Insieme al trailer, Netflix ha annunciato 13 eventi speciali in tutto il mondo
pensati per coinvolgere i fan prima del debutto ufficiale della
stagione. Tra le città selezionate figura anche Milano, che ospiterà un evento
dedicato al pubblico italiano dal 6 all’8 marzo, confermando l’enorme popolarità
della saga anche nel nostro Paese.
Eventi globali, lettera di Eiichiro Oda e cosa aspettarsi dalla
stagione 2
Il tour mondiale di ONE
PIECE: Verso la Rotta Maggiore toccherà città chiave come
Città del Messico, Los Angeles, Parigi, Tokyo, Bangkok, Rio de
Janeiro e molte altre, offrendo ai fan esperienze immersive pensate
per celebrare l’arrivo della nuova stagione. Tutti i dettagli sui
singoli appuntamenti sono disponibili su Tudum, il portale
ufficiale Netflix dedicato ai contenuti originali.
In occasione dell’imminente debutto, Eiichiro Oda ha condiviso una
lettera aperta ai
fan, sottolineando l’importanza di questa nuova fase della
serie. Dopo il successo globale della prima stagione — entrata
nella Top 10 in 93
Paesi e al primo
posto in 46 — l’autore promette una stagione che
“infrangerà tutte le regole stabilite”, introducendo nuovi
utilizzatori dei Frutti del Diavolo, razze mai viste prima,
creature inedite e sequenze d’azione ancora più ambiziose.
La stagione 2
porterà finalmente la storia nella Rotta Maggiore, descritta come
il mare più straordinario e imprevedibile del mondo di
ONE PIECE. Luffy e la
sua ciurma affronteranno avversari più pericolosi, isole bizzarre e missioni
che metteranno alla prova i loro legami e il loro coraggio,
avvicinandoli al leggendario tesoro che dà il nome alla saga.
ONE PIECE è una serie
live action realizzata in collaborazione con Shueisha,
prodotta da Tomorrow
Studios (partner di ITV Studios) e
Netflix.
Le due star, amatissime dal
pubblico mondiale, appaiono nel film per la prima volta insieme –
inaugurando un sodalizio che proseguirà con The
Odyssey e Dune:
Part Three: una coppia iconica che ha già generato dibattito online
e social.
Dopo un gioco innocente che innesca
una spirale di dubbi e sospetti, Emma (Zendaya) e Charlie (Robert Pattinson) affrontano la vigilia del
matrimonio fra passione e tensioni, segreti scomodi e rivelazioni.
The Drama – Un segreto è per sempre è un’affascinante commedia
romantica che esplora le sliding doors dell’esistenza e la verità
nelle relazioni, perché a volte anche la persona che pensiamo di
conoscere meglio resta sempre un mistero.
Prodotto da A24, The Drama – Un
segreto è per sempre, scritto e diretto da Kristoffer Borgli, sarà
nei cinema italiani il 2 aprile 2026 con I Wonder Pictures, che
oggi svela il teaser trailer e il teaser poster del film.
Il regista di Superman
e co-CEO della DC Studios James Gunn ha alimentato le speculazioni sul
fatto che finalmente ci potrebbero essere dei movimenti sul tanto
atteso reboot di Swamp
Thing della DCU. Gunn ha infatti condiviso alcune immagini –
la copertina del primo volume della Saga di Swamp Thing di Alan Moore –
sulle sue storie Instagram.
Il regista pubblica in realtà molte
immagini relative alla DC sui social media, ma l’immagine di Swamp
Thing che segue direttamente lo spot televisivo e il poster di
Supergirl di ieri sera sembra particolarmente
casuale (vale la pena notare che l’immagine di Gunn rimanda a
una collezione di opere d’arte di
Michael Zulli). Non resta a questo punto che attendere di
scoprire se davvero ci sono novità in arrivo riguardo questo
progetto o se invece la ricondivisione di Gunn non aveva nessun
particolare sottotesto.
Cosa sappiamo di Swamp Thing?
James Mangold,
regista di Indiana Jones e il Quadrante del Destino e
Logan – The Wolverine, è ancora legato alla regia del
film, ma Gunn ha rivelato che il regista non ha ancora consegnato
la sceneggiatura alla fine dell’anno scorso. Poco dopo, abbiamo
saputo che Mangold aveva firmato un accordo globale con la
Paramount Pictures per “sviluppare, dirigere e produrre
progetti di lungometraggi” per lo studio, che è stato
recentemente acquisito da Skydance.
Con una certa sorpresa, Gizmodo ha
però poi affermato che Mangold “rimane legato e disponibile a
sviluppare tutti i suoi altri progetti”. In seguito,
durante un’intervista con Rolling Stone, a Gunn è stato chiesto
se l’accordo di Mangold con la Paramount significasse che
Swamp Thing fosse ormai “morto”.
“No, no, non è così. No”,
ha risposto Gunn, prima di aggiungere che spera ancora di vedere il
film diventare realtà prima o poi. “Sì, voglio dire, sì,
assolutamente. Assolutamente. Sì. Abbiamo parlato con lui. È ancora
interessato. Quindi vedremo. Alcune cose richiedono molto tempo.
Vedremo cosa succederà”. Mangold ha già condiviso alcuni
dettagli intriganti sui suoi piani per il personaggio, spiegando
anche perché ha deciso di rendersi disponibile per questo
particolare progetto.
“Non appena ho saputo che
James
Gunn avrebbe preso il controllo della DC, ho visto questa come
un’opportunità per candidarmi”. Mangold ha anche detto che la
sua interpretazione del classico personaggio della DC Comics sarà
ispirata a Frankenstein e, sebbene Gunn abbia
precedentemente dichiarato che il film “indagherà sulle origini
oscure di Swamp Thing” con una storia “molto più
horror”, il regista ha chiarito che non punta
“specificatamente” a una classificazione R.
“Sebbene sia certo che la DC
consideri Swamp Thing come un franchise, io lo vedrei come un film
horror gotico molto semplice e pulito su quest’uomo/mostro”,
ha detto Mangold. “Farò semplicemente di testa mia, sarà un
film a sé stante”. “Mi è stata data la possibilità [di
lavorare] in generi diversi, perché c’è chi è disposto a
finanziarli. Se fossi solo un regista horror e la gente volesse
pagare solo per i miei film horror, sarebbe un problema
diverso”, ha poi ammesso il regista. “Ma parte del
divertimento sta nel fatto che si impara molto quando si cambiano i
generi o il linguaggio in cui si comunica la propria
arte”.
Sono state pubblicate altre foto
dal set di Highlander (si possono vedere qui e qui), che questa volta ci
rivelano per la prima volta Dave Bautista, star di Guardiani della Galassia, nei
panni del malvagio Kurgan. Il wrestler professionista diventato
attore sembra adeguatamente formidabile e più che all’altezza di
confrontarsi con il Connor MacLeod interpretato da Henry Cavill.
Kurgan, interpretato da
Clancy Brown nel film del 1984, è nato in quella
che oggi è la Russia, sulla costa del Mar Caspio. La sua tribù,
parte della cultura Kurgan, era famosa per la sua crudeltà, nota
per “gettare i bambini in fosse piene di cani affamati e
guardarli lottare per il cibo” per divertimento. Dopo il primo
scontro con MacLeod nel 1500, nasce una faida secolare con il suo
potente compagno immortale, in cui Kurgan insegue senza pietà il
suo nemico per centinaia di anni fino alla battaglia finale.
Il primo film di
Highlander seguiva infatti MacLeod e The Kurgan in
una lotta all’ultimo sangue per assorbire i poteri l’uno
dell’altro. La premessa dell’intera saga è che, alla fine, può
esserci “solo uno”, e ci aspettiamo che sia così anche in questo
reboot. Entrambi gli attori sembrano un po’ malconci in queste
foto, e Kurgan indossa un abito da prete. Per ora possiamo solo
immaginare cosa stia succedendo, ma qualcosa ci dice che non sono
dell’umore giusto per allearsi.
Il cast di Highlander
Nel film
Highlander, Jeremy Irons interpreta il malvagio leader dei
Watchers, ma nel film di Cavill ci sarà un’altra reunion del DCEU.
Il protagonista di L’uomo d’acciaio si riunirà con
Russell Crowe, che ha interpretato Jor-El, il
padre di Superman, nel film del
2013.
Crowe interpreterà Juan
Sánchez-Villalobos Ramírez, una figura mentore per Connor MacLeod
di Cavill. Chad Stahelski è invece alla regia di
Highlander, basato su una sceneggiatura di
Kerry Williamson e Mike Finch. Il
cast sta anche mettendo in scena una reunion del Marvel Cinematic Universe tra
Dave Bautista e Karen Gillan di Guardiani della
Galassia, che hanno interpretato rispettivamente Drax e Nebula
nella trilogia di supereroi di James
Gunn.
Drew McIntyre,
lottatore della WWE, è invece stato scelto per interpretare Angus
MacLeod, il fratello di Connor. Anche Siobhán
Cullen, Jun Jong-seo, Nassim
Lyes e Kevin McKidd hanno ottenuto un
ruolo in Highlander, insieme a Marisa
Abela e Djimon Hounsou.
La
nuova serie spin-off di Game of Thrones, A Knight of the Seven
Kingdoms, registra un
importante cambio di rotta
nel gradimento del pubblico a metà della sua prima
stagione. Dopo un avvio più incerto, la serie sta beneficiando di
una risposta sempre più positiva, soprattutto in seguito
all’uscita
del quarto episodio.
Dopo essere sceso fino al 64% di audience score su Rotten Tomatoes in seguito
all’episodio 2, A Knight of the Seven
Kingdoms ha iniziato una progressiva risalita. Con
l’arrivo di nuove valutazioni positive dopo l’episodio 4,
pubblicato venerdì 6 febbraio, il punteggio del pubblico è salito
di 7 punti
percentuali, raggiungendo il 71% su oltre mille voti complessivi.
Il
confronto con Game of Thrones e House of the Dragon
Un
aumento di quasi il 10% nel giro di due episodi rappresenta un
segnale significativo per uno spin-off ambientato nell’universo di
Westeros. Il precedente 64% collocava infatti A Knight of the Seven Kingdoms tra i titoli
meno apprezzati dal pubblico dell’intero franchise HBO, includendo
sia la serie originale che House of the
Dragon.
Con l’attuale 71%, la serie si avvicina ora ai risultati medi di
House of the Dragon, che
ha registrato un 82%
nella prima stagione e un 72% nella seconda. Il distacco resta netto
rispetto al caso più controverso dell’intera saga: la
stagione 8 di
Game of
Thrones, che continua a detenere il record negativo
del franchise con un 55%
di critica e un 30% di pubblico su Rotten Tomatoes.
L’episodio 4, intitolato Seven, è stato rilasciato su HBO
Max con qualche giorno di anticipo rispetto alla programmazione
originale, per evitare la sovrapposizione con il Super Bowl. La
scelta si è rivelata vincente: l’episodio è stato elogiato per
l’intensità emotiva, la regia e le interpretazioni del cast,
diventando anche l’episodio più votato della serie su IMDb, con un
impressionante 9,7/10, uno dei punteggi più alti mai registrati
nel franchise.
Il miglioramento del gradimento del pubblico segue un andamento
simile anche sul fronte critico. Dopo un iniziale
82% nelle prime
recensioni pre-uscita — secondo dato più basso della saga dopo
Game of Thrones 8 — la
serie è salita rapidamente al 95% di critics score, diventando
la prima stagione più
apprezzata dalla critica tra tutte le produzioni
ambientate nel mondo creato da George R.R. Martin.
Olivier Assayas,
regista di intrighi e cospirazioni atipiche in cui i misteri,
piuttosto che venire spiegati, spariscono nella loro
inafferabilità, porta in concorso a Venezia 82Il mago del Cremlino – Le Origini di
Putin, adattamento dell’omonimo romanzo fantapolitico
di Giuliano da Empoli, vincitore del
Grand prix du roman de l’Académie française nel 2022.
L’uomo che verrà
Russia, primi anni ’90. L’Unione Sovietica è crollata e, nel caos
di un Paese che cerca di ricostruirsi, un giovane dalla
straordinaria intelligenza, Vadim Baranov
(Paul
Dano), inizia a tracciare il proprio cammino. Da
artista d’avanguardia a produttore di reality show, Baranov diventa
presto il consigliere ufficioso di un ex agente del KGB destinato a
conquistare il potere assoluto: l’uomo che il mondo imparerà a
conoscere come “lo Zar”, Vladimir Putin (Jude
Law).
Immerso nel cuore del sistema, Baranov si trasforma nello spin
doctor della nuova Russia, capace di modellare discorsi, illusioni
e percezioni. Ma c’è una figura che sfugge al suo controllo:
Ksenia, donna libera e inafferrabile, simbolo di
una possibile via di fuga lontana dalle logiche di dominio e
manipolazione politica.
Quindici anni più tardi, dopo essersi ritirato nel silenzio,
Baranov decide di parlare con un giornalista americano (Jeffrey
Wright). Le sue rivelazioni confondono i confini tra verità e
menzogna, convinzione e strategia. Il mago del
Cremlino è un viaggio nei corridoi oscuri del
potere, un film in cui ogni parola diventa parte di un disegno più
grande.
L’enigmatico Paul
Dano
Baranov pensa che
il personaggio di Jeffrey Wright, a differenza di tanti altri,
abbia capito qualcosa – non tutto, ci tiene a sottolineare – della
sua carriera politica. Dall’incontro tra i due parte un racconto a
ritroso che ci conduce alla giovinezza di Baranov, periodo in cui,
come tanti altri coetanei, era ancora prigioniero della vecchia
idea russa che l’arte è profezia, bloccato nella bolla artistica e
nell’assioma che la cultura potesse ancora esercitare potere. Man
mano, il giovane capisce però che vuole essere protagonista dei
suoi tempi, che la Russia è diventata un supermercato ed è tempo di
inventarsi qualcosa di nuovo. Così, passa dal mondo degli
spettacoli teatrali ai reality show: nella Mosca degli anni ’90 non
si può più essere noiosi, tutte le altre istituzioni sono cadute,
rimane solo la televisione.
Uomini di potere derivano la loro
aura dalla posizione che occupano. Per Baranov, il cui operato è
stato definito “finta democrazia” in uno studio scritto dal
personaggio di Wright, questa è una certezza assoluta, così come il
fatto che ciò che conta veramente in Russia sia la vicinanza al
potere, non i soldi. Lo sguardo misterioso di Paul
Dano – capace di interpretare ruoli agli antipodi
nella sua carriera, dall’impacciato figlio di una famiglia
“ambulante (Little Miss Sunshine) agli individui più
inquietanti (Prisoners),
fino ai villain dei cinecomic (l’enigmista in The Batman)- ritrae con spiazzante lucidità questa
figura fittizia che sembra abitare il nostro presente,
prestigiatore onniscente dei movimenti dell’attualità.
