresto finale diventa allora una forma di
espiazione — ma non una punizione divina, bensì una condanna umana,
quotidiana. È la logica della realtà che lo richiama all’ordine,
come se il suo fallimento fosse l’unico modo per riconciliarsi con
se stesso.
Il simbolismo del furto e della folla
Reichardt costruisce il finale con una forte valenza simbolica. Il
furto dei quadri, all’inizio del film, era stato l’atto di un
singolo contro la collettività: un modo per impossessarsi di un
bene comune e renderlo privato. La scena finale rovescia questo
gesto: ora J.B. viene inghiottito da una massa indistinta, perdendo
il controllo sulla propria individualità.
La regista filma la folla come un organismo caotico, vivo, dove i
corpi si spingono e si confondono. La macchina da presa rimane
stretta sul volto di O’Connor, immerso nel panico e
nell’incredulità. In quel momento, J.B. non è più il “mastermind”
del titolo, ma un uomo comune travolto dagli eventi. La sua
intelligenza, la sua astuzia, il suo desiderio di dominio si
dissolvono nel rumore della collettività.
Il film termina quando il furgone della polizia si chiude e il
suono delle sirene copre tutto. Nessuna musica, nessuna voce fuori
campo. Solo il vuoto. Reichardt lascia che lo spettatore resti
sospeso, come se quell’istante racchiudesse la verità ultima del
film: la libertà individuale non esiste senza responsabilità verso
gli altri.
La metafora politica: l’individuo nel crollo del sogno
americano
Ambientando il film nel 1970, Reichardt colloca la vicenda in un
momento di profonda crisi dell’identità americana. Dopo la fine
dell’utopia hippie, la nazione si trova divisa tra idealismo e
disincanto. J.B. rappresenta la terza via: quella del cinismo,
dell’indifferenza, dell’uomo medio che si sente tradito da entrambi
i mondi.
Il suo gesto criminale è una ribellione svuotata di senso, priva di
ideali. Non ruba per cambiare le regole, ma per sentirsi vivo.
Quando viene trascinato via insieme ai manifestanti, Reichardt
mostra come questa assenza di ideologia sia essa stessa una forma
di colpa. La libertà, suggerisce il film, non è l’atto di sottrarsi
al mondo, ma di parteciparvi — anche nel fallimento.
In questo senso, The
Mastermind è meno un racconto di rapina e più una parabola
morale sul costo dell’individualismo. La regista smonta il mito
dell’uomo che si fa da sé per mostrare la sua fragilità. J.B. crede
di poter vivere al di sopra delle regole, ma finisce schiacciato
proprio da quel mondo che ha ignorato.
Il finale secondo Kelly Reichardt: la condanna della
solitudine
Intervistata a Cannes, Kelly Reichardt ha spiegato che “essere un
fuorilegge è un privilegio”. Nel film, questo concetto trova il suo
culmine nel finale: J.B. ha potuto permettersi la ribellione perché
protetto dal suo status, dalla sua famiglia, dalla sua classe
sociale. Ma quando quelle protezioni svaniscono, resta solo la
solitudine.
L’arresto non è solo fisico, ma spirituale. È il momento in cui il
protagonista capisce di essere diventato irrilevante. L’arte che
voleva possedere è tornata a essere pubblica, la moglie lo ha
lasciato, e il mondo continua senza di lui. In questa
consapevolezza dolorosa, Reichardt trova la sua verità più
politica: l’individualismo senza comunità è solo un’altra forma di
prigionia.
L’ultima immagine: il volto dietro il vetro
L’inquadratura finale mostra il riflesso di J.B. sul vetro del
furgone che lo trasporta via. È un’immagine che sintetizza tutto il
percorso del film: un uomo intrappolato tra il dentro e il fuori,
tra il desiderio di libertà e la consapevolezza del limite. Il
vetro diventa metafora della barriera invisibile che separa
l’individuo dal mondo.
Mentre la camera si allontana, l’immagine del volto si dissolve nel
riflesso della folla che corre in strada. È un effetto semplice ma
devastante: J.B. scompare, e con lui l’illusione dell’eroe. Resta
solo la collettività, imperfetta e rumorosa, ma ancora viva.
Il significato profondo del finale
Alla fine, The
Mastermind non parla di furti né di arte, ma di appartenenza.
Il percorso di J.B. è la cronaca di un uomo che tenta di essere
eccezionale in un mondo che non ammette più eccezioni. La sua
caduta non è una punizione, ma una rivelazione: la libertà
autentica non consiste nel sottrarsi al mondo, ma nel riconoscere
di farne parte.
Con questo epilogo, Kelly Reichardt costruisce una chiusura che
ribalta le regole del genere heist: invece della fuga trionfale,
arriva la resa. Invece del bottino, la consapevolezza. Invece del
silenzio del museo, il caos della piazza.
Il “mastermind” del titolo non è mai stato un genio del crimine, ma
un uomo comune che ha scambiato la solitudine per libertà. E nel
suo arresto, in mezzo agli altri, scopre troppo tardi che la vera
prigione è sempre stata dentro di sé.
The Mastermind di Kelly Reichardt non
è soltanto un heist movie ambientato negli anni Settanta. È un film
che esplora i limiti dell’individualismo americano, il fallimento
del sogno borghese e la sottile attrazione per la trasgressione.
Dietro la storia di James Blaine “J.B.” Mooney, un uomo comune che
decide di rubare quattro dipinti da un museo di provincia, si
nasconde un intreccio di fonti reali, suggestioni cinematografiche
e riflessioni sociali.
Il
film,
presentato in concorso al Festival di Cannes 2025 e interpretato
da Josh O’Connor,
nasce da un fatto realmente accaduto: il furto al Worcester Art Museum del 1972, uno
degli episodi meno noti ma più curiosi della storia dei musei
americani.
Il furto reale al Worcester Art Museum
Nel 1972, in una tranquilla cittadina del Massachusetts, due uomini
entrarono nel Worcester Art Museum e trafugarono quattro opere
d’arte di enorme valore: due Gauguin, un Picasso e un Rembrandt. Fu un colpo sorprendentemente semplice,
compiuto senza piani sofisticati né armi, in un’epoca in cui i
musei statunitensi non disponevano ancora di sistemi di sicurezza
moderni.
Il furto rimase impresso non tanto per l’entità del bottino – le
opere furono poi recuperate – quanto per la mentalità dei ladri:
dilettanti, privi di motivazioni ideologiche o politiche, spinti
piuttosto da un impulso personale. Quel gesto, tra l’ingenuità e la
sfida, rappresentava perfettamente il clima di transizione
dell’America dei primi anni Settanta, sospesa tra il disincanto
post-hippie e l’emergere di una nuova etica individualista.
Proprio da qui nasce l’ispirazione di Kelly Reichardt: il desiderio
di raccontare un “piccolo furto” come specchio di un grande
malessere collettivo.
Dalla cronaca al cinema: Kelly Reichardt e il fascino dell’arte
rubata
The Mastermind – screen dal trailer
Reichardt ha dichiarato di aver raccolto per anni ritagli di
giornale sui furti d’arte, attratta dall’idea di persone comuni che
decidono di sottrarre bellezza al mondo per custodirla in privato.
L’immagine-chiave, racconta, era quella di una coppia che aveva
nascosto un dipinto di Willem de Kooning nella propria camera da
letto: “invece che condividerlo con tutti, lo tenevano solo per sé,
dietro una porta chiusa”.
In The Mastermind,
questo gesto diventa il cuore simbolico del film:
il passaggio dell’arte
dal pubblico al privato come metafora dell’egoismo
dell’uomo moderno. Ambientare la storia nel 1970, poco prima del
furto reale, consente alla regista di esplorare un’America in
bilico tra utopia e disillusione. Il Vietnam infuria, la
controcultura sta svanendo e il sogno collettivo si disgrega in una
miriade di ambizioni personali.
L’ispirazione di Arthur Dove: un colpo d’arte minore, ma
significativo
Nel film, J.B. Mooney sceglie di rubare quattro tele di
Arthur Dove, un
artista realmente esistito, considerato uno dei pionieri
dell’astrattismo americano. Una scelta sorprendente per un ladro,
perché le opere di Dove non erano particolarmente richieste né sul
mercato né nel mondo del collezionismo.
Questa decisione dice molto del protagonista: non ruba per denaro,
ma per un bisogno di riconoscimento. Come ha spiegato Josh
O’Connor, “vuole dimostrare di avere gusto, di essere diverso.
Rubare i quadri che solo i veri artisti conoscono lo fa sentire
superiore agli altri”.
La regista ha raccontato che proprio questa scelta “ridimensiona le
ambizioni” del personaggio e del film: non siamo di fronte a un
colpo spettacolare alla Ocean’s Eleven, ma a un piccolo, tragico furto nato
dall’ego e dalla frustrazione.
Un’America disillusa: dal sogno collettivo alla fuga
individuale
Come in molte opere di Reichardt, la cornice storica è
determinante. Ambientando la vicenda nel 1970, la regista sposta il
racconto dal clima febbrile della fine del decennio Sessanta alla
malinconia di un paese che non sa più cosa credere.
J.B. è un carpentiere disoccupato, padre di famiglia, che si sente
invisibile in una società in crisi. Non rischia il Vietnam, non
partecipa ai movimenti pacifisti, ma guarda da lontano un mondo che
sembra muoversi senza di lui. Il furto diventa allora una
ribellione confusa, un atto di autoaffermazione in una realtà che
non offre più ideali condivisi.
Reichardt definisce The
Mastermind “una storia sul costo della libertà personale”. Il
protagonista cerca di sottrarsi al conformismo borghese, ma finisce
per riprodurre le stesse logiche di potere che disprezza: mente
alla moglie, inganna i genitori, manipola gli amici. È la parabola
dell’individualismo americano che implode su sé stesso.
Dalla realtà alla parabola morale: il peccatore di Kelly
Reichardt
The Mastermind dialoga
apertamente con Pickpocket di Robert Bresson, film che Reichardt cita
come modello spirituale. Entrambi raccontano la discesa morale di
un uomo comune che ruba non per bisogno ma per impulso, e che
attraverso il crimine scopre il proprio limite umano.
Nelle mani della regista, la figura di J.B. diventa un “santo
laico” del fallimento. Ogni sua scelta sembra condurlo più vicino
alla distruzione: tradito dai complici, abbandonato dalla famiglia,
infine intrappolato in una fuga senza direzione. L’ultima sequenza,
con J.B. trascinato via dalla polizia durante una manifestazione
contro la guerra, riassume tutto il senso politico del film: l’uomo
individualista viene inghiottito da una massa di corpi in protesta,
incapace di distinguere se stesso dal caos collettivo.
È
la fine del mito del self-made man, sostituito dalla consapevolezza
che nessuno può davvero restare “fuori” dal mondo che abita.
La storia vera dietro la finzione
Sebbene The Mastermind
prenda molte libertà narrative, la sua base reale resta solida. Il
furto di Worcester avvenne davvero, ma Reichardt lo reinterpreta
come racconto morale. I veri ladri furono catturati poco dopo, e le
opere restituite. Non c’erano ideali né rivendicazioni: solo un
piano improvvisato e maldestro.
La regista parte da quel fatto per indagare un tema più ampio: cosa
spinge una persona comune a rubare qualcosa che appartiene a tutti?
La risposta non è psicologica, ma sociale. Gli anni Settanta furono
il momento in cui la promessa di libertà degli anni Sessanta si
trasformò in consumismo, alienazione e frustrazione economica. J.B.
incarna tutto questo: non un criminale, ma un uomo incapace di
accettare i propri limiti.
Tra cinema d’autore e mito americano
The Mastermind si
colloca perfettamente nella poetica di Kelly Reichardt, autrice di
film come First Cow e
Certain Women, dove la
regista ha sempre indagato il rapporto tra individuo e comunità.
Anche qui, dietro la trama di un furto, si cela una riflessione
politica: l’impossibilità di vivere fuori dalla collettività.
Il film richiama l’estetica del cinema americano degli anni
Settanta, da Jean-Pierre Melville a Hal Ashby, fino ai primi film
di Scorsese. La regia privilegia tempi dilatati, silenzi,
personaggi marginali. L’azione è ridotta all’essenziale: ciò che
conta è l’attesa, il gesto minimo, la tensione interiore.
Reichardt non trasforma il suo protagonista in un eroe, ma in un
emblema. J.B. è l’immagine di un’America che ha perso la fede nel
futuro e che cerca redenzione nel possesso, nel furto,
nell’illusione di un gesto eclatante che dia senso a un’esistenza
banale.
La vera lezione di The Mastermind
Dietro l’eleganza sobria e la ricostruzione storica,
The Mastermind racconta
una verità semplice e universale: la libertà assoluta è
un’illusione. J.B. Mooney ruba quadri per affermare la propria
individualità, ma finisce per scoprire che ogni azione personale
genera conseguenze collettive.
È
questa la lezione che Kelly Reichardt trae dalla storia vera del
Worcester heist: non esistono furti innocenti, perché ogni opera
sottratta al mondo è una parte di bellezza che smette di
appartenere a tutti.
Così, il film si trasforma in una parabola sul prezzo del desiderio
e sulla solitudine di chi tenta di vivere controcorrente.
In un’epoca dominata dal mito del successo personale,
The Mastermind ricorda
che dietro ogni atto di ribellione può nascondersi soltanto una
nuova forma di prigionia.
Il remake di Macon Blair del film
splatter cult del 1984 The
Toxic Avenger porta il mostruoso supereroe Toxie
nell’era moderna, ma ci sono ancora molti echi del film originale.
Con
Peter Dinklage, Taylour Paige, Jacob Tremblay,
Kevin Bacon ed
Elijah Wood, questa esagerata commedia nera senza
censura sostituisce parte della volgarità e della stupidità
dell’originale con una narrazione più incisiva, ma comunque
implacabilmente raccapricciante.
