Amazon Prime Video presenta Welcome to
the Blumhouse, il nuovo progetto Amazon Studios &
Blumhouse Television che hanno fatto squadra per una serie di
quattro film, unici, inquietanti thriller, che mostrano storie di
genere originali con cast e filmmaker differenti. Tutti i film
saranno disponibili da Ottobre su Prime.
Ecco di seguito i trailer e i poster
dei film:
BLACK BOX
Directed By:
Emmanuel Osei-Kuffour Jr.
Teleplay by: Emmanuel Osei-Kuffour Jr. and
Stephen Herman
Story by: Stephen Herman
Starring: Mamoudou Athie, Phylicia
Rashad, Amanda Christine, Tosin Morohunfola, Charmaine Bingwa, and
Troy James
EVIL EYE
Directed
by: Elan Dassani and Rajeev
Dassani
Written by: Madhuri Shekar
Starring: Sarita Choudhury, Sunita Mani, Omar
Maskati, and Bernard White
Si è portato a casa l’Orso d’Argento
per la migliore interpretazione femminile all’ultimo Festival di Berlino, Undine, il nuovo film di Christian
Petzold, che arriva a due anni dall’ultimo La donna dello
scrittore. Con questo film, il regista tedesco si conferma
interessato a raccontare l’amore, ma questa volta assume una deriva
che potremmo definire, senza paura di essere smentiti,
fantastica.
La trama di Undine
Undine è ad un bar accanto al
Märkisches Museum di Berlino, dove lavora. Il suo compagno la sta
lasciando, ma lei non accetta la notizia, gli dice, con sguardo
spiritato: “Se mi lasci non potrai fare altro che morire”,
e poi va al lavoro, dicendo all’uomo di rimanere lì, lo raggiungerà
durante la sua pausa. Seguiamo la donna che arriva al museo, con
movimenti nervosi si cambia, conduce una visita guidata ad un
gruppo di visitatori, il suo compito è spiegare ai visitatori i
plastici che raffigurano la città nei suoi progressivi stadi
evolutivi, e poi scappa di nuovo al bar, dove il suo ormai ex
compagno non c’è più. Entra nel locale, sperando di trovarlo ai
servizi, ma di lui non c’è traccia. Qui viene raggiunta da
Christoph, uno dei visitatori del museo, che era rimasto ammaliato
dalla sua bellezza e della sua bravura nel condurre il tour.
Improvvisamente la donna si sente
chiamare, crede che sia un piccolo pupazzetto a forma di palombaro,
all’interno di un acquario, che senza preavviso esplode e travolge,
acqua, vetri e pesciolini, i due. Da questo momento in poi, le vite
di Undine e quella di Christoph si intrecciano.
Con grazia, Petzold intreccia realtà
e fantasia, disorientando lo spettatore, senza mai farci capire
bene su quale piano ci troviamo, un’affermazione di forte autonomia
e consapevolezza del racconto, che si svolge su due piani, quello
terrestre, in cui le vite dei protagonisti scorrono più o meno
normalmente, e quello subacqueo. Christoph infatti è un palombaro e
nelle sue incursioni nello Sprea, entra in contatto con pesci gatto
leggendari, creature marine fantastiche che hanno le sembianze di
Undine. Il nome stesso della protagonista rievoca una
mitologia nordica legata alle ninfe dell’acqua, per cui lei, con
gli occhi blu e i riccioletti color del rame assume a tutti gli
effetti le caratteristiche di una sirena che, con il suo amore
terribile e totale dà e prende la vita.
Undine, la ninfa del
fiume
Il film sembra dunque diviso tra un
realismo totale, legato alle contingenze della vita della nuova
coppia, e un’impalpabile velo di fantasia, che sembra caricare di
significato piccoli gesti, oggetti ed elementi del racconto. Due
entità che si fondono e si completano, in qualche modo, come le due
nature di Berlino, quella dell’Est e quella dell’Ovest che solo dal
’89 in poi hanno cominciato a mescolarsi, come la stessa Undine
spiega, nei suoi tour del museo.
Paula Beer
e Franz Rogowski sono una coppia insolita,
tanto è bella, eterea lei quanto particolare lui, e la loro
fisicità rispecchia i loro personaggi, uno legato alla terra,
nonostante il lavoro sbacque, l’altra legata all’acqua,
all’indefinito, al mistero. Undine è un film affascinante che
nell’insidioso ed originale incontro tra realtà e fantasia pone il
suo punto di maggiore interesse che, nel finale si scioglie in un
invito a “rimanere con i piedi per terra”, una soluzione realistica
e solida alle fantasie della vita.
A quattro anni dall’avventuroso e
magico Kubo e la Spada Magica, la Laika di
Travis Knight porta al cinema una nuova avventura
in stop motion, Mister
Link, diretto da Chris Butler e che
nel corso dell’ultima stagione cinematografica ha portato a casa
diverse soddisfazioni, come la nomination agli Oscar al miglior
film d’animazione e la vittoria, nella stessa categoria, ai
Golden Globes.
L’avventura di Mister Link
Sir Lionel Frost è
un esploratore britannico nell’epoca vittoriana. Sembra che il
nobile dalle maniere raffinate e il temperamento risoluto sia nato
esattamente nel periodo storico più propizio alla sua passione per
l’esplorazione e la scoperta, tanto che il suo più grande desiderio
è entrare a far parte di uno di quei club londinesi, per soli
uomini, che nel corso dei secoli hanno adunato scienziati e
ricercatori, ma che proprio non vogliono Mr. Frost. L’uomo è
avventato e progressista, appassionato e curioso, tutte qualità che
sembrano destabilizzare l’antico ordine di queste società. Da
avventuriero sognatore e impavido, Lionel si lancia alla ricerca
del mitico Sasquatch, più comunemente noto come Big Foot, convinto
che questa trovare questa creatura lo farà entrare nelle grazie
degli anziani membri del club. Non sa però che il suo viaggio
riserverà moltissime sorprese e che il suo semplice ritrovamento
dello Sasquatch sarà solo l’inizio di un’avventura che lo porterà a
capire finalmente qual è il suo posto nel mondo.
Trovare il proprio posto nel mondo
Già con Paranorman, Chris Butler
aveva raccontato la storia di un ragazzino che doveva imparare ad
accettare la sua diversità e doveva imparare a convivere con chi
parimenti non la accettava. In questa recensione di Mister Link
scopriremo come anche in questo nuovo lungometraggio, Butler voglia
far passare gli stessi concetti. Lionel Frost infatti è un uomo che
vuole a tutti i costi rientrare all’interno di uno schema
preesistente, perché crede di far parte di quel mondo, di
quell’ambiente e desidera per questo farne parte. A sorpresa anche
il Sasquatch, mitologico anello di congiunzione tra l’uomo e la
scimmia e per questo soprannominato Mister Link da Lionel, vorrebbe
ricongiungersi con la sua famiglia, gli Yeti, la sua specie che si
è trasferita in Asia, sui monti dell’Himalaya, perché nonostante
sia molto diverso da loro, pensa che quello sia il suo posto.
Mister Link e Lionel
Frost troveranno quindi insieme una strada alternativa,
che dimostra ancora una volta che spesso la famiglia di sangue non
è la famiglia degli affetti e che qualche volta bisogna abbracciare
il diverso per potersi sentire davvero a casa. Terzo personaggio di
spicco del film è la Adelina, una vecchia fiamma di Lionel, che
cerca l’avventura: donna risoluta e indipendente è determinata a
trovare il suo spazio all’interno di un’avventura tutta sua, senza
più seguire nessuno. Una liberazione più fisica che mentale, visto
che già quando ci viene presentata, Adelina è una donna moderna e
libera dalle convenzioni del tempo.
Una risata che fa bene al cuore
Il vero collante di Mister
Link, però, è l’ironia, lo scontro continuo tra le due
realtà, quella del rustico bestione dal cuore d’oro e quella del
lord inglese ben educato ma inesperto per quello che concerne i
rapporti con gli altri. Nello sporcarsi a vicenda, anche attraverso
divertenti dialoghi e scambi, i due troveranno la perfetta
dimensione personale e la sintonia con l’altro.
Come accade in ogni film di
avventura che si rispetti, anche in Mister
Link è il viaggio stesso, l’esperienza che è formativa
e rappresenta il vero traguardo, non la meta o la scoperta alla
fine di esso. E così Mister Link si candida ad essere un altro
gioiello, l’ennesimo nella scuderia Laika, una vera e propria opera
d’artigianato raffinatissimo, con un concept semplice ed
accattivante ed un lavoro su costumi e scenografie davvero
impeccabile. Uno sforzo produttivo e creativo lungo e dispendioso,
che però ha dato il suo scintillante frutto.
Da sempre la Disney cerca di
trasmettere attraverso le proprie opere dei valori positivi,
attraverso cui i propri spettatori possano crescere come individui
e cittadini migliori. Che piaccia o meno, il celebre studios sembra
infatti avere molto a cuore la realizzazione personale di ogni
essere umano. Con la docuserie Becoming – Questa è la
mia storia aspira così a compiere un ulteriore passo
in avanti a riguardo. Con un produttore esecutivo del calibro di
LeBron
James, oggi considerato il più grande giocatore di
basket in circolazione, e che ha fortemente voluto la realizzazione
di questo progetto, si può infatti entrare nella vita di alcune
note celebrità, scoprendone i loro segreti. La loro formazione, i
loro successi e anche gli ostacoli diventano così fonte di
ispirazione, materia con cui lo spettatore può sognare in grande. E
come diceva Walt Disney: se puoi sognarlo,
puoi farlo.
Disponibile sulla piattaforma
Disney+ a partire dal 18
settembre, la serie si compone di 10 episodi, ognuno di questi
dedicati ad una singola celebrità. Si va dal giocatore di football
Ron Gronkowski all’attore di Stranger
ThingsCaleb McLaughlin, dalla
giocatrice di basket Candace Parker alla cantante
Colbie Caillat. Ogni episodio segue il
protagonista di turno nella propria città natale mentre rivisita i
luoghi memorabili che sono stati fondamentali per la propria
educazione. Membri della famiglia, allenatori, insegnanti, mentori
e amici intimi condividono ricordi personali significativi di
queste star prima che raggiungessero il successo. Queste storie
raramente raccontate forniscono uno sguardo intimo nei momenti
centrali del viaggio di ogni celebrità che li ha portati a
diventare ciò che sono oggi.
La strada verso
il successo
L’aspetto interessante di
Becoming è che, salvo qualche nome, sceglie celebrità non
particolarmente blasonate, ottenendo da loro dei racconti inediti,
che seppur molto simili tra loro presentano inevitabilmente dei
particolari unici. In modo estremamente umile questi personaggi ci
conducono con loro nei luoghi in cui sono cresciuti, ci permettono
di entrare nelle loro case e ammirare i loro ricordi. Assume così i
toni di un vero e proprio viaggio nel passato, alla ricerca di quel
momento in cui le loro vite si sono trovate davanti ad un bivio.
Ognuna delle celebrità intervistate racconta infatti delle proprie
scelte, di come abbiano perseguito le loro ambizioni invece di
soffocarle. Ciò che forse è ancora più interessante, però, è notare
come la serie non tenti di oscurare i loro momenti difficili, ma
anzi li esalti.
Nei tre episodi visti in anteprima,
infatti, si ritrova l’elemento comune della caduta. Ognuno degli
intervistati si trova inevitabilmente a fare i conti anche con gli
aspetti più bui o dolorosi della propria celebrità. È così, ad
esempio, che l’attrice Ashley
Tisdale, celebre grazie alla serie Zack e Cody al
Grand Hotel, o per i film di High School Musical con
Zac
Efron, ricorda del suo momento di crisi. Una crisi
generata dalla paura per quella popolarità improvvisa, e che
sembrava soffocarla. Becoming dimostra allora l’umanità di
queste persone, troppo spesso idolatrate e considerate invincibili.
Se c’è qualcosa che questa serie può insegnare, non si ritroverà
nel come questi personaggi siano diventati celebri, ma nel come
abbiano saputo gestire la popolarità anche nei momenti più
difficili.
Becoming: la recensione
L’aspirazione a diventare qualcuno
al giorno d’oggi è sempre più diffusa, anche se molto spesso tale
ardente desiderio viene spento da fattori diversi. Il più comune è
quello relativo alla sensazione di non essere nati nel momento
giusto o al posto giusto. Becoming tenta invece di sfatare
anche questo mito, e per questo diventa fondamentale il ritorno a
casa delle celebrità intervistate. Vedere il loro luogo d’origine
permette allo spettatore di ritrovarsi nella loro semplice
quotidianità, di immedesimarsi e accorgersi di come anche loro
siano partiti da zero, costruendo sé stessi nonostante tutto e
tutti. Grazie a questi due elementi, la caduta e il ritorno a casa,
la serie riesce ad allontanarsi dal pericolo di diventare un
documentario didattico senza particolari segni distintivi.
Non meno importante, la sua breve
durata (complessivamente circa 25 minuti ad episodio) è un valore
aggiunto al tutto. Se da un lato rischia di dare alla puntata un
aspetto sbrigativo su alcuni aspetti, dall’altro certamente aiuta
nella sua fruizione. Mantenendo viva l’attenzione dello spettatore,
può così trasmettere al meglio il proprio messaggio. E se anche chi
guarda non avesse aspirazioni in nessuno degli ambiti trattati,
potrà comunque ritrovare preziosi insegnamenti, comunicati in modo
semplice ed efficace. Becoming, infatti, aspira a parlare
ad un pubblico più vasto possibile, in puro stile Disney.
L’uomo
delfino, il documentario diretto dal regista greco Lefteris
Charitos, che ripercorre la straordinaria storia di
Jacques Mayol, leggendario campione di immersione che
rivoluzionò il mondo dell’apnea con record di immersione di
oltre 100 metri di profondità, la cui vita è stata fonte
d’ispirazione per il film culto Le Grand
Bleu di Luc Besson, arriva nelle sale italiane il 5, 6
e 7 ottobre con Wanted Cinema.
Narrato da Jean-Marc
Barr, l’attore che ha interpretato il ruolo di Mayol nel film di
Besson, il documentario rivela il ritratto di un uomo che è
riuscito a superare i limiti del corpo umano e della mente, per
scoprire la più profonda affinità tra gli esseri umani e il mare e
lo fa grazie alle preziose testimonianze dei più stretti amici,
collaboratori e familiari dell’apneista, tra cui i suoi figli
Dottie e Jean-Jacques e i campioni mondiali di tuffi liberi Umberto
Pelizzari, William Trubridge e Mehgan Heaney-Grier.
L’uomo
Delfino – ha spiegato il regista – racconta la storia di un
uomo carismatico che ha diviso la sua vita tra terra e acqua,
portando consapevolezza sulla nostra affinità con il mondo
acquatico. Atleta, filosofo e avventuriero, Jacques Mayol ha
viaggiato in tutto il mondo, dal Mediterraneo al Giappone,
dall’India alle Bahamas, divulgando una visione olistica
dell’esperienza umana che si basa sul bisogno di riconnettersi con
la natura. Il film tratta questioni essenziali dell’esistenza
umana: la morte, i limiti del corpo, il ritorno alla natura, le
trappole dell’ambizione personale e della fama, l’equilibrio del
corpo e dell’anima attraverso la meditazione. Questi sono i temi
dominanti della vita di Mayol e che guidano la narrativa del
film.