Il potere verticale
Arriviamo poi all’incontro di
Putin, introdotto come funzionario ed ex spia del KGB, che
BorisBerezovskij pensa possa essere la
figura perfetta per liberarsi dal giogo degi imbonitori
(El’cin), creando una nuova
figura politica. La prerogativa è solo una: ricostruire l’integrità
della federazione russa. Dall’introduzione del futuro Zar,
assisteremo alla gestione della seconda guerra cecena,
l’affondamento del Kursk, la crisi degli ostaggi del 2002, la
rivoluzione arancione, fino ad arrivare alle prime fasi della
guerra ucraina del 2022.
Nel corso dell’inserimento di Putin
all’interno delle sfere del potere emerge il contrasto incolmabile
tra Boris, uomo di televisione ed emozioni, e lo Zar: secondo
Baranov, si pensava di sostituire soltanto una figura, non l’intero
sistema. È la fine dell’era degli oligarchi che, nel tentare di
ritrasformare la Russia in ciò che è sempre stata, creano una
prigione grande come un Paese.
Un Assayas affilato ma
meno spiazzante
Il mago del
Cremlino è thriller politico riuscito anche se forse
fin troppo convenzionale per Assayas, che avrebbe potuto
decostruire ancora di più l’influsso taumaturgico del potere. Lo
sancio particolarmente ispirato nella direzione visiva – a cui il
regista ci ha abituati soprattutto nelle sue opere più recenti –
viene però bilanciato da dialoghi incredibilmente ben scritti.
Sembra, indubbiamente grazie anche alla presenza di Emmanuel
Carrère alla sceneggiatura, di sfogliare le pagine di un libro.
Di particolare rilievo è l’indagine sulla parola come strumento
magico, dei toni e delle conversazioni pacate che vanno a
infliggere il male, dell’idea che non serva urlare per stabilire
regole.
Nel dominio incontrastato di soli
uomini si inserisce Ksenia, figura femminile
sfuggente, archetipo tanto caro ad Assayas che, come le donne di
No Other Choice, potrebbe offrire una soluzione o via
di fuga dall’egemonia del potere. Nel presente, che vede
smaterializzarsi il personaggio di
Alicia Vikander, c’è invece una bambina che Baranov ha voluto
crescere “in sicurezza”, dopo che la Russia ha divorato suo nonno e
suo padre. Lui, che ha sempre vissuto il futuro, ha trovato il
presente con la figlia. Ma per un uomo che ha deciso di sposare i
suoi tempi, forse i tempi ora vogliono scappare da lui.
La
stagione 4 di The Lincoln
Lawyer introduce cambiamenti sostanziali
rispetto al romanzo The Law of
Innocence di Michael
Connelly, ma lo fa con una lucidità
narrativa che rafforza l’adattamento televisivo. La serie Netflix conferma la sua capacità di rispettare lo
spirito del materiale originale, intervenendo solo quando il
linguaggio seriale lo richiede.
I
co-showrunner Dailyn
Rodriguez e Ted Humphrey
dimostrano una piena padronanza dell’equilibrio tra fedeltà e
rielaborazione, consegnando una stagione emotivamente solida,
capace di ampliare i personaggi secondari senza snaturare il cuore
del racconto: il processo di Mickey Haller.
Maggie entra nel team di difesa molto prima rispetto al libro
Nel romanzo The Law of
Innocence, Maggie si unisce alla difesa di Mickey solo poco
prima dell’inizio del processo, restando per gran parte del
pre-trial ai margini e offrendo soprattutto supporto emotivo. Il
suo ingresso avviene quasi per necessità, quando la co-counsel di
Mickey è costretta a lasciare il caso per un lutto familiare.
Nella serie, invece,
Maggie entra in gioco fin dalle fasi iniziali. Non subentra per
un evento improvviso, ma perché Lorna si trova sopraffatta dal peso
di dover gestire lo studio, altri casi aperti e il ruolo di
co-difensore. Questa scelta amplia enormemente la presenza di
Maggie, permettendole di confrontarsi più a fondo con il lavoro di
Mickey e con il sistema giudiziario, oltre a rafforzare il loro
rapporto professionale, anche al di fuori di una dimensione
romantica.
La serie anticipa e modifica la morte di Legal Siegel
Nei libri di Connelly, David “Legal” Siegel muore tra
The Law of Innocence e
Resurrection Walk. La
sua scomparsa viene rivelata solo successivamente e viene lasciato
intendere che sia legata alla demenza. È un evento doloroso, ma
collocato fuori dalla narrazione diretta del romanzo.
La serie decide invece di anticipare la morte di Legal e di
renderla improvvisa, causata da un infarto. Questa scelta ha un
peso emotivo enorme: Legal non è solo un collega, ma una figura
paterna per Mickey. La sua morte diventa il simbolo di tutto ciò
che Mickey perde durante il processo, accentuando il senso di
isolamento e impotenza, reso ancora più devastante dal fatto che
non possa nemmeno partecipare al funerale.
Hayley trascorre molto più tempo con Mickey
Nel romanzo, il rapporto tra Mickey e Hayley è affettuoso ma più
distaccato. Si vedono a pranzo, lei talvolta assiste alle udienze,
ma vive già una vita autonoma, tra studi e indipendenza. Inoltre,
Mickey evita che le persone a lui care lo visitino in carcere.
La serie ribalta questo approccio, rendendo Hayley una presenza
costante. Lo va a trovare in carcere, salta la scuola per seguire
il processo, condivide con lui il percorso di studio del diritto e
arriva persino a vivere con lui. Questo rafforza enormemente la
posta in gioco emotiva: Mickey non sta lottando solo per la propria
innocenza, ma per proteggere sua figlia da un futuro segnato
dall’ingiustizia.
Mickey ottiene gli arresti domiciliari invece di restare in
carcere
Nel libro, dopo essere stato aggredito durante un trasferimento,
Mickey resta in custodia ma viene scortato privatamente per motivi
di sicurezza. La sua condizione carceraria rimane centrale nella
narrazione.
Nella serie, invece, Mickey viene brutalmente picchiato durante una
riunione AA in prigione, dimostrando di non essere al sicuro. La
detenzione in isolamento violerebbe i suoi diritti, così il giudice
concede gli arresti domiciliari. Questa modifica evita la
ripetitività visiva di lunghe sequenze in carcere e permette alla
storia di sviluppare dinamiche più intime, in particolare tra
Mickey e Maggie.
Harry Bosch viene completamente eliminato
Harry Bosch è il fratellastro di Mickey e una figura fondamentale
nei romanzi, soprattutto in The Law of Innocence, dove contribuisce in modo
decisivo alle indagini. Tuttavia, nella serie non compare mai, a
causa dei diritti del personaggio, legati a Prime Video.
La stagione 4 conferma questa assenza, trovando soluzioni narrative
alternative per colmare il vuoto investigativo. Nonostante la
mancanza di Bosch sia evidente per i lettori, la serie riesce
ancora una volta a riorganizzare le funzioni narrative senza
compromettere la coerenza del racconto.
È Hayley a registrare lo scontro con l’FBI
Nel romanzo, Mickey registra uno scontro notturno con l’FBI grazie
alla videocamera Ring installata fuori casa. Questa prova diventa
fondamentale per ribaltare la situazione a suo favore.
Nella serie, invece, è Hayley a filmare l’alterco con il cellulare,
muovendosi di nascosto appena capisce chi siano gli agenti. A
livello pratico il risultato non cambia, ma sul piano simbolico sì:
la scelta mostra che Hayley possiede già un’intelligenza giuridica
e una prontezza che la rendono una naturale erede del padre.
Mickey e Maggie non tornano insieme
Nel libro, Mickey e Maggie finiscono per riavvicinarsi
sentimentalmente, seguendo una traiettoria più conciliatoria. La
serie sceglie invece una strada più realistica e dolorosa: i due
restano separati.
Maggie torna a San Francisco con Hayley ed è ancora legata a Jack,
anche se il rapporto appare svuotato. Questa decisione evita una
riconciliazione forzata e tiene conto della rottura difficile
avvenuta tra i due, rafforzando la maturità emotiva della
narrazione.
Via COVID-19 e Trump dalla storia
Michael Connelly ambienta The
Law of Innocence in un periodo storico ben preciso, includendo
la pandemia di COVID-19 e il primo mandato di Donald Trump,
elementi che ancorano il romanzo a una realtà riconoscibile.
La serie elimina entrambi i riferimenti. L’assenza della pandemia è
giustificata dall’ambientazione contemporanea, mentre la rimozione
di Trump appare come una scelta di neutralità politica. Alcuni
riferimenti vengono sostituiti da simboli più generici, mantenendo
il conflitto istituzionale senza legarlo a figure specifiche.
Hayley subisce le conseguenze pubbliche del processo
Nel romanzo, l’impatto del processo è concentrato soprattutto su
Mickey e sullo studio legale. La serie amplia invece le
conseguenze, mostrando come l’accusa colpisca chiunque gli sia
vicino.
Hayley viene presa di mira sia online che a scuola, diventando
vittima di bullismo per il caso del padre. È una delle scelte più
dure ma anche più realistiche della stagione, che ricorda come
l’ingiustizia non sia mai un fatto isolato, ma una ferita
collettiva.
L’introduzione della sorella segreta di Mickey
Il colpo di scena
finale della stagione è l’introduzione di
Alison, interpretata da Cobie Smulders, sorella
segreta di Mickey Haller. Il personaggio compare solo negli ultimi
minuti, lasciando volutamente molte domande aperte.
Nei romanzi, Mickey ha diversi fratelli e sorelle, ma Alison non
compare in The Law of
Innocence. La sua introduzione è quindi una deviazione netta
dal materiale originale, pensata per aprire nuovi filoni narrativi
e rilanciare la serie verso la stagione successiva.
Ispirato dal romanzo Box
Hill pubblicato nel 2020 da Adam Mars-Jones,
Pillion – Amore Senza Freni, debutto dietro la
macchina da presa di Harry Lighton (anche autore
dell’adattamento), ha conquistato il premio per la sceneggiatura
nella sezione Un Certain Regard all’ultimo
Festival Di Cannes. E si tratta
di un premio indubbiamente meritato, in quanto è proprio la
precisione nella definizione dei personaggi e dei loro rapporti la
chiave principale perché Pillion funzioni. Non l’unica, ma di certo
l’aspetto primario da cui tutti gli altri traggono beneficio.
La trama e l’incontro tra Colin e
Ray
Proviamo a raccontare a grandi
linee la storia: quando Colin (Harry Melling)
incontra in un pub il seducente biker Ray (Alexander
Skarsgård), capisce di esserne attratto. L’altro lo
trascina immediatamente in una storia di passione fatta
principalmente di sottomissione, questione che Colin accetta di
buon grado suscitando lo stupore e lo sdegno in particolar modo di
sua madre, la quale avrebbe voluto per il figlio una
normalissima relazione omosessuale. Ma l’alchimia
tra Colin e Ray sembra davvero funzionare, o almeno finché il
giovane inizia a sentire di desiderare qualcosa in più che
sottomettersi completamente al volere dell’altro…
Pillion e
la scelta di ambientare la storia nel presente
Spostando l’ambientazione dagli
anni ‘70 del romanzo ai nostri giorni, Harry
Lighton ha rafforzato la componente psicologica ed emotiva
della storia togliendola da quella cornice temporale che avrebbe
probabilmente aggiunto molte, troppe significazioni socio-politiche
al lungometraggio. Una scelta più che condivisibile, in quanto
Pillion si dipana come un film concentrato sui
due protagonisti e sulla loro relazione insolita, raccontata con
minuzia di particolari.
Regia, messa in scena e
interpretazioni attoriali
L’evoluzione emotiva del rapporto
tra Colin e Ray viene sviluppata in maniera corposa da Lighton, il
quale mette in scena il senso di scoperta e di meraviglia del
protagonista in maniera totalmente credibile. Se la sceneggiatura è
pertanto la base solida dell’operazione, la regia non è meno
importante: il cineasta infatti trova un considerevole equilibrio
nel rappresentare i vari aspetti della relazione, mostrandola nei
suoi momenti maggiormente espliciti ma anche in quelli intimi,
capaci di far arrivare allo spettatore il calore umano dei due
personaggi. Tutto questo non sarebbe ovviamente potuto accadere
senza la partecipazione totale dei due attori principali, entrambi
ammirevoli. Harry Melling riesce a restituire
tutte le sfaccettature di Colin, mentre Alexander Skarsgård rappresenta
con verità un personaggio complesso, che avrebbe potuto facilmente
scadere nella retorica o peggio ancora nella macchietta, mentre
l’attore lo rende, oltre che carismatico, anche misterioso e
vulnerabile. Fino alla fine del film, Ray rimane un mistero, e il
non voler chiaramente “spiegare” il personaggio è la chiave per
renderlo ancor più intenso. Due prove che si compenetrano alla
perfezione e ci regalano duetti di enorme intensità.
Un esordio
cinematografico tra i migliori del 2025
Quello di Harry
Lighton è senza alcun dubbio uno degli esordi
cinematografici più riusciti del 2025, se non addirittura il
migliore. Il cineasta ha infatti dimostrato un ammirevole connubio
di lucidità e sensibilità nel costruire il suo film pezzo per
pezzo. Pillion è un dramma sentimentale in cui ogni elemento
concorre in maniera coerente, mai forzata, alla riuscita finale.
Melling e Skarsgård si dimostrano attori perfetti per i rispettivi
ruoli, riuscendo nel non facile tentativo di rendere il loro
rapporto pieno, capace di contenere discorsi universali sulla
coppia. Lighton ha realizzato un film tutt’altro che di
nicchia, adatto al contrario ad andare incontro alle
aspettative di un pubblico molto più vasto di quanto possa
sembrare. Colin e Ray sono protagonisti di una storia
d’amore che riesce ad andare oltre le convenzioni
stabilite e raccontare – senza mirabilmente “spiegare” –
una relazione che funziona per due persone senza che l’universo
esterno debba necessariamente comprendere. Andrebbe benissimo anche
soltanto accettarlo. Sotto questo punto di vista,
Pillion – Amore Senza Freni è un lungometraggio
molto coraggioso, e per questo ancor più riuscito.
Keira Knightley prepara un nuovo intrigante
film dopo il grande successo ottenuto negli ultimi anni con
progetti targati Netflix. Secondo Variety, la Knightley reciterà
infatti in The Worst, una commedia dark britannica
descritta come una “satira di classe maliziosamente
divertente”, che segnerà anche il debutto alla regia di
Simon Woods. Insieme alla Knightley, è stato
annunciato che Alicia Vikander, Jamie Dornan ed Erin Kellyman
si uniranno al cast di questo nuovo progetto.
