La saga di Rocky continua a ritmo serrato, anche dopo che Rocky stesso ha gettato la spugna, con Michael B. Jordan che torna nei panni di Adonis Creed in Creed III, l’ultimo capitolo di quello che potrebbe essere definito uno spin-off. Quanto a lungo potrà durare? Beh, pensate a questo: alla fine del nuovo film, Adonis si allena scherzosamente sul ring con la figlia in età scolare, e la bambina sembra già una potenziale campionessa. Chissà?
Tutto ebbe inizio nel 1976 con il film premio Oscar Rocky, in cui lo sceneggiatore e attore Sylvester Stallone creò l’iconico personaggio di Rocky Balboa, un pugile malconcio ma fiero, che viene ispirato dalla timida fidanzata Adriana Pennino (Talia Shire), dal fratello alcolizzato Paulie (Burt Young) e dal burbero allenatore/manager Mickey Goldmill (Burgess Meredith) a dare il massimo in un improbabile incontro con il campione dei pesi massimi Apollo Creed (Carl Weathers). Dopo diversi sequel, ora ci concentriamo su Adonis Creed, il figlio di Apollo, che ha sferrato il suo primo colpo sotto la guida di Rocky in Creed (2015). Il franchise conta nove titoli, eccoli classificati dal peggiore al migliore.
Rocky II (1979)
Il primo sequel del
franchise stabilisce in modo inequivocabile la formula per ogni
seguito con un numero romano: inizia con gli ultimi minuti del film
precedente, introduce una tragedia e/o un tracollo finanziario come
motivazione, concede ad Adrian ampio spazio per esprimere (o
urlare) la sua disapprovazione per le decisioni rischiose di Rocky
e si conclude – in netto contrasto con l’originale “Rocky” – con
una vittoria conquistata a fatica e senza opposizione per lo
Stallone Italiano. Purtroppo, pur attenendosi troppo fedelmente
alla sua formula vincente per un film di sicuro successo di
pubblico, Stallone (che subentra alla regia al premio Oscar John G.
Avildsen) offre poco più di una pallida imitazione del suo
predecessore. Ciononostante, è divertente notare quanto spesso
elementi di questo capitolo vengano ripresi negli episodi
successivi, tra cui “Creed” (in cui Rocky usa un pollo per allenare
Creed, proprio come Mickey usa un volatile per allenarlo qui) e
“Creed II”. (Rocky ricorda forse la sua proposta di matrimonio ad
Adrian in “Rocky II” mentre consiglia a Creed di chiedere la mano a
Bianca? Assolutamente sì.)
Rocky V (1990)
Persino alcuni dei fan
più accaniti del franchise, tra cui, a quanto pare, lo stesso
Sylvester Stallone, hanno liquidato il quarto sequel come
un’operazione commerciale eccessiva. Eppure, “Rocky V” merita
almeno qualche punto per essere il primo film della trilogia
iniziale a smettere di fingere che, nel mondo reale, gli incontri
sanguinosi di Rocky non sarebbero stati interrotti dagli arbitri
dopo, che so, il terzo round. Quindi, come fa questo film a fornire
l’inevitabile catarsi di un trionfale scontro alla Rocky? Ebbene,
in questo episodio a tratti emozionante – il primo in cui Rocky
appare nudo, mentre si fa la doccia dopo la violenta rissa di
“Rocky IV” con Ivan Drago – lo Stallone Italiano e la sua famiglia
tornano alle loro radici nel quartiere di Filadelfia dopo aver
dichiarato bancarotta (per la quale Paulie, ovviamente, merita
almeno un po’ di credito), e finiscono per allenare un ingenuo
emergente (Tommy Morrison) che (a) tradisce Rocky, (b) vince il
titolo dei pesi massimi, (c) non riesce ancora a uscire dalla lunga
ombra di Rocky e (d) sfida avventatamente il suo ex mentore a un
combattimento fuori dal bar preferito del nostro eroe. Tutto ciò
porta a una lunga rissa di strada che, nonostante i suoi eccessi
melodrammatici, è probabilmente il combattimento più realistico
dell’intera saga di “Rocky”. (Anche a favore del quarto sequel: lo
sceneggiatore e regista Stallone organizza un gradito ritorno di
Mickey Goldmill, interpretato da Burgess Meredith, anche se il
personaggio si era unito al Coro Invisibile in “Rocky III”.