Sarà inaugurata il 24 settembre a
Matera la mostra SASSI, NUVOLE E LUPI,
organizzata da APT Basilicata e dal Matera
Film festival (24-26 settembre 2020) e promossa da
Lucca Changes (Lucca Comics & Games) in
collaborazione con la SergioBonelli
Editore.
L’evento è dedicato alla città dei
Sassi, al fumetto Dampyr,
sceneggiato da Giorgio Giusfredi e disegnato da
Alessio Fortunato, e all’arte di Giuseppe
Palumbo.
Nel dettaglio la mostra si dividerà
in due spazi. Nello spazio principale saranno esposte in anteprima
alcune tavole de “Il licantropo di Matera” di Alessio
Fortunato e alcune tavole bonelliane di Giuseppe
Palumbo ambientate a Matera.
Nel secondo spazio invece saranno
esposte le tavole del libro PASOLINI1964 – Oltre Matera e il
Mediterraneo” di Maurizio Camerini, Alessandro
Manna e Giuseppe Palumbo.
La mostra fa parte della
programmazione ufficiale di Lucca Changes
l’edizione 2020 di Lucca Comics & Games (il festival più importante
in Europa dedicato al fumetto, al gioco, al videogioco, alla
narrativa fantasy, e alle serie TV) e si inserisce all’interno
dell’offerta proposta dai Campfire, di cui la
città di Matera fa parte. I campfire non sono altro che avamposti
sparsi su tutta la penisola, coordinati dallo staff centrale del
festival, con il duplice obiettivo di raggiungere i fan
appassionati di fumetti e giochi che quest’anno non potranno
raggiungere Lucca e coinvolgerli in attività pensate esclusivamente
per loro stringendo i rapporti con le realtà locali che sono per
loro un riferimento durante tutto l’anno. L’offerta culturale si
arricchisce in questo caso proprio grazie alla collaborazione con
un editore partner come la Sergio Bonelli Editore.
Grazie alla partnership stretta con
APT Basilicata e il Matera Film Festival sarà possibile partecipare
fisicamente all’evento, ai talk e agli incontri.
Una collaborazione unica quella tra
la città di Lucca e di Matera, entrambe conosciute per il loro
patrimonio artistico e culturale, che sottolinea l’importanza di
fare rete per valorizzare opere d’arte e artisti del nostro
Paese.
Di seguito il programma
dettaglio dell’evento:
24 settembre – 1°
novembre
Exhibition Matera SASSI, NUVOLE E
LUPI
“Due artisti Bonelli a Matera – Palumbo e Fortunato”
Spazio Basilicata Openspace (P.zza Vittorio Veneto,
Matera)
24 Settembre, ore
11.00
Inaugurazione mostra SASSI, NUVOLE E LUPI apertura del
Matera Film Festival Intervengono direttore
APT, disegnatore Dampyr
Creative Director MFF, Produttore e Presidente onorario MFF.
26 Settembre, ore
18.00
Talk dal vivo con gli ospiti
Alessio Fortunato, Giuseppe
Palumbo, in collegamento streaming da Lucca
Giorgio Giusfredi, sceneggiatore e co-curatore
editoriale Dampyr e Emanuele Vietina, direttore di
Lucca Comics & Games.
Arriva in sala dal 17 settembre il
nuovo lavoro di Matthieu Delaporte e
Alexandre De La Patellière, registi di
Cena tra amici, la scoppiettante commedia
corale che era stata un successo del 2012, tratta dalla pièce
teatrale scritta dagli stessi autori, Le Prénom, che aveva
dato luogo anche ad una versione italiana molto apprezzata:
Il nome del figlio, di Francesca
Archibugi.
I due registi tornano dietro la
macchina da presa dopo essere stati autori di teatro e di numerose
sceneggiature per il cinema. Scelgono di nuovo Patric
Bruel, che era stato tra i protagonisti di
Cena tra amici, e vi affiancano,
lavorandovi per la prima volta, uno dei più noti volti della
commedia francese contemporanea, Fabrice Luchini –
ha lavorato tra gli altri con Éric Rohmer,
Claude Lelouch e Patrice Leconte.
Con Bruel ha condiviso un progetto cinematografico molti anni fa
(P.R.O.F.S di Patrick
Schulmann). Si dà vita così a una commedia sull’amicizia,
la morte e la vita. Tre elementi che erano stati al centro di altri
efficaci lavori cinematografici come lo spagnolo Truman
– un vero amico è per sempre con la coppia
Ricardo Darín e Javier Cámara.
Anche questo aveva trovato un adattamento italiano in
Domani è un altrogiorno, protagonisti Marco
Giallini e Valerio Mastandrea.
Il meglio deve ancora
venire, la trama
Arthur, Fabrice
Luchini, e César, Patric Bruel, sono
amici dai tempi della scuola. Quando, per caso, Arthur scopre che
César ha un cancro all’ultimo stadio, non sa come dirglielo ed è
talmente in ansia che, nel momento fatidico, si confonde e lascia
intendere all’amico di essere lui il malato terminale. Anche perché
César gli ha appena detto di essere al settimo cielo e che sta per
diventare padre. Da quel momento César si trasferisce da Arthur e i
due decidono che insieme cercheranno di esaudire i desideri
reciproci e di vivere la vita mettendosi realmente in gioco, fino
all’ultimo giorno che gli resta da condividere. Tra equivoci,
dolore e risate, saranno sorpresi da imprevisti e nuove
scoperte.
Delaporte e De La
Patellière omaggiano la commedia francese anni ’70
Sono gli stessi registi ad aver
dichiarato di aver fatto riferimento alla commedia francese anni
’70 ed in particolare a registi come Francis Veber
– il suo La capra con
Gerard Depardieu e Pierre Richard
– e l’Yves Robert di Certi
piccolissimi peccati, protagonista
JeanRochefort. Per quel che
riguarda gli attori che avevano in mente mentre elaboravano il
progetto del film, i riferimenti vanno da Yves
Montand – il nome César è un omaggio all’omonimo
personaggio interpretato da Montand in
E’ simpatico ma gli romperei il muso di
Claude Sautet – appunto a
Rochefort. Non manca poi la commedia all’italiana
e quella commistione di comicità, amarezza e anche tragedia,
tipiche del genere. Su tutte, il capolavoro di Dino
Risi, Il sorpasso, con uno
straordinario Vittorio Gassman, che però non
sarebbe stato così efficace senza il suo contraltare
Jean-Louis Trintignant. Ecco, dunque, chiarirsi
l’idea di commedia amara, che si nutre di contrasti, a cui
pensavano Delaporte e De La Patellière quando hanno immaginato il
film. I due cercavano perciò una coppia di attori che fosse il più
possibile esplosiva, ricca di sorprese.
Due penne raffinate e
puntuali con qualche soluzione un po’ troppo facile
La ricerca della verità, della
spontaneità è un cardine del lavoro, che traspone in parte il forte
legame d’amicizia tra i due registi e prende spunto anche da reali
problemi di salute patiti da Matthieu Delaporte.
Nel mettere a punto la sceneggiatura, i due hanno cercato un
costante equilibrio tra commedia e dramma, con la dominante della
commedia, ma con frequenti cambi di tono. Loro stessi affermano che
si tratta di “un film sulla parola”, su ciò che viene
detto o non detto, sull’idea di proteggere le persone a cui si
vuole bene, dicendo o non dicendo qualcosa. I dialoghi sono
efficaci, in un continuo botta e risposta dei protagonisti, due
anime complementari. Questo, unito alla bravura degli interpreti e
alla loro facilità nel passare dal registro comico al drammatico e
vice versa, fa si che il lavoro sia godibile ed abbia un buon
ritmo.
Tuttavia, da due penne raffinate
come Delaporte e De La
Patellière, ci si poteva aspettare qualcosa di più nel
costruire il dipanarsi della vicenda, che sa sorprendere con un
twist nella trama, portatore di un cambio di prospettiva e di un
supplemento di riflessione, ma nel finale scivola verso alcune
soluzioni un po’ troppo facili, dissonanti rispetto allo spessore e
all’approfondimento sui legami e le relazioni umane fondanti della
vita che gli autori avevano dimostrato nel resto della pellicola.
In particolare, risente di ciò l’evoluzione del rapporto fra César
e il padre, interpretato da Jean-Marie Winling,
come quella della relazione tra Arthur e Randa, Zineb
Triki, che lo accompagna in questo percorso nella
malattia. Sorprende invece.
Una buona alchimia tra gli
interpreti
Colonna portante del film è il cast,
ben assortito e dove tutti appaiono in parte. L’alchimia
della coppia Luchini-Bruel funziona e riesce a dare vita a un
fecondo contrasto tra la vitalità quasi infantile del
personaggio di Bruel e la prevedibilità timorosa,
ma anche rigorosa e affidabile di Arthur. Anche le interpreti
femminili danno il loro contributo. Zineb Triki
interpreta con sensibilità e inaspettata levità il personaggio di
Randa, mentre Pascale Arbillot è una buona
Virginie, grande amore, finito, di Arthur e ora sua affettuosa
amica, oltre che madre della loro figlia Julie, Marie
Narbonne.
Nella colonna
sonora di Jérome Rebotier spiccano i
brani dei Cure e dei Pink Floyd,
che ben accompagnano la spensieratezza del personaggio di
Cesar. Il meglio deve ancora venire
resta una commedia piacevole che riesce a far sorridere della morte
con la scanzonata vitalità e le inattese goffaggini dei suoi
protagonisti, celebrando la vita e l’amicizia nelle forme più
semplici e autentiche.
Nei giorni scorsi abbiamo appreso
la
notizia che Jonathan Majors (star della serie
Lovecraft Country) interpreterà l’antagonista principale
di Ant-Man 3, ossia Kang il
Conquistatore. In attesa di sapere di più sulla trama del
film e sul ruolo del personaggio creato da Stan
Lee e Jack Kirby nel terzo capitolo dedicato alle
avventure di Scott Lang,
Screen Rant ha raccolto tutto ciò che bisogna sapere su
Nathaniel Richards per meglio prepararsi al suo debutto nel
MCU:
Alcune precisazioni sul Multiverso
I film di Ant-Man
hanno impostato il concetto di viaggio nel tempo all’interno del
MCU introducendo il Regno Quantico,
“una realtà in cui lo spazio e il tempo diventano irrilevanti”.
Tale concetto è diventato centrale in Avengers:
Endgame, con Tony
Stark che ha capito come sfruttare proprio quel Regno Quantico
per tornare indietro nel tempo. Ciò ha permesso ai Vendicatori di
annullare lo schiocco di Thanos, ripristinando metà della vita nell’universo e
permettendo finalmente agli eroi di sconfiggere il Titano
Pazzo.
È diventato quindi chiaro che il
Multiverso, un concetto che abbraccia sia il tempo che il viaggio
dimensionale, sarà la chiave della Fase 4 del MCU. In tal senso, il
titolo ufficiale del sequel di Doctor
Strange è abbastanza indicativo:
Doctor Strange in the Multiverse of Madness.
Parallelamente, l’annunciata serie Disney+ dedicata a Loki vedrà il
Dio dell’Inganno provenire da una linea temporale alternativa.
Inoltre, le foto dal set dello show hanno anticipato l’arrivo della
Time Variance Authority, un’organizzazione che nei fumetti si
occupa di controllare proprio i viaggi nel tempo e le timeline
alternative.
Fatte queste premesse assolutamente
necessarie, non sorprende che il MCU stia per introdurre un cattivo
tanto complesso come quello di Kang il Conquistatore, dal momento
che la sua peculiarità è per l’appunto quella di poter viaggiare
nel tempo.
Le origini di Kang
I viaggi nel tempo sono una
faccenda piuttosto complicata. Sfortunatamente, questo significa
che molti personaggi che viaggiano nel tempo hanno retroscena
altrettanto complessi. Nei fumetti, Kang il Conquistatore è l’alter
ego di Nathaniel Richards, un antenato di Reed Richards e Sue Storm
dei Fantastici Quattro. È nato nel 30° secolo, un’epoca in cui il
mondo era consumato dalla violenza; Kang ha portato la pace
conquistando il pianeta. Quando ottenne l’accesso ad una macchina
del tempo, Kang iniziò ad espandere la sua conquista nel corso
della storia, assumendo spesso altre identità come Immortus, il
Centurione Scarlatto o il Faraone Rama-Tut.
Il viaggio nel tempo di Kang lo
trasforma essenzialmente in un complesso evento spazio-temporale a
sé stante, con le linee temporali che sono cambiate molte volte
grazie a lui. Si preoccupa poco delle leggi del tempo e ha spesso
interagito con la sua storia personale. In diverse occasioni
qualcosa è andato storto, dal momento che il suo io adolescente era
sconvolto dal suo futuro e ha tentato di cancellarlo viaggiando
indietro nel tempo e fondando gli Young Avengers in qualità di Iron
Lad. Tutte le diverse identità di Kang – Immortus, Rama-Tut e così
via – si sono frammentate e sono diventate esseri quasi diversi a
pieno titolo. Non è insolito per una storia di Kang vedere due
diverse versioni del viaggiatore nel tempo che si scontrano.
I poteri di Kang
Kang il
Conquistatore ha origine nel 30° secolo, un periodo in cui
l’umanità aveva già imparato a migliorare le sue qualità fisiche,
come forza e velocità. In quanto tale, è già oltre il tradizionale
picco umano, agendo facilmente ai livelli di super soldati moderni
come Capitan America. Discendente di Reed Richards, Kang è un genio
senza precedenti ed è anche un eroe tattico estremamente abile. È
stato in grado di conquistare tuto il 30° secolo e di estendere la
sua conquista nel tempo in una dimensione nota come Limbo, una
sorta di luogo analogo al Regno Quantico nel MCU. Sfortunatamente,
la più grande forza di Kang – la sua determinazione implacabile e
la sua volontà indomabile – è spesso anche la sua più grande
debolezza. Non può accettare una sfida senza voler sconfiggere il
suo avversario, e in un’occasione la sua tenacia – ha viaggiato
costantemente indietro nel tempo per combattere più e più volte la
stessa battaglia contro Ultron – ha quasi distrutto l’intero
Multiverso, frantumando il tempo e lo spazio.
Kang indossa una potente armatura
da battaglia e ha accesso a tutte le armi della storia, comprese
alcune di quelle create dopo il 30° secolo e che ha intravisto
attraverso i viaggi nel tempo. Ha incorporato la tecnologia di
evocazione nella sua armatura, permettendogli di entrare in
possesso di qualsiasi arma che ritenga necessaria durante il flusso
temporale. Inoltre, Kang viaggia attraverso la storia per reclutare
i più grandi guerrieri, sconfiggendoli in combattimento o
reclutandoli nel suo esercito. Ovviamente preferisce essere il
leader.