The Worst, stando
a quanto riportato, segue la coppia di socialite Emily e Max
(Vikander e un attore non ancora confermato), che invitano i loro
ricchi amici – tra cui la consulente per la diversità Holly
(Knightley) e l’agente di talenti Danny (Dornan) – a un incontro
nel loro castello francese. Lì vengono alla luce oscuri segreti e
una cameriera, Niamh (Kellyman), viene coinvolta nel caos che ne
deriva.
Woods si è già fatto un nome come
drammaturgo, noto per Hansard e Such a Lovely Day
del National Theatre. È autore e regista di The
Worst e afferma di volere che il pubblico “sia
attratto da questi personaggi comici vividi ed esagerati, dalle
loro relazioni confuse e scomode e dal disagio che ne deriva. […]
portandoli quasi al punto di essere d’accordo con loro e, così
facendo, riflettendo in modo satirico il momento che stiamo
vivendo”.
Keira Knightley ha esordito con Star
Wars: Episodio I – La minaccia fantasma e Sognando
Beckham prima di affermarsi sulla scena internazionale nel
2003 con Pirati dei Caraibi: La maledizione della prima
luna. Ha poi ottenuto due nomination agli Oscar per
Orgoglio e pregiudizio del 2005 e The Imitation Game del 2014. Ma più
recentemente, Knightley è diventata famosa come protagonista della
serie thriller di successo di Netflix Black Doves. Tornerà anche per la seconda stagione, ma
nel frattempo ha recitato in La donna della cabina numero 10, che ha riscosso un
grande successo in streaming.
Quentin Tarantino
torna protagonista sullo schermo con il suo primo vero ruolo da
attore dopo quasi trent’anni. È stato infatti diffuso il
primo sguardo
ufficiale di Only What
We Carry, nuovo film drammatico che segna un momento
particolare nella carriera dell’autore di Pulp Fiction
e C’era una volta a…
Hollywood, più noto per la regia che per le
sue apparizioni davanti alla macchina da presa.
Sebbene Tarantino abbia spesso fatto cameo nei propri film, la sua
ultima interpretazione di rilievo risale al 1996, quando vestiva i
panni di Richard Gecko in Dal tramonto
all’alba di Robert Rodriguez. In Only What We Carry l’attore-regista
interpreta invece l’editore del protagonista, vivendo nello château
francese dove l’uomo sta scrivendo le sue memorie.
Il film riunisce due volti noti del franchise di Star Trek Beyond:
Simon
Pegg e Sofia Boutella. Pegg
interpreta Julian Johns, ex potente direttore artistico del Moulin
Rouge, oggi isolato e segnato dal passato; Boutella è Charlotte
Levant, una ex ballerina che sconvolge il suo fragile equilibrio
dopo averlo rintracciato grazie a un articolo di giornale. Il loro
incontro diventa un confronto intimo con il dolore, il rimpianto e
verità mai affrontate.
Ambientato in Normandia, sulla costa battuta dal vento di
Deauville, Only What We
Carry è attualmente in post-produzione e non ha ancora una
data di uscita ufficiale, in vista delle vendite internazionali
avviate all’European Film Market. Nel cast figurano anche
Charlotte
Gainsbourg, nel ruolo della sorella
protettiva di Charlotte, oltre a Liam Hellmann e
Lizzy
McAlpine, qui al debutto
cinematografico.
Il film è scritto e diretto da Jamie Adams,
noto per il suo approccio fortemente improvvisato alla regia,
elemento che – secondo i produttori esecutivi – ha contribuito a
dare al progetto un’energia naturale e non convenzionale.
Il ritorno di Tarantino come attore arriva dopo
la cancellazione del suo annunciato decimo e ultimo film,
The Movie
Critic. Al momento non ci sono conferme su
quale sarà il suo prossimo lavoro da regista: negli ultimi mesi
l’autore ha dichiarato di essere concentrato sulla scrittura di
un’opera teatrale, mentre resta curiosamente legato anche
all’universo di Star
Trek, per il quale in passato aveva sviluppato una
sceneggiatura poi accantonata.
God
of War ha trovato il suo Atreus.
Callum Vinson (Chucky, Long Bright River)
è stato scelto per interpretare Atreus, il figlio di 10 anni di
Kratos (Ryan Hurst), nella serie Prime Video tratta dal videogioco
PlayStation ispirato alla mitologia antica, prodotta da Sony
Pictures Television e Amazon MGM Studios.
Atreus è cresciuto in una remota
capanna nella foresta, isolato dal resto del mondo e allevato quasi
esclusivamente dalla madre Faye. È un abile arciere, ha un’affinità
con gli animali ed è intensamente curioso di sapere cosa si trova
oltre i confini della sua casa nella foresta. Dopo la morte della
madre, Atreus rimane con un padre freddo e distante che conosce a
malapena e che a sua volta sa poco di lui. Ciononostante, Atreus
desidera ardentemente l’approvazione di suo padre ed è disposto a
tutto pur di dimostrare di essere abbastanza forte da sopravvivere
in un mondo duro e pericoloso.
Dallo scrittore, showrunner e
produttore esecutivo Ronald D. Moore (Outlander, For All Mankind), God of
War segue padre e figlio Kratos e Atreus mentre
intraprendono un viaggio per spargere le ceneri della moglie e
madre, Faye. Attraverso le loro avventure, Kratos cerca di
insegnare a suo figlio a essere un dio migliore, mentre Atreus
cerca di insegnare a suo padre come essere un essere umano
migliore. La serie ha ricevuto un ordine per due stagioni, con la
pre-produzione in corso a Vancouver.
God of War segna
il terzo progetto di Vinson con Sony Pictures Television. È nel
cast della terza stagione di The Night
Agent di Netflix e in precedenza ha recitato in Long
Bright River di Peacock. Vinson ha poi recentemente concluso
la sua quarta serie come protagonista nel ruolo di Jason Vorhees
nel prequel di Venerdì 13, Crystal Lake per
Peacock. Ha interpretato il ruolo fisso di Henry Collins nella
terza stagione di Chucky su Syfy/Peacock e il ruolo di Tom
nel film Coup!
Il 9, 10 e 11 febbraio è in sala
con Wanted Cinema Wider Than The Sky – Più grande del
cielo, il nuovo documentario di Valerio Jalongo. Ecco in esclusiva per
Cinefilos.it la clip “Robot”:
Girato in oltre dieci
città tra Europa, Stati Uniti e Giappone, il film mette in dialogo
neuroscienziati, filosofi, artisti e robot umanoidi per
interrogarsi sul futuro dell’umanità di fronte a una tecnologia che
sta ridefinendo le nostre vite.
Wider Than The Sky –
Più grande del cielo è una produzione internazionale,
un’indagine senza confini politici e geografici realizzato in
collaborazione con la comunità scientifica europea dell’Human Brain
Project e la compagnia di danza Sasha Waltz & Guests. Protagonisti del film sono
pensatori e innovatori di fama mondiale, tra cui Antonio Damasio,
Andrea Moro, Rob Reich, Refik Anadol, Hany Farid, Rainer Goebel,
Sasha Waltz, Sougwen Chung, e i robot Anymal e Ameca che mostrano i
punti di contatto tra ricerca neuroscientifica, arti performative e
robotica avanzata.
“Non dovremmo chiamarla
intelligenza artificiale – afferma Jalongo – ma intelligenza
collettiva, perché nulla esisterebbe senza la conoscenza condivisa
dell’umanità. La vera sfida è decidere se questa rivoluzione sarà
usata per concentrare il potere o per costruire un futuro aperto e
democratico” dichiara Jalongo che, dopo Il senso della
bellezza e L’acqua l’insegna la sete, torna al cinema
quale mezzo di riflessione necessaria sul nostro presente, tra
emozione e profonda inquietudine.
Con immagini
sorprendenti e momenti di grande intensità visiva – dalle
coreografie di Sasha Waltz ai droni da competizione, fino ai
laboratori di robotica di Zurigo – Wider Than The Sky – Più
grande del cielo svela un’IA non solo come sfida tecnologica,
ma come mistero profondamente umano, destinato a cambiare
radicalmente il nostro rapporto con la conoscenza, la creatività e
la libertà.
In un’intervista con ScreenTime, a
David Thewlis è stato chiesto se gli
piacerebbe interpretare nuovamente il professor Remus Lupin o se
preferirebbe tornare nei panni di un altro personaggio nel
franchise di Harry Potter, che riprenderà ora vita
grazie all’attesa serie
targata HBO. L’attore ha però sottolineato che non è
interessato a nessuna delle due opzioni, poiché ora è troppo
vecchio per interpretare Lupin, ha trascorso molto tempo con Harry
Potter ed è “stufo” di parlare di un potenziale ritorno.
“Mi sento troppo vecchio per
interpretare il mio personaggio originale adesso. E no, non vorrei
tornare indietro perché ne ho abbastanza, sono sinceramente stufo
di parlarne”, spiega l’attore, aggiungendo però che: “è
bello perché con Harry Potter si tratta di bambini e i bambini
rimangono molto colpiti e impressionati, ed è molto bello rendere
felici i bambini”.
David Thewlis, come noto, è apparso
in cinque degli otto film di Harry Potter, prima
in Il prigioniero di Azkaban e poi in L’ordine della fenice, Il principe mezzosangue e in entrambi i capitoli di
I doni della morte. Lupin ha avuto un ruolo di primo
piano in Il prigioniero di Azkaban come nuovo insegnante
di Difesa contro le Arti Oscure a Hogwarts, ma ha continuato a
interpretare un ruolo secondario come membro dell’Ordine della
Fenice nei film successivi. Quando il suo debutto nella serie è
stato pubblicato nel 2004, Thewlis aveva 41 anni e Lupin ne aveva
circa trent’anni.
Dato che HBO sta adattando un libro
di Harry Potter per stagione, Lupin non entrerà nella serie fino
alla terza stagione, a meno che non ci sia una deviazione
significativa dal materiale originale. Probabilmente verrà scelto
un nuovo attore, più vicino all’età del personaggio e a quella di
David Thewlis nei primi anni 2000. Non resta a questo punto che
attendere di scoprire quale sarà il nuovo volto dell’amato
personaggio.
Cosa sappiamo della serie HBO
su Harry Potter
La prima stagione sarà tratta dal
romanzo La pietra filosofale e abbiamo già visto alcuni
altri momenti chiave del romanzo d’esordio di J.K. Rowling essere
trasposti sullo schermo. La prima stagione di Harry
Potter dovrebbe essere girata fino alla
primavera del 2026, mentre la seconda stagione entrerà in
produzione pochi mesi dopo. Ogni libro dovrebbe costituire una
singola stagione, il che significa che avremo sette stagioni
nell’arco di quasi un decennio.
HBO descrive la serie come un
“adattamento fedele” della serie di libri della Rowling.
“Esplorando ogni angolo del mondo magico, ogni stagione porterà
‘Harry Potter’ e le sue incredibili avventure a un pubblico nuovo
ed esistente”, secondo la descrizione ufficiale. Le riprese
dovrebbero avere inizio nel corso dell’estate 2025, per una messa
in onda prevista per il 2026.
La serie è scritta e prodotta da
Francesca Gardiner, che ricopre anche il ruolo di
showrunner. Mark Mylod sarà il produttore
esecutivo e dirigerà diversi episodi della serie per HBO in
collaborazione con Brontë Film and TV e Warner Bros. Television. La
serie è prodotta da Rowling, Neil Blair e
Ruth Kenley-Letts di Brontë Film and TV, e
David Heyman di Heyday Films.
Come già annunciato,
Dominic McLaughlin interpreterà Harry,
Arabella Stanton sarà Hermione e Alastair
Stout sarà Ron. Il cast principale include John
Lithgow nel ruolo di Albus Silente, Janet
McTeer nel ruolo di Minerva McGranitt, Paapa
Essiedu nel ruolo di Severus Piton, Nick
Frost nel ruolo di Rubeus Hagrid, Katherine
Parkinson nel ruolo di Molly Weasley, Lox
Pratt nel ruolo di Draco Malfoy, Johnny
Flynn nel ruolo di Lucius Malfoy, Leo
Earley nel ruolo di Seamus Finnigan, Alessia
Leoni nel ruolo di Parvati Patil, Sienna
Moosah nel ruolo di Lavender Brown, Bertie
Carvel nel ruolo di Cornelius Fudge, Bel
Powley nel ruolo di Petunia Dursley e Daniel
Rigby nel ruolo di Vernon Dursley.
Si avranno poi Rory
Wilmot nel ruolo di Neville Paciock, Amos
Kitson nel ruolo di Dudley Dursley, Louise
Brealey nel ruolo di Madama Rolanda Hooch e Anton
Lesser nel ruolo di Garrick Ollivander. Ci sono poi i
fratelli di Ron: Tristan Harland interpreterà Fred
Weasley, Gabriel Harland George Weasley,
Ruari Spooner Percy Weasley e Gracie
Cochrane Ginny Weasley.
La serie debutterà nel 2027 su HBO
e HBO
Max (ove disponibile) ed è guidata dalla showrunner e
sceneggiatrice Francesca Gardiner (“Queste oscure materie”,
“Killing Eve”) e dal regista Mark Mylod (“Succession”). Gardiner e Mylod sono produttori
esecutivi insieme all’autrice della serie J.K. Rowling, Neil Blair
e Ruth Kenley-Letts di Brontë Film and TV, e David Heyman di Heyday
Films. La serie di “Harry Potter” è prodotta da HBO in
collaborazione con Brontë Film and TV e Warner Bros.
Television.
Ora, dopo il
trailer del Super Bowl, il regista ha parlato per la prima
volta di Disclosure Day in un nuovo video
promozionale, “A First Look with Steven Spielberg”. Intervallato da
immagini tratte dal film, il regista ha parlato di come il film sia
ispirato dal suo fascino di lunga data per i fenomeni inspiegabili,
dalla sua curiosità infantile per il cielo notturno e dalla sua
fede nella vita extraterrestre.
Oltre a ciò, Disclosure Day esplora
la curiosità dell’umanità per l’ignoto, il crescente interesse del
pubblico per l’esistenza di vita al di fuori della Terra e
l’urgente domanda se siamo soli. “Sono sempre stato affascinato
dalle cose che non possono essere spiegate e ho realizzato molti
film su cose che non possono essere spiegate, dagli squali ai
dischi volanti. Ricordo che quando ero solo un bambino sviluppai
una vera curiosità per il cielo notturno e per ciò che accade
lassù, e anche per la possibilità, anzi la certezza, che esista
vita al di fuori di questo pianeta”, sono le parole di
Spielberg.