The Toxic Avenger (la
nostra recensione) avrebbe causato l’abbandono della sala da
parte del pubblico, poiché alcuni non erano preparati ai vari modi
in cui il film si è guadagnato la sua classificazione senza
censura. Il film è pieno di violenza brutale e sanguinosa, mentre
Toxie dispensa la sua personale giustizia con il suo scopaio sempre
infuocato e la sua forza mostruosa.
Il film è ambientato in un universo
che è una versione distorta della realtà, anche se il remake
moderno si avvicina un po’ di più alla realtà rispetto alla
caricatura assurda di una città che fa da sfondo all’originale del
1984. Mentre l’originale era pieno di cattivi bigotti da manuale
degli anni ’80 e nudità gratuita, il remake riduce la misoginia e
il degrado a favore di un gore migliore e di un umorismo più
intelligente.
Il remake di The Toxic Avenger
adatta la narrazione ai giorni nostri
Macon Blair ha preso la struttura
creata da Michael Herz e Lloyd Kaufamn, i creatori originali di
Toxie, e l’ha fatta davvero sua. La sua modernizzazione del
concetto generale è una delle ragioni principali per cui il film è
stato ben accolto sia dalla critica che dal pubblico, dato che
attualmente ha un punteggio dell’84% sia sul Tomatometer che sul
Popcornmeter di Rotten
Tomatoes.
Innanzitutto, Blair ha creato un
retroscena molto più solido per i cattivi del film rispetto a
quello dei malvagi Bozo, Slug e del boss della criminalità Mayor
Belgoody dell’originale del 1984. Anche se The Toxic Avenger
non approfondisce eccessivamente la trama, questa si sviluppa in
modo molto più coerente, con Toxie che combatte contro una malvagia
azienda farmaceutica e i suoi vari tirapiedi, invece che contro
vari gangster scollegati tra loro.
Se si eliminano il sangue e le
viscere, è possibile trovare una satira legittima nella trama di
The Toxic Avenger. In apparenza, il personaggio di The Toxic
Avenger satirizza pesantemente il genere dei supereroi, scambiando
i poteri del ragno radioattivo, i poteri dei ninja mutanti
adolescenti e altre trasformazioni indotte chimicamente con un
aspetto orribile e viscido, accompagnato da una forza sovrumana e
urina acida.
Il remake moderno si concentra
fortemente sulla critica dell’industria farmaceutica, sulla
criminalità al centro del moderno sistema sanitario americano e
sulla nostra dipendenza (e ignoranza) da prodotti che probabilmente
ci stanno danneggiando lentamente con i loro ingredienti. Questo
conferisce al film un sottotesto di sincero intento, ma sia chiaro,
il gore e le gag visive sono ancora il pane quotidiano.
Il remake di The Toxic Avenger
sviluppa appieno il personaggio di Toxie
Photo courtesy of Yana Blajeva – Legendary Pictures e Eagle
Pictures
Cosa ancora più importante, la
nuova versione di The Toxic Avenger rende Toxie un
personaggio molto più forte. Sebbene Melvin Ferd, il personaggio
originale che si trasforma in Toxie, sia un’icona cult classica,
non ha molto da offrire: è un nerd che lavora come custode,
tormentato da persone più grandi, più forti e molto più cattive di
lui.
Non c’è nulla di rivoluzionario nel
personaggio di Winston Gooze, ma è mille volte meglio di quello che
abbiamo mai ottenuto da Melvin Ferd. Winston è un custode
sottopagato in una società malvagia, la cui vita è una
tragedia.
Winston ha recentemente perso
l’amore della sua vita, è bloccato con un figliastro con cui non ha
un vero legame e sta morendo a causa di un tumore al cervello che
quasi certamente ha contratto lavorando nella suddetta società
malvagia. La sua situazione disperata lo spinge a tentare di
rapinare il suo datore di lavoro, il che alla fine lo porta a
trasformarsi in Toxie.
Certo, avere un attore di grande
talento, vincitore di un Primetime Emmy, che interpreta un
personaggio fa sicuramente la differenza nel modo in cui viene
percepito. La performance di Dinklage, unita all’eccellente lavoro
fisico di Luisa Guerreiro nel costume di Toxie, crea un personaggio
molto più simpatico e umanizzato rispetto all’eroe mutante del film
originale.
Mentre il Toxic Avenger originale
era inspiegabilmente attratto dalle persone malvagie e
apparentemente non aveva il controllo delle sue azioni quando le
attaccava, la versione moderna mette Toxie in controllo per tutto
il tempo, facendolo sembrare molto più un eroe che un mostro che
per caso è diretto nella giusta direzione. Ancora una volta, la
performance combinata di Dinklage/Guerreiro fa gran parte del
lavoro qui.
Il remake moderno abbandona anche
la problematica storia d’amore tra Toxie e Sara, la cliente cieca
del ristorante che lui salva in una delle sue prime apparizioni
pubbliche come “eroe mostruoso” nell’originale del 1984. Nel film
originale, Sara diventa la sua ragazza e i due si trasferiscono in
una casa che lui costruisce con i rifiuti di una discarica di
scorie tossiche, e c’è persino una scena di sesso sciocca e
inutile.
Il remake di Macon Blair abbandona
quasi completamente il personaggio di Sara (anche se c’è una
cliente cieca nel ristorante che Toxie salva) e la sostituisce con
la whistleblower J.J. Doherty interpretata da Taylour Paige. I due
formano un’alleanza vendicativa determinata a sconfiggere il
corrotto amministratore delegato Bob Garbinger interpretato da
Kevin Bacon, che è molto più divertente della
goffa storia d’amore del primo film.
Tutte le varie modifiche al
personaggio di Toxie e alla narrazione rendono il film molto più
appropriato e toccante per il pubblico moderno. Sebbene The
Toxic Avenger di Macon Blair mostri molta deferenza verso
il classico cult originale, apporta aggiornamenti intelligenti che
rendono la nuova versione un netto miglioramento rispetto alla
prima apparizione di Toxie.
Il
film Io sono Rosa Ricci, diretto da Lyda
Patitucci, si chiude con un finale denso di simboli e ambiguità.
Dopo un racconto dominato dal dolore, dalla prigionia e dalla
ricerca di libertà, la protagonista interpretata da
Maria Esposito arriva a una trasformazione
profonda. Ma cosa rappresenta davvero quell’ultimo gesto? E in che
modo il finale si collega alla serie Mare Fuori di cui il film è prequel e
spin-off ideale?
Il
significato della fuga: rinascita o condanna?
Nel finale di Io sono Rosa
Ricci (la
nostra recensione), dopo essere riuscita a liberarsi dalla
prigionia sull’isola, Rosa affronta il suo rapitore in una sequenza
tesa e viscerale. L’azione è fisica, ma anche profondamente
simbolica: non è solo la lotta tra vittima e carnefice, ma la
battaglia di una ragazza contro il destino che altri hanno scelto
per lei. Quando Rosa prende in mano l’arma e decide di reagire, non
agisce per vendetta ma per affermare la propria volontà. È l’atto
che segna la nascita della
Rosa che incontreremo in Mare
Fuori: una giovane donna capace di sopravvivere, ma
segnata per sempre dal trauma.
La sua fuga finale, tra la luce dell’alba e l’eco del mare,
racchiude questa ambivalenza. Da un lato è libertà, la conquista di
un corpo e di una voce. Dall’altro è la fine dell’innocenza. Rosa
non esce davvero da una prigione: ne abbandona una per entrare in
un’altra, invisibile, fatta di colpa e rabbia. È qui che il film
abbandona il tono del thriller per trasformarsi in un racconto di
formazione interiore.
L’incontro con il padre: l’origine della maschera
Maria Esposito in Io sono Rosa Ricci – Foto Credits Sabrina
Cirillo
Uno dei momenti più potenti del finale è il confronto tra Rosa e
suo padre, Don Salvatore Ricci. L’uomo, boss camorrista temuto e
rispettato, appare improvvisamente fragile di fronte alla figlia.
La sequenza non mostra un abbraccio né un perdono: solo silenzio,
distanza e uno sguardo che dice più di mille parole.
Rosa capisce che il padre non potrà mai proteggerla davvero. La
violenza del mondo da cui proviene è la stessa che l’ha resa
prigioniera. È in quel momento che la protagonista smette di essere
“figlia di” e diventa qualcos’altro. La scena in cui si volta e si
allontana, lasciandosi alle spalle la villa e il potere paterno,
rappresenta la nascita della sua autonomia, ma anche della sua
solitudine.
Quell’istante segna la costruzione della maschera che conosceremo
in Mare
Fuori: la Rosa che non mostra emozioni, che ha imparato a
sopravvivere nascondendo la paura dietro lo sguardo di ghiaccio. La
fragilità che vediamo nel film diventerà, nella serie, la sua
corazza.
Il mare come simbolo del destino
Il titolo della serie Mare
Fuori trova nel film una radice metaforica. In Io sono Rosa Ricci il mare è sempre
presente, anche quando non si vede: lo si percepisce come suono,
come promessa e come minaccia. È la linea che separa la vita dalla
morte, la libertà dalla prigionia. Nel finale, quando Rosa si
avvicina alla riva e guarda l’orizzonte, il mare diventa il suo
interlocutore silenzioso.
Non è un mare accogliente, ma inquieto, capace di restituire e di
inghiottire. È la stessa immagine che domina la serie, dove l’acqua
è insieme sogno e condanna. Per questo la fuga di Rosa non è
davvero una liberazione: è l’inizio di un viaggio verso un altro
tipo di prigionia, quella dell’IPM di Napoli, dove la ritroveremo
all’inizio di Mare
Fuori. Il film costruisce così un ponte perfetto tra le due
opere: la Rosa che si allontana verso il mare è già la ragazza che,
poco dopo, verrà arrestata e rinchiusa.
L’ambiguità morale del finale
Il film evita di dare risposte nette. Non ci sono vincitori né
redenti. Rosa sopravvive, ma a quale prezzo? Il finale suggerisce
che la violenza che ha subito si è ormai radicata in lei. L’atto
con cui si libera dal rapitore non è solo difesa: è anche
iniziazione. Per la prima volta Rosa sperimenta il potere, la
possibilità di decidere del destino di un altro. È un gesto che la
segna e la spaventa allo stesso tempo.
La regista Lyda Patitucci costruisce questo momento con una regia
sobria e intensa: la macchina da presa resta sul volto di Maria
Esposito, lasciando che siano i suoi occhi a raccontare il
conflitto interiore. Non c’è catarsi, non c’è redenzione, solo
consapevolezza. Il film termina quando Rosa comprende di non poter
più tornare indietro. Da quel momento la sua vita sarà segnata da
un confine invisibile: quello tra la vittima e la carnefice, tra
chi subisce e chi reagisce.
Un finale che riscrive il mito di Mare Fuori
Guardando Io sono Rosa
Ricci come parte dell’universo Mare Fuori, il finale assume un valore quasi
mitologico. Nella serie, Rosa è una figura tragica, sospesa tra
l’amore e la violenza, tra il senso di colpa e la voglia di
rinascita. Il film spiega da dove proviene tutto questo: non da un
semplice contesto criminale, ma da un trauma personale che la
costringe a scegliere tra sopravvivere o soccombere.
La decisione finale – reagire, fuggire, non voltarsi più indietro –
diventa così il primo passo di quel lungo viaggio che la porterà
fino al carcere minorile e oltre. È un atto fondativo, quasi
archetipico: il momento in cui il personaggio nasce davvero, come
se la serie avesse trovato nel film la sua “genesi segreta”.
In questo senso, il film non è un semplice prequel, ma un racconto
che amplifica il mito. Rosa diventa la rappresentazione di
un’intera generazione cresciuta tra paura e desiderio di riscatto,
tra il peso delle origini e la voglia di affermare la propria
voce.
Il tono finale: silenzio, dolore e consapevolezza
L’ultima immagine di Io sono
Rosa Ricci è volutamente sospesa. La protagonista cammina
verso l’orizzonte, il mare alle spalle, il vento che le attraversa
il volto. Non c’è musica trionfale, solo un silenzio quasi
religioso. È la quiete dopo la tempesta, ma anche il preludio a
un’altra tempesta che arriverà presto.
Quel silenzio è ciò che definisce Rosa: una ragazza che ha imparato
a non chiedere aiuto, a non cercare comprensione, a non mostrare
debolezza. È il prezzo della sopravvivenza. La macchina da presa la
segue per qualche passo, poi si ferma. Lo schermo sfuma nel bianco:
non un finale chiuso, ma un passaggio di consegne verso
Mare Fuori.
È
un finale che non consola, ma lascia lo spettatore con una
sensazione di malinconia e inquietudine. Rosa ha vinto la sua
battaglia, ma ha perso l’innocenza. Ha ritrovato se stessa, ma a un
prezzo altissimo. È il paradosso della libertà: poter scegliere, ma
solo dopo aver perso tutto.
Cosa significa davvero il finale
La forza del finale di Io
sono Rosa Ricci sta nel suo doppio significato. Sul piano
narrativo, conclude la vicenda del film e apre la strada alla
serie. Sul piano simbolico, rappresenta la nascita di una
coscienza: la presa di consapevolezza che il male non si eredita,
ma si può trasformare. Rosa non si libera dal suo passato, ma lo
accetta come parte di sé. È questa accettazione, dolorosa e
necessaria, a farne una protagonista tragica e moderna.
In definitiva, il finale non parla solo di vendetta o di libertà,
ma di identità. Racconta il momento in cui una ragazza smette di
essere definita dagli altri e pronuncia per la prima volta il
proprio nome. «Io sono Rosa Ricci» non è una frase di sfida: è una
dichiarazione di esistenza.
Con quel gesto, la protagonista chiude un cerchio e ne apre un
altro, portando lo spettatore esattamente dove tutto comincia:
sulle rive di Mare
Fuori, dove la sua storia continuerà a interrogare, commuovere
e dividere.