L’interprete di Kang nel MCU
Jonathan
Majors, star della serie Lovecraft Country, è stata
scelta per interpretare Kang il Conquistatore in Ant-Man
3. La Marvel deve ancora renderlo ufficiale, ma fonti vicine
allo studio hanno suggerito che Kang sarà uno dei principali
cattivi del sequel, anche se alcuni indizi suggeriscono che il
personaggio sarà molto diverso dalla controparte cartacea.
La cosa potrebbe avere un senso,
dal momento che il Kang dei fumetti è un personaggio
incredibilmente complesso, dal momento che il tempo si è
sostanzialmente frantumato intorno a lui, creando innumerevoli e
diverse incarnazioni dello stesso. Majors è una stella nascente, e
oltre alla serie Lovecraft Country ha recitato anche in Da 5 Bloods di Spike Lee. La Marvel sarà senza dubbio
lieta di aggiungere l’attore alla grande famiglia Marvel.
Il ruolo di Kang nel futuro del MCU
Peyton Reed ha lavorato alla
sceneggiatura di Ant-Man 3 durante la pandemia, ma ovviamente in
questo momento sta ancora cercando di essere il più criptico
possibile sul film.“Penso che il terzo film di Ant-Man sarà… un
film molto più grande e articolato dei primi due”,
aveva dichiarato il regista. “Avrà un modello visivo molto,
molto diverso. Questo è tutto quello che posso
dire”. Tuttavia, per quanto grandi possano essere le
ambizioni di Reed per Ant-Man 3, è lecito ritenere che
Kang apparirà sì come antagonista principale di quel film, ma non è
escluso che possa giocare un ruolo ancora più importante come
cattivo ricorrente all’interno del MCU, diventando quindi una sorta
di Thanos delle prossime fasi. Dato che Majors è già stato scelto
per la parte, è possibile che possa apparire anche prima di
Ant-Man 3, magari proprio nella serie dedicata a Loki.
In Captain
America: Civil War, Visione ha giustificato gli Accordi di
Sokovia spiegando che avrebbero rappresentato una vera sfida per i
Vendicatori. Avengers:
Endgame potrebbe anche aver segnato la fine per i
personaggi di Tony Stark e Steve Rogers, ma ci osno ancora
innumerevoli personaggi che un personaggio come Kang non vedrebbe
l’ora di sfidare. Captain Marvel era abbastanza potente da
abbattere il Sanctuary-II e sconfiggere Thanos; Thor brandisce
un’arma con il potenziale per distruggere i pianeti; il MCU sta per
introdurre gli
Eterni, esseri i cui poteri superano quasi tutto ciò che
abbiamo visto nell’universo condiviso fino ad oggi. È facile
immaginare, quindi, che Kang decida che la Terra del 21° secolo sia
pronta per la conquista, iniziando ad orchestrare la caduta degli
Eroi più potenti del Pinaeta. Se tutto ciò dovesse essere
confermato, Jonathan Majors si è appena guadagnato il ruolo del
prossimo grande cattivo del MCU.
Si è parlato moltissimo di questo
progetto, il visual album di Beyoncé prodotto dalla Parkwood Entertainment
disponibile su Disney+ da fine luglio. Il
progetto è basato sulle musiche di The Lion King: The
Gift, ricordiamo che la stessa Queen B ha
fatto parte del live action lo scorso anno, ed è una reinvenzione
dei temi dell’iconico film Disney per guidare i giovani di oggi in
un viaggio alla ricerca di se stessi e del proprio paese dove
essere re e regine.
È il primo esperimento del genere
per Beyoncé, abituata ai successi, che è stato una sfida anche dal
punto di vista produttivo. Il film, infatti, è stato girato in
diverse location, la fotografica si concentra su personaggi e
paesaggio per sottolinearne la bellezza e l’importanza. Si va
dall’Africa a Londra, da New York a Los Angeles fino in Belgio per
vedere danzare l’incredibile gruppo di ballerini e attori, ognuno
volto a valorizzarne il proprio paese.
La produzione è durata più di un
anno e si avvale della collaborazione di persone note all’entourage
dell’artista come il co-regista Kwasi Fordjour,
che abbiamo avuto il piacere di intervistare e chiedergli come è
stato partecipare a questo incredibile progetto.
Intervista a Kwasi Fordjour, co-regista di Black is King
Com’è il tuo rapporto con
Beyoncé e come è cambiato in tutti questi anni?
“La nostra collaborazione
lavorativa non fa che crescere e evolvere perché siamo sempre alla
ricerca di qualcosa di nuovo, facciamo molto brainstorming e siamo
molto creativi”
È difficile lavorare con
lei?
“No assolutamente, è una
visionaria, è appassionata in tutto quello che fa, ti spinge a dare
sempre il meglio e non ci sono mai stati problemi”
Cosa ti è piaciuto di più di
questo progetto?
“La cosa che più amo di questo
progetto è sono i messaggi che contiene, quelli del rispetto, delle
tradizioni, dei nostri antenati, è un racconto di maturità,
riguarda tutti gli adulti e i bambini che stanno cercando loro
stessi all’interno di un nucleo, e l’essere collegati a Il Re Leone
che ha una storia così iconica e universale è la mia parte
preferita”
Che ricordo hai de Il Re
Leone?
“Ricordo di averlo visto con mia
madre che stava piangendo moltissimo, avrò avuto sei o sette anni,
la guardavo e non riuscivo a capire perché piangesse in quel modo,
l’ho realizzato lavorando a questo progetto. È il mio ricordo più
dolce, realizzare che impatto questa storia possa avere per più di
una generazione”
Come siete riusciti a
costruire il progetto?
“Non è stato facile, tutto è
iniziato nel giardino di Beyoncé negli Hampton, quello che avevamo
era un obiettivo e dei messaggi da voler comunicare, abbiamo
iniziato a confrontarci con registi di tutto il mondo per espandere
la nostra visione e poi poter unire tutto insieme. Ne abbiamo
parlato per ore ci siamo confrontati su tutto”
Hai avuto
paura?
“Nel momento no, perché quando
lavori con persone splendide, positive, che hanno un obiettivo non
pensi al progetto in se e per se, pensi al messaggio che vuoi
comunicare, è stato un vero lavoro d’amore. Ora ti guardi
indietro e pensi Wow, ce l’abbiamo fatta” ma sul momento no, non ho
avuto paura”
È un anno difficile per
tutti noi e con le proteste che stanno verificandosi per tutto il
mondo viene da chiedersi, cosa si può fare per cambiare la mente
delle persone?
“Per me tutto inizia in casa, il
modo in cui cresci i tuoi figli, consentirgli, a prescindere dalla
razza, di guardare prodotti come Black Is King, perché ti forza e
ti insegna a comprendere il valore di persona con tradizioni e
eredità culturali differenti dalle tue, una volta compreso quello
capisci che siamo tutti uguali, con gli stessi traumi, la stessa
storia e nessuno è migliore di chi gli sta seduto accanto. Siamo
tutti sullo stesso pianeta.”
Un film può essere
d’esempio?
“Credo che l’educazione possa
esserlo, non solo un film.”
Colin Trevorrow ha
rilasciato una nuova intervista a
Premiere in cui ha parlato delle riprese di Jurassic
World: Dominion e del rapporto con il cast originale
di Jurassic Park, che come sappiamo ormai da
diverso tempo tornerà per il nuovo capitolo della saga dedicata ai
dinosauri.
Jurassic
World: Dominion è stato uno dei primi blockbuster di
Hollywood a tornare in produzione dopo lo stop causato dalla
pandemia di Covid-19. A proposito delle riprese, Trevorrow ha
spiegato: “Siamo perfettamente in linea con il programma.
Ovviamente, non è facile girare in queste condizioni. Stiamo
lavorando tutti in maniera disciplinata, mantenendo le distanza e
portando le mascherine. La Universal e i produttori hanno messo a
disposizione tutto il necessario. Quindi, nonostante lo slittamento
a causa della pandemia, siamo comunque nei tempi previsti. Si
tratta di una produzione enorme e naturalmente non abbiamo ancora
finito. Mancano ancora un bel po’ di settimane.”
Per quanto riguarda, invece, il
lavoro con Sam Neill,
Laura Derne
Jeff Goldblum, ha dichiarato: “Avere la
possibilità di dirigere il trio originale di Jurassic Park insieme
agli attori di Jurassic World è la cosa più emozionante che potesse
capitarmi. Non so se riuscirò mai a fare qualcosa di meglio! C’è
davvero tantissima comprensione sul set… almeno tra gli attori,
perché potrebbe non essercene invece tra i personaggi!”
Attore di grande fama e talento,
Adrien Brody è senza dubbio uno dei migliori
interpreti della sua generazione. Nel corso della sua carriera ha
dato prova di grande versatilità, nonché di poter dar vita a
personaggi notoriamente complessi. In breve tempo ha così raggiunto
i massimi onori dell’industria hollywoodiana, affermando sempre di
più il suo status. Oggi Brody continua a recitare in titoli di
grande rilievo, fornendo sempre performance di grande
intensità.
Ecco 10 cose che non sai di
Adrien Brody.
Adrien Brody: i suoi film
10. Ha recitato in noti
lungometraggi. L’attore debutta al cinema con il film ad
episodi New York Stories (1989), per poi conoscere maggior
popolarità grazie a Piccolo, grande Aaron (1993),
Bullet (1996), L’ultima volta che mi sono
suicidato (1997), e La sottile linea rossa (1998),
con Sean
Penn. Recita poi in S.O.S. Summer of Sam
(1999), e Bread and Roses (2000). La consacrazione arriva
però grazie a Il pianista (2002), che lo rende famoso in
tutto il mondo. Da quel momento inizia a prendere parte a celebri
film come The Village (2004), King Kong (2005),
con JackBlack, Il treno per Darjeeling
(2007), Giallo (2009), Splice
(2010), Predators
(2010), Detachment – Il
distacco (2011), Midnight in
Paris (2011), con Owen
Wilson, Third Person
(2013), con Olivia
Wilde, Grand Budapest Hotel (2014), con
Ralph
Fiennes, Shiraz – La città delle rose
(2015), Bullet Head (2017), The Bombing (2018) e
The French Dispatch (2020), con Bill
Murray.
9. Ha preso parte a celebri
serie televisive. Negli ultimi anni Brody si è distinto
anche per aver recitato in alcune note serie televisive, come
Houdini (2014), dove interpreta il celebre mago. Celebre è
poi il suo Luca Changretta, mafioso giunto in Inghilterra per
uccidere la famiglia Shelby in Peaky Blinders
(2017), con Cillian
Murphy. Prossimamente tornerà in televisione grazie
alla serie horror Chapelwaite, nel ruolo del protagonista
Charles Boone, il quale si troverà a dover combattere contro
un’antica e malvagia maledizione che tormenta la sua famiglia da
secoli. La serie è basata sul racconto Jerusalem’s Lot del
celebre scrittore del brivido Stephen King.
Adrien Brody agli Oscar
8. Detiene un primato con il
premio Oscar. A definitiva consacrazione del successo
ottenuto con il film Il pianista, dove l’attore interpreta
Wladyslaw Szpilman, un pianista riuscito a sopravvivere agli orrori
della guerra grazie alla sua arte, Brody arriva ad ottenere una
nomination ai premi Oscar come miglior attore. Nonostante
l’agguerrita concorrenza in categoria di attori del calibro di
Michael Caine,
Nicolas Cage,
Daniel
Day-Lewis e Jack
Nicholson, Brody riesce a vincere il premio. Allo
stesso tempo Brody stabilisce un significativo primato divenendo,
all’età di 29 anni, il più giovane interprete a vincere in quella
categoria.
7. Diede vita ad un
imprevisto bacio. Al momento della vittoria dell’Oscar,
Brody corse sul palco e diede un profondo bacio in bocca alla
presentatrice della categoria, l’attrice Halle
Berry. Il momento destò parecchio clamore sul momento,
e con il tempo venne confermato che tale bacio non era
assolutamente previsto. L’attore aveva infatti manifestato in modo
“originale” l’entusiasmo per la propria vittoria. Ad oggi,
tuttavia, tale evento è da molti considerato un brutto episodio
nella storia degli Oscar, specialmente considerati i numerosi
discorsi sulle molestie usciti negli ultimi anni. La Berry,
tuttavia, non si è mai pubblicamente lamentata di ciò.
Adrien Brody in Peaky Blinders
6. Si è ispirato a figure realmente conosciute.
Per dar vita allo spietato Luca Changretta in Peaky Blinders, l’attore ha affermato di
aver scavato nella propria memoria, andando a riesumare vecchie
personalità conosciute durante l’adolescenza. Brody, infatti, è
cresciuto nel quartiere Queens, dove risiedevano numerose persone
associate alla criminalità organizzata. L’attore, per tanto, ha
basato molto del suo personaggio sui ricordi che aveva di queste
figure, dal loro modo di parlare a quello di agire. Per poter poi
risultare più realistico lì dove la memoria lo abbandonava,
l’attore ha semplicemente svolto delle ricerche sui maggiori
gangster statunitensi.
Adrien Brody in Il Pianista
5. Ha imparato a suonare il
piano. Scelto per il complesso ruolo del personaggio
protagonista, Brody si è da subito dichiarato disponibile ad
imparare realmente a suonare il pianoforte. Ciò gli ha permesso di
evitare l’utilizzo di controfigure, e così facendo ha potuto
calarsi ulteriormente nei panni del sofferente personaggio. Le
numerose scene in cui lo si vede suonare, dunque, non sono finte.
Sono piuttosto il frutto di ore e ore di intenso studio, che ha
permesso all’attore di poter eseguire anche i brani più complessi
previsti dal copione.
4. È dimagrito
molto. Deciso a voler rendere quanto più possibile
realistico il suo ritratto del protagonista, che si trova a
soffrire la fama e la sete tra gli orrori della guerra, Brody si è
sottoposto per un periodo ad una ferrea dieta. L’attore, infatti,
per sei settimane ha mangiato soltanto uova per colazione, un
piccolo pollo a pranzo e del pesce per cena. Ciò gli ha permesso di
passare da un peso di 73 chili ad uno di 59 chili, assumendo dunque
un aspetto particolarmente emaciato e denutrito.
Adrien Brody: la sua vita privata e
il naso
3. Ha avuto fidanzate
celebri. L’attore è sempre stato piuttosto riservato sulla
propria vita privata, ma in diverse occasioni non ha mancato di
farsi vedere in pubblico in compagnia delle proprie fidanzate. La
prima di cui si hanno notizie è Michelle Dupont, operante
nell’industria della musica, con cui ha avuto una relazione dal
2003 al 2006. Successivamente, l’attore è stato legato dal 2006 al
2009 con l’attrice Elsa
Pataky. Nel febbraio del 2020, invece, viene riportato
il suo legame con l’attrice Georgina Chapman.