“Le domande delle persone su
ciò che accade non solo nei nostri cieli, ma anche nei nostri
mondi, nelle nostre realtà, hanno raggiunto una massa critica, con
il fascino totale delle persone per: siamo soli o non siamo soli? E
se qualcuno sa che non siamo soli, perché non ce l’ha
detto?”, conclude il regista. Il cast di Disclosure
Day comprende Emily Blunt, Josh O’Connor, Colin Firth, Eve Hewson,
Colman Domingo, Wyatt Russell e Henry
Lloyd-Hughes. Il film nasce da un soggetto originale di
Steven Spielberg, sviluppato insieme allo
sceneggiatore David Koepp, suo storico
collaboratore. Il film arriverà in sala il 12
giugno.
Sono trascorsi esattamente dieci anni
dall’uscita in sala diVeloce
come il vento, film che ha
cambiato la carriera del suo registaMatteo
Rovere, ha lanciato quella
diMatilda de Angelise ha
dimostrato che un certo cinema di genere che odora di benzina e
gomme bruciate è possibile anche in Italia. Un film, quello, che a
Rovere è sempre rimasto sottopelle –come da lui dichiarato– nutrendo il desiderio di tornare
a confrontarsi con auto, motori e velocità. L’occasione è arrivata
con la serieMotorvalley, prodotta dalla suaGroenlandiae distribuita suNetflix.
Ideata daFrancesca
Manieri,Gianluca
Bernardinie lo stesso Rovere
(che ha anche diretto i primi due episodi), la serie ci riporta
dunque sui circuiti del Campionato Italiano Gran Turismo, dove le
auto e le corse non sono solo una passione da condividere ma anche
una ragione di vita, o di morte. Sei episodi animati dunque dal
desiderio di restituire tutta l’adrenalina e l’epicità di questi
contesti. Obiettivo riuscito, si può dire, nonostante alcuni
ostacoli e incidenti di percorso.
La
trama diMotorvalley
Arturo (Luca
Argentero), Elena
(Giulia Michelini) e
Blu (Caterina Forza)
hanno perso quasi tutto nella loro vita, ma una cosa li accende
ancora: l’amore per le auto. Elena, rampolla della Dionisi,
proprietaria di una famosa scuderia, deve riconquistare un ruolo
nell’impresa di famiglia, ora nelle mani del fratello; assolda Blu,
giovane testa calda con un’attrazione fatale per la velocità, e
Arturo, ex pilota leggendario ritiratosi dopo un tragico incidente,
per allenarla. Ognuno di loro ha dunque un preciso motivo per
correre più veloce degli altri.
Se
ne sono viste di auto da corsa al cinema negli ultimi anni:
dall’italianoRace for Glory: Audi vs.
Lanciafino a
scomodare i grandi
F1 – Il film,
Rushe
Le Mans ’66 – La grande sfida. Sul piccolo schermo, tuttavia, il mondo delle
competizioni automobilistiche non aveva ancora trovato
spazio.Motorvalleymette dunque fine a questa assenza, potendo
sfoggiare i progressi tecnici raggiunti per raccontare oggi in
forma di fiction il meccanismo e i momenti clou di queste gare. Ciò
emerge con forza specialmente nella seconda metà della stagione,
quando si entra nel vivo del campionato.
Sono sequenze dotate del giusto ritmo, della
giusta quantità di dettagli, con un lavoro sul sonoro che
restituisce un certo grado di realismo nonostante l’assenza di un
impianto audio da sala cinematografica. Certo, sarebbe ingeneroso –
oltreché scorretto – proporre dei paragoni con i grandi film
poc’anzi citati. Non si deve infatti pretendere di raggiungere quei
livelli – giustificati da tanti fattori – ma riconoscere che nel
panorama audiovisivo italiano non sono frequenti opere così
impegnate a lavorare su simili tecnicismi e a restituire simili
dosi di adrenalina.
Luca Argentero e Caterina Forza guidano la
serie
Ma
fortunatamenteMotorvalleynon vuole fare unicamente sfoggio del suo
comparto tecnico, concentrandosi in prima battuta sul proporre una
storia di rivincita portata avanti da personaggi che di cicatrici
ne hanno in abbondanza. Anche in questo caso, nel vedere in azione
l’Arturo diLuca Argenteroe la Blu
diCaterina Forzaverrebbe semplice attuare un confronto con i
personaggi interpretati daStefano AccorsieMatilda de AngelisinVeloce
come il vento(con Giulia
De Martino, Blu condivide anche alcune ciocche di capelli tinte di
blu).
Ma
gli autori si discostano ben presto da quei modelli, mantenendo in
comune unicamente il rapporto mentore-allievo. Così i personaggi di
Argentero e Forza hanno la possibilità di muoversi in un circuito
tutto loro, trovando una propria personalità. Il primo impatto con
loro non è in realtà particolarmente entusiasmante e si ha
abbastanza subito la sensazione di trovarsi davanti ai soliti
stereotipi. Incerta appare anche la recitazione dei due attori,
come se dovessero ancora comprendere al meglio il funzionamento di
questi personaggi.
Con
il passare degli episodi questa sensazione viene però meno ed
entrambi gli attori appaiono più convincenti nelle rispettive
parti. La scrittura gli regala anche un paio di momenti piuttosto
commoventi, che rafforzano agli occhi dello spettatore il loro
legame e l’affetto che si può nutrire per loro. Meno convincenti,
purtroppo, sono gli altri personaggi, dalla Elena diGiulia Michelinifino a
quelli secondari, che non ottengono le stesse opportunità di andare
oltre i giri di qualifica.
Gli ostacoli sul percorso diMotorvalley
Quella di una certa banalità nella scrittura
dei personaggi è in realtà solo uno dei punti deboli di una serie
che in troppe occasioni si adagia su un linguaggio al di sotto del
suo potenziale. Tra una serie di scelte, snodi narrativi o
cliffhanger che vorrebbero essere pop ma risultano invece un po’
kitsch,Motorvalleyvive dunque diverse false partenze e se anche
nel complesso non esce da alcuni luoghi comuni, presenta comunque
quella giusta dose di leggerezza, umorismo e grinta per cui la si
guarda con piacere.
Mettere tra virgolette il titolo
“Cime
Tempestose” non è un vezzo grafico, ma una
dichiarazione di poetica. Emerald Fennell sembra
dirci fin dall’inizio che ciò che stiamo per vedere non è
Wuthering Heights, bensì un oggetto cinematografico
autonomo, liberamente – anzi liberissimamente – ispirato al romanzo
di Emily Brontë. Un’operazione che non mira alla
fedeltà, né alla riscrittura filologica, ma a una trasformazione
radicale: prendere una delle storie più oscure, violente e
moralmente disturbanti della letteratura ottocentesca e renderla
tollerabile, seducente, glamour. In una parola:
consumabile.
Il risultato è un melodramma
romantico lucidissimo, furbo, levigato fino a diventare una
superficie riflettente in cui lo spettatore può specchiarsi senza
mai ferirsi davvero.
Un adattamento che cancella il
buio per salvare la passione
Il romanzo di Brontë è un
racconto di vendetta nera, fantasmi, ossessione e distruzione
morale. È una storia che non cerca empatia ma vertigine,
che mette il lettore davanti a personaggi sgradevoli, crudeli,
incapaci di redenzione. Tutto questo, nel film di Fennell, viene
sistematicamente eliminato o pesantemente modificato.
Cortesia Warner Bros Discovery
Restano Cathy e Heathcliff. Tutto
il resto – la coralità, le generazioni, la brutalità sociale,
l’odio che si trasmette come una malattia – viene sacrificato per
costruire una narrazione binaria, centrata esclusivamente sul
legame sentimentale tra i due protagonisti. Il conflitto non è più
etico o sociale, ma emotivo. Non c’è più vendetta, ma frustrazione
amorosa. Non c’è più orrore, ma sofferenza romantica.
In questa scelta si rivela l’anima
dell’operazione: “Cime
Tempestose” diventa un romanzo Harmony travestito da cinema
d’autore, una storia che banalizza il materiale originale
proprio per renderlo accettabile a un pubblico contemporaneo che
vuole emozionarsi senza essere messo realmente in crisi.
Un non-tempo storico tra
postmodernità e ricerca etetica
Uno degli aspetti più interessanti
del film è la sua collocazione temporale. Fennell rifiuta qualsiasi
classificazione storica precisa e costruisce un non-tempo
cinematografico in cui elementi antichi e futuristici
convivono senza attrito. I costumi di Jacqueline Durran citano
l’Ottocento ma lo stilizzano; i dialoghi suonano arcaici ma hanno
una musicalità moderna; i corpi degli attori sono contemporanei,
liberi, quasi anacronistici.
È un lavoro profondamente
postmoderno, che però non rinuncia a una forma di ricerca
filologica: non tanto sul testo, quanto sull’immaginario.
“Cime Tempestose” non è
ambientato in un’epoca, ma in un’idea di romanticismo eterno,
slegato dalla storia e quindi perfetto per essere consumato come
mito. Questa sospensione temporale è anche il modo con cui Fennell
neutralizza il peso politico e sociale dell’opera originale,
trasformandola in una favola passionale fuori dal mondo.
Cortesia Warner Bros Discovery
Jacob Elordi e Margot Robbie:
bellezza come dispositivo narrativo
Se il film regge, lo fa soprattutto
grazie ai suoi interpreti. Jacob Elordie
Margot Robbie sono due corpi cinematografici
potentissimi, e Fennell lo sa benissimo. La macchina da presa li
ama, li contempla, li esibisce. Heathcliff e Cathy non sono più
personaggi disturbanti, ma icone romantiche, quasi
modelli su una passerella emotiva.
Elordi costruisce un Heathcliff
tormentato ma mai realmente inquietante, più fragile che feroce,
più ferito che vendicativo. Robbie, dal canto suo, offre una Cathy
magnetica, volitiva, ma sempre leggibile, sempre empatica,
leggermente bisbetica. La loro chimica è indiscutibile, e diventa
il vero motore emotivo del film. È un cinema che usa la
bellezza come anestetico: tutto è dolore, ma un dolore elegante,
fotogenico, pronto per essere condiviso emotivamente senza lasciare
cicatrici.
Regia, estetica e colonna sonora:
un melodramma consapevole
Emerald Fennell
dirige con una sicurezza impressionante. Ogni inquadratura è
pensata, ogni scelta estetica è coerente con l’idea di fondo. La
fotografia di Linus Sandgren avvolge il racconto
in una luce che oscilla tra il pittorico e il patinato, tenendo
sempre a mente che in scena deve sempre esserci qualcosa di rosso,
che sia un nastro, un abito, o anche il colore del fiume, non
importa che non sia realistico. Mentre la scenografia di
Suzie Davies costruisce spazi che sembrano più
stati d’animo che luoghi reali.
La colonna sonora, che include
canzoni originali di Charli XCX, è forse
l’elemento più esplicitamente contemporaneo: un ponte diretto verso
il pubblico giovane, verso un immaginario pop che dialoga
apertamente con il melodramma classico. È una scelta audace ma
perfettamente in linea con l’idea di “Cime
Tempestose” come oggetto ibrido, sospeso tra alto e
basso, tra cinema d’autore e prodotto mainstream.
Cortesia Warner Bros Discovery
Cinema “tra amiche”: un film che
sa esattamente a chi parla
In definitiva, “Cime
Tempestose” è una passerella glamour perfetta per un cinema da
visione condivisa, un film pensato per far piangere e
sospirare. Non è per tutti i gusti, e non vuole esserlo. Non cerca
la complessità morale del romanzo, né la sua violenza simbolica.
Cerca invece un pubblico preciso, un’estetica riconoscibile, una
risposta emotiva immediata.
Il fatto che il titolo venga
presentato tra virgolette non è casuale: è il modo più onesto per
dichiarare la distanza dall’originale e, allo stesso tempo,
rivendicare la legittimità di un’interpretazione che non vuole
essere fedele, ma efficace.
Da Warner Bros. Pictures e dalla
regista premio Oscar Emerald Fennell, “Cime
Tempestose” arriva nelle sale italiane il 12 febbraio 2026
come manifesto di una volontà di cinema estremamente chiara:
trasformare l’oscurità in melodramma, la crudeltà in
glamour, la letteratura in emozione condivisa. Una scelta
discutibile, ma indubbiamente coerente.
Il
film horror del 2008 Cloverfield, girato in
stile found footage, è fin troppo sottovalutato e merita invece di
essere riscoperto alla luce della sua trama intrigante, alle
tecniche di ripresa utilizzate e alla mitologia che propone. Il
film, in sintesi, è incentrato su un gigantesco mostro che ha
invaso New York City e costretto i personaggi principali a capire
dove andare e come superare questo strano momento.
Cloverfield si
distingue però perché l’intero film è girato attraverso la
videocamera di uno dei personaggi. Questo lo rende un po’ più
interessante della maggior parte dei film sui mostri e ci porta a
sentirci parte attiva degli eventi del film, proprio come se
fossimo lì accanto ai personaggi. Ma cosa succede durante il film e
come si conclude la vicenda? E in che modo il primo film della
serie si collega agli altri due sequel? Lo scopriamo con questo
approfondimento.
Di cosa parla
Cloverfield?
Cloverfield segue
Rob Hawkins (Michael Stahl-David) e la sua ragazza
Beth McIntyre (Odette Yustman) mentre partecipano
a una festa d’addio per Rob, che si trasferisce in Giappone perché
ha ottenuto una promozione. La presenza di un enorme mostro alieno
in città rende però impossibile festeggiare e il fratello di Rob,
Jason (Mike Vogel), viene ucciso. Lizzy Caplan interpreta invece Marlena
Diamond, che partecipa alla festa e di cui Hud Platt (T.J.
Miller) è romanticamente interessato.
Hud è la persona che ha registrato
tutto ciò che il pubblico vede, il che aggiunge un elemento unico
alla storia. Cloverfield è infatti un esempio di
un buon film horror in stile found footage perché questo stile di
regia rende l’atmosfera ancora più inquietante, poiché sembra che
qualcosa di brutto possa accadere da un momento all’altro. Anche
l’ambientazione di una festa d’addio per uno dei personaggi è
intelligente perché aggiunge un po’ di peso emotivo alla
storia.
Come finisce
Cloverfield?
Il finale di
Cloverfield è agghiacciante ma anche dolce. Beth e
Rob riescono temporaneamente a sfuggire al mostro, ma alla fine
purtroppo vengono uccisi. Trovano infatti un ponte sotto cui
nascondersi e raccontano alla telecamera ciò che hanno vissuto.
Mentre si trovano lì, questo viene distrutto e prima che sia troppo
tardi loro si dichiarano il loro amore. Anche se questo è
sicuramente spaventoso, è anche la prova che il film ha una storia
d’amore memorabile per un film horror. Rob e Beth potrebbero non
essere la coppia più sviluppata del genere, ma è comunque
emozionante vederli alle prese con la fine delle loro vite.