Il
film Io sono Rosa Ricci nasce come estensione
naturale e, allo stesso tempo, indipendente dell’universo narrativo
di Mare Fuori, la serie italiana
fenomeno degli ultimi anni. Diretto da Lyda Patitucci e
interpretato da
Maria Esposito, il film porta sul grande schermo
la storia di una delle figure più iconiche della serie,
raccontandone l’origine, le ferite e la formazione interiore. È un
viaggio a ritroso nel tempo che, più che fornire risposte, svela il
processo di costruzione identitaria di una giovane donna
intrappolata tra destino familiare e ricerca di libertà.
Le origini di una rabbia: il prequel che diventa racconto di
formazione
Nella serie Mare
Fuori, Rosa Ricci è un personaggio già definito: la
ragazza dura, chiusa, combattiva, cresciuta nell’ombra di un
cognome ingombrante. Nel film, invece, il pubblico incontra Rosa
prima della caduta, prima del carcere minorile, quando è ancora una
quindicenne confinata in una villa di lusso e protetta da un padre
che è anche un boss della camorra. È in questo spazio di apparente
sicurezza che la regista colloca la nascita del conflitto: il
desiderio di emancipazione che lentamente si trasforma in rabbia,
la ribellione che diventa necessità di sopravvivenza.
L’episodio scatenante è un rapimento, il momento in cui la realtà
di Rosa viene sconvolta. Isolata su un’isola remota, prigioniera di
un uomo che vuole colpire la sua famiglia, la ragazza affronta un
percorso di consapevolezza che la mette di fronte ai limiti della
paura e al potere della scelta. In questa dimensione chiusa e
claustrofobica, la protagonista trova la propria voce e scopre
un’energia che la porterà, anni dopo, a diventare la Rosa che gli
spettatori di Mare Fuori
conoscono: una giovane donna temprata dal dolore, ma anche mossa da
un profondo bisogno di giustizia.
Dal piccolo al grande schermo: come cambia lo sguardo su Rosa
Ricci
Maria Esposito in Io sono Rosa Ricci – Foto Credits Sabrina
Cirillo
Io sono Rosa Ricci non è
semplicemente un prequel: è un’operazione che cerca di ridefinire
il rapporto tra televisione e cinema, mantenendo intatto il cuore
emotivo della serie e, al contempo, ampliandone la portata visiva.
Lyda Patitucci sceglie un linguaggio più cinematografico, lavorando
su spazi aperti, contrasti di luce, e una fotografia che alterna il
realismo urbano di Napoli alla suggestione quasi onirica
dell’isola. Il risultato è un racconto che conserva la crudezza di
Mare Fuori ma ne
esaspera il tono drammatico e simbolico.
Rosa diventa così il centro di una parabola di trasformazione. Se
nella serie la vediamo già “formata” – una ragazza che conosce la
violenza e la risponde con la stessa moneta – nel film assistiamo
alla costruzione di quel dolore, al momento esatto in cui
l’innocenza viene sacrificata. Maria Esposito, in
un’interpretazione intensa e viscerale, riesce a restituire la
fragilità dietro la corazza: una giovane donna che non sceglie la
violenza, ma la subisce fino a farla propria come unica forma di
autodifesa.
Le connessioni narrative con Mare Fuori: un universo coerente
Il legame con la serie è evidente, ma Io sono Rosa Ricci si muove su un piano più
intimo e psicologico. Tutto ciò che Mare Fuori racconta in azione, il film lo racconta in
origine. Gli elementi ricorrenti – la famiglia Ricci, il codice
d’onore, la lealtà e il tradimento – vengono esplorati nel loro
stato primario, prima che la prigionia minorile renda Rosa un
simbolo di resistenza. Il padre, Don Salvatore Ricci, appare in una
dimensione più umana e vulnerabile, mostrando come anche la figura
del boss possa nascondere fragilità, paure e un amore distorto che
finisce per distruggere chi dovrebbe proteggere.
Il film diventa quindi una chiave interpretativa per rileggere la
serie. Comprendere da dove nasce la rabbia di Rosa significa anche
dare nuovo senso alle sue scelte successive, ai suoi silenzi, ai
suoi gesti di ribellione e tenerezza. Ogni sguardo, ogni parola non
detta nella serie, trova qui un’eco che la giustifica e la
illumina. Non a caso, il titolo “Io sono Rosa Ricci” è una
dichiarazione d’identità: la ragazza che nella serie era definita
dagli altri – figlia di, sorella di, appartenente a un clan – in
questo film si riappropria del proprio nome.
Temi e simboli: la prigionia come percorso di liberazione
Uno dei temi centrali del film è la prigionia, non solo fisica ma
anche mentale e familiare. L’isola su cui Rosa viene trattenuta
diventa metafora della sua condizione: una giovane donna rinchiusa
in un destino che non ha scelto. La violenza maschile, il
controllo, la paura sono elementi che si intrecciano alla scoperta
della propria forza interiore. È un racconto di sopravvivenza ma
anche di emancipazione, in cui il dolore diventa motore di
crescita.
La regista affronta il tema con una sensibilità inedita rispetto al
linguaggio della serie. Se Mare Fuori mostrava la violenza come elemento sociale,
collettivo e sistemico, Io
sono Rosa Ricci la trasforma in esperienza personale, quasi
iniziatica. La protagonista non combatte contro la società ma
contro se stessa, contro la parte di sé che vorrebbe arrendersi. È
qui che il film trova la sua forza più autentica: nel mostrare come
la libertà non sia mai un punto di arrivo, ma un processo doloroso
e complesso.
Il linguaggio visivo e sonoro: un’estetica tra realismo e
simbolo
Dal punto di vista stilistico, Io sono Rosa Ricci adotta una regia dinamica e
sensoriale, che alterna il ritmo del thriller alla lentezza del
dramma psicologico. La fotografia costruisce un doppio registro: i
toni caldi e saturi della Napoli familiare si contrappongono ai
colori freddi e desaturati dell’isola, come se la luce stessa
raccontasse il passaggio dall’infanzia alla consapevolezza. Anche
la colonna sonora svolge un ruolo fondamentale, accompagnando la
trasformazione di Rosa con sonorità elettroniche e malinconiche che
evocano la sua solitudine.
Rispetto alla serie, il film rinuncia al linguaggio corale per
concentrarsi su un unico punto di vista. Tutto è filtrato dallo
sguardo della protagonista, dalla sua confusione, dai suoi timori.
In questo senso, Io sono Rosa
Ricci funziona come un ritratto interiore più che come un
racconto d’azione. È il mondo che si restringe fino a diventare
specchio, in cui lo spettatore è costretto a guardare non solo Rosa
ma anche le proprie percezioni sul concetto di colpa, appartenenza
e riscatto.
Un’espansione dell’universo Mare Fuori o un film a sé?
La domanda che molti spettatori si pongono è se Io sono Rosa Ricci debba essere
considerato un capitolo di Mare Fuori o un’opera autonoma. La risposta, come
spesso accade, si trova nel mezzo. Il film è legato alla serie per
temi, personaggi e tono, ma non ne dipende narrativamente. Può
essere visto anche da chi non conosce l’universo televisivo, perché
la sua struttura segue quella del classico racconto di formazione:
una protagonista, un trauma, una rinascita.
Ciò che lo distingue è il modo in cui affronta il concetto di
eredità. Rosa non eredita solo il nome di suo padre, ma l’intero
sistema di potere e violenza che esso rappresenta. La sua battaglia
non è contro gli altri, ma contro l’idea stessa di destino. Questo
rende Io sono Rosa Ricci
più di un semplice spin-off: è un film che esplora la possibilità
di cambiare, di riscrivere la propria storia anche quando tutto
sembra già scritto.
Una nuova prospettiva femminile nel mondo di Mare Fuori
Il film porta con sé una consapevolezza più matura del ruolo
femminile nel contesto criminale e familiare. Rosa non è la “figlia
del boss” né la “vittima del sistema”, ma una figura complessa che
incarna la lotta per l’autonomia. Lyda Patitucci sceglie di
raccontare questa storia con uno sguardo empatico ma mai
indulgente, trasformando la violenza in linguaggio simbolico. Il
sangue, le ferite, le prigioni diventano segni visivi di una
trasformazione che riguarda ogni donna costretta a ridefinirsi in
un mondo che la vuole immobile.
Attraverso questo sguardo, Io
sono Rosa Ricci si inserisce pienamente nella poetica di
Mare Fuori, che da
sempre ha fatto della fragilità e del riscatto le sue chiavi
emotive. Ma lo fa con una forza visiva e narrativa che supera i
confini televisivi, proponendo un racconto universale sulla
costruzione dell’identità e sul coraggio di scegliere se
stessi.
Il destino e la scelta
Alla fine, il film risponde a una sola domanda: perché Rosa Ricci è
diventata ciò che è in Mare
Fuori? La risposta non sta in un singolo evento, ma nel
percorso che la porta a riconoscersi. “Io sono Rosa Ricci” non è
solo un titolo, ma un’affermazione esistenziale: la consapevolezza
che anche chi nasce in un mondo segnato dalla violenza può trovare
la forza di affermare la propria voce.
Con questo film, il mito di Mare Fuori si arricchisce di un nuovo capitolo, più
intimo, più oscuro e profondamente umano. Una storia che non parla
solo di vendetta o di dolore, ma di identità, scelta e rinascita —
gli stessi temi che, fin dall’inizio, hanno reso Rosa Ricci uno dei
personaggi più amati e complessi del panorama audiovisivo italiano
contemporaneo.
È da oggi disponibili il
trailer della quinta stagione di Stranger Things. L’atteso capitolo
conclusivo della serie debutterà su Netflix in tre volumi: il Volume 1 il 27
novembre (ep.1-4), il Volume 2 (ep.5-7) il 26 dicembre e il Finale
il 1º gennaio 2026, tutti alle 2 del mattino (ora italiana).
Domani, venerdì 31
ottobre, i protagonisti – Finn Wolfhard, Gaten Matarazzo, Caleb
McLaughlin, Noah
Schnapp – e i creatori di Stranger Things – Matt e
Ross Duffer – saranno ospiti di Lucca Comics & Games 2025 per
celebrare la quinta e ultima stagione della serie più amata di
sempre. Quartier generale e cuore pulsante sarà Piazza San Michele,
con il padiglione e lo store esclusivo dedicati a Stranger Things
in cui i fan potranno immergersi nelle iconiche atmosfere della
serie.
La trama di Stranger
Things 5
Autunno 1987. Hawkins è
rimasta segnata dall’apertura dei portali e i nostri eroi sono
uniti da un unico obiettivo: trovare e uccidere Vecna,
che è svanito nel nulla: non si sa dove si trovi né quali siano i
suoi piani. A complicare la missione, il governo ha messo la città
in quarantena militare e ha intensificato la caccia a Undici,
costringendola a nascondersi di nuovo. Con l’avvicinarsi
dell’anniversario della scomparsa di Will si fa strada una paura
pesante e familiare. La battaglia finale è alle porte e con essa
un’oscurità più potente e letale di qualsiasi altra situazione mai
affrontata prima. Per porre fine a quest’incubo è necessario che il
gruppo al completo resti unito, per l’ultima volta.
Creata dai Duffer
Brothers, Stranger Things è prodotta da Upside Down Pictures & 21 Laps Entertainment con
i Duffer Brothers come produttori esecutivi, insieme a Shawn Levy
di 21 Laps Entertainment e Dan Cohen.
Il cast include
Winona Ryder (Joyce Byers), David Harbour (Jim Hopper), Millie Bobby Brown (Undici), Finn Wolfhard (Mike Wheeler), Gaten
Matarazzo (Dustin Henderson), Caleb
McLaughlin (Lucas Sinclair), Noah Schnapp
(Will Byers), Sadie Sink (Max Mayfield), Natalia
Dyer (Nancy Wheeler), Charlie Heaton
(Jonathan Byers), Joe Keery (Steve Harrington),
Maya Hawke (Robin Buckley), Priah
Ferguson (Erica Sinclair), Brett Gelman
(Murray), Jamie Campbell Bower (Vecna), Cara
Buono (Karen Wheeler), Amybeth McNulty
(Vickie), Nell Fisher (Holly Wheeler),
Jake Connelly (Derek Turnbow), Alex
Breaux (tenente Akers) e Linda Hamilton
(dottoressa Kay).
Domani, venerdì 31
ottobre, i protagonisti – Finn Wolfhard, Gaten Matarazzo, Caleb
McLaughlin, Noah Schnapp – e i creatori di Stranger Things – Matt e
Ross Duffer – saranno ospiti di Lucca Comics & Games 2025 per
celebrare la quinta e ultima stagione della serie più amata di
sempre. Quartier generale e cuore pulsante sarà Piazza San Michele,
con il padiglione e lo store esclusivo dedicati a Stranger Things
in cui i fan potranno immergersi nelle iconiche atmosfere della
serie.
La trama della quinta
stagione
Autunno 1987. Hawkins è
rimasta segnata dall’apertura dei portali e i nostri eroi sono
uniti da un unico obiettivo: trovare e uccidere Vecna, che è
svanito nel nulla: non si sa dove si trovi né quali siano i suoi
piani. A complicare la missione, il governo ha messo la città in
quarantena militare e ha intensificato la caccia a Undici,
costringendola a nascondersi di nuovo. Con l’avvicinarsi
dell’anniversario della scomparsa di Will si fa strada una paura
pesante e familiare. La battaglia finale è alle porte e con essa
un’oscurità più potente e letale di qualsiasi altra situazione mai
affrontata prima. Per porre fine a quest’incubo è necessario che il
gruppo al completo resti unito, per l’ultima volta.
Creata dai Duffer
Brothers, Stranger Things è prodotta da Upside Down Pictures & 21
Laps Entertainment con i Duffer Brothers come produttori esecutivi,
insieme a Shawn Levy di 21 Laps Entertainment e Dan Cohen.