2. È noto per il suo
naso. Il tratto forse più caratteristico del volto
dell’attore è il suo naso, dalla conformazione insolita. Ciò è in
realtà dovuto ad una serie di incidenti di cui l’attore è stato
vittima nel corso degli anni. Il primo di questi avvenne nel 1992,
quando mentre si trovava in moto si trovò a scontrarsi contro
un’auto, rompendosi così diverse ossa tra cui il naso. Brody, in
seguito, si è nuovamente rotto tale parte del volto a causa di
alcune acrobazie compiute sui set di alcuni suo film. L’attore,
infatti, non voleva che venissero utilizzate controfigure, ma
girare personalmente le scene in questione si rivelò per lui
fatale.
Adrien Brody: età e altezza
1. Adrien Brody è nato a New
York, Stati Uniti, il 14 aprile del 1973. L’attore è alto
complessivamente 183 centimetri.
Protagonista di celebri serie
televisive, Diane Guerrero si è in pochi anni
guadagnata la fama di attrice versatile e di talento, sempre pronta
a nuove sfide. Attualmente coinvolta in nuovi progetti, la Guerrero
sembra intenzionata a dimostrare, interpretazione dopo
interpretazione, di poter ambire ad essere uno dei nomi di punta
della televisione. I suoi fan aspettano però di vederla anche sul
grande schermo, con un film che possa ulteriormente metterla alla
prova.
Ecco 10 cose che non sai di
Diane Guerrero.
Diane Guerrero: i suoi film e le
serie TV
10. È nota per i suoi ruoli
televisivi. Dopo aver inizialmente recitato in alcuni
episodi di serie come Body of Proof (2011) e Person of
Interest (2013), l’attrice ha modo di ottenere grande
popolarità ricoprendo il ruolo di Maritza Ramos nella serie
Orange Is The New
Black (2013-2019), dove recita accanto alle attrici
Taylor Schilling,
Natasha
Lyonne e LauraPrepon. Parallelamente, dal 2014 al 2019
recita anche nel ruolo di Lina in Jane the
Virgin, con Gina
Rodriguez. Ha poi recitato anche nella serie
Superior Donuts (2017-2018). Dal 2019, invece, ricopre il
ruolo di Crazy Jane in Doom Patrol,
accanto agli attori Brendan
Fraser e Timothy
Dalton.
9. Ha recitato in alcuni
film per il cinema. Ciò che attualmente manca all’attrice
è un ruolo cinematografico in un film di particolare importanza.
L’attrice è infatti già approdata sul grande schermo, ma solo in
film poco conosciuti o privi di distribuzione estera. Tra le sue
prime esperienze si annoverano i titoli Festival (2011),
Beyond Control (2012), e l’horror Open Vacancy
(2012). In seguito, anche grazie alla popolarità ottenuta con la
televisione, recita in titoli più apprezzati come Emoticon
😉 (2014), My Man Is a Loser (2014), Peter and
John (2015) e Happy Yummy Chicken (2016). Nel 2019 è
in Killerman, con Liam
Hemsworth, per poi recitare in Blast Beat
(2020) e Blood Brothers (2021).
8. È anche
doppiatrice. Una prima, seppur anonima, incursione nel
mondo del doppiaggio, è stata per la Guerrero quella svolta per il
videogioco Grand Theft Auto V, del 2013, dove dava voce ad
alcuni personaggi della città dove si svolge la storia. L’attrice
tornerà poi a dar voce ad un personaggio animato con la serie
Disney Elena di Avalor, dove interpreta Vestia. Questa
parte le ha permesso di consolidare e farsi conoscere anche per le
sue qualità da doppiatrice. In seguito, ha dato voce a Jessica Cruz
nel film animato Justice League vs. the Fatal Five.
Diane Guerrero in Orange Is the
New Black
7. Ha condiviso una parte
di sé con il personaggio. Dopo la sua assenza nella sesta
stagione di Orange Is the New Black, l’attrice venne
richiamata per la settima ed ultima, dove ha potuto dare una
conclusione alla storia del proprio personaggio. Negli ultimi
episodi, infatti, la sua Maritza Ramos si ritrova ad essere
deportata in Colombia. Questo evento è stato particolarmente
difficile da rappresentare per l’attrice, la quale ha realmente
visto deportati nel paese sudamericano i suoi genitori quando lei
aveva solo 14 anni. Dopo aver condiviso tale evento in un libro di
memorie, l’ideatore della serie decise di farlo diventare parte
della serie, così da poter mostrare la brutalità di queste
separazioni forzate.
6. Ha vinto importanti
premi grazie alla serie. Grazie alla serie Netflix, l’attrice ha avuto modo di affermarsi
all’interno dell’industria, ottenendo anche prestigiosi
riconoscimenti. Infatti, si è ritrovata a vincere ben 3 Screen
Actors Guild Awards, nella categoria per il miglior cast in una
serie commedia. Condivisi con tutte le altre sue colleghe, questi
premi hanno ulteriormente dimostrato la grande coesione del gruppo,
elemento di forza della serie. Pur non trattandosi di premi alla
singola interpretazione, la Guerrero si è dichiarata entusiasta dei
riconoscimenti, i quali l’hanno aiutata ad ottenere maggiore
visibilità.
Diane Guerrero in Jane the
Virgin
5. È stata la migliore
amica della protagonista. Nella serie Jane the
Virgin, incentrata sulla giovane ragazza del titolo, la quale
si ritrova ad essere incinta pur non avendo mai perso la verginità,
la Guerrero ha svolto un ruolo molto importante. L’attrice ha
infatti ricoperto il ruolo di Lina Santillan. Questa è la migliore
amica della protagonista, che la supporta nelle sue peripezie. Il
personaggio di Lina non compare però sempre in modo fisso
all’interno della serie. Nelle prime tre stagioni è infatti una
presenza ricorrente, ma nelle ultime due stagioni assume la forma
di una guest star.
Diane Guerrero è su Instagram
4. Ha un account
personale. L’attrice è presente sul social network
Instagram, con un profilo seguito da 2 milioni di persone.
All’interno di questo l’attrice è solita condividere immagini
relative ai propri momenti di svago, in compagnia di amici o
colleghi. Non mancano però anche tante curiosità, foto di luoghi
visitati, immagini promozionali dei suoi progetti o foto di
backstage dai set a cui ha preso parte. Con oltre 400 post, qui è
infatti possibile rimanere sempre aggiornati sulla vita
dell’interprete, venendo a conoscenza dei suoi progetti
cinematografici o televisivi attuali o futuri.
3. Utilizza il social per
sostenere diverse battaglie sociali. L’attrice ha da
sempre utilizzato la popolarità raggiunta per far sentire la
propria voce in sostegno di alcune battaglie sociali a lei molto
care. La Guerrero si è infatti dichiarata molto contrariata
dall’amministrazione Trump, specialmente sul tema
dell’immigrazione. È dunque solita condividere nel suo profilo
pensieri a riguardo, come anche riguardo alle numerose questioni
raziali di questi ultimi tempi. Attraverso l’utilizzo di video e di
Instagram TV, poi, condivide con ulteriore incisività il proprio
punto di vista.
Diane Guerrero ha un
fidanzato?
2. È molto
riservata. L’attrice ha più volte manifestato il desiderio
di mantenere la propria vita sentimentale il più privata possibile.
Lei preferisce infatti far parlare di sé per le proprie
interpretazioni o per le cause sociali sostenute. Ad ogni modo, è
nota la sua relazione con Joseph Ferrara, con il quale sembrava
pronta al matrimonio, salvo poi annunciare la fine della relazione.
Nel 2019, invece, l’attrice è stata vista in compagnia dell’attore
Milo
Ventimiglia, ma nessuna voce riguardo una loro
relazione è stata confermata.
Diane Guerrero: età e altezza
1. Diane Guerrero è nata
nel New Jersey, Stati Uniti, il 21 luglio del 1986.
L’attrice è alta complessivamente 157 centimetri.
Alcuni nuovi concept art di Venom
rivelano che Carnage avrebbe dovuto essere il
villain principale del film. Nonostante non abbiamo alcun esplicito
collegamento con Spider-Man, il cinecomic con Tom
Hardy è stato uno dei più grandi successi del
2018, arrivando ad incassare oltre 800 milioni di dollari in tutto
il mondo. Sulla scia dell’enorme successo del primo film, è stato
annunciato il sequel, Venom: Let
There Be Carnage, che a causa della pandemia di
Covid-19 è stato posticipato a Giugno del 2021 (sarebbe dovuto
arrivare in sala il mese prossimo).
Nonostante il grande successo di
pubblico, Venom non
è stato accolto bene dalla critica, nonostante la scena post-credit
del film abbia suscitato un notevole interesse per il futuro del
personaggio sul grande schermo. Nella scena in questione, infatti,
Eddie si prepara a intervistare il serial killer Cletus Kasady
(interpretato da Woody Harrelson) in carcere, anticipando così
l’arrivo di Carnage sul grande schermo. Adesso i fan saranno
sorpresi nell’apprendere che, in origine, il principale antagonista
del film doveva essere proprio il simbionte alieno di colore rosso
e nero.
Sono infatti stati diffusi online
alcuni concept art realizzati per il film dall’artista
Paolo Giandoso (via
The Venom Site) che ci mostrano proprio come Carnage faceva
parte del film, prima che il dott. Carlton Drake/Riot (Riz
Ahmed) divenne il villain principale. Gli artwork ci
mostrano Carnage e Venom impegnati in un duro scontro, che
presumibilmente avrebbe dovuto rappresentare il climax del film.
Potete vedere alcuni dei concept di seguito. Per vederli tutti,
cliccate
qui.
L’uscita del sequel di Venom nelle sale
In Venom: Let
There Be Carnageassisteremo
allo scontro tra il simbionte e Cletus Kasady,
aka Carnage, uno degli antagonisti più celebri dei fumetti su
Spider-Man. Tom
Hardy tornerà a interpretare Eddie Brock. Nel cast
del sequel anche Michelle Williams nei panni di Anne
Weying, Woody Harrelson nei panni di Cletus
Kasady/Carnage, Naomie Harris nei panni di Shriek e l’attore
inglese Stephen Graham.
Venom: Let
There Be Carnage dovrebbe arrivare al cinema il 25
Giugno 2021, ma di recente Tony Vinciquerra, presidente di Sony
Pictures Entertainment,
ha lasciato intendere in una recente intervista che lo studio
non rischierà di far uscire film ad alto budget in un momento in
cui i cinema stanno ancora risentendo della pandemia di Covid-19.
Ciò significa che Venom 2, così
come altri attesi titoli dello Spider-Verse, tra cui Morbius –
potrebbero subire ancora ritardi.
Come riportato da
Deadline, la Nook House Productions ha incaricato Ethan Hawke di dirigere un documentario
dedicato alle vite e alle carriere di Paul Newman e Joanne
Woodward, autorizzato dalla famiglia.
Emily Wachtel e Lisa Long Adler
della Nook House Productions figureranno come produttori insieme ad
Adam Gibbs e Ryan Hawke della Under the Influence Productions. In
una dichiarazione ufficialmente Hawke ha promesso “uno sguardo
raro ed esclusivo alle carriere di entrambi gli attori e ad una
complessa relazione di 50 anni che alla fine è riuscita a battere
incredibili aspettative.”
La storia d’amore tra Newman e
Woodward è davvero una di quelle storie che sembrano essere state
scritte da uno sceneggiatore di Hollywood. I due si incontrarono
per la prima volta all’inizio degli anni ’50 durante la produzione
di uno spettacolo di Broadway basato sul dramma romantico
Picnic. Subito dopo avrebbero lavorato di nuovo insieme
nel film La lunga estate calda di Martin Ritt. L’anno
successivo all’uscita della pellicola, Newman e Woodward si
sposarono, diventando una delle più celebri e amate coppie
hollywoodiane.
Paul Newman è scomparso nel 2008, pochi mesi
prima che la coppia potesse celebrare il loro 50esimo anniversario
di nozze. Per Ethan Hawke si tratterà della seconda
esperienza alla regia di un documentario: l’attore aveva già
diretto Seymour: An Introduction, che ripercorre la
carriera di Seymour Bernstein, un pianista americano che lo stesso
Hawke ha sempre descritto come una figura di mentore.
La scorsa settimana ha finalmente
debuttato online il primo trailer ufficiale di Dune,
il nuovo adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Frank
Herbert che sarà diretto da Denis
Villeneuve(Arrival, Blade Runner
2049) e che dovrebbe arrivare nelle sale a Dicembre.
Gli appassionati sapranno certamente
che prima di Villeneuve e prima ancora dell’adattamento di David Lynch del 1984, anche il celeberrimo
Alejandro Jodorowsky aveva provato a portare il
romanzo sul grande schermo durante gli anni ’70, senza però
riuscirci. A quel progetto mai realizzato è stato anche dedicato un
documentario uscito nel 2013, dal titolo Jodorowsky’s
Dune.
Adesso, in una recente intervista
con
Premiere Magazine, è stato proprio Jodorowsky a commentare le
prime immagini ufficiali del film di Villeneuve, esprimendo le sue
reazioni contrastanti in merito: “Ho visto il trailer. È molto
ben fatto. Possiamo vedere che è il cinema industriale, che sono
stati investiti molti soldi e che è stato molto costoso. Ma se è
stato molto costoso, allora dovrà ottenere un risultato economico
in proporzione. E questo è il vero problema: non ci sono sorprese.
La forma è identica a ciò che si è già fatto ovunque. Le luci, la
recitazione… tutto è prevedibile.”
Jodorowsky ha poi ribadito: “Il cinema industriale è
incompatibile con il cinema d’autore. Per il cinema industriale, il
denaro viene prima. Per il cinema d’autore è l’opposto, a
prescindere dalla qualità di un regista, che si tratti del mio
amico Nicolas Winding Refn o di Denis Villeneuve. Il cinema
industriale promuove l’intrattenimento, è uno spettacolo che non ha
lo scopo di cambiare l’umanità o la società.”
A Novembre dello scorso anno
Noah
Hawley, creatore dell’acclamata serie Fargo,
aveva ufficialmente firmato con la Paramount Pictures per scrivere
e dirigere un nuovo film della saga di Stark
Trek. All’epoca non venne confermato se il film in
questione sarebbe effettivamente stato l’atteso Star Trek
4 e se il cast avrebbe incluso attori quali Chris
Pine, Zachary Quinto, Zoe
Saldana, Karl
Urban e Simon
Pegg.
A Gennaio Hawley aveva anticipato
che
il suo film avrebbe rappresentato un nuovo inizio per la saga,
dichiarando: “Siamo ancora agli inizi. Si tratta di
intraprendere una nuova direzione, ma è ancora tutto in fase di
sviluppo, soprattutto per quanto riguarda quali attori e personaggi
saranno coinvolti e quali no. Non penso al mio film come ad un
quarto capitolo di Star Trek… sarebbe riduttivo. Piuttosto, è un
nuovo inizio.”
Adesso, in una recente intervista
con
Variety in occasione della promozione della quarta stagione di
Fargo, è stato sempre Noah Hawley ad
anticipare cosa i fan della longeva saga dovranno aspettarsi dal
suo film, confermando che il suo progetto è ancora in sviluppo ma
che al momento è stato messo in stand-by, nonostante la
sceneggiatura sia stata completata.