Rocky III (1982)
Il successo rovinerà
Rocky Balboa? A quanto pare sì: dopo aver conquistato il titolo dei
pesi massimi in “Rocky II”, Rocky si evolve (o, forse più
precisamente, inverte la sua natura) in una superstar elegante e
raffinata che, per parafrasare un verso della canzone candidata
all’Oscar “Eye of the Tiger”, baratta la sua passione per la
gloria. Tuttavia, basta una dura batosta da parte dell’affamato e
promettente Clubber Lang (l’irritante e patetico Mr. T) perché lo
Stallone Italiano accetti la correttezza del giudizio del suo
allenatore Mickey Goldmill: “Ti sei civilizzato”. In un
ribaltamento, all’epoca sottovalutato, del cliché del salvatore
bianco che aiuta le persone di colore oppresse, l’ex avversario,
palesemente nero, Apollo Creed, interviene per preparare Rocky alla
rivincita, portando il nostro eroe in una palestra per un
allenamento di base insieme a – udite udite! – una moltitudine di
afroamericani. Paulie è scettico: “Non puoi allenarlo come un
pugile di colore, non ha ritmo!”, ma lo sceneggiatore e regista
Stallone minimizza saggiamente il razzismo a malapena celato del
personaggio. Curiosità: sebbene il pugile diventato attore Tony
Burton sia apparso in due precedenti film di “Rocky” nel ruolo del
trailer di Apollo, pronunciando nel primo film la memorabile
battuta “Non sa che è uno spettacolo! Pensa che sia un vero
combattimento!”, il suo personaggio, Duke, non è stato identificato
con il nome nei titoli di coda fino a questo film.


Quello che potrebbe
essere l’ultimo capitolo della saga ribalta la trama del mito
originale di Rocky: questa volta, lo sfavorito, dato per favorito
con un rapporto di un miliardo a uno, vince davvero il campionato
dei pesi massimi, ma dopo la vittoria si rivela, come avrebbe detto
Mickey Goldmill, “una persona molto pericolosa”. Sebbene il Rocky
Balboa di Stallone non compaia (né si senta) in questo film, Jordan
(al suo debutto alla regia) continua a portare avanti con
credibilità e competenza il ruolo di Adonis Creed, il pupillo di
Rocky, che ha riscosso un successo straordinario. Tre anni dopo il
suo ritiro dalla boxe, Creed si accontenta di allenare e ispirare
altri pugili, godendosi la bella vita con Bianca, sua moglie, ex
cantante e ora produttrice discografica, e Amara (Mila Davis-Kent),
la loro figlia. Ma proprio come gli ex pistoleri finiscono sempre
per dover imbracciare di nuovo le loro pistole, Adonis deve
indossare i guantoni e tornare sul ring per affrontare Damian
(Jonathan Majors), un vecchio amico la cui improbabile vittoria del
titolo dopo una lunga detenzione non placa il suo desiderio di
vendetta contro l’amico che considera un traditore. Le scene di
combattimento sono brutalmente efficaci (e, sì, decisamente più
realistiche di quelle di alcuni altri sequel di “Rocky”) e le
interpretazioni sono di prim’ordine da parte di tutto il cast.
Tuttavia, “Creed III” nel complesso si presenta come un’eccezione,
un dramma pugilistico che funziona egregiamente di per sé, ma non è
un vero film di “Rocky”, se mi spiego. Potremmo definirlo
l'”Halloween III” della saga, e non saremmo lontani dalla
realtà.
Verso la fine della
Guerra Fredda, lo sceneggiatore e regista Stallone ha acceso gli
animi proponendo inizialmente un incontro di esibizione tra il
pugile americano Apollo Creed e il pugile sovietico Ivan Drago
(Dolph Lundgren), apparentemente sovrumano, e poi, dopo che Drago
ha praticamente ucciso Creed sul ring, un incontro di resa dei
conti tra Rocky e il cattivo russo. “Rocky IV” è il primo film del
franchise a recidere completamente ogni legame con la realtà:
persino per gli standard del franchise di “Rocky”, lo scontro
finale tra Rocky e Drago risulta incredibilmente esagerato, con
quel tipo di spargimento di sangue che ci si aspetterebbe
normalmente da film su mostri armati di motoseghe. Ma la sua
sfrenata eccessiva e la sua sfrontatezza sono le chiavi del suo
fascino intramontabile. Ma non è finita qui: James Brown fa tremare
il pubblico con un’esibizione pre-incontro di “Living in America”
che potrebbe fungere da prova schiacciante e dimostrare in modo
convincente che la canzone dovrebbe diventare il nostro nuovo inno
nazionale.