Il film passa poi a mostrare un
ultimo spezzone (cronologicamente precedente) di video in cui Beth
e Rob si divertono su una ruota panoramica a Coney Island, con
l’intento di mostrare un tempo più semplice e spensierato. Mentre
Beth dice “Ho passato una bella giornata”, un oggetto vola
dal cielo, dimostrando che già allora stava accadendo qualcosa di
strano. Si scopre che si trattava di un satellite e che il piccolo
mostro era nato proprio in quel momento. Il finale di
Cloverfield è memorabile anche perché, una volta
terminati i titoli di coda, il pubblico sente una voce che chiede
aiuto: “Aiutateci”. Se si riavvolge il nastro e si ascolta
al contrario, si sente anche “È ancora vivo”.
In che modo gli altri film di
Cloverfield si collegano alla storia?
Finora ci sono due sequel di
Cloverfield: 10
Cloverfield Lane, uscito nel 2016, e
The Cloverfield Paradox, uscito nel 2018. Il
Cloverfield originale conduce a entrambi i sequel perché dimostra
che il mostro è ancora in libertà e che le persone sono ancora in
pericolo. Mostra però anche un mondo che è stato cambiato per
sempre. 10 Cloverfield Lane ha infatti una premessa inquietante:
Michelle (Mary Elizabeth Winstead) si
ritrova in un bunker con Howard Stambler (John
Goodman) che le dice che è successo qualcosa di terribile
e che non possono più vivere nel mondo. Il film è così tutto
giocato su un pericolo esterno di cui però non viene mai mostrato
nulla.
The Cloverfield
Paradox si collega invece al primo film suggerendo che sta
succedendo qualcosa di più grande ed è per questo che questi mostri
sono venuti sulla Terra. Nel terzo film della serie horror, degli
astronauti cercano infatti di aiutare a risolvere la crisi
energetica che sta colpendo la Terra. Il film purtroppo non ha
avuto successo né tra i critici né tra gli appassionati di horror.
Sappiamo però che Babak Anvari dirigerà un quarto
film di Cloverfield e sarà interessante vedere
come continuerà la storia. Al momento, però, non ci sono novità in
merito.
Matt Reeves ha risolto il grande
dibattito sul finale di Cloverfield
Un enorme dibattito su
Cloverfield è rimasto ambiguo sin dall’uscita del
film, ma il regista Matt Reeves ha dopo anni
dissipato ogni dubbio. Il film, infatti, è notoriamente vago
riguardo al background del suo mostro, con la trama principale che
offre pochissimi dettagli sulla provenienza della creatura
resistente alle armi nucleari. La natura precisa dell’oggetto che
cade dal cielo nel finale è stata dunque oggetto di molte
discussioni. Inizialmente, l’ipotesi più ovvia era che il video
amatoriale di Rob e Beth mostrasse il mostro cadere sulla Terra per
la prima volta, dato che la gita a Coney Island era avvenuta poco
prima che il disastro colpisse New York City.
La campagna di marketing ARG di
Cloverfield ha però offerto una spiegazione
alternativa, identificando l’oggetto caduto come il satellite
Tagruato ChimpanzIII, che si era schiantato
nell’Atlantico. The Cloverfield Paradox ha però
dato il via a una terza teoria, suggerendo che l’oggetto caduto
fossero Ava ed Ernst che tornavano sulla Terra. Parlando con Syfy
in occasione del 15° anniversario di Cloverfield, Matt Reeves ha
però dichiarato apertamente: “Alla fine del film, si può vedere
il momento in cui il mostro arriva sulla Terra… Quando rivisitiamo
quel filmato in cui sono sulla ruota panoramica alla fine, si può
vedere la meteora che vola giù e colpisce l’oceano. Quello è in
realtà l’inizio della presenza dell’alieno sulla Terra.
In qualità di regista della scena
in questione, Matt Reeves è nella posizione ideale per chiarire la
confusione che circonda il finale di Cloverfield.
La sua risposta non lascia dubbi sul fatto che il mostro del film
sia proprio quello che cade vicino a Rob e Beth nella scena finale
a Coney Island, probabilmente tramite una piccola meteora. Il
mostro ha dunque ha avuto origine nello spazio, è precipitato in
qualche modo nell’Oceano Atlantico e poi ha intrapreso una
frenetica e panica furia distruttiva per tutta New York City.
Il problema con la teoria del
satellite ChimpanzIII è che ha una connessione trascurabile con la
trama principale. Il satellite non ha alcun significato per i
personaggi principali e ha solo un legame minimo con il mostro di
Cloverfield. Il satellite sarebbe poco più di un
easter egg per chi ha seguito l’ARG del film, il che sembra
deludente considerando l’importanza della scena nel finale del
film. L’interpretazione di Reeves secondo cui l’oggetto caduto è il
mostro che arriva sulla Terra è molto più rilevante.
C’è un’amara ironia nel fatto che
Rob e Beth trascorrano una “bella giornata” a Coney Island mentre
sullo sfondo si sta preparando la loro distruzione, insieme a
quella di gran parte di New York. Il fatto che Rob riprenda
l’arrivo del mostro in un video rende anche più rilevante il
formato found footage di Cloverfield, con la
risposta al mistero più grande del film che si trova proprio nella
sua videocamera. Come finale emotivamente forte, funziona molto
meglio di un semplice satellite.
Il finale del
film romanticoLe pagine della nostra vita
(leggi
qui la recensione) vedeva Allie e Noah
vivere felici e contenti, anche se il finale alternativo racconta
una storia leggermente diversa. Il film segue Noah che vive in una
struttura con sua moglie Allie, affetta da demenza. Nella speranza
di aiutarla a recuperare la memoria, Noah le legge il taccuino che
la coppia aveva creato prima che la demenza di Allie prendesse il
sopravvento. I medici dicevano che gli sforzi per ripristinare la
sua memoria erano inutili, ma la devozione di Noah verso sua moglie
gli impediva di arrendersi. Alla fine, egli ha dimostrato di poter
far ricordare temporaneamente ad Allie il passato, purché
continuasse a leggerle il diario.
Noah, che si fa chiamare Duke, le
ha raccontato la storia come se riguardasse una coppia immaginaria,
descrivendo in dettaglio come questi due adolescenti abbiano
vissuto una storia d’amore estiva che è diventata molto di più. La
Allie più anziana ha poi capito attraverso questo racconto quanto
Noah fosse stato devoto, scrivendole lettere ogni giorno per un
anno quando erano separati e trascorrendo anni a sistemare la casa
che le aveva promesso. Alla fine di Le pagine della nostra
vita, Allie ha ricordato il resto della loro storia. La
coppia ha così vissuto insieme alcuni ultimi momenti di lucidità
prima di scegliere come voleva che la loro storia finisse.
Cosa succede nel finale di
Le pagine della nostra vita?
Il film termina nella linea
temporale attuale e Allie ricorda che lei e Noah erano i personaggi
della storia del quaderno del titolo. Sfortunatamente, questa
lucidità dura solo poco tempo e lei torna allo stato di agitazione
e confusione in cui la tiene la sua demenza. Questo porta a una
scena straziante in cui Allie deve essere sedata, uno spettacolo
così sconvolgente da causare a Noah un infarto. Lui però
sopravvive, e sebbene venga sistemato in una stanza diversa da
quella della moglie, non vuole stare lontano da lei, quindi si
intrufola nella stanza d’ospedale di Allie e la sveglia.
Vedendolo lì, Allie ricorda chi è e
si angoscia all’idea di dimenticare Noah di nuovo. Insieme nel
letto d’ospedale di Allie, i due si confortarono a vicenda e Allie
chiede a Noah se crede che il loro amore possa creare miracoli,
aggiungendo che vouole che il loro amore permetta loro di morire
insieme. Noah rispose che pensa di sì e, abbracciati, si
addormentano. In una delle scene finali, un’infermiera entra nella
stanza d’ospedale e trova i due insieme. Anche se non dice nulla,
lo shock che prova dopo aver toccato le loro mani indica che erano
morti insieme durante la notte, proprio come avevano sperato.
Le differenze con il finale
alternativo di Le pagine della nostra vita
La scena in cui l’infermiera trova
i corpi di Noah e Allie è il momento emotivamente più intenso del
film. Tuttavia, esiste una versione alternativa di Le
pagine della nostra vita che la elimina completamente. Nel
2019, Netflix UK ha iniziato a trasmettere in streaming il
film, ma questa versione ha saltato la morte di Noah e Allie e si è
conclusa invece con uno stormo di uccelli che volava sopra un lago.
I due non hanno mai fatto la promessa di “andarsene” insieme e
un’infermiera non ha mai trovato i loro corpi abbracciati. Si
sottintende semplicemente che Noah e Allie hanno scelto di morire
insieme, lasciando il finale molto più ambiguo e confuso.
Netflix UK è rimasta sorpresa
quanto tutti gli altri da questo finale alternativo. La piattaforma
di streaming ha poi rilasciato una dichiarazione su X (ex Twitter)
spiegando che non aveva modificato il finale del film e che la
versione alternativa era semplicemente il montaggio che le era
stato fornito. Poco dopo, Netflix ha sostituito questa versione,
probabilmente modificata in base ai requisiti di un altro Paese,
con il montaggio ufficiale che ripristinava quanto prima
descritto.
Perché Noah è morto alla fine del
film?
Sebbene il finale ufficiale di
Le pagine della nostra vita sia notevolmente meno
confuso di quello alternativo accidentale di Netflix UK, rimangono
ancora alcune domande senza risposta. Né Noah né Allie sembravano
affatto vicini alla morte durante il film, eppure entrambi sono
morti. Questo ha più senso per Allie, poiché la demenza è una
malattia mortale. Tuttavia, il medico della struttura aveva detto a
Noah che sembrava in ottima salute. In realtà, sia il medico che i
figli di Noah erano confusi sul motivo per cui avesse scelto di
vivere lì, dato che non aveva bisogno di cure particolari.
La morte di Noah potrebbe essere
stata causata da un infarto, ma sembrava essere di lieve entità e
lui era riuscito a riprendersi completamente. Ciò implica che
quando è entrato nella stanza di Allie, non era in pericolo di
vita. Tuttavia, l’infarto e il crollo emotivo di Allie gli fecero
capire che era solo questione di tempo prima che uno dei due
non potesse più andare avanti. Così, contarono sul destino per
portarli via insieme. Noah non era malato e probabilmente avrebbe
vissuto più a lungo di Allie, ma scelse di non separarsi mai da
lei.
Allie ricorda Noah nel finale di
Le pagine della nostra vita?
Ci sono voluti giorni di lettura
prima che Noah riuscisse a far sì che Allie si ricordasse di lui.
Quando finalmente ha avuto un momento di lucidità, la coppia ha
avuto solo poco tempo per ballare, baciarsi e parlare prima che
Allie dimenticasse di nuovo tutto e si sentisse angosciata dal
fatto che un presunto estraneo la stesse toccando. Noah ha rivelato
in questa scena che l’ultima volta che lei si era ricordata, era
durato solo pochi minuti. Questo implica che Noah lo avesse già
fatto più volte in passato, il che non fa che aumentare la
tragicità della loro storia.
È chiaro che l’uomo riteneva che i
giorni passati a leggere pazientemente ad Allie valessero i pochi
momenti di lucidità che avrebbe trascorso con lei. Tuttavia, la
notte in cui entrò nella stanza di Allie alla fine di Le
pagine della nostra vita fu diversa. Noah era sicuro che
Allie lo avrebbe ancora ricordato nonostante il suo episodio e
aveva ragione. Senza alcun timore che lei potesse non ricordarlo e
angosciarsi, Noah la svegliò. Lei capì immediatamente chi era e
entrambi fecero del loro meglio per assaporare quel momento
insieme. In quel raro momento di lucidità, Allie capì, proprio come
Noah aveva sempre saputo, che non avrebbe potuto sopportare di
stare di nuovo senza di lui.
La morte di Noah e Allie fu il
loro ultimo “miracolo” in Le pagine della nostra
vita
L’idea dei miracoli aveva un grande
peso in Le pagine della nostra vita. La storia
d’amore di Noah e Allie era incentrata sul fatto che non avrebbero
mai dovuto incontrarsi. Avevano background drasticamente diversi e
il fatto che avessero trascorso anni lontani, vivendo vite
separate, solo perché Allie vedesse Noah sul giornale prima del suo
matrimonio era stata una fortuna enorme. Nonostante tutti gli
aspetti delle loro vite che avrebbero dovuto allontanarli, rimasero
devoti l’uno all’altra. Questo è parte di ciò che ha fatto credere
a Noah di poter compiere un miracolo e riportare Allie dal suo
mondo nebbioso di demenza.
Tuttavia, questo non era il vero
miracolo della coppia. Se Noah e Allie non fossero morti insieme,
sarebbero potute accadere due cose. O Allie sarebbe morta per prima
per complicazioni legate alla demenza, oppure Noah avrebbe avuto un
altro infarto, questa volta fatale. Se fosse successo il primo,
Noah avrebbe dovuto guardare sua moglie allontanarsi lentamente da
lui per sempre, fino a quando non avrebbe più potuto essere
riportata indietro dalla storia del suo taccuino. Se Noah fosse
morto per primo, Allie sarebbe rimasta sola nella sua confusione,
senza l’unica persona in grado di ricordarle chi era.
Nessuna delle due opzioni era
accettabile per questa coppia. Poiché né Allie né Noah erano
gravemente malati in quel momento, avevano bisogno di un miracolo
se speravano di morire insieme. Questo non avrebbe dovuto essere
possibile, ma poiché entrambi credevano e avevano visto nel corso
della loro vita insieme che il loro amore era abbastanza forte da
permettere loro di scegliere, la loro fede è stata ricompensata. Il
loro miracolo finale ha permesso loro di sdraiarsi insieme, al
sicuro, al caldo e lucidi, e di morire in pace.
Il vero significato della scena
finale degli uccelli
Gli uccelli sono stati una presenza
costante in tutta la storia di Le pagine della nostra
vita. Quando erano adolescenti, Allie dichiarò di essere
un uccello, uno spirito libero che poteva volare via e sperimentare
il mondo come voleva. Noah rispose con la famosa frase: “Se tu
sei un uccello, io sono un uccello”, indicando che ovunque lei
fosse andata, lui l’avrebbe seguita. Più tardi, quando Allie arrivò
a Seabrook dopo aver visto Noah sul giornale, lui la portò a vedere
uno stormo di oche che avrebbero dovuto migrare. Affermò che quei
bellissimi uccelli erano lì solo temporaneamente e che alla fine
sarebbero tornati da dove erano venuti, proprio come Allie.
Infine, in entrambe le versioni del
finale di Le pagine della nostra vita, uno stormo
di uccelli vola verso l’orizzonte. Proprio come avevano fatto
durante tutto il film, questi esseri rappresentavano Allie e Noah.