“Non porteremo indietro
personaggi come Kirk o come Picard”, ha spiegato Hawley.
“Sarà un nuovo inizio che ci permetterà di fare quello che
abbiamo fatto con Fargo: far credere che non abbia nulla a che fare
con il film originale, quando in realtà non è proprio così. Si
tratta di ricompensare il pubblico con qualcosa che ama.”
Il travagliato futuro della saga di Star Trek
Con il film di Hawley ancora in fase
di sviluppo, al momento non è chiaro se altri progetti legati alla
saga di Stark
Trek verranno realizzati in parallelo. Per molto
tempo si è parlato di un nuovo film del franchise scritto da Mark
L. Smith e diretto nientemeno che da Quentin Tarantino, ma pare che il celebre
regista non sia più interessato a portarlo avanti. Quando nel 2018
si parlava ancora di Star Trek 4, quindi di un sequel
diretto di Star Trek Beyond, sia Chris Pine sia Chris
Hemsworth sarebbero dovuti tornare nei panni di
James e Samuel Kirk, ma entrambi decisero di abbandonare il
progetto a causa di una disputa con la Paramount legata ai loro
compensi. Tuttavia, Pine ha espresso il suo interesse a tornare nel
franchise una volta risolti i problemi con lo studio.
I fan di Stark
Trek saranno sicuramente felici di apprendere che
il film di Hawley è ancora legato al canone originale, anche se
probabilmente non coinvolgerà il cast della trilogia reboot. Sarà
comunque emozionante fare la conoscenza di nuovi personaggi
dell’universo fantascientifico, anche se la trama del film è ancora
avvolta nel più fitto mistero.
Il
destino dell’MCU nel 2020 è
incerto. Con Black Widowche potenzialmente potrebbe essere per l’ennesima
volta rimandato e con diverse serie Disney+ in notevole ritardo, i
fan stanno ora vivendo uno dei periodi più lunghi senza prodotto
Marvel dall’inizio del franchise. Ma cosa sta
accadendo a WandaVision?
Il CEO
della Disney Bob Chapek ha dichiarato che i prossimi spettacoli
Marvel sono una priorità e che spera che “arriveranno a
breve “. Una di queste serie è WandaVision,
che dovrebbe essere ancora in pista per rispettare la data di
uscita, collocata a dicembre 2020. Anche se al momento non sappiamo
lo stato delle cose della serie, oggi forse un un indizio ci
suggerisce che la serie ha ripreso la lavorazione.
Infatti,
Torey Lenart che fa parte della troupe di WandaVision,
nel ruolo di utility digitaleper la produzione di recente ha
pubblicato una nuova immagine nella sua storia su Instagram,
annunciando che era tornata a girare per una produzione.
Questo
indizio suggerisce che Lenart stia girando per le riprese di
WandaVision,
indicando che la produzione per la serie Disney+ è ripartita. Questo è suggerito
anche da IMDB che elenca come WandaVision sia
il suo progetto più recente ed è l’unico nell’elenco che è stato
sospeso a causa di COVID-19.
Se Lenart
è davvero tornato a Los Angeles per WandaVision,
sembra che la serie Disney + stia ora iniziando a riprendere le
riprese. Non è noto se ciò influenzerà il programma di rilascio
della serie o se il progetto può continuare la post-produzione in
tandem con le riprese. La speranza è che con queste riprese,
WandaVision sarà
in grado di rispettare la sua finestra di rilascio collocata a
dicembre 2020.
WandaVision
è uno delle prossime miniserie in uscita su Disney+
creata da Jac Schaeffer e basata sui personaggi
Marvel Scarlet/Scarlet Witch interpretato da
Elizabeth Olsen e Vision interpretato da
Paul Bettany. La serie è ambientato nel Marvel
Cinematic Universe (MCU) e ne condividendo la continuità con i
film.
La trama si svolge dopo gli eventi
di Avengers:
Endgame dove in qualche modo Visione tornerà in
vita e insieme all’amata Wanda inizieranno la loro vita di coppia
in una New York negli anni ’50. La nuova serie tv sarà strettamente
collegata con il film Doctor Strange in
the Multiverse of Madness previsto per il 2021
dove la Olsen riprenderà il suo ruolo in tale film come
co-protagonista accanto a Benedict
Cumberbatch l’interprete di Doctor
Strange. La serie tv fa parte della Fase 4 del franchise.
Elizabeth
Olsen e
Paul Bettany. riprendono rispettivamente i ruoli di
Wanda Maximoff / Scarlet Witch e Vision della serie
cinematografica. Anche Teyonah Parris,
Kat Dennings, Randall Park e Kathryn
Hahn sono i protagonisti.
Ad Agosto abbiamo appreso la
notizia che Olivia Wilde, attrice statunitense che lo
scorso anno ha esordito alla regia con La rivincita delle
sfigate, è stata ingaggiata dalla Sony per dirigere un nuovo
film Marvel.
Al momento non si conoscono i
dettagli sul film di cui Wilde firmerà la regia: sappiamo soltanto
che si tratterà di un cinecomic incentrato su un personaggio
femminile dell’universo di Spider-Man.
Secondo le teorie più accreditate, potrebbe trattarsi del tanto
chiacchierato film dedicato a Spider-Woman.
Ospite del podcast
Shut Up Evan (via
CBM), l’attrice e regista ha parlato del progetto in questione
tirando in ballo Kevin
Feige e lasciando così intendere che il presidente dei
Marvel Studios potrebbe essere coinvolto nel progetto. Le
dichiarazioni di Wilde stanno portando alcuni fan ad ipotizzare che
Feige stia effettivamente supervisionando il film e che lo stesso
(che si tratti di un film dedicato a Spider-Woman o ad un altro
personaggio) potrebbero essere ambientato nell’Universo
Cinematografico Marvel.
“Tutto quello che posso dire è
che è di gran lunga la cosa più eccitante che mi sia mai
capitata”, ha spiegato l’attrice e regista. “Non solo mi
sento come se dovessi raccontare una storia che… Dio, è come
ascoltare me stessa che cerca di evitare la pistola a piombini di
Kevin Feige.”
E se Marvel e Sony avessero stretto
un nuovo accordo simile a quello che ha permesso a Spider-Man di
entrare a far parte del MCU? Molto prima del coinvolgimento di
Wilde nel progetto, Kevin
Feige aveva più volte espresso il suo interesse nel
voler portare il personaggio di Jessica Drew all’interno del MCU,
più o meno nello stesso modo in cui è stato introdotto
nell’universo condiviso anche Peter Parker. Per adesso si tratta di
mere speculazioni. Non ci resta altro che attendere un’eventuale
conferma ufficiale.
I prossimi progetti di Olivia
Wilde
La sceneggiatura del film diretto
da Olivia
Wilde porterà la firma di Katie Silberman. Amy
Pascal figurerà in qualità di produttrice, mentre Rachel O’Connor
figurerà come produttrice esecutiva. Prima di dirigere il
misterioso cinecomic, Wilde lavorerà ad un “film di Natale” sempre
in collaborazione con Silberman e Pascal, di cui però non si
conoscono ancora i dettagli.
In merito al futuro
dello Spider-Verse, ricordiamo che il prossimo
cinecomic Sony ad arrivare nelle sale sarà Morbius con Jared
Leto, posticipato dal 31 luglio 2020 al 19 marzo 2021
a causa della pandemia di Covid-19. Subito dopo invece, il 25
giugno 2021, arriverà Venom: Let
There Be Carnage, sequel del cinecomic
con Tom
Hardy.
Continuano ad arrivare foto dal set
di
The Falcon and The Winter Soldier, l’annunciata nuova
serie tv targata Marvel Studios. Ebbene dopo avervi
mostrato l’attrice
Emily VanCamp impegnata in alcune scene, oggi arriva
un nuovo scatto di
Anthony Mackie con quella che potrebbe essere la nuova
tuta di The Falcon:
The Falcon and The Winter Soldier è la serie di
prossima uscita nel quale
Anthony Mackie e Sebastian Stan riprenderanno i loro
ruoli nei panni del titolo Falcon (alias Sam Wilson) e The Winter
Soldier (alias Bucky Barnes) che sarà diretta da Kari Skogland.
Vi ricordiamo che nel cast di
The Falcon and The Winter Soldier è previsto anche il
ritorno di due volti noti dell’universo cinematografico, ovvero
Emily VanCamp, Sharon Carter in Captain America: The Winter Soldier e
Civil War e Daniel Bruhl, nei panni
del Barone Zemo. Per quanto concerne la serie di
The Falcon and The Winter Soldier, il lancio è fissato
in autunno 2020 e Kari Skogland (The
Handmaid’s Tale, Penny Dreadful, Boardwalk Empire, The Killing,
The Walking Dead, Fear the Walking
Dead, Under the Dome, Vikings, The Americans, House of Cards e The
Punisher) dirigerà tutti i sei episodi.
Probabile, visti gli esiti di
Avengers:
Endgame, che lo show si concentrerà sulla
dinamica del rapporto tra le due figure più vicine a Captain
America (nonché suoi eredi) e sulle imprese dei supereroi per
garantire la sicurezza mondiale.
Sfortunatamente, gli effetti
dell’emergenza Covid-19 continuano a riflettersi sull’industria
cinematografica. Come apprendiamo grazie a
Variety, è quasi certo che l’atteso Black Widow, il cinecomic
Marvel con protagonista Scarlett Johansson
che doveva arrivare in sala il prossimo 6 Novembre (inizialmente
era previsto per il 1 Maggio), verrà nuovamente posticipato a data
da destinarsi.
Un destino diverso, invece, attende
Soul,
il nuovo film Disney e Pixar che sarebbe dovuto arrivare al cinema
prima a Giugno e poi a Novembre. A quanto pare, il film potrebbe
ufficialmente saltare la sala cinematografica e arrivare
direttamente su Disney+. La notizia del nuovo rinvio di
Black
Widow arriva a pochi giorni dall’annuncio che la
Warner Bros. ha posticipato ancora una volta Wonder Woman 1984 da Ottobre al giorno di
Natale. Anche l’atteso Candyman prodotto da Jordan Peele è stato
posticipato al 2021 e allo stato attuale gli unici grandi
blockbuster che restano ancora confermato per quest’anno sono
No
Time to Die, il 25esimo capitolo della saga di Bond, e
Dune, il nuovo adattamento dell’omonimo
romanzo di Frank Herbert.
Il 70% dei cinema negli Stati Uniti
hanno ufficialmente riaperto i battenti, ma a New York e Los
Angeles le sale restano ancora chiuse e i risultati ottenuti al
botteghino da Tenet hanno
dimostrato che molte persone non sono ancora pronte a tornare al
cinema. Come spiega la fonte: “Dal momento che gli Stati Uniti
rimangono il più grande mercato del cinema a livello mondiale, sta
diventando sempre più difficile per gli studios giustificare il
lancio di grandi successi durante la pandemia”. La
speranza, per molti, era che Black Widow venisse
rilasciato direttamente su Disney+, ma a quanto pare è un’opzione
che la Disney non sta neanche lontanamente valutando.
La regia di Black Widow è stata
affidata a Cate Shortland, seconda donna
(dopo Anna Boden di Captain
Marvel) a dirigere un titolo dell’universo
cinematografico Marvel, mentre la sceneggiatura è stata riscritta
nei mesi scorsi da Ned Benson(The
Disappearance of Eleanor Rigby). Insieme a Scarlett
Johansson ci saranno anche David
Harbour, Florence
Pugh e Rachel
Weisz.
In Black Widow, quando sorgerà
una pericolosa cospirazione collegata al suo passato, Natasha
Romanoff dovrà fare i conti con il lato più oscuro delle sue
origini. Inseguita da una forza che non si fermerà davanti a nulla
pur di sconfiggerla, Natasha dovrà affrontare la sua storia in
qualità di spia e le relazioni interrotte lasciate in sospeso anni
prima che diventasse un membro degli Avengers.
In quella che sembra essere una
mossa creativa senza precedenti, Madonna, l’icona
pop dirigerà un film sulla sua vita e carriera – progetto che è
stato abbondantemente anticipato dai sui suoi account sui social
media, attraverso pubblicazioni di foto di sceneggiatura che è
firmata da Diablo Cody, premio Oscar per lo script
di Juno.
Che Madonna, la cui
sbalorditiva carriera di cinque decadi ha visto innumerevoli
reinvenzioni musicali e diverse incursioni in cinema e recitazione,
avrebbe diretto il suo viaggio dai bassifondi di New York alle
vette della celebrità globale è oltremodo insolito, dal momento che
i personaggi molto noti sono coinvolti sempre marginalmente o a
volte mai dentro i progetti che ne raccontano la vita sul grande
schermo.
Il film senza titolo è approdato
alla Universal Pictures, sotto l’ala protettrice del gruppo di
intrattenimento cinematografico di Donna Langley e
della produttrice Amy Pascal, la cui compagnia
omonima è compresa nel lotto della Universal. La tempistica della
produzione è sconosciuta e il cast principale deve ancora essere
annunciato.
Warner Bros. Entertainment Italia
annuncia l’arrivo di Wonder Woman
1984 l’attesissimo film diretto da Patty
Jenkins con protagonista
Gal Gadot, da giovedì 14 gennaio 2021 nei
cinema italiani.
Un rapido salto negli anni ’80
nella nuova avventura per il grande schermo di Wonder Woman, dove
dovrà affrontare due nemici completamente nuovi: Max Lord e The
Cheetah.
Con il ritorno di Patty Jenkins
alla regia e di
Gal Gadot nel ruolo principale, “Wonder Woman 1984” è
il seguito della Warner Bros. Pictures del primo film campione
d’incassi sulla supereroina DC, “Wonder Woman” del 2017, che ha
incassato 822 milioni di dollari a livello mondiale. Nel film
recitano anche
Chris Pine nel ruolo di Steve Trevor,
Kristen Wiig nel ruolo di The Cheetah,
Pedro Pascal in quello di Max Lord, Robin Wright nei panni di Antiope e
Connie Nielsen nei panni di Hippolyta.
Charles Roven, Deborah
Snyder, Zack Snyder, Patty Jenkins, Gal
Gadot e Stephen Jones sono i
produttori del film. Rebecca Steel Roven Oakley, Richard
Suckle, Marianne Jenkins, Geoff Johns, Walter Hamada, Chantal Nong
Vo e Wesley Coller sono i produttori esecutivi.
Patty Jenkins ha
diretto il film da una sceneggiatura che ha scritto con Geoff Johns
e David Callaham, da una storia di Jenkins & Johns, basata sui
personaggi DC. Al fianco della regista hanno lavorato dietro le
quinte diversi membri del suo team di “Wonder Woman”, tra cui il
direttore della fotografia Matthew Jensen, la scenografa candidata
all’Oscar® Aline Bonetto (“Il favoloso mondo di Amélie”) e la
costumista premio Oscar® Lindy Hemming (“Topsy-Turvy- Sottosopra”). Il montatore candidato all’Oscar®
Richard Pearson (“United 93”) ha curato il montaggio del film. La
musica è del compositore premio Oscar® Hans Zimmer (“Dunkirk”, “Il re leone”).
