Daniel Radcliffe è il protagonista indiscusso di un nuovo prodotto Amazon Prime. Dopo aver vestito i panni del maghetto nella saga di Harry Potter che lo ha portato al successo, Radcliffe è l’eroe di un fumettone nerd che combatte il male armato di tanta goffaggine e, suo malgrado, di due pistole. Diretto da Jason Lei Houden, Guns Akimbo è un concentrato di action adrenalinico e violenza, una storia di fantascienza ambientata in un futuro distopico, venata di uno humour goffo quanto il suo protagonista.
Guns Akimbo, la trama
Miles è uno sviluppatore di videogame che, quando non lavora, passa le giornate a lanciare commenti al vetriolo agli appassionati di Skism: persone che restano incollate a uno schermo a guardare uomini e donne che si uccidono come se fossero in un videogame, ma è tutto vero. Un gioco mortale e illegale in diretta streaming, in cui coppie di sfidanti combattono fino alla morte con ogni tipo di armi. Per il criminale ideatore di Skism, Riktor, Ned Dennehy, Miles è un disturbatore. Così lo costringe a entrare nel gioco: Miles si ritrova con due pistole inchiodate alle mani e ventiquattro ore per uccidere la sua avversaria Nix, Samara Weaving, o esserne ucciso. Inizia così la partita di Miles, una corsa affannosa contro il tempo, che da innocuo nerd in pantofole, lo trasforma in un vero combattente, non solo a parole e non solo dietro una tastiera, per salvare sé stesso e la sua ragazza, Nova, Natasha Liu Bordizzo, rapita da Riktor.
Guns Akimbo è critica?

La domanda che viene da porsi nell’affrontare la visione del film è: riuscirà a non crogiolarsi nel meccanismo che dice di voler denunciare? Il film propone uno scenario distopico, ma come tutte le distopie, per funzionare ha bisogno di non essere troppo lontano dalla realtà. Guns Akimbo sembra voler essere un monito, mostrare la deriva che si rischia se si continua a trascorrere più tempo davanti a uno schermo, rapiti da una realtà virtuale, che impegnati a vivere la vita reale, come spesso accade già oggi.
Ad esempio, Miles a un certo punto dice: “Non ricordo l’ultima volta che ho camminato per strada senza gli occhi sul telefono. È tutto così in HD!”. Tutti noi sappiamo quanto questa affermazione possa essere pericolosamente vicina al vero. Se gli ideatori di Skism sono criminali violenti senza scrupoli e i giocatori a loro volta psicopatici e criminali disposti a tutto, chi sembra uscirne peggio sono gli spettatori, che vogliono illudersi di stare guardando un videogioco, ma sono complici e anzi principali artefici di una trappola mortale ordita a colpi di visualizzazioni.
Compiacimento, visivo e non solo
Tuttavia, nonostante le enunciazioni e i nobili intenti, Guns Akimbo affonda le sue radici nel pieno di una contraddizione e dai suoi risvolti più orrendi, truculenti e feroci trae il suo appeal. Dal punto di vista visivo, il film mette in campo tutte le armi possibili, le stesse usate nei videogiochi, ne emula le tecniche per far presa sul pubblico, soprattutto nelle scene d’azione e combattimento, esasperandone l’aspetto di finzione attraverso il ralenti o effetti grafici da fumetto. Lo spettatore si trova così a guardare una violenza esibita, ma che sembra irreale e questo approccio lo induce all’indulgenza, anziché alla riflessione su come quello che sembra un gioco sia in effetti una tremenda realtà. Inoltre, il protagonista, un Radcliffe che ha conservato e se possibile accentuato l’ingenua espressione del maghetto Harry Potter , di fatto semina a sua volta morte, sebbene nei panni dell’eroe giustiziere. Il gioco non si ferma, il business neanche e a farla da padrona è sempre la violenza. A questa si attinge a piene mani per catturare lo spettatore. Il ritmo è frenetico, sparatorie ed esplosioni si susseguono, fiotti di sangue schizzano ovunque con assoluta gratuità.

Ciò che dovrebbe stemperare questa valanga di violenza è l’ironia, quelle venature di commedia, incentrate soprattutto sull’attitudine nerd del protagonista, sulla sua inadeguatezza al ruolo di eroe che si trova suo malgrado a ricoprire, che restano però circoscritte e ben poca cosa a fronte di una narrazione brutale e incalzante, scandita da una colonna sonora trascinante, fatta di classici rock reinterpretati in versione metal industrial, come Spin me round e Wild one (real wild child).
Guns Akimbo è un film stucchevole forse avvincente per gli amanti dell’adrenalina e del videogioco violento, per un pubblico di teenagers che difficilmente si soffermeranno sulla critica, e certo sono il target scelto per il film. Un’overdose di brutalità e ripetitiva per gli altri.

