Il momento, che seguiva immediatamente la rivelazione che la coppia
era morta insieme, dimostrava che i due erano ancora insieme. Se
Allie era un uccello, lo era anche Noah, e avrebbero volato insieme
per l’eternità come ricompensa per il loro amore
incondizionato.
Roland Joffé, celebre per film come Mission e
Urla del silenzio, torna nel
1995 con La lettera scarlatta, adattamento
cinematografico del celebre romanzo di Nathaniel
Hawthorne. La storia, ambientata nel puritano New England
del XVII secolo, segue le vicende di Hester Prynne, donna accusata
di adulterio, costretta a portare pubblicamente una lettera
scarlatta come simbolo della sua colpa. Il film miscela dramma
romantico e tensione morale, esplorando i temi della punizione,
della colpa e del giudizio sociale, elementi centrali anche nel
romanzo originale.
Il
film si inserisce in un momento particolare della filmografia di
Demi Moore, consolidando il suo ruolo di
interprete di donne complesse e tormentate dopo lavori come
Ghost – Fantasma e
Proposta indecente.
Gary Oldman, già noto per le sue
interpretazioni intense in film come Dracula di Bram Stoker
e Sid & Nancy, veste i
panni del reverendo Dimmesdale, aggiungendo profondità emotiva al
dramma morale centrale della vicenda. La loro collaborazione porta
sullo schermo una tensione romantica e spirituale che è al centro
della narrazione.
Rispetto al romanzo e ad
altre trasposizioni, Joffé introduce alcune novità visive e
narrative, con scenografie cupe e una fotografia che enfatizza la
rigidità morale della comunità puritana. Il film mantiene il tono
tragico e meditativo, ma lo traduce in un contesto cinematografico
moderno, puntando sul conflitto interiore dei personaggi principali
e sulla loro evoluzione emotiva. Nel resto dell’articolo verrà
proposto un approfondimento con spiegazione del finale del film,
evidenziando il modo in cui la vicenda di Hester e Dimmesdale si
risolve e lascia spazio a riflessioni sulla colpa e il perdono.
Hester Prynne,
precedendo il marito medico Roger, giunge in una
comunità puritana di Salem, nel New England. Donna decisa e
volitiva, Hester respinge le avance del capitano Brewster
Stonehall, ma si innamora invece del giovane reverendo
Arthur Dimmesdale, che ha convertito numerosi
nativi e che sta traducendo la Bibbia in algonquin. I due, dopo
aver lottato invano con la passione, credendo alla notizia della
morte di Roger hanno un rapporto d’amore. Hester, che ha fatto
amicizia con le donne meno sottomesse alle ferre regole della
colonia, tra cui spicca Harriet Hibbons, viene
però citata in giudizio per osservazioni sull’interpretazione delle
Scritture, ma il suo stato di gravidanza, resosi evidente, fa sì
che venga imprigionata, rifiutandosi di rivelare il nome del padre
del nascituro.
La spiegazione del finale del
film
Il
terzo atto de La lettera scarlatta si apre con il
ritorno di Roger Prynne, che si cela dietro l’identità di Dr.
Chillingworth e pianifica la sua vendetta contro l’uomo che ha
avuto una relazione con sua moglie. La tensione tra i personaggi
cresce mentre Chillingworth commette un omicidio per incastrare la
tribù Algonquian, provocando una spirale di violenza che trascina
l’intera colonia nel conflitto. Hester, pur segnata dalla pubblica
umiliazione, si confronta con la possibilità di perdere tutto e con
il peso delle proprie scelte, mentre Dimmesdale lotta con la sua
coscienza e la necessità di espiare la propria colpa.
La
risoluzione della vicenda avviene quando Dimmesdale decide di
confessare pubblicamente la paternità del figlio, interrompendo
così la persecuzione di Hester e mettendo fine al tormento
interiore di entrambi. Durante la confessione, la comunità si trova
davanti alla verità nascosta e deve confrontarsi con le proprie
rigidità morali. Contestualmente, l’attacco degli Algonquian alla
colonia crea un quadro di caos e distruzione, evidenziando la
fragilità del controllo sociale e la tragica consequenzialità dei
peccati personali, mentre Hester e Dimmesdale riescono a salvarsi e
a lasciare il Massachusetts insieme.
Il finale porta a compimento i temi centrali del film, come la
colpa, il perdono e la rigidità morale della società puritana. La
confessione di Dimmesdale rappresenta l’espiazione e la liberazione
dal peso della menzogna, mentre la partenza di Hester simboleggia
la possibilità di ricominciare oltre i limiti imposti dalla
comunità. L’atto conclusivo mostra come la giustizia umana possa
essere imperfetta e parziale, ma anche come la verità e il coraggio
morale possano guidare verso la redenzione, ribadendo l’importanza
dell’integrità individuale di fronte alle pressioni sociali.
La scelta di Hester e Dimmesdale di allontanarsi dalla colonia
rafforza il messaggio centrale del film sulla necessità di trovare
uno spazio libero dai giudizi altrui per vivere secondo coscienza.
La narrazione suggerisce che, nonostante la rigidità sociale e la
punizione pubblica, esiste sempre una possibilità di rinnovamento e
autoaffermazione. Il finale, inoltre, mette in luce il contrasto
tra la brutalità delle leggi e dei costumi e la complessità dei
sentimenti umani, evidenziando come il perdono e l’accettazione di
sé possano essere strumenti di salvezza e di emancipazione
morale.
Il film lascia allo
spettatore un messaggio universale sui valori della compassione,
della responsabilità e della resilienza personale. La vicenda di
Hester dimostra che il giudizio altrui non deve determinare la
propria identità e che la capacità di affrontare le conseguenze
delle proprie azioni è fondamentale per la crescita interiore. Allo
stesso tempo, Dimmesdale incarna il potere dell’espiazione e
dell’onestà verso se stessi e gli altri. Il finale invita a
riflettere sulla complessità della moralità, sulla forza del
perdono e sull’importanza di scegliere liberamente il proprio
percorso, anche in contesti sociali oppressivi.
Il
franchise di Game of Thrones torna
a segnare un risultato storico. A Knight of the Seven
Kingdoms, secondo spin-off ufficiale
targato HBO, ha appena conquistato un primato che mancava dai tempi
della serie madre.
L’episodio “Seven” entra nella storia del franchise
L’episodio 4 della prima stagione, intitolato “Seven”, è diventato
l’episodio di Game of
Thrones con il punteggio più alto degli ultimi nove anni,
registrando 9,7 su 10 su
IMDb. L’ultimo episodio ad aver raggiunto questo traguardo
risaliva al 2017: “Spoils
of War”, episodio 4 della settima stagione della serie
originale.
Da
allora, né gli episodi successivi di Game of Thrones né quelli di House of the
Dragon erano riusciti a toccare lo
stesso livello di consenso. Un risultato che conferma l’impatto
immediato dello spin-off dedicato alle avventure del cavaliere
errante Dunk e del suo giovane scudiero Egg.
Dunk ed Egg: una storia più intima, ma centrale per Westeros
Ambientata decenni prima degli eventi della serie madre,
A Knight of the Seven
Kingdoms segue le vicende di Dunk (Peter
Claffey) e del suo scudiero
Egg
(Dexter Sol Ansell). Il
racconto, volutamente più raccolto, permette di esplorare Westeros
dal punto di vista della “gente comune”, mettendo al centro temi
come onore, giustizia e
responsabilità morale.
In “Seven”, Dunk deve affrontare le conseguenze di aver difeso
Tanselle (Tanzyn Crawford) dal crudele principe Aerion (Finn
Bennett). Accusato, è costretto a organizzare un
processo per
combattimento, cercando sei cavalieri disposti a
combattere al suo fianco. Il momento più potente dell’episodio
arriva quando Lyonel
Baratheon (Danien Ings) arma cavaliere Raymun Fossoway
all’ultimo istante e il
principe Baelor Targaryen (Bertie
Carvel) decide di schierarsi con Dunk contro
la propria famiglia.
Il discorso finale di Dunk, che denuncia l’ipocrisia dei nobili di
Westeros mentre riecheggia il tema musicale iconico del franchise,
ha colpito profondamente il pubblico, rendendo l’episodio uno dei
momenti più memorabili dell’intero universo narrativo.
Un confronto inevitabile con gli episodi cult della serie
originale
Nel canone di Game of
Thrones, solo pochi episodi hanno superato o eguagliato il
punteggio di “Seven”. Tra questi figurano The Rains of Castamere, Battle of the Bastards e The Winds of Winter. Lo stesso “Spoils of War”
resta celebre per la devastante battaglia in cui
Daenerys
Targaryen (Daenerys
Targaryen) annientava i Lannister con il
drago Drogon, una sequenza ormai iconica.
La forza di A Knight of the
Seven Kingdoms sta però nel ribaltare la scala dello
spettacolo: meno draghi e grandi battaglie, più conflitti morali e
scelte individuali che definiscono cosa significhi davvero essere
un cavaliere.
Il futuro del franchise HBO
Con un piano narrativo che potrebbe estendersi tra le 12 e le 15 stagioni, lo
spin-off ha ancora molto spazio per consolidare la propria
identità. Intanto, gli ultimi due episodi della prima stagione di
A Knight of the Seven
Kingdoms arriveranno su HBO e HBO
Maxil 15 e il 22
febbraio 2026.
Nel frattempo,
House of the Dragon
tornerà con la terza stagione in estate. Resta da vedere se
riuscirà a superare il punteggio record di “Seven”. Per ora, però,
il trono degli episodi più amati di Westeros appartiene a Dunk ed
Egg.
Disney+ ha annunciato che la
pluripremiata serie di successo Rivals tornerà
dal 15 maggio con la sua
seconda stagione con ancora più intrecci, ironia
e passione. La seconda stagione prosegue nell’adattamento
dell’amato romanzo della compianta Dame Jilly Cooper, “Rivals”,
introducendo il mondo affascinante del polo e nuovi colpi di scena
sorprendenti, insieme a tensioni sempre più accese nelle sale del
potere e a intrecci sentimentali più profondi. La serie
originale Hulu tornerà in due blocchi di sei episodi: il primo
debutterà il 15 maggio con tre episodi e il secondo arriverà più
avanti nel corso dell’anno su Disney+ in Italia e a livello
internazionale, e su Hulu negli Stati Uniti.
La battaglia per la concessione
televisiva della Central South West raggiunge il culmine mentre la
guerra tra Corinium e Venturer entra in una nuova fase pericolosa.
Più spietato che mai, Tony Baddingham è determinato a smantellare i
suoi rivali pezzo per pezzo, strumentalizzando gli scandali e
manipolando le persone a lui più vicine per mantenere il proprio
potere.
Nel mezzo del glamour edonistico
degli eccessi degli anni ‘80, le vite personali degli eroi di
Rutshire precipitano nel caos. I matrimoni si frantumano sotto il
peso dell’ambizione, relazioni proibite minacciano di distruggere
famiglie e segreti sepolti da tempo esplodono con conseguenze
devastanti. Mentre le rivalità spingono tutti al limite, la lealtà
viene messa alla prova e i cuori vengono spezzati nella ricerca
della vittoria. Ma qual è il vero costo della guerra?
A riprendere i loro ruoli iconici
ci sono David Tennant (Doctor Who, Il club dei delitti
del giovedì) nei panni di Lord Tony Baddingham, Alex Hassell
(Macbeth,The
Boys) in quelli di Rupert Campbell-Black, Aidan Turner
(Poldark, The Suspect) in quelli di Declan
O’Hara, Nafessa Williams (Black Lightning, Whitney –
Una voce diventata leggenda) nei panni di Cameron Cook, Bella
Maclean (Sex Education, London Tide) in quelli di
Taggie O’Hara, Katherine Parkinson (Humans, Here We
Go) in quelli di Lizzie Vereker, Danny Dyer
(EastEnders, The Football Factory) in quelli di
Freddie Jones, Victoria Smurfit (Bloodlands, C’era una
volta) nei panni di Maud O’Hara, Claire Rushbrook
(Sherwood, Ali & Ava – Storia di un incontro) in
quelli di Lady Monica Baddingham, Oliver Chris (The
Crown, Trying) in quelli di James Vereker, Lisa
McGrillis (Maternal, Mum) in quelli di Valerie
Jones, Emily Atack (The Emily Atack Show, The
Inbetweeners) nei panni di Sarah Stratton, Rufus Jones
(W1A, Home) in quelli di Paul Stratton, Luca
Pasqualino (The Musketeers, Shantaram) in quelli
di Basil ‘Bas’ Baddingham, Catriona Chandler (Wild Cherry,
Pistol) nei panni di Caitlin O’Hara, Annabel Scholey
(The Split) in quelli di Beattie Johnson, Gary Lamont
(Boiling Point – Il disastro è servito, Outlander) in quelli di Charles Fairburn,
Hubert Burton (Wolf Hall, Living) nei panni di
Gerald Middleton, Gabriel Tierney (Enola Holmes 2, Il
re d’inverno – Artù, dal mito alla leggenda) in quelli di
Patrick O’Hara, Lara Peake (How To Have Sex,
Reunion) in quelli di Daysee Butler e Bryony Hannah
(Talamasca: L’ordine segreto, Call The Midwife)
nei panni di Dierdre Kilpatrick.
Questa stagione vede anche nuove
guest star come Hayley Atwell (Mission Impossible,
Agent Carter) nel ruolo di Helen Gordon, ex moglie di
Rupert Campbell-Black e madre dei suoi due figli, e Rupert Everett
(Napoleon,My Policeman) in quello di suo marito
Malise Gordon, ex allenatore di salto ostacoli e mentore di
Campbell Black. Altri nomi che si aggiungono al cast sono Maxim Ays
(Boarders, Sanditon), Holly Cattle (Young Sherlock, Mr Loverman),
Oliver Dench (Hotel Portofino, Domina), Amanda
Lawrence (Malory Towers, Star
Wars: Gli ultimi Jedi), Bobby Lockwood (Wolfblood –
Sangue di lupo, Here We Go), Eliot Salt (Slow
Horses, Normal People) e Jonny Weldon (One
Day, Brassic).