Warner Bros. Pictures presenta una
produzione Atlas Entertainment / Stone Quarry, un film di Patty
Jenkins, “Wonder Woman 1984.” In uscita nelle sale italiane il 14
Gennaio 2021, sarà distribuito in tutto il mondo da Warner Bros.
Pictures.
Che cosa sarebbe stata
– che cosa sarebbe – la nostra vita senza film, senza
libri, senza musica? Che cosa saremmo senza la possibilità di
vedere nello sguardo di un artista e nella sua opera il segno di un
riconoscimento personale che rende ogni singola vicenda individuale
una vicenda universale? In questo periodo storico così crudele
siamo sopravvissuti all’isolamento, abbiamo affrontato il dolore e
cercato la scintilla di una speranza, anche attraverso l’arte. E
abbiamo compreso ancora con più forza il valore della cultura.
L’edizione 2020 di Fuoricinema – la quinta – è in un certo senso
un’edizione simbolo e simbolica, e per questa ragione – per noi –
ancora più preziosa: nello spirito di Fuoricinema cercheremo di
portare con momenti di riflessione e di intrattenimento il
significato del periodo che stiamo vivendo e – soprattutto – di
come possiamo immaginare il futuro, di come possiamo coltivare la
condivisione, la relazione – indispensabile e vitale – con il
pubblico e il senso di appartenenza a una comunità. Un
ringraziamento di cuore alla vicinanza e all’adesione artistica e
valoriale di Banco BPM, che ci ha dato fiducia anche quest’anno e
nostro partner dalla prima ora.
“Il cinema è sviluppo civile, volano di immagini, cultura e
intrattenimento. – ha dichiarato Giuseppe Castagna,
Amministratore Delegato di Banco BPM – Credo fermamente
che una manifestazione come Fuoricinema che noi affianchiamo sin
dal suo esordio e che unisce intrattenimento, cultura e
condivisione sia fondamentale per riaffermare i valori in cui la
nostra Banca ha sempre creduto e di cui oggi si sente tanto il
bisogno. Fare banca non significa solo aiutare la crescita
economica, ma anche incentivare la crescita della società civile.
Non ci può esser crescita economica senza crescita sociale e
culturale”.
Dedichiamo Fuoricinema 2020, che viene dopo quattro edizioni
dallo straordinario successo in termini di pubblico e ospiti (oltre
90 mila spettatori nel corso delle quattro edizioni per oltre 300
artisti ospiti sul palco), al cinema, al suo potere salvifico, e,
più in generale, all’arte. Il titolo di questa edizione è
infatti Fuoricinema – l’arte che
salva: mai come oggi abbiamo compreso e stiamo
comprendendo il ruolo dell’arte e della cultura in generale come
valore fondante della nostra identità, tra luci e ombre, nella
ricchezza del talento e della creatività e nella difficoltà di
farne sistema a beneficio comune. Fuoricinema si svolgerà
presso il giardino di Triennale Milano all’arena
AriAnteo nel rispetto delle disposizioni di legge
previste. Abbiamo rimodulato il format in un’edizione
inevitabilmente ridimensionata, con l’obiettivo di continuare a
realizzare un evento – che si fonda sull’esperienza dell’incontro
tra persone – live, all’aperto e nel cuore di Milano.
La conduzione dell’evento è affidata con grande gioia all’attrice
Marina Rocco per il terzo anno consecutivo.
Agli incontri dal vivo si aggiungeranno contributi video e
collegamenti in streaming, inoltre l’intera manifestazione sarà
trasmessa in diretta sulla pagina Facebook di Fuoricinema (https://www.facebook.com/Fuoricinema).
Fuoricinema è una maratona no-stop di incontri e proiezioni, che
mette in contatto diretto il pubblico con artisti e personalità del
mondo del cinema, dello spettacolo, della cultura e
dell’informazione, che si alternano sul palco in un dialogo con
giornalisti e conduttori. Quest’anno gli incontri saranno a
ingresso gratuito con possibilità di prenotazione, le proiezioni
saranno invece a pagamento, acquistabili su www.fuoricinema.com.
Il programma,
Fuoricinema
L’apertura sarà sabato 19
settembre, alle ore 18.30, con la presidentessa dell’Accademia
David di Donatello, Piera Detassis, che anticiperà il primo talk di
Fuoricinema, quello con Antonio Albanese. A seguire, ospiteremo la
neonata associazione Unita – Unione Nazionale Interpreti
Teatro e Audiovisivo, presieduta da Vittoria Puccini, ospite di Fuoricinema
insieme a
Fabrizio Gifuni, Marco Bonini, Edoardo Natoli e
Stefano Scherini. E poi ancora una grande regista,
di ritorno dalla 77ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica
di Venezia: Susanna Nicchiarelli con il suo
meraviglioso Miss
Marx. Ispirandoci al tema l’arte che salva,
abbiamo voluto innescare una riflessione che comprendesse a 360°
tutte le forme artistiche, con focus, in particolare, sul cinema.
Ma anche musica, architettura, scultura, arti figurative
caratterizzeranno la due giorni di Fuoricinema.
Come proiezioni avremo infatti due
grandi eventi e a seguire due cortometraggi. Sabato 19, alle ore
21, in esclusiva la diretta mondiale del concerto di
Mika I ❤ Beirut, seguito dal il
documentario collettivo Caro Cinema – visioni sul cinema
dalla quarantena; domenica 20 settembre, sempre alle ore
21, avremo l’anteprima del film Paolo
Conte. Via con me di Giorgio Verdelli,
seguito dal cortometraggio Solitaire di Edoardo
Natoli, presentato alle Giornate degli Autori dell’ambito della 77ª
Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il
palinsesto della giornata di domenica è costellato da numerosi
incontri, come il dialogo tra Stefano Boeri e Folco Orselli, dal
titolo Canzoni per vivere meglio Milano, e da
conversazioni con protagonisti del mondo del cinema contemporaneo,
come Damiano d’Innocenzo e Claudio
Giovannesi, ma anche
Stefano Accorsi,
Neri Marcorè e i fratelli Gianluca e Massimiliano De
Serio. Un altro grande protagonista del mondo del cinema, questa
volta internazionale, parteciperà in collegamento video, si tratta
di John Turturro, direttamente dal set di
Batman.
Domenica ospiteremo anche Enrico
Bertolino in un dialogo su Milano all’epoca del Coronavirus;
Salvatore Veca, Nicola Montano e Giangiacomo Schiavi che si
interrogheranno, anche da un punto di vista medico-sanitario, sul
mistero della Notte di Michelangelo. Sarà poi il
momento di Tema d’amore, un incontro che vede
protagonista Andrea Morricone, musicista e compositore e figlio del
Maestro Ennio, che desideriamo sentitamente ricordare. A chiudere
in bellezza il palinsesto di incontri di Fuoricinema, un mito della
comicità degli anni Ottanta, nonché un tassello della storia dello
spettacolo italiano, Cochi Ponzoni.
Un ringraziamento
sincero a
Tucano, Lexus, Movie Media, Glitter
Make Up, Laser Film, Nuova Digiservice e ai nostri media partner
storici Sky e Smemoranda. Grazie anche a Ratanà, nella persona
dello chef Cesare Battisti e della sua squadra.
Oggi Disney+ ha diffuso il nuovo
trailer, il poster e le immagini di The Mandalorian 2,
l’attesissima seconda stagione della serie
Lucasfilm acclamata dalla critica The
Mandalorian. Il Mandaloriano e il Bambino
continuano il loro viaggio, affrontando nemici e radunando alleati
mentre si fanno strada attraverso una galassia pericolosa nell’era
tumultuosa dopo il crollo dell’Impero Galattico.
The Mandalorian 2
è interpretata da
Pedro Pascal,
Gina Carano, Carl Weathers e Giancarlo Esposito. I
registi della nuova stagione sono Jon
Favreau, Dave Filoni, Bryce Dallas Howard, Rick Famuyiwa, Carl
Weathers, Peyton Reed e Robert Rodriguez. Lo showrunner Jon Favreau
è il produttore esecutivo insieme a Dave Filoni, Kathleen Kennedy e
Colin Wilson, con Karen Gilchrist nel ruolo di co-produttore
esecutivo. La nuova stagione parte venerdì 30 ottobre in streaming
solo su Disney+.
The Mandalorian 2
è la seconda stagione della serie tv The
Mandalorian live action basata sull’universo di
Star
Wars prodotta dalla LucasFilm per la piattaforma
streaming Disney+.
Ambientata nell’universo di Guerre
stellari dopo le vicende de Il
ritorno dello Jedi e prima di Star
Wars: Il risveglio della Forza, racconta le avventure
di un pistolero mandaloriano oltre i confini della Nuova
Repubblica. Dopo la caduta dell’Impero, nella galassia si è diffusa
l’illegalità. Un guerriero solitario vaga per i lontani confini
dello spazio, guadagnandosi da vivere come cacciatore di taglie.
Ambientata dopo la caduta dell’Impero e prima della comparsa del
Primo Ordine, The
Mandalorian racconta le difficoltà di un
pistolero solitario che opera nell’orlo esterno della galassia,
lontano dall’autorità della Nuova Repubblica. La serie ha come
protagonista Pedro Pascal nei panni del Mandaloriano.
The
Mandalorian, prodotta in esclusiva per Disney+ da Lucasfilm, è
la prima serie live-action di Star Wars e, nei suoi 8 episodi,
racconta vicende ambientate dopo la caduta dell’Impero, quando
nella galassia si è diffusa l’illegalità. Protagonista è un
guerriero solitario che vaga per i lontani confini dello spazio,
guadagnandosi da vivere come cacciatore di taglie. A
interpretarlo Pedro
Pascal (Game of
Thrones, Narcos).
Dopo il grande successo di
Hollywood, Ryan
Murphy torna a proporre al suo pubblico, tramite
Netflix, una nuova serie originale che va ad
esplorare le origini di uno dei
personaggi cinematografici più amati ed odiati di sempre,
l’infermiera Mildred Ratched, protagonista di
Qualcuno volò sul nido del cuculo. E se è vero che
il personaggio originale nasce dalle pagine del romanzo omonimo di
Ken Kesey, è altrettanto vero che l’infermiera
Ratched è stata consegnata all’immortalità da
Louise Flatcher, che per il ruolo vinse premio
Oscar, Golden Globe e BAFTA.
Ad incarnare la protagonista della
serie di Ryan Murphy è Sarah Paulson, alla quale ancora una volta
l’autore chiede uno sforzo importante. L’attrice profonde in
Mildred tutto il suo immenso talento e si fa seguire in questa
origin story da consumare tutta d’uno fiato; gli otto episodi di
Ratched richiedono di essere guardati in binge watching.
Ma andiamo con ordine. Mentre il film di Milos Forman era ambientato in Oregon, nel
1963, la storia che racconta Murphy va indietro nel tempo fino al
1947.
Ratched Origin Story
Durante una notte di pioggia, un
bel giovane trova riparo in una residenza per prelati, sembra un
comune viandante sorpreso da un temporale, fino a che non comincia
brutalmente ad uccidere tutti i residenti dell’abitazione. Ci
spostiamo poi in California, presso l’istituto per malati di mente
Santa Lucia, dove il Dott. Hannover è l’unico dottore che crede che
chi soffre di patologie mentali possa effettivamente essere curato,
e non solo internato come si era sempre fatto. In questo luogo
immacolato e vagamente inquietante arriva Mildred, una donna
elegantissima, affascinante e molto sicura, che farà di tutto per
essere assunta e per consolidare la sua influenza sul dottor
Hannover e il suo potere su tutto l’ospedale.
Pian piano scopriremo qual è il
vero scopo di Mildred e impareremo a sondarne la mente e l’animo,
pozzi neri ricchi di scintillii e insenature da scandagliare.
L’idea di scrivere la storia di origine di un personaggio così
affascinante è sicuramente allettante, e Ryan Murphy ha
intercettato questa possibilità in mezzo a tanti altri autori che
avrebbero potuto fare lo stesso. Certo, l’ideatore di AHS e di ACS
sembra essere già sulla carta la persona adatta a raccontare una
storia morbosa, violenta, intrigante e controversa e anche nella
realtà il suo lavoro si rivela effettivamente vincente.
Ratched è una serie che
presenta tutti gli elementi di un prodotto che farà parlare di sé e
che piacerà tanto ai fan, non solo a quelli di Murphy ma anche a
quelli del thriller. La storia infatti si regge su due piedistalli
granitici: da una parte un intreccio forte, solido, pieno di
personaggi intriganti e di svolte narrative avvincenti; dall’altra
una protagonista enorme. Ancora una volta Sarah Paulson dà conferma del suo talento
incredibile. La sua Mildred è una donna affascinante, fiera ed
elegante, è anche estremamente intelligente, è efferata e volitiva,
riesce persino ad essere tenera e compassionevole, presenta in
nuce tutte le caratteristiche che andranno poi a solidificarsi
intorno alla spietata personalità della protagonista del film di
Forman.
Il talento di Murphy, che non
sempre riesce a trapelare dalle sue creazioni (chi scrive non aveva
affatto gradito Hollywood, a suo tempo), questa volta si mette al
servizio di una storia che è perfettamente adeguata al suo stile e
così entrambi ne escono valorizzati. Oltre alle scelte di
rappresentazione grafica della violenza, dell’utilizzo
espressionistico e anti-naturalistico dei colori e della consueta
accuratezza nel decor e nei costumi, l’autore torna a parlare di
omosessualità (tra le altre cose), ma per la prima volta lo fa da
un punto di vista medico, rievocando con vividi particolari, quel
periodo di tempo purtroppo molto lungo, in cui l’omosessualità
veniva considerata una patologia mentale, da curare con metodi che
poco avevano a che fare con la medicina e tutto invece con la
tortura vera e propria. E sarebbe bello dire che, ad oggi, le cose
sono completamente cambiate!
Una sorellanza di “streghe”
Intorno a Paulson, Murphy
costruisce una rete di personaggi davvero interessanti, sfaccettati
e tutti validi, dalla ricca Lenore Osgood, interpretata da Sharon Stone, alla rigida infermiera Betsy
Bucket, di Judy Davis, fino al bellissimo
personaggio di Gwendolyn Briggs scritto per Cynthia Nixon e tutte le guest star, tra cui
spiccano Corey Stoll e Vincent D’Onofrio. Quello che Murphy
costruisce, dentro alla storia di Mildred, è anche un inno alla
sorellanza, a donne che uniscono le loro forze e i loro intenti,
donne risolute e agguerrite, anche di fronte a situazioni spinose,
violente, delicate da gestire. Mildred, Betsy, Gwendolyn non
perdono mai il controllo, per quanto possano essere difficili le
circostanze in cui si trovano, riuscendo sempre a trovare una
strada, soprattutto attraverso l’accordo reciproco e questo, più di
ogni altro, sembra il vero colpo di scena che l’autore piazza sotto
al naso di tutti.