Il cast include Winona
Ryder (Joyce Byers), David Harbour (Jim Hopper), Millie Bobby Brown (Undici), Finn Wolfhard
(Mike Wheeler), Gaten Matarazzo (Dustin Henderson), Caleb
McLaughlin (Lucas Sinclair), Noah Schnapp (Will Byers), Sadie
Sink (Max Mayfield), Natalia Dyer (Nancy Wheeler), Charlie
Heaton (Jonathan Byers), Joe Keery (Steve Harrington), Maya Hawke
(Robin Buckley), Priah Ferguson (Erica Sinclair), Brett Gelman
(Murray), Jamie Campbell Bower (Vecna), Cara Buono (Karen Wheeler),
Amybeth McNulty (Vickie), Nell Fisher (Holly Wheeler), Jake
Connelly (Derek Turnbow), Alex Breaux (tenente Akers) e Linda
Hamilton (dottoressa Kay).
LA SERIE
Lettera d’amore ai
classici film di genere degli anni ’80 che hanno affascinato una
generazione intera, Stranger Things è un drama emozionante
ambientato nell’apparentemente normale cittadina del Midwest di
Hawkins, Indiana. Dopo che un ragazzo scompare nel nulla, il suo
affiatato gruppo di amici e familiari cerca delle risposte e viene
trascinato in una serie di eventi rischiosi e mortali. Sotto la
superficie della loro ordinaria cittadina si nasconde uno
straordinario mistero soprannaturale, insieme a esperimenti
governativi top-secret e a un pericoloso portale che collega il
nostro mondo a un regno potente e sinistro. Le amicizie saranno
messe alla prova e le vite saranno sconvolte, perché ciò che
scopriranno cambierà Hawkins e forse il mondo, per sempre.
Creata dai Duffer
Brothers, Stranger Things ha debuttato a luglio del 2016 ed è
rapidamente diventata una delle più popolari serie TV Netflix di
sempre, con la sola quarta stagione che ha totalizzato oltre 140,7
milioni di visualizzazioni a livello globale. Radicata nella
nostalgia degli anni ’80, a ogni nuova stagione ha dato vita a una
rinascita di oggetti della cultura pop di quel decennio, come le
cialde Eggo e la New Coke. Più di recente ha riportato alla ribalta
il brano di Kate Bush “Running Up That Hill”, catapultandolo nella
Top 10 della classifica Billboard Hot 100 per la prima volta nei
suoi 38 anni di storia. La serie ha inoltre ottenuto oltre 70
riconoscimenti in tutto il mondo tra cui Emmy® e lo Screen Actors Guild
Award per il Miglior cast in una serie drammatica ed è stata
nominata per oltre 230 premi.
Ambientato in una Svezia immaginaria tra Sette e Ottocento,
The Ugly
Stepsister di Emilie Blichfeldt – dal 30 ottobre
nelle sale italiane –
ribalta la fiaba di Cenerentola dal punto di vista della
“cattiva”: Elvira (Lea Myren), primogenita di
Rebekka (Ane Dahl
Torp), approda con la madre e la sorella Alma (Flo Fagerli) nella dimora di un
nobile decaduto. Qui vive Agnes (Thea Sofie Loch Næss), la Cenerentola
“ufficiale”: eterea, bellissima, già pronta a essere esibita nel
mercato matrimoniale del regno. Quando il principe Julian (Isac Calmroth) annuncia un
ballo per scegliere la futura consorte, Elvira si convince che
l’unico modo per competere sia piegare il proprio corpo a un ideale
irraggiungibile di perfezione.
La regista norvegese sceglie l’angolo più scomodo: raccontare la
nascita del “mostro” come prodotto sociale. Niente
manicheismi: Agnes non è un’icona immacolata, Elvira non è solo
nemesi. Le due incarnano strategie opposte di sopravvivenza dentro
una struttura patriarcale dove il matrimonio è moneta, la
giovinezza capitale, la bellezza un’arma (o una condanna).
Il corpo come allegoria politica
Blichfeldt innesta sulla fiaba un body horror d’impatto: nasi fratturati,
denti estirpati, ciglia cucite, diete da fame e pratiche mediche
primitive diventano gesto estetico e discorso politico insieme.
L’eco dei Grimm
(i talloni tagliati per entrare nella scarpetta) si fa letterale e
cinematografico: ogni intervento su Elvira è un atto di violenza
simbolica in nome dell’accettazione sociale. La metamorfosi non
“eleva” – come in tanta retorica contemporanea – ma
mutila:
l’ascensione passa dal dolore, e il film non distoglie lo
sguardo.
È
qui che The Ugly
Stepsister si allinea ai percorsi più radicali
dell’horror europeo recente (pensiamo banalmente al recente
The Substance): non tanto per l’estetica dello choc,
quanto per la capacità di tradurre ansie culturali (standard di bellezza,
interiorizzazione del giudizio maschile, rivalità femminile
indotta) in immagini che feriscono e restano.
Forma e sensualità del disgusto
La messa in scena regge la doppia tensione tra raffinato e ripugnante. La fotografia di
Marcel Zyskind
lavora in chiaroscuro, screziando i volti con una luce “pittorica”
che rimanda al XIX secolo; i saloni, i velluti, i blu cerei dei
vestiti compongono un tableau sontuoso che la regia punge con
improvvise incursioni nel grottesco. Il costume design di Manon Rasmussen non illustra
soltanto l’epoca: stratifica simboli – corsetti come gabbie,
parrucche come maschere – e fa del guardaroba un lessico del
dominio.
Il montaggio di
Olivia
Neergaard-Holm mantiene il film in equilibrio: alterna il
rituale (le prove di danza, la vestizione di Agnes) all’osceno
chirurgico, evitando che la narrazione scivoli nel compiacimento.
Le musiche di
Vilde Tuv e
Kaada innestano
un’anacronia controllata: inserti elettronici su iconografie
d’altri tempi che esplicitano la tesi – il presente risuona dentro
il passato, perché le regole non sono poi cambiate così tanto.
Umanità oltre gli archetipi
Lea Myren
scolpisce una Elvira che non chiede perdono: ingenua e feroce,
insieme vittima e agente del proprio martirio. È il suo sguardo a
guidare l’empatia, a farci sentire il prezzo della trasformazione.
Thea Sofie Loch
Næss evita la “santificazione” di Agnes: la sua è una
lucidità pragmatica, la consapevolezza che la bellezza può comprare
margini di libertà – a costo di altri vincoli. Ane Dahl Torp tratteggia una
Rebekka
memorabile: madre carnefice e a sua volta creatura schiacciata
dalle stesse regole che impone alla figlia. Flo Fagerli (Alma) è il
contrappunto: silenziosa, laterale, lascia filtrare un possibile
varco di tenerezza nel meccanismo della violenza.
Nel terzo atto la sceneggiatura esplicita alcune linee tematiche già leggibili
nelle immagini: una sovrabbondanza di spiegazioni che toglie aria
al non-detto. Qualche snodo emotivo – in particolare il rapporto
Elvira/Alma – avrebbe meritato più respiro per sprigionare tutta la
sua potenza. Eppure il film regge perché non cerca la morale facile: preferisce la
contraddizione alla tesi, la cicatrice alla sentenza.
Una fiaba riscritta nel sangue
Rispetto ad altri titoli recenti che intrecciano fiaba e body
horror, The Ugly
Stepsister convince per coesione e coraggio visivo, e forse leggermente meno
per la finezza drammaturgica. Ma quando lascia parlare i corpi, i
tessuti, i rumori della carne, raggiunge un’intensità rara.
Opera prima ambiziosa e personale,
The Ugly
Stepsister è un racconto di formazione al contrario:
non l’ingresso nell’età adulta, ma l’apprendimento della crudeltà necessaria a
esistere in un sistema che monetizza il desiderio e consuma i
corpi. Blichfeldt firma un esordio che sporca la fiaba di fango e
sangue e restituisce ai “cattivi” la dignità di personaggi – non
pedine – dentro un mondo che pretende bellezza e accetta
mutilazioni.
La Paramount Pictures ha appena
svelato il primo trailer ufficiale di Scream
7. Il trailer inizia con quella che sembra essere la
sequenza iniziale del film, in cui una coppia (interpretata da
Jimmy Tatro e Michelle Randolph)
soggiorna nella vecchia casa di Stu Macher, ora trasformata in un
AirBNB a tema Ghostface. Ghostface minaccia quindi la figlia
adolescente di Sidney, Tatum (Isabel May), che
prende il nome dalla sua defunta amica del film originale, Tatum
Riley. Dopo aver provocato Sidney dicendo: “Non mi nascondo…
Non questa volta”, il killer attacca Sidney e Tatum nella loro
casa. Tatum si rivolge quindi a sua madre dicendo: “Voglio
essere una combattente come te”.
È stato inoltre rilasciato, insieme
al trailer, anche un primo poster, che si può vedere al seguente
post Instagram. Per quanto riguarda la sinossi
completa, essa recita: Quando un nuovo assassino mascherato da
Ghostface semina il terrore nella tranquilla cittadina dove
Sidney Prescott (Neve Campbell)
ha ricostruito la sua vita, i suoi incubi più profondi diventano
realtà: la prossima vittima designata è sua figlia (Isabel
May). Decisa a proteggere ciò che ama, Sidney dovrà
riaprire le porte del suo passato e affrontare, una volta per
tutte, l’orrore che pensava di aver lasciato alle spalle.
Cosa sappiamo di Scream 7?
Dopo mesi di attesa, è stato
confermato che Scream
7 è ufficialmente in fase di sviluppo. Nel 2022,
il franchise slasher preferito dai fan è stato ripreso sotto la
guida del duo di registi Tyler Gillett e
Matt Bettinelli-Olpin, che fanno parte del
collettivo di cineasti noto come Radio Silence. I due hanno diretto sia Scream del 2022
che Scream VI di
quest’anno, che è diventato il capitolo di maggior incasso del
franchise a livello nazionale. Christopher Landon,
il regista di successi horror come i film Auguri
per la tua morte, era stato chiamato ad occuparsi della
regia, ma ha in seguito abbandonato il ruolo, ora passato a
Kevin Williamson.
Oltre alle due attrici, il cast
vanta anche David Arquette che riprende il ruolo
di Dewey Riley, nonostante il suo personaggio fosse già morto nel
film precedente. A questi si aggiungono anche Mason
Gooding (Chad Meeks-Martin) e Jasmin Savoy
Brown (Mindy Meeks-Martin), già comparsi nelle ultime
uscite, nonché volti nuovi come Isabel May —
figlia di Sidney nel film — e Joel McHale che
interpreta il marito di Sidney. Anche Matthew
Lillard, interprete di Stu Macher, farà parte del
film.
The
Ugly Stepsister di Shudder è un film horror norvegese
che presenta una versione unica della classica storia di
Cenerentola. Il film ruota attorno a Elvira, la sorellastra del
titolo, che entra nella vita di Agnes poco prima della morte del
padre di quest’ultima. Man mano che la ragazza cresce e diventa
donna all’ombra della sua nuova sorella e della sua bellezza
apparentemente illimitata, inizia a esaminare attentamente quelli
che il mondo intorno a lei percepisce come i suoi difetti. Di
conseguenza, Elvira si ritrova a intraprendere un percorso
distruttivo alla ricerca della perfezione fisica, ottenuta con ogni
mezzo necessario. Tuttavia, quando i confini tra bellezza e dolore
iniziano a sfumarsi, la vita della giovane donna precipita
pericolosamente fuori controllo. Così, nel bel mezzo di un mondo
fiabesco, la protagonista della storia si ritrova a precipitare
verso un finale da incubo. SPOILER IN ARRIVO!
Cosa succede in The Ugly
Stepsister
Fin da piccola, Elvira nutre idee
idealistiche sul romanticismo, sognando ad occhi aperti di
conquistare un giorno il cuore del Principe. Continua a nutrire
queste stesse fantasie anche dopo che sua madre, Rebekka, sposa un
ricco vedovo, Otto, regalando alle sue due figlie una sorellastra,
Agnes. Tuttavia, i festeggiamenti per il matrimonio durano poco,
soprattutto perché Otto muore durante la cena di famiglia la sera
stessa delle nozze. Nei giorni seguenti, Rebekka scopre una
terribile verità: il marito recentemente scomparso non possedeva
alcuna ricchezza degna di nota. Di conseguenza, la vedova, che era
entrata in questo matrimonio con molti debiti, deve vendere le
terre e i beni della famiglia per placare i creditori.
Poco dopo, arriva un messaggio dal
castello che annuncia un ballo in cui il principe Julian sceglierà
la sua futura sposa. Elvira e Agnes, le due donne nubili della
casa, si iscrivono all’evento e Rebekka si concede di sperare.
Tuttavia, crede che la figlia maggiore sia semplicemente troppo
poco attraente per avere successo al ballo. Per lo stesso motivo,
assume il dottor Esthétique per correggere ogni difetto che
percepisce in Elvira. Naturalmente, la figlia rimane entusiasta
della prospettiva del restyling, poiché le è stato detto per tutta
la vita che caratteristiche come le guance piene, il naso storto e
le ciglia rade sono indicatori della sua bruttezza. Tuttavia, nulla
avrebbe potuto prepararla al momento in cui il medico le avrebbe
applicato il brutale scalpello sul naso.
In seguito, Elvira si ritrova a
indossare un tutore nasale per mesi. Nel frattempo, come le altre
ragazze del villaggio, frequenta una scuola di buone maniere che
prepara le sue allieve al ballo imminente. Tuttavia, anche lì viene
respinta quando la sua insegnante continua a trattarla con
ostilità, favorendo invece Agnes come allieva modello. Di
conseguenza, quando l’altra insegnante, Sophie, offre a Elvira una
possibile soluzione ai suoi problemi, una larva di tenia,
quest’ultima accetta subito. Anche se sua sorella Alma è inorridita
all’idea, la sorella maggiore rimane insistente e ingoia il verme
per perdere peso senza morire di fame. Inoltre, trova un’occasione
d’oro per smontare Agnes dal suo piedistallo dopo averla sorpresa a
fare sesso con Isak, lo stalliere del villaggio.