Per molti fan del
franchise, questo sequel nominale di “Creed” del 2015 potrebbe
sembrare più una risoluzione a lungo attesa di “Rocky IV” del 1985,
con Adonis Creed (Jordan, ancora una volta impeccabile), il figlio
campione dei pesi massimi di Apollo Creed, che affronta il brutale
Viktor Drago (Florian Munteanu), figlio del pugile russo che ha
letteralmente picchiato a morte suo padre. Stallone riprende il suo
ruolo di Rocky invecchiato, un saggio segnato dalle battaglie,
all’angolo del giovane Creed; Tessa Thompson rende ancora una volta
Bianca, l’amata di Adonis, un personaggio più complesso di quanto
Talia Shire non sia mai stata concessa ad essere nei panni di
Adrian; e il film stesso offre una conclusione davvero
soddisfacente per ogni personaggio (sì, anche per Viktor e Ivan
Drago).
Per una parte
considerevole della sua durata, “
Stallone ha scritto i
primi sei film di “Rocky”, ne ha diretti quattro e ha interpretato
il protagonista in tutti, nell’arco di tre decenni. È difficile
pensare a una collaborazione altrettanto costante tra attore,
personaggio e creatore nell’intera storia del cinema – forse la
collaborazione tra François Truffaut e Jean-Pierre Léaud per il
ciclo di Antoine Doinel? – il che rende ancora più notevole ciò che
il regista/co-sceneggiatore Ryan Coogler e l’attore protagonista
Jordan riescono a realizzare in “Creed”. Il film funziona
straordinariamente bene sia come continuazione fluida di una
narrazione in corso, sia come avvincente introduzione a una nuova
saga, con il Rocky invecchiato di Stallone – inizialmente con
riluttanza, poi con entusiasmo – che passa il testimone a un nuovo
sfidante, Adonis Creed. Non ci sono dubbi, questa è la storia del
giovane pugile e il film di Jordan. Ma Stallone (che si è
guadagnato una meritatissima nomination all’Oscar per la sua
interpretazione) è un prezioso attore non protagonista, che ritrae
Rocky come un’eminenza grigia e scaltra che dà a Creed ciò che,
decenni prima, Mickey Goldmill aveva dato a lui: un incoraggiamento
schietto a tentare un’impresa quasi impossibile.
Dimenticate le imitazioni
e le parodie – e, sì, anche alcuni sequel di qualità inferiore –
che ha ispirato. E non importa che la sua trama, incentrata sulla
lotta contro ogni avversità, fosse già un po’ datata quando il film
uscì nelle sale nel 1976. “Rocky” rappresenta una confluenza quasi
miracolosa di attore e ruolo, emozione e manipolazione,
intrattenimento e spirito del tempo. In un’era post-Watergate di
cinismo e disillusione, Stallone e il regista John G. Avildsen
trovarono il modo di risollevare ed entusiasmare il pubblico
offrendo una fantasia edificante sotto le spoglie credibili di un
dramma realistico e crudo. Eppure, anche se “Rocky” è a tutti gli
effetti un prodotto del suo tempo, il suo fascino rimane
intramontabile. Non diversamente da “Casablanca”, vincitore anche
lui dell’Oscar come miglior film, ispira un’ammirazione che rasenta
il fanatismo: chiunque l’abbia visto può citare dialoghi memorabili
o descrivere un momento preferito. (Da notare la scena
splendidamente interpretata in cui il disperato Mickey Goldmill di
Burgess Meredith implora praticamente di diventare il manager di
Rocky.) Una riflessione che fa riflettere: se fosse uscito oggi
invece che ieri, “Rocky” sarebbe considerato una produzione
indipendente (un film a basso budget scritto e interpretato da un
attore caratterista praticamente sconosciuto) e probabilmente
verrebbe presentato in anteprima al Sundance o al SXSW. Ma avrebbe
– o potrebbe – ottenere lo stesso impatto?


















