Gli executive producer di Rivals, prodotto da Happy
Prince, parte di ITV Studios, sono Dominic Treadwell-Collins (A
Very English Scandal, Holding, EastEnders),
Alexander Lamb (Ackley Bridge, The Bay, We
Hunt Together), Felicity Blunt, Elliot Hegarty (Cheaters –
Tradimenti, Ted
Lasso), Laura Wade, drammaturga vincitrice dell’Olivier
Award (Posh), Dame Jilly Cooper, autrice di “Rivals”, e
Jonny Richards per Disney+. Eliza Mellor (Il villaggio
dei dannati, Dietro i suoi occhi, Poldark)
torna come series producer. La serie è scritta da Dominic
Treadwell-Collins, Laura Wade, Sophie Goodhart, Sam Hoare, Mimi
Hare, Clare Naylor, Sorcha Kurien-Walsh e Dare Aiyegbayo, con la
regia di Elliot Hegarty, Jamie J Johnson e Dee Koppang
O’Leary. Rivals è basato sull’omonimo romanzo, parte
della serie bestseller Rutshire Chronicles di Cooper. La serie è
stata commissionata da Lee Mason, VP Scripted Content for Disney+ EMEA.
Negli ultimi anni l’animazione
cinematografica ha vissuto una fase di evidente stabilizzazione
stilistica. Una volta che una soluzione visiva diventa dominante,
il rischio è quello dell’appiattimento: immagini impeccabili dal
punto di vista tecnico, ma prive di autentico stupore.
GOAT: Sogna in grande arriva proprio in questo
scenario e riesce a fare ciò che oggi è sempre più raro:
sorprendere davvero, riaffermando la capacità di
SONY di imporsi come riferimento assoluto nel settore
dell’animazione digitale, dopo i fasti isolati dello
Spider-Verse.
GOAT: Sogna in grande e l’identità
visiva fuori dagli standard
Fin dalle prime sequenze è chiaro
che GOAT: Sogna in grande non vuole
confondersi con il resto della produzione mainstream. L’animazione
non punta al realismo patinato, ma a una forma espressiva più
audace, che mescola stilizzazione e dettaglio. Le superfici non
sono mai “neutre”: ogni materiale — dal metallo consumato al
cemento crepato — racconta il tempo e l’uso, dando vita a un mondo
visivamente coerente e profondamente riconoscibile. È una scelta
artistica che distingue il film e che dimostra come la tecnologia,
quando è guidata da una visione chiara, possa diventare linguaggio
e non semplice ornamento.
Cortesia Eagle Pictures
Vineland: una città che respira attraverso l’animazione
Il cuore estetico del film è
Vineland, una metropoli animale che vive in equilibrio precario tra
decadenza urbana e vitalità naturale. Tecnicamente, il lavoro sul
worldbuilding è impressionante: la città non è uno sfondo,
ma un organismo vivo. La vegetazione che si insinua tra le
strutture, gli interni logori, i quartieri popolari e gli spazi
sportivi raccontano una società stratificata senza bisogno di
spiegazioni didascaliche. L’uso del colore e della profondità di
campo restituisce un senso di calore e familiarità, rendendo
Vineland un luogo che, pur nella sua imperfezione, appare
sorprendentemente accogliente.
Animare il corpo: quando la fisicità diventa carattere
Uno degli aspetti in cui SONY
dimostra una superiorità tecnica evidente è la gestione del
movimento. In
GOAT: Sogna in grande ogni personaggio si
muove secondo una logica fisica coerente con la propria specie, ma
anche con la propria personalità. Non esistono animazioni generiche
o riutilizzate: ogni passo, salto o gesto è calibrato. Questo
lavoro minuzioso rende credibili anche le situazioni più estreme e
contribuisce a una narrazione visiva che comunica costantemente,
anche nei momenti di silenzio.
Cortesia Eagle Pictures
Il ruggiball come laboratorio tecnico e spettacolare
Il ruggiball è molto più di uno
sport fittizio: è il terreno ideale per mostrare la potenza
dell’animazione. Le partite sono costruite come sequenze ad alta
intensità, in cui la regia sfrutta ogni possibilità dello spazio
tridimensionale. La macchina da presa virtuale si muove con
fluidità impressionante, seguendo l’azione senza mai perdere
chiarezza. Ogni stadio introduce nuove sfide visive — superfici
instabili, ambienti estremi — che vengono gestite con grande
controllo tecnico, senza mai scivolare nel caos visivo.
Il commento sportivo e l’efficacia del doppiaggio italiano
Il comparto sonoro gioca un ruolo
fondamentale nell’economia del film. Le voci italiane si
inseriscono perfettamente nel ritmo dell’animazione.
Alessandro Florenzi dà vita a un Rusty travolgente
e iperattivo, mentre Pierluigi Pardo costruisce un
Chuck misurato e ironico, creando una dinamica da telecronaca
sportiva credibile e divertente. Beatrice Arnera,
nel ruolo di Olivia Burke, aggiunge carisma e determinazione a un
personaggio che vive anche attraverso la sua presenza pubblica. Il
doppiaggio non si limita ad accompagnare le immagini, ma ne
amplifica l’energia.
Personaggi digitali con una vera interiorità
Dal punto di vista tecnico, la
costruzione dei personaggi è uno dei risultati più riusciti del
film. L’animazione facciale è estremamente raffinata:
micro-espressioni, variazioni nello sguardo e movimenti
impercettibili contribuiscono a rendere ogni animale emotivamente
credibile. Anche i personaggi secondari beneficiano di una cura
fuori dal comune, con dettagli comportamentali che li rendono
memorabili. È un lavoro che dimostra quanto l’animazione possa
avvicinarsi alla recitazione, senza perdere la propria natura
stilizzata.
Cortesia Eagle Pictures
SONY e la capacità di guidare l’evoluzione dell’animazione
Con GOAT: Sogna in
grande, SONY conferma una linea produttiva chiara:
investire sull’innovazione visiva e sulla sperimentazione
controllata. Il film non rinnega la spettacolarità, ma la utilizza
come mezzo per costruire un’identità forte. In un mercato spesso
dominato dall’emulazione, SONY dimostra di saper anticipare le
tendenze, proponendo un’animazione che non teme di osare e di
uscire dai binari più rassicuranti.
Una prova di forza tecnica e artistica
GOAT: Sogna in
grande è un film che convince soprattutto per il suo
comparto tecnico, capace di trasformare una storia sportiva
classica in un’esperienza visiva ricca e coinvolgente. L’animazione
è sempre al servizio del racconto, ma non rinuncia mai a stupire.
SONY firma un’opera che alza l’asticella e ricorda quanto
l’animazione possa essere ancora terreno di sperimentazione,
identità e meraviglia visiva.
Marty Supreme firma un ultimo, clamoroso
traguardo al box office e riscrive la storia di A24. Il film
diretto da Josh Safdie,
con protagonista Timothée Chalamet, è
ufficialmente diventato il
maggior successo commerciale di sempre dello studio,
superando uno dei titoli più iconici del cinema contemporaneo.
Un
sorpasso storico al box office mondiale
Al
9 febbraio,
Marty Supreme ha superato
Everything Everywhere All at
Once diventando il film A24 con il più alto
incasso globale. Il cult multiversale del 2022 si era fermato poco
sotto i 145 milioni di
dollari, mentre Marty
Supreme ha già raggiunto quota 147 milioni di dollari nel mondo, secondo i
dati di The Numbers.
Il
risultato arriva dopo aver già stabilito un altro primato: a
gennaio 2026 il
film aveva infatti battuto il record domestico A24, superando gli
80 milioni di dollari
negli Stati Uniti. Attualmente, l’incasso nordamericano si
attesta sui 93
milioni, con il film ancora in programmazione nelle sale,
sebbene non più nella top five del box office USA.
A
rendere il record ancora più impressionante è il fatto che
Marty Supremenon sia ancora uscito in
diversi mercati internazionali chiave, come confermato
dalla stessa A24. Un dettaglio che lascia intendere come il
distacco possa ulteriormente aumentare nelle prossime
settimane.
Premi, nomination e confronto inevitabile
Il film racconta l’ascesa caotica di Marty Mauser, talento irregolare del
tennistavolo deciso a diventare campione del mondo, e ha raccolto
nove nomination agli
Oscar 2026, incluse Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Attore Protagonista. Tra le altre
candidature figurano Sceneggiatura Originale, Casting, Fotografia,
Scenografia, Costumi e Montaggio.
Il confronto con Everything
Everywhere All at Once resta inevitabile. Diretto da
Daniel Kwan
e Daniel
Scheinert, il film vinse sette Oscar nel 2023, inclusa la
statuetta per il Miglior Film, un risultato difficilmente
eguagliabile. Tuttavia, Marty
Supreme potrebbe entrare nella storia in un altro modo:
secondo molti osservatori, rappresenta la più concreta possibilità per Timothée Chalamet
di conquistare il suo primo Oscar.
Accoglienza critica e ultimi traguardi
Sul fronte del consenso, Marty Supreme mantiene numeri solidissimi:
94% di gradimento dalla
critica su Rotten Tomatoes e 82% dal pubblico, confermandosi come un
raro caso di film d’autore capace di diventare anche un vero
crowd-pleaser. Nel suo percorso ha superato titoli come
Civil War,
Lady Bird,
Moonlight e
Babygirl, ma il vero
trofeo simbolico resta il sorpasso su Everything Everywhere All at Once.
Con l’uscita digitale
imminente e l’attenzione del pubblico che si sta spostando verso
nuovi titoli, tra cui Send
Help di Sam Raimi e
Wuthering Heights di
Emerald
Fennell, la corsa cinematografica di
Marty Supreme si avvia
verso la conclusione. Ma il record è ormai scolpito:
A24 non aveva mai
incassato così tanto.
Il nuovo trailer e il poster di
Finché morte non ci separi 2 di Matt
Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, in
arrivo dal 9 aprile nelle sale italiane.
Poco dopo essere sopravvissuta a un
attacco senza esclusione di colpi da parte della famiglia Le Domas,
Grace (Samara Weaving) scopre di aver raggiunto il livello
successivo di questo gioco da incubo, questa volta con al suo
fianco la sorella Faith (Kathryn Newton) con cui non aveva più
rapporti. Grace ha una sola possibilità per sopravvivere, per
salvare la vita della sorella e rivendicare il Posto D’Onore del
Consiglio che controlla il mondo. Quattro famiglie rivali le stanno
dando la caccia per il trono, e chi vincerà governerà su tutto.
Samara Weaving (Finché morte
non ci separi, Tre manifesti a Ebbing,
Missouri) riprende il ruolo di “Grace” nel
sequel Finché morte non ci separi 2 dei registi
Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett (Finché morte non ci
separi, Scream VI, Abigail e il prossimo
capitolo del franchise de La Mummia). Si uniscono
alla serie Kathryn Newton (Ant-Man and the Wasp:
Quantumania, Abigail, Big Little Lies), Sarah Michelle Gellar (Cruel
Intentions – Prima regola non innamorarsi, So cosa hai
fatto, Buffy l’Ammazzavampiri), Shawn Hatosy
(The
Pitt) ed Elijah Wood (The Monkey). Néstor
Carbonell (Il cavaliere oscuro), Kevin Durand
(Abigail) e David Cronenberg (La mosca)
completano il cast. Guy
Busick (Abigail, Scream) e R. Christopher Murphy
(Castle Rock) tornano a scrivere la sceneggiatura, insieme
ai produttori Tripp Vinson (Fountain of Youth, Murder
Mystery), James Vanderbilt (Zodiac, Fountain of
Youth), Bradley J. Fischer (Transformers) e William Sherak
(Abigail, Scream).
L’autrice Alice
Hoffman, i vincitori del Grammy Norah
Jones e Gregg Wattenberg e la regista di
Merrily We Roll Along Maria Friedman stanno
sviluppando un adattamento teatrale musicale del romanzo
best-seller e film di successo Amori e
Incantesimi.
Peter Duchan, autore del libretto
per il musical del 2013 Dogfight, sta scrivendo il libretto per
Practical Magic con Hoffman.
“Sono così entusiasta di
lavorare con i miei fantastici collaboratori per portare
Amori e Incantesimi sul palco”, ha affermato
Hoffman, il cui romanzo del 1995 è stato seguito da altri tre libri
della “saga della famiglia Owens”: The Rules of Magic (2017),
Magic Lessons (2020) e The Book of Magic (2021). Questa storia
d’amore e sorellanza è pensata per il teatro. La musica è il cuore
e l’anima di Practical Magic, la si può sentire mentre si legge il
libro, anche se non c’è. Ora finalmente sentirete la storia come
l’ho sempre immaginata. Sentirete la magia.
Il romanzo originale è stato
adattato per un film della Warner Bros. del 1998, diretto da
Griffin Dunne e interpretato da Sandra Bullock, Nicole Kidman, Dianne Wiest,
Stockard Channing e Aidan Quinn.
Un
sequel cinematografico che riunisce Bullock e Kidman, diretto
da Susanne Bier, uscirà nelle sale l’11
settembre.
Il cast e i tempi di produzione del
musical non sono stati ancora annunciati. Il musical è prodotto in
base a un accordo speciale con Warner Bros. Theatre Ventures. Mark
Kaufman, Vicepresidente Esecutivo e Chief Content Officer di WBTV,
sarà consulente creativo.
L’adattamento
musicale è stato annunciato oggi dai produttori Stephanie
e Nicole Kramer e Brian e Dayna Lee. Il progetto segna il primo
musical teatrale di Jones, che ha debuttato sulla scena mondiale
con il suo album del 2002, vincitore di numerosi Grammy, Come Away
With Me. Da allora ha vinto 10 Grammy, vendendo oltre 52 milioni di
album con brani trasmessi in streaming più di 10 miliardi di volte
in tutto il mondo.
La trama di Amori e
Incantesimi
Per oltre due secoli, le donne
Owens sono state temute, biasimate e sussurrate nella loro piccola
città del Massachusetts. Rimaste orfane da bambine e cresciute
dalle loro eccentriche zie, le sorelle Sally e Gillian Owens
crescono determinate a sfuggire alla maledizione ancestrale che
hanno ereditato. Scegliendo strade opposte, le sorelle cercano di
sfuggire al loro passato, finché l’amore, la perdita e segreti a
lungo sepolti non le riuniscono. Costrette a confrontarsi con
l’eredità familiare, Sally e Gillian devono decidere se il passato
può essere superato e quanto sono disposte a rischiare per
amore.
L’universo narrativo di Fire Country si espande
con Sheriff
Country, una nuova serie poliziesca che
mescola indagine criminale, tensioni morali e conflitti familiari.
Al centro del racconto c’è lo sceriffo Mickey Fox, interpretata da
Morena Baccarin, volto
amatissimo dal pubblico per ruoli iconici tra cinema e
serialità.
La
prima parte della serie, composta da nove episodi, debutta
dal 10 febbraio in
esclusiva su Sky e in
streaming su NOW, con una
programmazione di due episodi a settimana e un finale trasmesso
separatamente. Ancora prima del debutto, Sheriff Country è stata già
rinnovata per una seconda
stagione, segnale della forte fiducia nel progetto.
Una nuova prospettiva nell’universo di Fire Country
Ambientata nella cittadina di Edgewater, Sheriff Country segue Mickey Fox mentre
pattuglia il territorio e indaga su attività criminali che spesso
si intrecciano con dinamiche personali profonde. Mickey è la
sorellastra di Sharon Leone, personaggio chiave di Fire Country, e il legame familiare
diventa uno degli assi portanti della serie.