Di conseguenza, Agnes viene
effettivamente relegata al ruolo di domestica e le viene proibito
di partecipare al ballo. Nel frattempo, Elvira continua a inseguire
il suo sogno di diventare la giovane donna ideale per il principe.
Tre mesi dopo, una volta tolto il tutore nasale e grazie alla
tenaia che le ha notevolmente snellito la figura, tutto sembra
andare per il meglio. Tuttavia, la attendono ancora altre
sofferenze, soprattutto quando sua madre la sottopone a un altro
intervento di chirurgia estetica per cucirle delle ciglia più
lunghe sulle palpebre. Ciononostante, nonostante tutte le
sofferenze che deve sopportare, quando arriva il ballo, Elvira
partecipa all’evento come una delle donne più distinse della sala.
Riesce persino a catturare l’attenzione del Principe, almeno fino
all’arrivo di una misteriosa donna in blu, che ruba immediatamente
l’affetto di Julian.
Il finale della brutta
sorellastra: cosa succede a Elvira e Alma?
La storia di Elvira rimane
straziante fin dall’inizio. Lei desidera ardentemente una storia
d’amore con il principe dei suoi sogni. Tuttavia, le persone che la
circondano le ricordano continuamente che non è abbastanza bella
per sperare di catturare la sua attenzione. Il peggio arriva quando
incontra Julian nel bosco, durante il quale il rozzo Principe le fa
notare in modo crudo che non vorrebbe mai fare sesso con lei.
Questo non fa che sottolineare la lezione che le è stata insegnata
fin da piccola: la bellezza è l’unico modo in cui può avere un
valore reale nella società. Anche se in parte questo deriva da
Rebekka e dalla sua visione velenosa, anche il mondo le insegna
ripetutamente la stessa cosa.
Alla scuola di buone maniere, Agnes
riceve il favore dell’insegnante, mentre Elvira ottiene solo
derisione. Anche quando l’insegnante Sophie cerca di essere gentile
con lei, lo fa regalandole uova di tenia per farla dimagrire. Il
messaggio rimane quindi forte e chiaro: per raggiungere la
bellezza, Elvira deve cambiare tutto di sé, anche a costo di un
dolore insondabile. Peggio ancora, questa tattica finisce per
rivelarsi vantaggiosa. Una volta tolto il tutore nasale e grazie
alla tenia che la mantiene notevolmente affamata, Elvira inizia a
diventare la proverbiale e letterale regina del ballo. Anche il
principe Julian, che in precedenza l’aveva derisa, rimane
affascinato dalla sua bellezza artificiale. Tuttavia, tutto crolla
quando Agnes si presenta al ballo, vestita a festa con l’aiuto
della sua fata madrina.
Julian si dimentica completamente
di Elvira e la scarta senza pensarci due volte a favore di Agnes.
Di conseguenza, questo manda la prima in crisi, soprattutto quando
capisce l’identità della misteriosa donna in blu. Infatti, si
scatena a tal punto che insegue Agnes con un coltello per rubarle
la scarpa. Tuttavia, il peggio della sua mania arriva quando si
taglia le dita dei piedi nel tentativo di indossare la stessa
scarpa. Sogna che questo atto crudele la avvicini al suo lieto fine
con il Principe. Tuttavia, alla fine, rimane solo ferita, contusa e
insanguinata, mentre il Principe arriva e porta via la sua
sorellastra come sua futura sposa.
Nonostante ciò, mentre tutti gli
altri hanno rinunciato a Elvira, lei ha ancora una persona dalla
sua parte, Alma. Mentre sua sorella subisce il peso del controllo e
degli insegnamenti tossici della madre, Alma riesce a crescere con
una mente propria. Ad ogni svolta, è inorridita dalla volontà di
Elvira di farsi del male per soddisfare l’inafferrabile standard di
bellezza. Così, quando la sorella maggiore viene finalmente
abbandonata, lasciata oltre lo sfruttamento, interviene per
guidarla verso la riconquista dell’autonomia sul proprio corpo.
Insieme, le due sorelle si liberano del terrificante verme
solitario che è dentro Elvira, liberandola finalmente dal ciclo
infinito di dolore e bellezza. Alla fine, le due sorelle fuggono
insieme, lontano dall’influenza di Rebekka. Anche se la loro
destinazione finale rimane incerta, è evidente che grazie all’aiuto
di Alma, Elvira non alimenterà più il costante bisogno della
società di esigere una perfezione inesistente.
Perché Elvira si taglia il
piede?
La discesa di Elvira nella follia
si intensifica gradualmente fino a quando le sue azioni diventano
sempre più preoccupanti. Quando si sottopone al bisturi di
Esthétique, la scena è brutale. Tuttavia, non sembra affatto
incredibile, soprattutto se vista attraverso la sensibilità moderna
nei confronti della rinoplastica e della chirurgia plastica. Allo
stesso modo, la sua decisione di ingoiare un uovo di tenia, sebbene
estrema, rimane paragonabile alla dura cultura della dieta e
all’importanza dei farmaci dimagranti nella società contemporanea.
Di conseguenza, man mano che il suo scrutinio delle sue forme
fisiche cresce, portando a soluzioni drastiche, la narrazione
cresce naturalmente in un orrore sottinteso. Alla fine, la storia
raggiunge il suo apice quando tutto ciò che ostacola Elvira sono
Agnes e le sue scarpe.
Nonostante le varie difficoltà che
affronta per convincere Julian a scegliere lei, il principe la
abbandona comunque per la sua sorellastra, che ama naturalmente.
Questo le ricorda costantemente che, per quanto Elvira si sforzi,
non sarà mai ricompensata per la sua bellezza, l’unica risorsa che
possiede. Tuttavia, lei rifiuta di arrendersi. Elvira ha già fatto
molti sacrifici: il suo naso, i suoi occhi, il suo appetito.
Pertanto, nella sua rabbia psicotica, è disposta a farne un altro.
Se il principe vuole solo qualcuno con piedi piccoli, allora è
pronta a tagliarsi le dita dei piedi. Anche se in passato ha già
sottoposto il suo corpo a qualcosa di simile, la mancanza di una
conferma clinica dietro questo atto lo rende ancora più
raccapricciante e sconvolgente. In definitiva, questo atto orribile
conclude perfettamente l’arco narrativo di bastardizzazione che il
personaggio ha seguito fin dall’inizio.
Rebekka sa che le sue figlie
stanno per andarsene? Perché le lascia fare?
All’indomani della decisione del
principe Julian di prendere Agnes come sposa, Rebekka e le sue
ragazze sono precipitate in una realtà oscura. Non possono più
aggrapparsi alla speranza di migliorare la loro situazione
finanziaria in declino grazie alla possibile proposta di matrimonio
di Elvira. Anche se la ragazza avrebbe potuto ottenere altre
offerte grazie alle conoscenze fatte al ballo, il suo crollo
psicotico chiude anche quella porta. Inoltre, Rebekka si unisce
alla figlia in questa follia tagliando volontariamente le dita
dell’altro piede di Elvira per farle calzare il sandalo destro.
Tuttavia, Alma, l’unica persona equilibrata della famiglia, riesce
a sfuggire alle pressioni della società.
Cresciuta all’ombra della sorella
maggiore, Alma gode del vantaggio di potersi costruire un’identità
al di fuori di concetti come la bellezza e il suo contributo alle
future opportunità matrimoniali. Dopo aver assistito alla palese
violenza fisica della madre nei confronti di Elvira, Alma accetta
finalmente il fatto che la casa non è più e non è mai stata un
luogo sicuro per le due figlie. Così, mentre sua madre è impegnata
a intrattenere un suo amico gentiluomo, Alma si intrufola nella sua
stanza e ruba uno dei suoi costosi gioielli. Rebekka assiste al
furto e lo lascia accadere.
La scena offre una visione unica
del carattere di Rebekka. Fin dall’inizio, rimane una donna
tormentata, preoccupata di garantire il sostentamento economico a
se stessa e alle sue due figlie. La vita l’ha maturata e logorata
abbastanza da farle capire che le donne come lei possono guadagnare
soldi solo in un modo o nell’altro. Per lo stesso motivo, è così
preoccupata di garantire a Elvira buone prospettive di matrimonio
con ogni mezzo necessario. Tuttavia, nel farlo, priva sua figlia
della sua umanità, trattandola invece come una bambola da
aggiustare e rompere a piacimento. Pertanto, proprio come Elvira
stessa, l’atto di tagliare il piede della ragazza è una resa dei
conti personale che fa capire alla madre l’orrore dei suoi modi. Sa
che i suoi peccati contro le figlie sono andati troppo oltre e non
nutre alcuna speranza di perdono. Così, sceglie di lasciar andare
Alma con sua sorella, concedendo finalmente alle figlie l’autonomia
e la libertà d’azione che ha loro negato per tutto questo
tempo.
Scena post-crediti: la morbosa
realtà del “vissero felici e contenti” di Agnes
La storia si conclude con il
principe Julian che reclama Agnes come sua sposa, mentre Elvira e
Alma perseguono la loro libertà lontano dalla madre e dal regno che
le ha solo ferite. Tuttavia, il film include una macabra scena
post-crediti, che rivela che il cadavere di Otto sta ancora
marcendo in una parte chiusa a chiave della casa, privato di un
funerale adeguato. Poco dopo la sua morte, Agnes cerca di ottenere
che il corteo funebre si svolga nella tenuta per garantire a suo
padre una sepoltura adeguata. Tuttavia, Rebekka sostiene che la
famiglia semplicemente non ha i soldi per concedersi una cerimonia
così frivola.
Il fatto che lei continui a
procurare interventi di chirurgia estetica e abiti costosi alla sua
amata figlia rimane una testimonianza della sua indifferenza nei
confronti di Otto. Naturalmente, il destino di Otto e la mancanza
di rispetto nei confronti della sua morte diventano un notevole
punto di conflitto per Agnes. Quando i suoi sogni di andare al
ballo vengono infranti con la distruzione del suo vestito, lei
singhiozza accanto al cadavere in decomposizione di suo padre,
cercando di trovare conforto in una scena morbosa. Inoltre, sua
madre defunta le appare come una fata madrina nella stessa stanza,
e i vermi che si nutrono del cadavere di Otto cuciscono il vestito
di Agnes per lei. Pertanto, il luogo è intrinsecamente legato alla
sua trama.
Tuttavia, la rivelazione della
scena post-crediti che il cadavere di Otto è intrappolato nella
casa anche quando Agnes non c’è, presenta una realtà inquietante.
Anche se sarebbe idilliaco immaginare che la figliastra disprezzata
abbia trovato il suo lieto fine con Julian, rimangono diversi
fatti. Per prima cosa, Agnes non viene mai mostrata innamorata del
principe. Il suo cuore apparteneva a Isak, che potrebbe essere
ancora l’amore della sua vita. Inoltre, come dimostrano le azioni
passate di Julian, il principe non è esattamente gentile e
compassionevole. Pertanto, è possibile che, anche se Agnes riesce a
sfuggire alla sua situazione diventando una principessa, non trovi
comunque la vera libertà. Almeno non abbastanza da poter salvare il
cadavere in decomposizione di suo padre dalla casa da incubo di
Rebekka.
Il
31 ottobre, in occasione di Halloween, l’Area Movie a cura di
QMI trasformerà
Lucca Comics & Games in un set di
Stranger Things. La città toscana
diventerà per un giorno Hawkins, grazie alla presenza dei protagonisti della
serie Netflix –
Finn Wolfhard, Gaten Matarazzo, Caleb McLaughlin, Noah
Schnapp – e dei suoi creatori Matt e Ross Duffer.
In
attesa della quinta e
ultima stagione di Stranger
Things, in arrivo su Netflix il 27 novembre (Volume 1), il
26 dicembre (Volume
2) e il 1° gennaio
(Episodio finale), il pubblico potrà partecipare a un
evento speciale al Cinema
Moderno (ore 16.30) dal titolo Stranger Things: aspettando la 5ª stagione,
con incontro tra cast e creatori. A seguire (ore 18.00), si terrà
una Masterclass con i
Duffer Brothers, moderata da Eva Carducci, e la proiezione del primo
episodio della serie, Chapter
One: The Vanishing of Will Byers.
Le celebrazioni continueranno in città con il Fan Gathering in
Piazza San
Michele (ore 15.30), dove i fan potranno visitare un
padiglione e uno store
esclusivo dedicati alla serie cult di Netflix.
Ma la giornata di Halloween a Lucca sarà anche nel segno
dell’animazione e del
cinema d’autore. Al Teatro del Giglio, Cartoon Network (canale 607 di Sky)
festeggerà Lo Strano e
Meraviglioso Mondo di Gumball con una Masterclass di Ben Bocquelet,
creatore della serie, moderata da Sio (ore 15.30). Un’installazione
immersiva permetterà ai visitatori di entrare virtualmente nella
casa dei Watterson.
Al Cinema
Centrale, spazio ai grandi classici dell’animazione:
Angel’s Egg (1985) di
Mamoru Oshii,
introdotto dall’illustratore Yoshitaka Amano e da Luca Raffaelli (ore 12.00), e
Ne Zha – L’ascesa del
guerriero di fuoco di Yang Yu, introdotto da Gianluca De Angelis e Davide Perino (ore 15.00).
Tra gli appuntamenti anche l’anteprima di I Love Lucca Comics & Games (ore
21.00, Teatro del Giglio), il documentario diretto da
Manlio Castagna
e prodotto da All At
Once con Lucca
Crea, in uscita nelle sale il 10, 11 e 12 novembre con
I Wonder
Pictures e Unipol Biografilm Collection. Il film racconta la
comunità di appassionati e autori che ogni anno anima la
manifestazione, con un brano inedito di Frankie hi-nrg mc interpretato da
Lillo
Petrolo.