Ratched è a tutti
gli effetti figlia di Ryan Murphy, le atmosfere elegantissime che
strabordano nel kitsch, la morbosità dei personaggi, la violenza
grafica, la riflessione sull’omosessualità, la critica alla
società, una trama avvincente, personaggi borderline e a tratti
sgradevoli, eroi difficili da incasellare che attraggono e
respingono allo stesso tempo. Nella serie originale Netflix, Murphy
infonde tutto ciò che ha caratterizzato la sua produzione fino ad
oggi, per lo fa con grande maturità ed equilibrio.
Nella conclusione aperta, che
lascia ampio spazio alla possibilità di un secondo ciclo,
Ratched svela il suo punto debole, ovvero
l’incapacità di chiudere una storia che si sa essere buona per
cedere piuttosto alla tentazione di annacquarla con altre eventuali
stagioni, che potrebbero invece rivelarsi non all’altezza.
Interprete di noti personaggi tra
cinema e televisione, tra cui si annovera quello dell’agente
segreto più famoso del mondo, Timothy Dalton ha
costruito negli anni una carriera ricca di successi, divenendo
interprete noto e apprezzato. Con il suo carisma e il suo
irresistibile volto, ha sempre ricercato i progetti più giusti per
sé, ottenendo un successo dietro l’altro. Negli ultimi tempi si è
inoltre distinto come doppiatore, legando il proprio nome ad una
delle più celebri saghe d’animazione.
Ecco 10 cose che non sai di
Timothy Dalton.
Parte delle cose che non sai
sull’attore
Timothy Dalton: i suoi film e le
serie TV
10. Ha recitato in celebri
lungometraggi. Dalton debutta sul grande schermo con il
film Il leone d’inverno (1968), per poi ottenere
popolarità grazie a titoli come Cime tempestose (1970), Maria
Stuarda, regina di Scozia (1971), Sextette (1978),
Il segreto di Agatha Christie (1979) e Flash
Gordon (1980). A renderlo famoso in tutto il mondo è però il
ruolo di James
Bond, ricoperto per i film 007 – Zona pericolo (1987)
e 007 – Vendetta privata (1989). Successivamente, dirada
la propria attività cinematografica, limitandosi a comparire in
Le avventure di Rocketeer (1991), Vado a vivere a New
York (1995), L’amore è un trucco (1997), Se
cucini, ti sposo (2000), Gli ultimi fuorilegge
(2001), con Colin
Farrell, Looney Tunes: Back in Action (2003),
con Brendan Fraser, Hot Fuzz
(2007), con Simon
Pegg, e The Tourist
(2010), con Johnny
Depp.
9. È noto anche per i suoi
ruoli televisivi. Nel corso della sua carriera, Dalton ha
partecipato anche a diversi film per la televisione, come
Prigioniera d’amore (1969) e Antonio e Cleopatra
(1983). Si è poi distinto per miniserie come Colorado
(1978-1979), Jane Eyre (1983), La figlia di
Mistral (1984), Aquila rossa (1994) e
Rossella (1994), con Sean
Bean. Dal finire degli anni Novanta ha poi recitato in
The Informant (1997), Cleopatra (1999),
Hercules (2005), Doctor Who (2009-2010), e
Chuck (2010-2011). Suoi recenti ruoli di rilievo sono
quelli per la serie Penny
Dreadful (2014-2016), con Eva
Green, e Doom Patrol
(2019-in corso), con Alan
Tudyk, dove recita nel ruolo di Niles Caulder.
8. Ha lavorato come
doppiatore. Nel 2006 Dalton partecipa al doppiaggio della
versione inglese del film d’animazione I racconti di
Terramare. Da quel momento, inizia sempre più spesso a
ricoprire il ruolo del doppiatore, divenendo celebre come voce di
Mr. Pricklepants, un peluche a forma di istrice, presente
in Toy Story 3
(2010) e Toy Story 4
(2019). Dalton ha poi avuto modo di riprendere il personaggio anche
per una serie di cortometraggi legati alla celebre saga della
Pixar.
Timothy Dalton è 007
7. Ha costruito un
personaggio più simile a quello dei romanzi. Dopo
l’abbandono di Roger
Moore, Dalton si trovò ad essere scelto come nuovo
interprete di James Bond. Egli accettò la parte a condizione di
poter dar vita ad una versione dell’agente segreto che fosse simile
a quella presente nei romanzi di Fleming. Egli propose infatti di
mantenere il mix di professionalità e simpatia che aveva
caratterizzato Bond sino a quel momento, ma volle aggiungere anche
una certa vena di durezza, che potesse dare all’agente segreto quel
tocco di minacciosità in più. Ottenuto di poter fare ciò, Dalton fu
così il primo a tentare questo avvicinamento all’originale
letterario, ottenendo diversi apprezzamenti.
6. Il ruolo gli era stato
offerto più volte. Dalton sembrava destinato a dover
interpretare James Bond, e dopo anni e anni di contrattazioni egli
si trovò infine a ricoprirne i panni. Il ruolo gli era infatti
stato offerto già nel 1969, ma l’attore si riteneva troppo giovane
per la parte. Rifiutò per lo stesso motivo anche nel 1971, mentre
nel 1981 per via di altri impegni. Finalmente nel 1987 arrivò a
ricoprire il ruolo in due film, per poi abbandonarlo dopo di
questi. Il motivo della sua rinuncia sembra essere collegata ad
alcuni disaccordi avuti con la casa di produzione.
Parte delle cose che non sai
sull’attore
Timothy Dalton in Cime
tempestose
5. Ha interpretato un noto
romanzo della letteratura. Già al suo secondo film,
l’attore ebbe modo di ricoprire un ruolo di particolare rilievo.
Per Cime tempestose, adattamento dell’omonimo romanzo di
Emily Brontë, egli si ritrovò infatti a dar vita all’antieroe
Heathcliff. Questi è noto per la sua natura romantica e tormentata,
che lo porta a struggersi fino a distruggersi. Per Dalton si trattò
dunque di interpretare un personaggio particolarmente complesso e
ricco di sfumature. La sua performance venne però particolarmente
apprezzata, e permise all’attore di conoscere nuova popolarità.
Timothy Dalton in Chuck
4. È stato guest star della
serie. Nella popolare serie Chuck, storia di un
semplice informatico che si ritrova a custodire pericolosi segreti
della CIA, compare anche Dalton nel ruolo del criminale Alexei
Volkoff. Questi viene introdotto per la prima volta nell’episodio
Chuck Versus the First Fight, settimo della quarta
stagione, e rimane in scena per altre cinque puntata, comparendo
per l’ultima volta nell’ultimo episodio della quarta stagione.
Dalton ha dichiarato di aver particolarmente apprezzato il ruolo,
che gli ha permesso di ritrovare molte caratteristiche conosciute
con James Bond. Anche il pubblico ha molto apprezzato il suo
personaggio, dispiacendosi del suo addio.
Timothy Dalton: non ha una
moglie
3. Ha avuto una relazione
con una nota attrice. Nel corso della sua vita Dalton ha
avuto diverse relazioni, più o meno note, ma non si è mai sposato.
Uno dei suoi più grandi amori è stata l’attrice Vanessa
Redgrave, conosciuta sul set di Maria Stuarda,
regina di Scozia, del 1971. Da quel momento ha inizio la loro
relazione, e nel 1979 tornano a recitare insieme per il
film Il segreto di Agatha Christie. Il loro rapporto
si protrarrà poi fino al 1986, anno in cui decidono di separarsi,
senza rendere particolarmente pubblici i motivi di tale
decisione.
2. Ha avuto un
figlio. Nel 1995 l’attore conobbe la musicista russa
Oksana Grigorieva. Con lei intraprese in quello stesso anno una
relazione, che li portò poi ad avere un figlio chiamato Alexander,
nell’agosto del 1997. I due, non essendo sposati, decisero infine
di separarsi nel 2003. Nonostante ciò, sembra siano rimasti in
buoni rapporti, anche per poter continuare a crescere insieme il
loro unico figlio.
Timothy Dalton: età e altezza
1. Timothy Dalton è nato a
Colwyn Bay, in Galles, Gran Bretagna, il 21 marzo del
1946. L’attore è alto complessivamente 185 centimetri.
Attivo tanto al cinema quanto in
televisione, ma ben più noto sul piccolo schermo, l’attore
Timothy Olyphant ha negli anni costruito una
carriera di tutto rispetto. Numerosi sono infatti i film di grande
successo che vedono la sua partecipazione, e ricercando una
continua varietà tra i generi Olyphant ha saputo dar prova di
essere dotato di grande versatilità. Grazie ad alcune serie TV di
recente successo, inoltre, ha avuto modo di affermarsi nuovamente,
rimanendo impresso per il suo carisma e il suo fascino.
Ecco 10 cose che non sai di
Timothy Olyphant.
Parte delle cose che non sai
sull’attore
Timothy Olyphant: i suoi film e le
serie TV
10. Ha recitato in celebri
lungometraggi. L’attore debutta al cinema nel 1996 con il
film Il club delle prime mogli, con Diane
Keaton, per poi distinguersi nel ruolo di Michey
Altieri in Scream 2 (1997). Successivamente, prende parte
ad una serie di noti titoli come Il club dei cuori
infranti (2000), Fuori in 60 secondi (2000),
L’acchiappasogni (2003), La ragazza della porta
accanto (2004), con Elisha
Cuthbert, Die Hard – Vivere o morire (2007),
con Bruce
Willis, Ti presento Bill (2007), Hitman –
L’assassino (2007), La città verrà distrutta all’alba
(2010), Sono il Numero
Quattro (2011), This Is Where I Leave You (2014),
Mother’s Day
(2016), con Julia
Roberts, Snowden (2016) e
C’era una volta a…
Hollywood (2019), di Quentin
Tarantino.
9. È noto anche per i suoi
ruoli televisivi. Parallelamente all’attività per il
cinema, Olyphant ha recitato anche in diverse serie TV, che gli
hanno conferito ulteriore notorietà. La prima di queste è stata
Deadwood (2004-2006), di cui era protagonista. In seguito
ha recitato in Samantha chi? (2008), Damages
(2009-2010), The Office (2010), con Steve
Carell, e Justified (2010-2015), dove era
nuovamente protagonista. Tra le serie più recenti a cui ha preso
parte si annoverano invece The Mindy Project (2013),
The Grinder (2015-2016) e Santa Clarita
Diet (2017-2019), dove recita accanto a Drew
Barrymore. Nel 2019 è invece nel film Deadwood –
il film, mentre nel 2020 recita nella seconda stagione di
The
Mandalorian e nella quarta di Fargo.
8. È anche
produttore. Con la serie Justified l’attore è
tornato a far parte in pianta stabile di un prodotto televisivo di
successo. Particolarmente legato alla serie, Olyphant non si è
limitato a ricoprire il ruolo di interprete, ma per l’occasione ha
vestito per la prima volta anche i panni del produttore. Ha
ricoperto tale ruolo per oltre 65 episodi, sostenendo così il
progetto. In seguito, Olyphant è tornato ad essere produttore anche
per Santa Clarita Diet e Deadwood – Il film,
tutti progetti che lo hanno visto coinvolto anche come interprete
principale.
Timothy Olyphant in Scream 2
7. È stato il suo primo
ruolo di rilievo. Nel thriller Scream 2, sequel
del grande successo del 1996, l’attore ricopre il suo primo ruolo
di particolare importanza. Egli è infatti uno dei protagonisti, con
il personaggio di Mickey Altieri. Questi, che è uno dei migliori
amici della protagonista Sidney, si rivela essere infine il vero
omicida. Dopo aver dato vita ad una sequenza di brutali uccisioni,
viene tuttavia fermato dalla protagonista, la quale finisce con
l’ucciderlo. Grazie a questo ruolo da villain, Olyphant ha potuto
dimostrare grande carattere come attore, conoscendo una prima
notorietà.
Timothy Olyphant in The Office
6. È stato guest star della
celebre sit-com. Nel 2010 l’attore appare in due episodi
della settima stagione di The Office, popolare sit-com
statunitense. Egli interpreta il commesso viaggiatore Danny
Cordray, introdotto per la prima volta nell’episodio The
Sting. Pur essendo comparso in qualità di guest star nella
serie, l’attore ha ottenuto numerosi consensi per il suo ruolo,
particolarmente apprezzato dai fan. Egli si è in particolare reso
celebre per la competizione a cui dà vita con gli altri dipendenti
dell’ufficio.
Parte delle cose che non sai
sull’attore
Timothy Olyphant in Hitman –
L’assassino
5. Ha acquisito molti
muscoli per il film. Adattamento dell’omonimo videogioco,
il film ha per protagonista Olyphant nel ruolo dell’Agente 47,
spietato e freddo assassino, noto per la sua risolutezza a portare
a termine le sue missioni. Per poter ricoprire un ruolo tanto
dinamico quanto fisico, l’attore si trovò a dover seguire un
allenamento mirato a fargli acquisire massa muscolare. Inoltre, si
allenò anche nelle arti marziali, richieste per alcune scene del
film. Al momento delle riprese, grazie ai giusti esercizi e alla
giusta dieta, Olyphant era infatti arrivato a guadagnare circa 10
chili di muscoli, apparendo così più massiccio e minaccioso.
4. Non era la prima scelta
per il ruolo. Originariamente, il ruolo dell’assassino
protagonista era stato offerto all’attore Vin
Diesel, divenuto celebre grazie a Fast &
Furious. Questi, tuttavia, preferì non accettare la parte, e
si limitò a svolgere il ruolo di produttore esecutivo del film. Il
ruolo dell’Agente 47 venne allora offerto a Jason Statham, ma anche questi dovette
rinunciare per via di altri impegni. Fu a quel punto che Olyphant
venne scelto, e l’attore lavorò a lungo per poter risultare
convincente in un ruolo così tanto incentrato sull’azione.
Timothy Olyphant: chi è sua
moglie
3. Si è sposato prima di
diventare famoso. Nel 1991, diversi anni prima di
intraprendere la carriera da interprete a Hollywood, l’attore si
era sposato con Alexis Knief, all’età di 23 anni. I due si erano
conosciuti durante il college, e hanno da sempre formato una solida
e riservata coppia. Dopo essere divenuto celebre grazie ai suoi
primi ruoli, Olyphant ebbe poi il primo figlio nel 1999. Questo
venne seguito da altri due bambini, nati rispettivamente nel 2001 e
nel 2003. Ad oggi la coppia risiede a Los Angeles, dove vive una
tranquilla esistenza lontano dai riflettori della mondanità.
Timothy Olyphant non è su
Instagram
2. Non possiede un account
personale. Cercare un profilo verificato dell’attore sul
social network Instagram non porterà a nessun risultato. L’attore,
infatti, notoriamente non possiede alcun profilo di questo tipo, e
si è più volte dichiarato non interessato ai social network. Si
possono tuttavia ritrovare diverse fan page a lui dedicate, alcune
particolarmente seguite e aggiornate. Tramite queste sarà possibile
scoprire curiosità sull’interprete, come anche rimanere
continuamente aggiornati sui suoi progetti cinematografici o
televisivi.