Come già anticipato
nell’articolo che parla delle differenze tra libro e film de
Le Due Torri, è chiaro che anche qui ci
sono alcune cose che cambiano. Infatti il secondo libro della
trilogia termina con Frodo prigioniero degli orchi, dopo essere
stato punto da Shelob, Sam da solo, con l’Anello fuori alle porte
di Minas Morgul, mentre, dall’altro lato della Terra di Mezzo,
Aragorn, Legolas e Gimli, con Gandalf, si sono ricongiunti con
Merry e Pipino trai relitti di Isengard.
Il lavoro che Peter
Jackson fa nel costruire la rivalità tra Sam e Gollum, come
rappresentati di due accompagnatori complementari per Frodo, è
davvero mirabile, imbastendola sin dall’inizio. Nel libro, però,
Sam non si separa mai da Frodo, mentre nel film Gollum trama contro
lo “hobbit grasso” per separarlo da Frodo, e alla fine ci riesce,
tanto che Frodo si avventura da solo nella tana di Shelob e lì
viene ferito.
Nei romanzi c’è un intero
capitolo, alla fine de Le Due Torri, dedicato all’incontro della
compagnia con Saruman. Sembra strano a pensarci, ma in realtà è la
prima volta che incontriamo lo stregone votato al male nei libri,
perché le altre volte era stato solo evocato nei racconti. Nel film
lo vediamo sulla sua fortezza, Gandalf gli distrugge il bastone,
tuttavia lo vediamo anche assassinato da Grima Vermilinguo. La
caduta di Saruman dalla torre, causa anche la caduta del palantir
che viene raccolto da Pipino.
Il romanzo parte con
Theoden alla guida dei Rohirrim in marcia verso Gondor, con
Aragorn, Legolas, Gimli e Merry nelle sue schiere, mentre Gandalf e
Pipino sono andati avanti verso Gondor. Durante la traversata, i
Dunedain si uniscono all’esercito e suggeriscono ad Aragorn di
percorrere la strada del suo, verso la roccia nera di Erech, dove
c’è l’esercito dei morti che infranse un giuramento fatto a
Isildur. Quest’esercito maledetto risponderà solo alla chiamata del
vero re, per sfuggire alla sua condanna. Aragorn intraprende così
il cammino verso sud e indossa lo stemma di Gondor, l’albero
bianco, uno stemma ricamato da Arwen stessa che lo renderà
riconoscibile in quanto legittimo re agli occhi dei re dei
morti.
La battaglia nei campi
del Pelennor è più o meno simile nell’adattamento cinematografico
de Il Signore degli Anelli: Il Ritorno del Re, tuttavia la sequenza
successiva del romanzo si concentra molto sul potere di guarigione
del re Aragorn. A questo punto della storia, sia nel romanzo che
nel film, Aragorn ha abbracciato il suo destino, e si rivela in
quanto erede di Isildur. Lo fa confrontandosi con Sauron nel
palantir, ma lo fa anche guarendo tutti quelli rimasti feriti
durante la battaglia del Pelennor. In particolare guarisce anche
Faramir, Eowyn e Merry.
L’attraversamento della
terra di Mordor da parte di Frodo e Sam è più o meno simile tra
libro e film, tuttavia c’è un piccolo dettaglio che differisce.
Quando, quasi alla voragine del Fato, Gollum raggiunge di nuovo gli
hobbit, aggredisce prima Sam, poi Frodo indossa l’Anello e
sparisce. Gollum aggredisce Frodo invisibile e gli stacca l’Anello
dal dito.
In molti pensano che il
finale del Il Signore degli Anelli: Il Ritorno del Re sia troppo
lungo, o meglio che comprenda troppi momenti conclusivi, troppi
finali. La verità è che il romanzo ne contiene anche di più, perché
Tolkien ha dato spazio e un lieto fine a tutti i suoi
personaggi.
Alla fine di questo viaggio
tra i fotogrammi e le pagine, anche a distanza di un ventennio, si
può affermare senza ombra di dubbio che il lavoro di Peter
Jackson sul romanzo di Tolkien, con cambiamenti tagli e
aggiustamenti, è stato un prezioso percorso che ha ridato
visibilità ad una delle opere più importanti del ‘900, regalando a
più di una generazione il fascino del fantasy senza tempo.



