La notte di Halloween si chiuderà con il ciclo Le Notti Horror di Lucca Comics &
Games:
Ben – Rabbia animale di Johannes Roberts (ore 18.00, Cinema
Centrale), anteprima horror distribuita da Eagle Pictures;
IT – Capitolo Due di Andy Muschietti (ore 20.00, Cinema
Centrale), introdotto da Roberto De Feo e Gabriella Giliberti;
Essi vivono di John Carpenter (ore 20.30, Cinema Astra),
introdotto da De
Feo e Nanni
Cobretti de I 400
Calci.
Non mancheranno infine gli appuntamenti dedicati agli anime: il talk
Perché amiamo così tanto gli
anime (anche quando fanno male)? (ore 11.00, Cinema Astra) con
Valentina Ariete, Eva
Carducci, Gabriella Giliberti e Sonia Serafini; la
première di Gachiakuta
con Hiroshi Seko
(ore 16.00, Cinema Astra); e la proiezione mondiale di
You and Idol PreCure ♪ The
Movie: For You! Our Kirakilala Concert! di TOEI Animation, con la produttrice
Yoko Funakoshi
(ore 18.00, Cinema Astra).
Lucca Comics & Games 2025 celebra così un Halloween all’insegna del
cinema, delle serie cult e dell’immaginario pop che continua a
unire generazioni di spettatori.
The Mandalorian & Grogu
porteranno Din Djarin e Grogu sul grande schermo, e un
co-protagonista gigante si unirà all’amato duo di Star
Wars: il figlio di Jabba the Hutt, Rotta the
Hutt. Una versione molto più giovane del personaggio,
doppiata da David Acord, è apparsa in The
Clone Wars, ma la sua versione adulta e muscolosa sarà
interpretata dalla star di The
Bear,Jeremy Allen White.
Parlando con Josh
Horowitz, l’attore ha spiegato come il ruolo si sia
ampliato da quando ha firmato per la prima volta per recitare e ha
rivelato se ha dovuto imitare Jabba nella cabina di registrazione.
Per quanto sarebbe stato divertente vederlo in un dietro le quinte,
sembra che il regista Jon
Favreau si occuperà della voce di White nei panni di
Hutt in post-produzione.
“Il regista Jon Favreau mi ha
fatto sembrare tutto molto rilassato”, ha ricordato White.
“Mi ha detto: ‘Interpreterai il figlio di Jabba the Hutt.
Verrai qui, si tratta solo di registrare la voce, non faremo
nessuna scansione, non dovrai fare niente del genere. Verrai qui
per mezza giornata e leggerai alcune cose’”.
“E io ho risposto: ‘Sì, certo’.
Ma in realtà non avevano ancora girato nessuna scena del film,
quindi mi sono limitato a leggere alcune cose, cercando di metterle
insieme”, ha continuato. “Ricordo di averlo chiamato la
sera prima. Stavo guardando alcuni dei film precedenti, per
prepararmi, ma gli ho chiesto: ‘C’è qualcosa in particolare che
vuoi che guardi o che impari? C’è qualcosa che dovrei
sapere?’“
“E lui mi ha risposto: ‘No,
vieni e fai quello che devi fare’. Io ho chiesto: ‘Che tipo di
lavoro vocale vuoi che faccia?’ e stavo facendo alcune cose, ma lui
mi ha detto: ‘Ci giocheremo un po’!’ Sai com’è. Non ho visto il
film, quindi è difficile parlarne troppo“, ha aggiunto
l’attore, prima di rivelare che è passato un anno prima che Favreau
lo richiamasse.
“Hanno girato il film e lui mi
ha detto: ‘Abbiamo ancora qualcosa da farti fare’”, ha
spiegato White. “E credo di aver capito che hanno davvero
arricchito un po’ quel personaggio e che potrei essere presente in
quel film più di quanto avessi inizialmente pensato”. Nel
trailer il personaggio è solo
accennato, per cui non resta che attendere di poter avere ulteriori
assaggi di lui prima di vederlo in modo completo al cinema!
The Mandalorian &
Grogu, tutto quello che sappiamo sul film
Favreau sta producendo il film
insieme alla presidente della Lucasfilm Kathleen
Kennedy e Filoni, CCO della Lucasfilm ed ex direttore
supervisore dell’amata serie animata “Star Wars: The Clone
Wars“. “Ho amato raccontare storie ambientate nel
ricco mondo creato da George Lucas”, ha detto in precedenza
Favreau. “La prospettiva di portare il mandaloriano e il suo
apprendista Grogu sul grande schermo è estremamente
emozionante”.
La serie di tre stagioni
The Mandalorian è stata generalmente ben accolta
da fan e critici. Una quarta stagione è già in fase di sviluppo
presso Lucasfilm, con l’obiettivo di riallacciarsi agli eventi di
“Ahsoka” e di altri show Disney+ di Star
Wars.
Si sa molto poco del film, incluso
il suo posizionamento nella cronologia di “The Mandalorian” e chi
altro dovrebbe recitare oltre a Pascal. Tuttavia, la star di
“Alien”
Sigourney Weaver è in trattative
per recitare nel film, anche se i dettagli sul suo personaggio sono
ancora segreti. The
Mandalorian & Grogu uscirà nelle sale il 22
maggio 2026.
Si dice che il primo trailer di
Avengers:
Doomsday verrà proiettato prima di
Avatar: Fuoco e Cenere questo
dicembre. Se così fosse, potremmo finalmente avere un’idea più
chiara di cosa aspettarci dal Dottor Destino interpretato da
Robert Downey Jr., il nuovo grande cattivo della
Saga del Multiverso (e sostituto di
Kang).
All’inizio di quest’anno sono
apparse alcune immagini promozionali ufficiali di Victor Von Doom
interpretato da Downey. Ora sono ricomparse, però questa volta in
full HD (la si può vedere qui). La
preoccupazione maggiore dei fan quando la star di Avengers: Endgame è stata scelta
per il ruolo era che il Doom dell’MCU sarebbe stato una variante di
Tony
Stark.
Non sembra essere così, un sollievo
dopo che all’inizio della produzione di Avengers: Doomsday era emerso un
biglietto di auguri che mostrava Downey come un ibrido tra Iron Man
e Doom. Non c’è molto da discutere qui che non abbiamo già trattato
quando quelle immagini leggermente sfocate di Doom sono apparse per
la prima volta sui social media durante l’estate.
È ricoperto di sigilli magici e la
maschera è leggermente diversa da quella che abbiamo visto nella
scena a metà dei titoli di coda di I Fantastici Quattro:
Gli Inizi. Probabilmente c’è una ragione narrativa per
questo, e potrebbe essere perché questo è Doom nella sua forma
definitiva.
Dopo tutto, sembra che Doom abbia
fuso i Dieci Anelli di Shang-Chi e i braccialetti di Kamala Khan
alla sua armatura, due artefatti che si ritiene siano legati a
Kang, data la grande quantità di immagini di “anelli” che
circondavano il personaggio nelle sue precedenti apparizioni. Non
resta a questo punto che attendere di poter vedere il primo trailer
per avere maggiori dettagli.
Il
catalogo Paramount+ di novembre 2025 si
arricchisce di titoli capaci di attraversare generi e sensibilità
molto diverse, offrendo un mosaico che spazia dalla commedia
d’autore italiana al thriller psicologico britannico, dal dramma
sociale al legal americano. Il mese segna soprattutto un addio
importante: quello a Vita da Carlo, la
serie creata e interpretata da Carlo Verdone che giunge alla sua
stagione finale dopo essere stata presentata alla Festa del Cinema
di Roma. Accanto a essa, tornano anche Landman e Matlock, due produzioni statunitensi che
esplorano, rispettivamente, le zone grigie del capitalismo
contemporaneo e la ricerca di giustizia attraverso l’esperienza e
l’umanità di un personaggio fuori dagli schemi.
Vita da Carlo – Stagione finale: il congedo di un autore tra ironia
e malinconia
Disponibile dal 28 novembre, Vita da Carlo – Stagione finale rappresenta l’ultimo
atto di un progetto che ha saputo raccontare, con il tono
inconfondibile di Verdone, le contraddizioni di un uomo pubblico
sempre più disincantato di fronte al proprio tempo. Dopo la “gaffe”
sanremese che aveva chiuso la stagione precedente, Carlo si ritira
a Nizza per poi tornare a Roma, dove accetta di insegnare regia al
Centro Sperimentale di Cinematografia. Qui, il contatto con sei
giovani studenti gli impone di confrontarsi con un mondo culturale
in trasformazione, fatto di nuove sensibilità e linguaggi che
sfuggono alla sua generazione. È in questa tensione tra passato e
futuro, tra l’artigianato del cinema e l’era digitale, che
Vita da Carlo trova il
suo commiato più autentico.
Il tono resta quello della commedia esistenziale che attraversa
tutta la filmografia verdoniana, ma lo sguardo è più intimo,
consapevole e persino metacinematografico. Il cast corale — con
Sergio Rubini, Monica Guerritore, Maria Paiato,
Maccio Capatonda e numerose guest star — restituisce l’idea di un
piccolo universo umano che ruota attorno al protagonista, in bilico
costante tra pubblico e privato.
Landman – Stagione 2: il sogno americano tra petrolio e
dannazione
Dal 16 novembre torna Landman, creata da
Taylor Sheridan e Christian Wallace
e interpretata da Billy Bob Thornton, Demi
Moore e Andy Garcia. La
seconda stagione prosegue il racconto dell’epopea petrolifera
texana, dove la ricchezza è una maledizione travestita da
opportunità. Sheridan, fedele alla sua poetica fatta di paesaggi
sterminati e tensioni morali, esplora il lato oscuro del progresso,
mostrando come l’avidità e la sopravvivenza plasmino identità e
relazioni.
Il Texas occidentale diventa il simbolo di un’America che brucia le
proprie risorse — materiali e umane — in nome del profitto.
Thornton, nel ruolo di Tommy Norris, incarna un antieroe
schiacciato tra colpa e ambizione, in una spirale di segreti e
compromessi. Con la consueta cura visiva e la scrittura cruda
tipica dell’universo Sheridan (Yellowstone, Tulsa
King), Landman conferma Paramount+ come la casa delle
grandi saghe americane contemporanee.
Matlock – Stagione 2: Kathy Bates rilegge un classico del legal
drama
Dal 30 novembre torna con la
seconda stagione anche Matlock, la serie che reinterpreta il celebre legal
drama degli anni Ottanta affidandolo al carisma e all’intelligenza
di Kathy Bates. La protagonista, Madeline “Matty”
Matlock, è una settantenne brillante che decide di rimettersi in
gioco, entrando in un prestigioso studio legale e affrontando casi
che la mettono di fronte a verità scomode e dilemmi etici.
La serie — ideata da Jennie Snyder Urman, già showrunner di
Jane the Virgin — unisce
la struttura del procedural alla dimensione personale di un
personaggio femminile maturo, raro nella serialità mainstream.
Bates costruisce una Matty ironica, empatica e strategica, che
utilizza la sua apparente fragilità come arma. La seconda stagione
amplifica la componente thriller, intrecciando l’indagine sulla
morte della figlia a una riflessione più ampia sul potere, il
genere e la memoria.
Crutch e Tutti i diavoli sono qui: tra commedia urbana e thriller
psicologico
Dal 3 novembre debutta Crutch, comedy con Tracy Morgan nei panni di un
negoziante di Harlem costretto a reinventarsi quando i figli
tornano a casa. Creata da Owen Smith e prodotta da Cedric The
Entertainer, la serie si inserisce nel filone della sitcom
generazionale, ma con un tono più intimo e una scrittura che punta
sul realismo dei rapporti familiari e sulle dinamiche
intergenerazionali delle comunità afroamericane.
Di segno completamente diverso è Tutti i diavoli sono qui (dal 18 novembre), elegante
thriller britannico con Eddie Marsan e Sam
Claflin. Isolati in una casa di campagna, quattro criminali
devono fare i conti con le proprie pulsioni e paranoie, in un
crescendo psicologico che richiama l’estetica di Ben Wheatley e la
claustrofobia teatrale del cinema inglese più raffinato.
Heart Eyes e Fireflies: l’amore e l’identità tra romanticismo e
esilio
Il 25 novembre arriva Heart
Eyes, horror-comedy diretta da Josh Ruben e scritta da
Christopher Landon, che mescola la leggerezza della commedia
romantica al brivido dello slasher. Olivia Holt e Mason Gooding
interpretano due colleghi costretti a unirsi per sfuggire a un
misterioso killer che uccide coppie nel giorno di San Valentino.
Tra ironia e sangue, il film riflette sulla paura della
vulnerabilità e sul linguaggio dei sentimenti nell’era
dell’immagine.
Più drammatico e poetico è Fireflies (dal 21 novembre), firmato da Bani
Khoshnoudi. La storia dell’iraniano Ramin, giovane omosessuale
fuggito in Messico, si trasforma in una delicata esplorazione
dell’identità e del senso di appartenenza. In bilico tra realismo e
lirismo, Fireflies
racconta l’esilio come condizione universale, trovando nel mare e
nella luce di Veracruz una metafora della libertà e della
memoria.
Dall’universo Nickelodeon e MTV: tra avventura e provocazione
A
completare il mese di novità, Paramount+ propone nuovi episodi di
Paw Patrol (stagione 12)
e dello spin-off Rubble &
Crew, pensati per il pubblico più giovane e ancora una volta
centrati sui valori di amicizia, coraggio e cooperazione.
Dall’altro lato dello spettro televisivo arriva Dating Naked UK (dal 28 novembre), il
dating show più audace di MTV che punta a mettere alla prova
l’autenticità dei rapporti umani, spogliati — letteralmente — di
ogni maschera sociale. Una scelta che testimonia la varietà della
piattaforma, capace di alternare sperimentazione e comfort viewing,
risate e riflessione, intrattenimento pop e autorialità.