Timothy Olyphant: età e
altezza
1. Timothy Olyphant è nato a
Honolulu, nelle Hawaii, Stati Uniti, il 20 maggio del
1968. L’attore è alto complessivamente 183 centimetri.
I film romantici (o sentimentali)
sono tra i preferiti della maggior parte del pubblico di tutto il
mondo. Alcuni dei film più iconici della storia del cinema hanno al
centro una storia d’amore spesso tormentata, che in genere è quasi
sempre capace di resistere alla caducità del tempo. È innegabile,
quindi, che una storia d’amore – se raccontata ovviamente nella
maniera più sincera possibile – sarà sempre in grado di fare
breccia nei nostri cuori. Come stabilito da Shakespeare ormai
secoli fa, una grande storia d’amore è sempre costellata da eventi
tragici. Cosa può esserci di più straziante di una coppia di
innamorati che viene costantemente messa alla prova dall’ostilità
del destino?
Screen Rant ha raccolto i 10 momenti più tristi in altrettante
celebri storie d’amore raccontate al cinema:
Vacanze romane
Iconica storia d’amore del
cinema targato anni ’50, Vacanze romane è interpretato
Gregory Peck e
Audrey Hepburn. Il film rimane una delle commedie romantiche
più amate di tutti i tempi con protagonista una coppia di
interpreti tanto elegante quanto sofisticata.
Tuttavia, a
differenza di quello che ci si potrebbe aspettare da un film
scaldacuore come questo, Vacanze romane non termina con il
tradizionale “lieto fine”. Nell’ultima scena, infatti, vediamo Joe
Bradley (Peck) impegnato in una lunga e agonizzante passeggiata
attraverso il corridoio del palazzo dopo essersi reso conto che il
suo breve tempo con la principessa Ann (Hepburn) è ormai giunto al
termine. In qualche modo, il fatto che il film rimanga ancorato
alla realtà e non unisca i due amanti rende il finale ancora più
memorabile.
Un amore splendido
Una storia d’amore classica
con protagonista un disinvolto Cary Grant e un’affascinante Deborah
Kerr. Un amore splendido ha conquistato i cuori di milioni
di spettatori, facendoli annegare in fiumi di lacrime ad ogni
ripetuta visione.
La coppia al centro della storia si
incontra su una nave da crociera e si innamora, ma entrambi sono
già fidanzati con altre persone. Promettono di rivedersi dopo sei
mesi sul ponte di osservazione dell’Empire State Building. La
tragedia incombe quando Terry (Kerr) viene investita da un’auto
proprio mentre si precipita all’incontro con Nickie (Grant).
Tuttavia, il momento che lascia davvero gli spettatori con il fiato
sospeso arriva nell’ultima scena, quando Nickie, compreso
finalmente il motivo per cui Terry non gli aveva detto niente delle
sue condizioni (dopo l’incidente la donna aveva perso l’uso delle
gambe), le chiede perdono per aver dubitato di lei.
Via col vento
Il capolavoro di Margaret
Mitchell,
Via col vento, venen adattato per il grande schermo nel
1939. Il film vedeva protagonisti Clark Gable e Vivien Leigh nei
ruoli principali, entrambi all’apice della loro carriera in quel
momento.
I fan del classico
sanno che il film segue l’esuberante Scarlett O’Hara (Leigh) mentre
è alle prese non soltanto con la ricerca dell’amore ma anche con le
incredibili conseguenze della guerra civile americana. Quando
Scarlett finalmente torna a casa da Tara, è estasiata al pensiero
di imbattersi nelle braccia amorevoli e confortanti di sua madre.
Ma poi, in un momento davvero commovente, fa una scoperta
straziante: sua madre è morta di tifo mentre lei era stata via e
suo padre ha quasi perso la testa per l’enorme
dolore.
Insonnia d’amore
Una delle commedie
romantiche più amate degli anni ’90, in cui un giovane
Tom Hanks interpreta un vedovo in lutto che si trasferisce a
Seattle con il figlio di 8 anni dopo la tragica scomparsa della
moglie.
Il film si conclude
con una nota felice: Sam (Hanks) e Annie (Meg
Ryan) si incontrano in cima all’Empire State Building, un
tributo al già citato Un amore splendido, che viene
menzionato più volte nel film. Tuttavia, ci sono alcuni momenti
alquanto tristi che restano nei ricordi dello spettatore anche
durante lo scorrere dei titoli di coda, come ad esempio la scena in
cui Sam, di notte, parla da solo e si rivolge alla moglie defunta,
mentre il suo figlioletto dorme.
P.S I Love You
Ad essere onesti, l’intero
film si basa su una premessa deprimente: la morte prematura di un
giovane che lascia una vedova in lutto.
Gerard Butler è incredibilmente affascinante e
Hilary Swank fa emozionare il pubblico nei panni di una donna
che non sembra capace di superare la scomparsa dell’amore della sua
vita.
Holly (Swank) inizia a ricevere
lettere dal defunto Gerry attraverso cui quest’ultimo cerca di
aiutarla ad andare avanti, consapevole che altrimenti avrebbe
rovinato ciò che era rimasto della sua vita. Quando la madre di
Holly finalmente le dice che Gerry le aveva fatto promettere di
farle avere le sue lettere dopo la sua morte… in quel momento,
diventa davvero difficile riuscire a trattenere le lacrime.
Titanic
Un film che ha infranto i
cuori, ha scosso il botteghino e si è aggiudicato quasi tutti i
premi per i quali è stato nominato. La storia d’amore tra Jack e
Rose ha definito un’epoca e ha catapultato i due protagonisti verso
una fama a dir poco immediata.
Un’intera generazione pianse con
Rose mentre lasciava andare il suo amante nelle acque scure e
gelide dell’Oceano Atlantico. La porta rotta su cui Rose
galleggiava è stata anche oggetto di alcune gag nel corso degli
anni, con diverse prese in giro sul fatto che fosse stata
abbastanza robusta da poter trasportare anche Jack. Tuttavia, il
regista
James Cameron voleva dare alla storia dei due amanti un finale
tragico, e così ha fatto.
One Day
Emma e Dexter continuano ad incontrarsi in questa sorta di
rivisitazione di Harry, ti presento Sally dal finale tragico. Anche se
è evidente che i due si piacciono, non riescono mai davvero a stare
insieme, fino a quando il destino non gioca loro la più crudele
delle carte.
Emma viene investita da un camion
subito dopo aver lasciato a Dexter un messaggio vocale e aver
promesso di rivedersi presto. Per un film che per la maggior parte
del tempo sembra alquanto spensierato, il finale e il modo in cui
la coppia viene fatta a pezzi è davvero crudele.
Le pagine della nostra vita
Questa storia d’amore
tratta dal romanzo di Nicholas Sparks è capace di commuoversi fino
alla lacrime anche dopo l’ennesima visione. La storia tra Noah e
Allie attraversa numerosi alti e bassi e sembra addirittura
condannata a non durare, fino a quando la coppia finalmente capisce
di voler costruire una vita insieme.
La loro storia d’amore continua
anche durante la vecchiaia, e non è certamente immune al dolore: la
vecchia Allie ha perso la memoria e non ricorda nemmeno l’unico
vero grande amore della sua vita, ossia Noah. Quest’ultimo è
deciso, tuttavia, a far accadere un miracolo: si ritrova con lei
nella stessa struttura per anziani e decide di ricordarle ogni
giorno della loro storia. Siamo certi che il momento in cui Noah e
Allie vengono trovati morti, sdraiati l’uno accanto all’altro, è
capace di far emozionare anche i cuori di pietra.
Espiazione
Espiazione di
Joe Wright è una commovente storia di rimorso, amore sfortunato
e morte. Una fantasiosa e presuntuosa ragazzina di 13 anni rovina
le vite della sorella maggiore, del suo amante e di se stessa sulla
scia della gelosia.
Per gran parte del film lo
spettatore è spinto a credere che tutto si risolverà per il meglio,
ma ecco che il regista sgancia una bomba: gli amanti, fatti a pezzi
dalla menzogna del personaggio di Briony, non hanno mai avuto il
lieto fine che tanto desideravano. La guerra è scoppiata: Robbie è
morto proprio l’ultima notte prima che la sua guarnigione venisse
evacuata e Cecelia è morta pochi mesi dopo, in un bombardamento. La
scena in cui Robbie giace morto, fissando il nulla e immaginando la
fotografia del minuscolo cottage in cui aveva progettato di vivere
con Cecelia, è destinata a lasciarci in uno stato di profonda
angoscia…
Colpa delle stelle
Il giovane ma purtroppo già
condannato amore tra Gus e Hazel è al centro di un film
strappalacrime che potrebbe far intenerire anche lo spettatore più
insensibile. Hazel è una ragazza malata di cancro che incontra Gus
– anch’egli malato – in un gruppo di supporto, finendo per
ritrovarsi subito attratta dal suo temperamento positivo.
Ma il pubblico sa che una storia del
genere difficilmente potrebbe finire bene: alla fine, infatti, Gus
soccombe alla sua malattia. Verso la fine del film Gus, Hazel e il
loro comune amico Isaac si incontrano in chiesa per leggere le
lettere che i due si erano scritti l’un l’altro come elogi. L’amore
puro e genuino che Hazel e Gus nutrono l’uno per l’altro è
duraturo, anche se le loro vite non lo sono state (o non lo
saranno… ).
A quanto pare, ogni nuova
informazione su The
Flash non fa altro che accrescere l’hype dei fan
attorno al progetto. Ovviamente, l’interesse nei confronti del film
è aumentato a dismisura dopo la conferma dell’introduzione del
Multiverso e della presenza di entrambi i Batman interpretati in
passato da Michael Keaton e Ben Affleck.
Durante un Q&A con i fan, il
regista Andy Muschietti ha anticipato un po’
quello che sarà il tono del film, dichiarando che se si conosce il
suo lavoro, allora è facile immagine come potrebbe essere il suo
film dedicato al Velocista Scarlatto: “Il mio Flash non avrà un
tono leggero o un tono dark. Sarà una combinazione di entrambi. Se
avete visto i miei film precedenti, come ad esempio IT e IT –
Capitolo Due, allora sapete quanto mi piaccia contaminare le cose.
Quello che vedrete nel mio Flash sarà una storia emotiva molto
profonda, ma spero che sarà anche molto divertente e, allo stesso
tempo, una grande avventura epico. E spero, a volte, anche
terrificante. Questo è ciò che posso dire. Quindi,
preparatevi!”
Anche Ezra Miller ha preso parte al Q&A
organizzato in occasione della seconda parte del DC FanDome, rivelando
che, nonostante i
nuovi allettanti concept art rivelati durante la prima parte
del grande evento live dedicato all’universo DC, non ha ancora
visto il suo costume, né tantomeno lo ha provato. Proprio per
questo, c’è anche una piccola possibilità che il costume possa
ancora subire delle piccole modifiche.
“Devo ancora vederlo. Ma ho
sentito alcune cose al riguardo e sono estremamente eccitanti. Ci
saranno alcuni colpi di scena… in un certo senso, credo che sarà un
costume più tradizionale, basato sui fumetti, ma per certi aspetti
potrebbe anche essere meno convenzionale. Ho sentito che potrebbe
essere più leggero del mio ultimo abito, e questo potrebbe essere
un esempio di alcuni dei cambiamenti apportati. Non sono sicuro di
quanto posso effettivamente svelare.”
Tutto quello che c’è da sapere su
The Flash
Ricordiamo che The
Flash arriverà al cinema il 1 luglio 2022. Il
film sarà diretto da Andy
Muschietti, regista di IT e IT
– Capitolo Due.Ezra
Miller tornerà a vestire i panni del Velocista
Scarlatto dopo un cameo in Batman
v Superman: Dawn of Justice e Justice
League. Confermata anche la presenza di Michael Keaton e Ben Affleck, che torneranno entrambi a vestire
i panni di Batman. Il film dovrebbe essere ispirato alla serie a
fumetti “Flashpoint” del 2011, scritta da Geoff Johns e disegnata
da Andy Kubert.
Uncharted
è tra le produzioni di Hollywood che sono ripartite dopo lo stop
causato dalla pandemia di Coronavirus. Un piccolo miracolo,
considerando quante volte il film è stato ritardato negli ultimi
anni. Purtroppo, non abbiamo visto nessuna foto dal set, e da
quando sono cominciate ufficialmente le riprese gli aggiornamenti
davvero significativi sul progetto sono stati ben pochi.
Adesso, grazie a un video
condiviso su Instagram
dal protagonista Tom
Holland, adesso sappiamo che il team che sta lavorando
alla produzione dell’adattamento del celebre videogioco non ha
ancora riscontrato alcun problema (a differenza di quanto invece
accaduto a The
Batman, con le riprese che sono state nuovamente sospese
dopo che Robert Pattinson è risultato positivo al
Covid-19).
“Le riprese stanno andando
bene, stanno andando davvero bene”, ha spiegato la star di
Spider-Man:
Far From Home. “Il film è veramente tutto ciò che
ho sempre sognato che fosse. Non so se voi avete mai giocato ai
videogiochi, ma io ero un grande fan e sono contento per come
stanno andato le cose sul set.”
“Ho il livido
più grande di sempre, sulla gamba, ma è una zona abbastanza
rivelatrice per una diretta su Instagram. Penso che potrebbero
chiudermi il profilo… però sì, è un livido importante”,ha scherzato l’attore in merito a quello che
probabilmente è il grande impegno – anche fisico – che una
produzione come quella di Uncharted richiede.
È sicuramente una buona cosa
ricevere un aggiornamento positivo sul progetto, anche se Holland
non ha condiviso alcun dettaglio specifico su ciò che i fan devono
aspettarsi. Attualmente, la data di uscita del film è ancora
fissata per il prossimo Luglio, nonostante la Sony non abbia ancora
annunciato il cast completo né diffuso alcuna sinossi
ufficiale.
Tutto quello che sappiamo su
Uncharted
In Uncharted, Tom
Holland sarà Nathan Drake, mentre Mark
Wahlberg vestirà i panni di Sully
Sullivan. Non tutti sanno che, inizialmente, Wahlberg avrebbe
dovuto interpretare l’eroe del titolo anni fa quando David O.
Russell era coinvolto nel progetto, mentre negli
anni la Sony ha deciso di sviluppare il film come
una origin story.
La sceneggiatura del film, che
arriverà al cinema il 16 luglio 2021, è stata firmata
da Art Marcum, Matt
Holloway e Rafe Judkins, e
racconterà le avventure del protagonista Nathan Drake nei suoi anni
giovanili mentre diventa il cacciatore di tesori che tutti
conosciamo.
Vi ricordiamo che Uncharted
sarà la prima produzione cinematografica di Sony PlayStation
Productions, divisione interna della Sony fondata lo scorso anno da
Asad Qizilbash e Carter Swan in collaborazione con PlayStation
Productions, Chuck Roven, Avi Arad, Alex Gartner e Ari Arad.