Nel 2013, un incendio scoppiato
nella discoteca Kiss, nello stato brasiliano del
Rio Grande do Sul, causò la morte di 245 persone,
perlopiù giovani adulti. Per nove anni, i genitori delle vittime si
sono battuti instancabilmente per ottenere giustizia, dando vita a
un’associazione che ha cercato di tenere alta l’attenzione pubblica
e giudiziaria su una tragedia causata da gravi negligenze. La
miniserie brasiliana La notte che non
passerà ripercorre in forma romanzata le
conseguenze dell’incendio, concentrandosi sul dolore dei genitori
che hanno perso i figli, sul trauma dei sopravvissuti e sulla lunga
e complessa battaglia legale che ne è seguita. Pur ispirandosi a
fatti reali, la serie utilizza personaggi di finzione per
raccontare ciò che accadde prima e dopo il disastro.
La
storia inizia la notte del 26 gennaio, quando
centinaia di giovani si recano alla discoteca Kiss per una serata
di festa. Tra loro ci sono Mari, che festeggia il suo ventesimo
compleanno, Guilherme, arrivato da San Paolo per visitare la
sorella, Filipinho, legato alla sua famiglia ma desideroso di
divertirsi, Grazi, studentessa universitaria inizialmente indecisa
se uscire, e Fernando, impegnato con la tesi ma convinto dagli
amici a concedersi una pausa. La serata sembra perfetta: musica,
incontri, flirt e momenti di felicità inaspettata. La band che si
esibisce, i Guapos Baladeiros, anima il pubblico
con uno spettacolo che include effetti pirotecnici.
Durante l’esibizione, però, un
dispositivo pirotecnico accende la schiuma fonoassorbente del
soffitto. Le fiamme si propagano rapidamente, sprigionando un fumo
tossico. In un primo momento, molti presenti non capiscono cosa
stia accadendo e pensano a una rissa. Quando la situazione diventa
chiara, il panico esplode. Le guardie di sicurezza, invece di
facilitare l’evacuazione, bloccano le uscite chiedendo ai clienti
di pagare il conto prima di lasciare il locale. Solo sotto la
pressione disperata della folla il cancello viene forzato. Alcuni
riescono a fuggire, ma molti vengono intrappolati all’interno,
soprattutto nei bagni, scambiati per uscite di sicurezza.
I soccorsi arrivano
rapidamente, ma il numero delle vittime è enorme. Molti muoiono non
per le fiamme, ma per l’inalazione di fumi
tossici, in particolare cianuro, sprigionato dalla
combustione della schiuma del soffitto. Anche chi riesce a uscire
dal locale o a raggiungere l’ospedale spesso non sopravvive. Le
famiglie si riversano davanti alla discoteca e negli ospedali,
vivendo ore di angoscia nel tentativo di sapere se i propri figli
siano vivi. I corpi vengono allineati in una palestra per il
riconoscimento. Mari, ad esempio, muore in ospedale a causa delle
sostanze inalate, lasciando il padre devastato.
Le indagini della polizia rivelano
una catena di responsabilità. La discoteca operava con
permessi scaduti, aveva una sola
uscita, estintori non funzionanti o rimossi per motivi
estetici e materiali fonoassorbenti altamente infiammabili,
installati per ridurre il rumore senza rispettare le norme di
sicurezza. Il proprietario, Anderson Almeida Pargo detto Dede,
sostiene di non essere a conoscenza della pericolosità dei
materiali, ma emergono testimonianze che dimostrano il contrario.
Anche la band è ritenuta responsabile: i fuochi d’artificio
utilizzati contenevano polvere da sparo, e i musicisti ne
conoscevano i rischi. La tragedia appare sempre meno come un
incidente e sempre più come il risultato di negligenza
sistemica.
I genitori delle vittime,
indignati, fondano un’associazione per chiedere giustizia.
Contestano la decisione dei procuratori di classificare il fatto
come omicidio colposo e non come omicidio volontario con dolo
eventuale. Emergono documenti che dimostrano come il municipio
fosse a conoscenza di numerose irregolarità del
locale, senza però intervenire. Nonostante ciò, solo quattro
persone – i due proprietari della discoteca e due membri della band
– vengono formalmente incriminate, insieme ad alcuni vigili del
fuoco, mentre politici e funzionari pubblici restano esclusi dalle
accuse, suscitando la rabbia delle famiglie.
La battaglia legale si protrae per
anni, tra archiviazioni, scarcerazioni, pressioni istituzionali e
tentativi di screditare i familiari delle vittime. Alcuni genitori
vengono persino denunciati per diffamazione dai procuratori, ma
rifiutano di scusarsi e continuano a lottare. Grazie a un nuovo
avvocato, l’associazione riesce a dimostrare la fondatezza delle
proprie accuse e a ottenere, dopo oltre sei anni, un
processo con giuria popolare.
La notte che non
passerà, cosa è accaduto alla fine?
Nel dicembre 2021, a nove anni
dalla tragedia, i quattro imputati vengono condannati a pene
comprese tra 19 e 22 anni di carcere. Tuttavia,
dopo nove mesi, la sentenza viene annullata per vizi procedurali e
gli imputati tornano in libertà, in attesa di un nuovo processo. A
più di dieci anni dall’incendio, l’associazione delle famiglie
delle vittime continua a battersi per la verità e la giustizia.
La notte che non
passerà restituisce il senso di una tragedia non solo
umana, ma anche istituzionale, mostrando come errori, omissioni e
corruzione abbiano contribuito a una delle peggiori catastrofi
della storia brasiliana, lasciando famiglie ancora oggi senza
pace.