Novembre su Paramount+: un equilibrio tra autori e pubblico
Il mese di novembre segna per Paramount+ un momento di
consolidamento identitario. Le serie e i film in arrivo non si
limitano ad ampliare il catalogo, ma confermano la volontà di unire
la forza delle produzioni internazionali a un investimento
crescente nel racconto italiano. Vita da Carlo ne è l’esempio più emblematico:
un’autobiografia ironica che diventa manifesto di un autore e, allo
stesso tempo, metafora del cinema che cambia. Accanto a essa, la
piattaforma costruisce un’offerta trasversale che parla a pubblici
diversi senza rinunciare alla qualità e alla profondità narrativa —
una direzione che rende Paramount+ sempre più competitiva nel
panorama streaming globale.
James Gunn ha annunciato il mese scorso il
titolo e la data di uscita del prossimo capitolo della saga di
Superman della DC
Studios,
Man of Tomorrow, e da allora i fan hanno iniziato a
speculare su questo seguito di Superman
(non chiamatelo sequel) e su quali altri personaggi potrebbero
essere al centro della trama. Sappiamo che David Corenswet e Nicholas Hoult riprenderanno i rispettivi
ruoli di Clark Kent/Superman e Lex Luthor, e Gunn ha confermato che
questi acerrimi nemici metteranno da parte le loro divergenze e
uniranno le forze per affrontare una minaccia più grande.
La teoria prevalente (che
è supportata da alcune prove) è che Brainiac
sarà il grande cattivo del film, ma non è l’unica possibilità.
Nexus Point News ha ora
condiviso i dettagli di un casting per il cattivo di
Man of Tomorrow: “Per
l’antagonista del film saranno utilizzati trucco e protesi.
Inoltre, per il ruolo si stanno cercando attori con una corporatura
e una statura robuste”. Trucco e protesi potrebbero essere
utilizzati per dare vita a molti nemici di Superman sullo schermo,
ma una “corporatura robusta e statura imponente” non rimandano
necessariamente a Brainiac.
Nei fumetti, infatti, il
personaggio è spesso raffigurato con un fisico piuttosto nella
media. NPN ipotizza dunque che questa descrizione potrebbe essere
più adatta a Mongul. Quest’ultimo, originariamente
concepito come risposta della DC a Thanos, potrebbe avere più senso di Brainiac ora che
Salvation è stato stabilito come un fattore importante nel
futuro della DCU nel finale della seconda stagione di
Peacemaker. La versione moderna del
personaggio è stata reintrodotta come sovrano di Warworld, un
impero spaziale che organizza giochi gladiatori per intrattenere i
suoi cittadini.
Al momento si tratta solamente di
rumor non confermati ufficialmente, per cui non resta che attendere
di poter avere maggiori novità e certezze riguardo al film.
Le riprese principali di
Man of Tomorrow dovrebbero iniziare nella primavera
del 2026, con una data di uscita fissata per il 9 luglio
2027. David Corenswet riprenderà il ruolo nel sequel
al fianco di Lex Luthor, interpretato da
Nicholas Hoult, poiché i due si alleeranno contro questo nuovo
nemico, come ha dichiarato il regista.
James
Gunn ha infatti affermato: “È una storia in cui Lex Luthor
e Superman devono collaborare in una certa misura contro una
minaccia molto, molto più grande. È più complicato di così, ma
questa è una parte importante. È tanto un film su Lex quanto un
film su Superman. Mi è piaciuto molto lavorare con Nicholas Hoult. Purtroppo mi identifico con il
personaggio di Lex. Volevo davvero creare qualcosa di straordinario
con loro due. Adoro la sceneggiatura”.
Gunn annunciato
Man of Tomorrow sui
social media il 3 settembre. Nel suo annuncio, lo sceneggiatore
e regista ha incluso un’immagine tratta dal fumetto in cui Superman
è in piedi accanto a Lex Luthor nella sua Warsuit. Nei fumetti DC,
Lex crea la tuta per eguagliare la forza e le abilità di Superman.
Mentre l’immagine teaser suggeriva che Lex e Superman sarebbero
stati di nuovo in contrasto, ora sembra che Lex userà la sua
Warsuit per poter essere allo stesso livello di Superman per
qualsiasi grande minaccia si presenti loro. Al momento, è
confermata la presenza della Lois Lane di Rachel Brosnahan.
Il film è stato in precedenza
descritto come un secondo capitolo della “Saga di Superman”. Ad
oggi, Gunn ha affermato unicamente che “Superman conduce
direttamente a Peacemaker; va notato che questo è per adulti, non
per bambini, ma Superman conduce a questo show e poi abbiamo
l’ambientazione di tutto il resto della DCU nella seconda stagione
di Peacemaker, è incredibilmente importante”.
La nuova serie di NetflixRabbit, Rabbit segna il
ritorno in televisione di Adam Driver dopo otto anni. Sebbene Driver sia
diventato famoso per il ruolo di Kylo Ren nella trilogia sequel di
Star
Wars dal 2015 al 2019, seguito dalle sue interpretazioni
candidate all’Oscar in BlacKkKlansman
(2018) e Storia
di un matrimonio (2019), il suo ruolo di svolta è arrivato
nella serie HBO Girls dal 2012 al 2017, che gli è valso
tre nomination agli Emmy.
Ora Netflix ha annunciato che
Driver reciterà nella nuova serie Rabbit, Rabbit,
ideata da Peter Craig – coautore di The
Batman, Top Gun: Maverick e The Town
– e diretta da Philip Barantini (già autore di
Adolescence di Netflix). La sinossi
della serie recita: “Un detenuto evaso prende degli ostaggi nel
tentativo di negoziare la sua libertà, ritrovandosi coinvolto in un
esperimento sociale ingestibile con i suoi prigionieri e in una
partita di poker con un negoziatore veterano”.
Sebbene non sia stato dichiarato
esplicitamente, Adam Driver interpreterà probabilmente
il ruolo principale del detenuto evaso che prende degli ostaggi nel
tentativo di negoziare la propria libertà. Il crime drama con
ostaggi è descritto come simile a Quel pomeriggio di un giorno
da cani. Le riprese potrebbero iniziare già il prossimo anno.
Philip Barantini è noto per il suo intenso stile a ripresa unica,
come si vede nel film del 2021 Boiling Point e in tutti e quattro gli episodi della
miniserie Netflix Adolescence , che gli è valsa un Emmy Award per la
migliore regia di una miniserie.
Dato che Barantini ha girato sia
Boiling Point che Adolescence utilizzando il suo stile a ripresa unica,
montando insieme più piani sequenza affinché ne sembri uno unico, è
probabile che anche ogni episodio di Rabbit,
Rabbit sarà girato in tale maniera. Driver, noto per la
sua serie di interpretazioni intense, sembra perfetto per il ruolo
principale in questo progetto. Non resta dunque che attendere
maggiori novità.
Il film di
fantascienza distopica Chaos
Walking, interpretato da Tom
Holland di Spider-Man e Daisy
Ridley di Star Wars, è
basato su La fuga, il primo romanzo di una trilogia
di romanzi di Patrick Ness. Tuttavia, per
l’adattamento cinematografico sono state apportate importanti
modifiche alla storia che rendono praticamente impossibile il
proseguimento di essa in altri film. In particolare, il film
conclude in modo affrettato il conflitto tra i protagonisti Todd e
Viola e il loro nemico, il sindaco Prentiss.
Tuttavia, questa non è l’unica
differenza tra il libro e il film, e molti di questi cambiamenti
hanno portato alle numerose lacune che hanno
reso Chaos Walking più confuso di quanto
avrebbe dovuto essere, impedendogli di ottenere un successo simile
a quello di adattamenti letterari di genere distopico
come Hunger
Games, Maze
Runner o Divergent.
In questo articolo, dunque, approfondiamo alcune delle differenze
più degne di nota che il film ha apportato al libro.
Uno dei cambiamenti più importanti
è che il film rende Todd più vecchio di
quanto non sia nei libri. In questi, Todd sta per compiere 13 anni,
un’età in cui tutti i ragazzi di Prentisstown devono sottoporsi a
un rituale specifico per diventare uomini che prevede l’uccisione
di qualcuno. I padri adottivi di Todd vogliono però salvarlo da
questo destino e dunque lo mandano via.
Nel film Chaos
Walking, invece, Todd è più grande, anche se è ancora
considerato giovane rispetto al resto degli abitanti di
Prentisstown. Anche il sindaco Prentiss fa capire di avere dei
piani speciali per lui, ma non rivela mai quali siano, limitandosi
a dire che vede qualcosa di speciale nel giovane. Inoltre, non è
l’evitare un rituale a far scappare Todd, ma il trovare Viola e
aiutarla a fuggire dal sindaco Prentiss, cosa che non accade
all’inizio del primo romanzo, La fuga. Questa
modifica cambia dunque radicamente l’evento scatenante della
storia.
La causa della morte delle
donne
Uno dei principali colpi di scena
di Chaos Walking riguarda la sorte delle
donne sul pianeta appena colonizzato. Nel film, Todd viene educato
a credere che tutte le donne siano morte quando la specie nativa
del pianeta, gli Spackle, le ha uccise in seguito a una guerra tra
Prentisstown e gli Spackle. Tuttavia, in seguito si scopre che gli
uomini di Prentisstown hanno ucciso tutte le donne perché non
riuscivano a vedere e sentire i loro pensieri, mentre le donne
potevano invece vedere e sentire i loro grazie a un fenomeno
chiamato “Rumore”.
Nei libri, la spiegazione della
mancanza di donne a Prentisstown è però diversa: gli uomini di
Prentisstown sostengono che un germe diffuso dallo Spackle abbia
ucciso tutte le donne e abbia infettato gli uomini con il Rumore.
Questo fa sì che gli uomini inizino una guerra con lo Spackle per
fermare la diffusione del germe mortale e porta Todd a credere di
essere portatore della malattia. Alla fine, però, il grande colpo
di scena della storia è lo stesso: gli uomini di Prentisstown hanno
ucciso le donne.
Animali e Rumore
In Chaos
Walking, tutti gli uomini hanno il Rumore. Come già detto,
i libri attribuiscono il Rumore a un germe diffuso dalle specie
indigene del pianeta. Inoltre, tutti i maschi, indipendentemente
dalla specie, possiedono il Rumore. Di conseguenza, nei libri è
possibile vedere e sentire i pensieri del cane di Todd, Manchee, e
degli altri animali che incontrano nei boschi. Il Rumore si estende
anche agli Spackle, che lo usano per comunicare tra loro. Nel film,
invece, tutti gli uomini umani, ma non le altre specie, sono
afflitti dal Rumore nel momento in cui attraversano l’atmosfera del
pianeta, rendendo il pianeta stesso responsabile della cosa.
Il ruolo degli Spackle nella
storia
Il trattamento che il film riserva
agli Spackle è molto diverso da quello
dei libri. Nel romanzo, il germe che causa il Rumore provoca una
guerra tra i coloni umani e gli Spackle, che porta gli umani,
guidati dal sindaco Prentiss, a catturare molti Spackle e a usarli
come schiavi. D’altra parte, gli Spackle non sono altro che
informazioni di sfondo nel film. Solo un membro della specie appare
sullo schermo e non viene schiavizzato. Di conseguenza,
l’importanza degli Spackle per la storia è stata pressocché ridotta
al minimo.
L’incontro tra Todd e Viola
Il film e il libro
di Chaos Walking descrivono l’ingresso
di Viola nella storia in modo diverso. Nel film, Viola fa parte di
una navetta di esplorazione inviata sul pianeta per preparare
l’arrivo del prossimo gruppo di coloni. Dopo essere stata l’unica
sopravvissuta a un atterraggio di fortuna e aver capito che gli
uomini di Prentisstown sono pericolosi, si dà alla fuga, con
l’aiuto di Todd.
Nel libro, Todd è invece già in
fuga quando incontra Viola nel bosco. Nel frattempo, anche se Viola
si schianta sul pianeta, in questo caso era su una navetta con i
suoi genitori che muoiono nell’incidente. Nel film, tuttavia, i
genitori di Viola muoiono sull’astronave durante il viaggio per
raggiungere il pianeta, un evento che non ha dunque nulla a che
fare con la sua missione di esplorazione.
Lo scontro finale
In Chaos
Walking, Todd e Viola vengono inviati nella città di
Farbranch per trovare aiuto. Anche nel libro si recano a Farbranch,
ma poi questo e il film prendono direzioni completamente diverse.
Nel film il sindaco di Farbranch li manda in una terza comunità
chiamata Haven. Quando Prentiss si presenta a Farbranch, continua a
inseguire Todd e Viola finché non arrivano tutti alla prima grande
astronave che ha portato i coloni umani sul pianeta. È qui che si
svolge il combattimento finale del film e Viola e Todd non riescono
mai a raggiungere Haven.
Questo non è ciò che accade nel
primo libro, né in nessuno dei successi in realtà. Todd e Viola non
si fermano mai su una nave per entrare in contatto con la gente
della ragazza nello spazio. Invece, continuano a correre e alla
fine arrivano ad Haven. Il colpo di scena è che Prentiss li batte
sul posto, si dichiara presidente di New World e cattura sia Todd
che Viola. Il film arriva invece più rapidamente alla resa dei
conti finale con Prentiss, eliminando gran parte dell’azione dei
libri.
Sembra esserci un altro scontro
dietro le quinte tra il regista del remake di Road
House (qui
la recensione), Doug Liman, e Amazon MGM
riguardo al franchise. Ora, due sequel del film d’azione potrebbero
scontrarsi l’uno contro l’altro. Il revival di Road House di Liman,
con Jake Gyllenhaal e Conor
McGregor, è stato un successo immediato. Tuttavia, cresce
la tensione riguardo alla decisione di Amazon MGM di passare
direttamente allo streaming, nonostante avesse promesso al regista
nel contratto originale che il film sarebbe uscito nelle sale.
A seguito della disputa, Liman ha
quindi deciso di acquistare i diritti per produrre il suo sequel
direttamente dallo sceneggiatore del film originale, R.
Lance Hill, mentre lo studio sta realizzando il proprio
seguito. Il film di Liman si intitolerà Road House:
Dylan e non vedrà la partecipazione di Gyllenhaal né avrà
alcun collegamento con il primo remake. Sarà invece una
continuazione della versione di Hill della serie, riprendendo da
dove la sua storia si era interrotta.
Road House 2 di
Amazon MGM sarà invece diretto da Ilya Naishuller
e avrà come protagonista Gyllenhaal. Vedrà anche il ritorno di
Dave Bautista, Aldis Hodge e
Leila George. Il sequel non uscirà nelle sale e
sarà disponibile direttamente in streaming su Amazon Prime, proprio
come il primo. Mentre i dettagli della trama di entrambi i sequel
sono ancora avvolti nel mistero, la battaglia legale tra i creatori
non lo è. Hill, che ha scritto Road House nel
1989, afferma di aver riottenuto la proprietà della sceneggiatura
del film ai sensi della Sezione 203 della legge statunitense sul
copyright.
Questa norma consentirebbe agli
sceneggiatori di riottenere i diritti delle loro opere 35 anni dopo
averli venduti. Ovviamente, Amazon MGM ha avuto un grosso problema
con Hill e non ha concordato con le sue dichiarazioni. Lo studio ha
sostenuto che la sceneggiatura è stata venduta attraverso la
società di Hill (Lady Amos Inc.), il che significa che è
considerata “opera su commissione”, quindi non può
semplicemente riprenderla. Ciò ha portato lo scrittore a citarli in
giudizio per violazione del copyright in relazione al remake di
Road House.
Tutto quello che c’è da sapere su
Road House
Il film ha come protagonista
Jake Gyllenhaal nei panni di Elwood Dalton, un
ex lottatore UFC che lotta per sbarcare il lunario. Dopo che la
proprietaria di un Roadhouse delle Florida Keys lo trova a dormire
nella sua auto, Elwood diventa il buttafuori del locale e si
ritrova coinvolto in una guerra tra fuorilegge e motociclisti (tra
cui l’attuale artista di arti marziali miste, diventato attore per
la prima volta, Conor McGregor) e un costruttore
deciso a costruire un sontuoso resort per “ricchi stronzi”
al posto di quel locale.
La star di Shrinking,Jessica Williams, che l’estate scorsa ha
confermato che si sarebbe unita al cast, interpreta la proprietaria
del Roadhouse. Completano il cast di Road
House gli attori Billy Magnussen
(No
Time To Die), Daniela Melchior (The
Suicide Squad), Gbemisola Ikumelo (A
League of Their Own), Lukas Gage
(The White Lotus), Hannah Love
Lanier (A Black Lady Sketch Show), Travis
Van Winkle (You), B. K. Cannon
(Why Women Kill), Arturo Castro
(Broad City), Dominique Columbus (Ray
Donovan), Beau Knapp (Seven Seconds)
e Bob Menery.
Doug Liman
(Edge
of Tomorrow) dirige Road House
da una sceneggiatura scritta da Anthony Bagarozzi
e Charles Mondry. Dopo aver prodotto il film
originale del 1989, Joel Silver torna a produrre
per la sua società Silver Pictures insieme a JJ
Hook, Alison Winter e Aaron
Auch, che fungono da produttori esecutivi.
Il prossimo prequel della serie
The Conjuring sta ufficialmente prendendo forma,
con un regista pluripremiato in trattative per partecipare al
progetto. La serie, come noto, ha recentemente pubblicato The
Conjuring – Il rito finale, che ha concluso la storia
della famiglia Warren. Anche se l’avventura di Vera Farmiga e Patrick Wilson nella serie è terminata,
rimangono molti potenziali spin-off di Conjuring per ampliare
ulteriormente la serie. Tra questi c’è un prequel, sul quale ci
sono state molte speculazioni.
Secondo Borys Kit di The Hollywood
Reporter, il prequel è ora “un film confermato per la New
Line” dopo che Il rito finale ha incassato quasi 500
milioni di dollari al botteghino mondiale. Il regista di
cortometraggi Rodrigue Huart sarebbe in trattative
per dirigere il film. Huart è noto per il cortometraggio sui
vampiri Transylvanie, che ha vinto il Midnight Short
Jury Award al SXSW 2024. I suoi cortometraggi Trigger e
Real, entrambi presentati in anteprima al Fantasia 2024,
combinano invece found footage e horror digitale.
A giugno è stato reso noto che la
Paramount Pictures ha acquisito la sceneggiatura di Suffer
Little Children di Huart e che lui stesso dirigerà il film,
che è una rivisitazione del film horror spagnolo del 1976 Chi
può uccidere un bambino?.Walter Hamada è il
produttore di Suffer Little Children. Oltre ad essere un regista
sempre più apprezzato nel genere horror, il legame di Huart con
Hamada ha probabilmente contribuito alla sua scelta come regista
del prequel di The Conjuring.
James Wan, che ha diretto L’evocazione
– The Conjuring e
The Conjuring – Il caso Enfield, è rimasto parte
integrante della serie horror in espansione. Tuttavia, ci sono
state voci secondo cui Wan avrebbe lasciato il franchise a causa di
una disputa salariale, il che significa che è improbabile che sia
coinvolto nel prequel. Con il progetto che ora va avanti, sembra
dunque che la Warner Bros. sia fiduciosa che il franchise possa
andare avanti anche senza Wan.
Ci sono ancora molti dettagli da
definire per il prequel di The Conjuring, ma il progetto è in fase
di realizzazione, probabilmente con Huart come regista. Questa è
una buona notizia per il franchise e per i fan che vogliono vedere
la storia continuare dopo l’ultimo capitolo, i cui incassi al
botteghino sono stati determinanti per questo sviluppo. D’altronde,
sono ancora tante le storie degli Warren che possono essere
adattate per il grande schermo.
Mike Flanagan è
uno dei registi più interessanti che lavorano nel genere horror
oggi, avendo diretto film come Ouija
– L’origine del male,Il gioco di
Gerald e Doctor
Sleep, oltre che la serie NetflixThe
Haunting of Hill House e La
caduta della casa degli Usher. Che si tratti di adattare
una novella di Stephen King o di spaventare il
pubblico con i suoi numerosi show su Netflix, lo scrittore/regista
sa come raccontare storie emozionanti e piene di terrore. Prima di
questi titoli, il suo film del 2013 Oculus – Il
riflesso del male (qui
la recensione) si è a sua volta dimostrato un’interpretazione
avvincente di una tragedia familiare.
Il film – il cui cast
include Karen
Gillan, Brenton
Thwaites, Katee
Sackhoff, Rory
Cochrane, Annalise
Basso e Garrett Ryan – è
basato su cortometraggio horror del 2005 di
Flanagan, Oculus: Chapter 3 – The Man with the Plan.
Esso conteneva una sola ambientazione, un solo attore e uno
specchio. Dato che è divenuto subito molto popolare, si è
rapidamente acceso l’interesse per il suo adattamento in un
lungometraggio. Questo presenta molti dei tratti distintivi
dell’opera di Flanagan. I personaggi si trovano in una situazione
emotiva molto delicata, sono legati sia al passato che al presente
e sono alle prese con il loro incerto futuro.
Si mescolano così sentimento e
terrore, in un film che trova il suo punto di forza del film nella
fantastica doppia narrazione di due tempi diversi, che ci conduce
attraverso un racconto che presenta sia elementi horror (uno
specchio paranormale) o ma anche da thriller
psicologico (una famiglia problematica). Ciò che si vede
sullo schermo, inoltre, pone in crisi le certezze dello spettatore,
che si ritrova a porsi diverse domande, specialmente nel finale.
Qual è la natura esatta degli eventi che si verificano? Qual è il
rapporto tra questi eventi? Cosa succede di preciso nell’atto
conclusivo di Oculus – Il riflesso del male?
Scopriamolo con questa spiegazione.
La trama di Oculus –
Il riflesso del male
Il film racconta dei
fratelli Tim (Brenton Thwaites)
e Kaylie Russell (Karen
Gillian) che tornano nella loro casa d’infanzia undici
anni dopo che la loro famiglia è stata sconvolta da eventi
inspiegabili e scioccanti. A venire acccusato del brutale
assassinio di entrambi i
genitori Alan (Rory
Cochrane)
e Marie (Katee
Sackhoff) è proprio Tim, che spende così quegli anni in
carcere, fino a quando non ne esce con l’unico desiderio di
lasciarsi tutto alle spalle e ricominciare. La sorella Kaylie
invece, ancora ossessionata da quella fatidica notte, è fortemente
convinta che la morte dei suoi genitori sia stata causata da
qualcos’altro.
Secondo la ragazza, una forza
maligna risiederebbe in un antico specchio che si trovava nella
casa di famiglia. Kaylie, determinata a provare l’innocenza del
fratello, rintraccia lo specchio e scopre che nel corso dei secoli
i diversi proprietari dell’oggetto sono stati tutti vittime di
morti violente simili a quella dei suoi genitori. Ora che lo
specchio è di nuovo nelle loro mani, Tim e Kaylie sono decisi a
scoprire la verità, ma si renderanno conto troppo tardi che
l’incubo della loro infanzia è tornato.
La prima linea narrativa del film
ha dunque inizio nel 2002, quando l’ingegnere
informatico Alan Russell si trasferisce
in una nuova casa con la moglie Marie, il
figlio Tim di 10 anni e la
figlia Kaylie di 12 anni. Alan acquista
uno specchio antico per decorare il suo ufficio, ma a loro
insaputa, lo specchio induce allucinazioni soprannaturali. Marie
viene così perseguitata da visioni del proprio corpo in
decomposizione, mentre Alan è sedotto da una misteriosa e spettrale
donna di nome Marisol Chavez che ha
degli specchi al posto degli occhi. Ben presto, i due diventano
sempre più paranoici e violenti, anche nei confronti dei figli.
Una notte, Alan e Marie attaccano i
due bambini, ma quando la donna torna brevemente in sé, viene
uccisa da Alan con un colpo di pistola. Quando anche Alan vive un
momento di lucidità, si uccide costringendo Tim a premere il
grilletto della pistola e a sparargli, provocando una piccola crepa
nell’angolo dello specchio. Prima di morire, implora i bambini di
scappare. Prima che i fratelli vengano separati dalla polizia,
promettono di riunirsi da adulti e di distruggere lo specchio.
Mentre Tim viene portato via, vede i fantasmi dei suoi genitori che
lo osservano dalla casa.
Il racconto ambientato nel 2013,
dunque, vede Kaylie che, sfruttando la sua posizione di dipendente
di una casa d’aste, ottiene l’accesso allo specchio e lo fa
trasportare nella casa di famiglia, dove lo colloca in una stanza
piena di telecamere di sorveglianza e di un “kill switch”, con
un’ancora appesa al soffitto pronta a distruggerlo. Kaylie intende
porre fine a quello specchio, ma prima vuole documentarne i poteri,
dimostrando l’innocenza di Tim, ora uscito di prigione. Quando
notano che le piante di casa iniziano ad appassire, rivedono il
filmato della telecamera e si vedono compiere azioni di cui non
hanno memoria.
Tim riconosce dunque il potere
soprannaturale dello specchio e tenta di fuggire dalla casa con
Kaylie, solo che i due vengono richiamati dall’influenza
dell’oggetto. Vedendo un’allucinazione di sua madre, Kaylie la
pugnala al collo, solo per rendersi conto di aver
pugnalato Michael Dumont, il suo fidanzato
venuto a controllarla. I due cercano di chiamare la polizia, ma
riescono solo a contattare la stessa voce che parlava loro al
telefono da bambini.
A questo punto, vedono i loro sosia
all’interno della casa in piedi davanti allo specchio. Kaylie e Tim
iniziano così ad avere sempre più allucinazioni, vedendo versioni
più giovani l’una dell’altra e rivivendo l’incubo della propria
giovinezza. Tim si risveglia da solo nella stanza con lo specchio,
mentre contemporaneamente una Kaylie più giovane ha le
allucinazioni di sua madre che la chiama dallo specchio. Nel
tentativo di porre fine alla cosa, Tim attiva il “Kill Switch”,
rendendosi però conto troppo tardi che Kaylie si trovava sulla sua
traiettoria e che l’ha uccisa.
La polizia arriva e, di nuovo,
arresta Tim, che è isterico, proprio come quando era più giovane.
Tenta di spiegare che il responsabile è lo specchio, ma ovviamente
non viene creduto. Mentre viene portato via e messo dietro le
sbarre, il Tim del 2013 vede stavolta non il fantasma dei due
genitori, ma anche quello di Kaylie. La vera natura dello specchio
non viene chiarita, poiché – ispirandosi alle storie
di H. P. Lovecraft – Flanagan ha voluto
riproporre il fatto che in Lovecraft “se si provasse a
comprendere l’orrore, esso farebbe impazzire”, aggiungendo:
“Il male nel mondo non ha sempre una risposta”.
Sappiamo però che anche nel suo
secondo scontro con Kaylie e Tim, lo specchio è riuscito ad avere
la meglio. Ci sono teorie secondo cui tutto ciò che viene visto
sarebbe solo il frutto dell’immaginazione dei due fratelli, che
renderebbero dunque il film prima di tutto un thriller psicologico.
Ma ciò che vediamo in Oculus – Il riflesso del
male sembra assolutamente realte e dunque permette al
film di funzionare anche come horror puro, con lo specchio che è in
questo caso l’oggetto maledetto di turno.
Il trailer del film e dove vederlo
in streaming e in TV
È possibile fruire
di Oculus – Il riflesso del male grazie
alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme
streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei
cataloghi di Apple iTunes, Tim
Vision, Infinity+ e Prime
Video. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di
riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un
abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale
comodità e ad un’ottima qualità video. Il film è inoltre presente
nel palinsesto televisivo di venerdì 13
dicembre alle
ore 21:15 sul canale Italia
2.