Accanto ai casi di giornata, la protagonista deve affrontare il
peso del proprio passato: un padre ex detenuto, Wes, che vive ai
margini della legalità coltivando marijuana, e un misterioso
incidente che coinvolge Skye, la figlia ribelle. La serie utilizza
la struttura del crime procedurale per esplorare temi più ampi come
identità, colpa, giustizia e legami affettivi, mantenendo un tono
più intimo e drammatico rispetto alla serie madre.
Cast e produzione
Sheriff Country è
prodotta da Jerry
Bruckheimer Television e CBS Studios, ed è stata creata da Max
Thieriot insieme a Joan Rater e Tony Phelan. La regia è affidata a
James Strong e Kevin Alejandro.
Nel cast, oltre a Morena Baccarin, figurano W. Earl Brown, Matt
Lauria, Christopher Gorham, Michele Weaver e Amanda Arcuri, a
comporre un ensemble che punta a dare spessore umano a ogni linea
narrativa.
Con il suo equilibrio tra
crime, dramma familiare e continuità con Fire Country, Sheriff Country si candida a diventare un tassello
solido e autonomo di questo universo televisivo, capace di parlare
sia ai fan della serie originale sia a chi cerca un nuovo
poliziesco dal taglio see-rialistico e umano.
L’ultimo spot pubblicitario di
Ben Affleck per
Dunkin’ al Super Bowl offre molto più di
caffè e ciambelle. Jennifer Aniston, Matt LeBlanc,
Jason Alexander, Ted Danson, Alfonso Ribeiro, Jaleel White
e Jasmine Guy si uniscono ad Affleck e al suo
partner abituale Tom Brady in uno spot
sorprendente che mostra il cast recitare in una sitcom ormai
perduta, Good Will Dunkin‘. Lo spot
risponde alla domanda mai posta su come sarebbe stato il dramma del
1997 Good Will Hunting (in italiano
uscito con il titolo Will Hunting – Genio
Ribelle), interpretato e scritto da Affleck e
Matt
Damon, se fosse stato presentato in forma comica.
Lo spot contiene molteplici
riferimenti alla sceneggiatura di “Good Will Hunting“, ma
anche a serie come “Friends”, “Cheers”, “A Different World”,
“Willy, il principe di Bel-Air”, “Seinfeld” e “Family
Matters”. I vari attori sono stati sottoposti a degli effetti
speciali e sono stati ringiovaniti tramite tecniche di produzione.
Ma lo spot è stato girato su un set reale.
Dunkin ha fatto un richiamo alla TV
degli anni ’90 per celebrare la sua prima pubblicità di caffè
freddo, che ha debuttato nel 1995. Nell’ambito di questa
retrospettiva, Dunkin regalerà 1,995 milioni di caffè freddo
gratuiti di qualsiasi dimensione a partire da lunedì 9 febbraio.
Gli ospiti possono riscattare l’offerta utilizzando il codice
GOODWILLDUNKIN nell’app Dunkin’.
Dunkin offrirà anche una collezione
limitata di abbigliamento vintage ispirato agli anni ’90, tutti
provenienti da negozi vintage di Boston! I fan potranno fare
acquisti su DunkinRunsOnMerch.com domenica sera, dopo la messa in
onda dello spot.
Lo spot di Dunkin è l’ultimo di una
serie di spot esilaranti e pieni di star che Affleck ha realizzato
per la catena di caffè e pasticcerie dal 2023. Alcuni spot
presentavano un gruppo musicale chiamato “DunKings” e attori come
Jeremy Strong e Casey
Affleck. In due spot è apparsa anche Jennifer Lopez, ex moglie di
Affleck.
I fan di Stephen King avranno una bella
sorpresa, stando alle sue reazioni alle sceneggiature completate
per la prima stagione di La torre nera. La tanto
attesa serie diretta da Mike Flanagan è basata sui
libri della serie di King, che segue le vicende del pistolero
Roland Deschain da L’ultimo cavaliere, pubblicato per la
prima volta nel 1982, fino all’ultimo romanzo uscito nel 2004,
mentre cerca di salvare il luogo che dà il titolo alla serie dalla
distruzione. L’adattamento è stato annunciato per la prima volta
nel 2022, con Flanagan che ha promesso che la serie renderà
giustizia al materiale originale dell’autore.
Durante un’intervista con Doof! Media, Flanagan ha ora rivelato
che le sceneggiature definitive della prima stagione sono
“meravigliose” e che King ne è “molto
soddisfatto”. Ha spiegato che, date le frustrazioni passate di
King riguardo ad alcuni adattamenti delle sue opere, l’autore è
molto chiaro quando approva o meno un progetto. Flanagan ha anche
chiarito perché sente la pressione per questo progetto. Ecco i suoi
commenti: Le sceneggiature della prima stagione sono
meravigliose. Ne sono molto soddisfatto. Stephen King ne è molto
contento. Ha già vissuto questa esperienza con i suoi adattamenti.
Vi dirà che non è soddisfatto. E questo significa per lui più di
tutti gli altri, quindi la pressione è enorme”.
Flanagan, noto per il suo lavoro in
The Haunting of Hill House e Midnight Mass,
trasformerà la serie di otto libri di King in un adattamento
televisivo. Il fatto che le sceneggiature della prima stagione
siano complete è solo l’inizio, poiché Flanagan svilupperà la serie
di libri in una serie di cinque stagioni. Non è però la prima volta
che La Torre Nera di King prende vita al di là
delle pagine della serie di libri. Nel 2017 è stato realizzato un
adattamento cinematografico con Idris
Elba e Matthew McConaughey. Tuttavia,
il film ha ottenuto un punteggio basso sia dai fan che dalla
critica, come dimostra il 16% di valutazione dei critici su Rotten
Tomatoes.
Inoltre, la serie è stata
acquistata da Amazon nel 2020, ma alla fine è stata abbandonata
dalla piattaforma di streaming dopo aver prodotto solo il pilot.
Deadline ha però riportato all’epoca che il problema era il valore
della produzione rispetto ad altre opere simili dello stesso genere
realizzate in quel periodo. “Ho sentito che i dirigenti di
Amazon ritenevano che il pilot non fosse allo stesso livello di
altre serie di ampio respiro dello stesso genere che la piattaforma
aveva in produzione/pre-produzione, come La Ruota del Tempo e Il
Signore degli Anelli”.
Flanagan era però irremovibile sul
fatto che il film non dovesse essere l’eredità della serie in
termini di adattamento cinematografico: “Non possiamo lasciare
che questa sia l’ultima parola. Non possiamo proprio”,
ha detto a Deadline il mese scorso. La serie sarà distribuita
tramite Prime Video, poiché la piattaforma di streaming
detiene ancora i diritti sull’opera di King per La torre
nerra. La serie scritta da Flanagan non ha ancora una data
di uscita, ma la notizia che le sceneggiature della prima stagione
sono state completate con l’approvazione di King è un ulteriore
passo nella giusta direzione.
La collaborazione tra
Guillermo del Toro e Jacob Elordi in Frankenstein ha lasciato tutti senza parole.
Elordi è poi stato nominato al premio Oscar come Miglior attore non
protagonista, dopo aver vinto il Golden Globe nella medesima
categoria. È inoltre chiaro che i due hanno apprezzato molto
lavorare insieme, dato che è stato rivelato che potrebbe essere in
arrivo un nuovo film.
In un’intervista con Esquire, Elordi ha infatti parlato
della sua rivoluzionaria trasformazione nella Creatura e del suo
rapporto con il regista del Toro dopo il grande successo del loro
recente film. Alla domanda se l’attore avrebbe lavorato di nuovo
con del Toro, molti si sono chiesti cosa ci fosse all’orizzonte.
“Sì, assolutamente. Stiamo cercando di realizzare un altro
film“, è stata la risposta dell’attore.
La notizia è una sorpresa dopo i
recenti commenti di del Toro che suggerivano che volesse per un po’
fare un passo indietro rispetto alla regia. Il regista ha
attualmente quattro progetti in fase di sviluppo, basati su un
romanzo da lui scritto o su una sceneggiatura da lui creata:
Fury, Scary Stories to Tell in the Dark 2,
The Buried Giant e The Boy in the Iron Box. Non è
chiaro quale potrebbe essere il nuovo film tra Elordi e del Toro,
se uno di questi progetti o un altro ancora non annunciato.
Nel mentre, l’attore è pronto a
tornare sul grande schermo con Cime
tempestose, e sul piccolo schermo riprendendo ruolo di
Nate Jacobs nella terza stagione di Euphoria. Ma i suoi prossimi progetti ci sono
anche The Dog Stars e Outer
Dark. del Toro sta attualmente lavorando a un thriller
violento intitolato Fury, con protagonista Oscar Isaac, a sua volta membro del cast
di Frankenstein, e sta mostrando interesse per un progetto
su Il fantasma dell’Opera. Nonostante l’incertezza, è
chiaro che Elordi è un nuovo stretto collaboratore di del Toro e la
prossima collaborazione potrebbe consolidare l’attore in un genere
completamente nuovo.
Dal
12 febbraio al cinema, La gioia si inserisce nel solco
delicato e scivoloso dei film ispirati a fatti di cronaca nera, ma
sceglie consapevolmente di allontanarsi dal meccanismo del racconto
giudiziario o sensazionalistico. Liberamente ispirato alla vita
della professoressa Gloria Rosboch, il film non punta a ricostruire
una vicenda reale, ma a creare un clima emotivo: le attese, le
illusioni, le dipendenze affettive e le manipolazioni quotidiane.
Il punto di vista non è quello dell’indagine, ma dell’anima
ferita.
Gioia, professoressa di francese interpretata da Valeria Golino, vive una vita apparentemente
ordinaria e silenziosa: abita ancora con i genitori, non ha
relazioni sentimentali, si muove in uno spazio domestico e mentale
che sembra immobile. È una donna che ha imparato a desiderare poco,
o meglio, a non permettersi di desiderare. L’incontro con Alessio
Benedetti (Saul
Nanni), giovane inquieto e ribelle, rompe questo
equilibrio precario e apre una breccia che diventerà lentamente una
voragine.
Cortesia – Ufficio stampa Film Fosforo
Due velocità, una stessa prigione
Il
cuore tematico del film risiede nel rapporto tra Gioia e Alessio,
costruito come l’incontro tra due solitudini opposte e, al tempo
stesso, speculari. Gioia incarna la prigione di chi procede sempre
troppo lentamente, di chi ha rinunciato a vivere pienamente per
paura di affrontare la realtà. Alessio, al contrario, rappresenta
la prigione di chi corre troppo veloce, di chi vive solo col corpo
e i suoi impulsi, senza un vero centro emotivo. La sua esistenza è
sospesa in un vuoto di libertà apparente, mentre Gioia è
intrappolata in una “prigione dorata”: una casa accogliente, la
madre che prepara la cena, il letto sempre pronto, ma un’esistenza
che non le appartiene davvero. Alessio, invece, pur godendo di
autonomia, non possiede un luogo sicuro in cui sentirsi protetto;
la libertà diventa, paradossalmente, una forma di esilio
emotivo.
Il
film mostra con grande precisione come queste due velocità non si
compensino, ma come si alimentino reciprocamente, generando una
dinamica disfunzionale e dolorosa. Gioia proietta su Alessio la
speranza di un riscatto, di un amore tardivo e di un risveglio
emotivo, mentre Alessio vede in lei una presenza da sfruttare, un
appiglio emotivo ed economico. Eppure, a tratti, sembra che tra
loro possa nascere una vera reciprocità: è in quegli istanti, negli
abbracci spontanei o nelle ripetizioni di francese, che il film
sorprende lo spettatore, mostrando quanto fragile e al tempo stesso
magnetica possa essere la connessione tra due mondi così
distanti.
La gioia: il contesto familiare e la complicità
silenziosa
Attorno a questa relazione si muove un mondo adulto che dovrebbe
proteggere, ma che finisce invece per alimentare le mancanze,
consapevolmente o meno. La madre di Alessio, Carla (Jasmine
Trinca), è una figura ambigua: sospesa tra affetto e
controllo, incapace di porre limiti concreti al figlio o di
comprenderne davvero i turbamenti. Cosimo (Francesco
Colella), amico di famiglia, completa questo triangolo
inquietante, incarnando una complicità silenziosa che rende
l’intero sistema ancora più soffocante e privo di rifugio per chi
vi abita dentro.
Il film suggerisce con forza che il male non nasce mai nel vuoto,
ma all’interno di relazioni disfunzionali che si autoalimentano.
Nessuno è completamente innocente, nessuno completamente colpevole:
ciò che emerge è un tessuto umano fragile, incapace di riconoscere
l’abuso emotivo prima che sia troppo tardi.
Cortesia – Ufficio stampa Film Fosforo
Le interpretazioni: Golino e Nanni al centro
Valeria Golino offre una delle sue
interpretazioni più intense e dolorose. La trasformazione fisica
accompagna una metamorfosi interiore fatta di micro-espressioni,
posture chiuse, sguardi che chiedono senza osare. Gioia è un
personaggio costruito con enorme rispetto: mai ridicolizzata, mai
giudicata, sempre osservata nella sua vulnerabilità. Memorabile la
scena in cui ascolta Reality, celebre colonna sonora de
Il tempo delle
mele: un momento sospeso, quasi adolescenziale, che
restituisce tutto il bisogno d’amore e di riconoscimento della
protagonista.
Saul Nanni sorprende per la maturità con cui
interpreta Alessio. Il suo personaggio non è un “mostro”, ma un
giovane cinico, seduttivo, profondamente vuoto. La sua capacità di
alternare fascino e crudeltà rende ancora più disturbante la
dinamica della relazione, proprio perché credibile.
La sceneggiatura, vincitrice del Premio Franco Solinas 2021, nasce
dall’opera teatrale Se non sporca il mio pavimento – Un melò di
Giuliano Scarpinato e Gioia Salvatori. Questa origine teatrale si
avverte nella centralità dei dialoghi, nei lunghi confronti a due,
ma soprattutto nell’attenzione ai dettagli emotivi più che
all’azione. La regia sceglie la sottrazione, evitando picchi
melodrammatici e affidandosi a una messa in scena sobria, quasi
trattenuta, che amplifica il senso di inevitabilità. Il film è
stato presentato in concorso alle Giornate degli Autori,
nell’ambito dell’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica
di Venezia nel 2025, distinguendosi come unico titolo italiano in
gara.
Cortesia – Ufficio stampa Film Fosforo
Amore, menzogna, opportunismo
La
gioia è un film che interroga lo spettatore su
confini scomodi: dove finisce l’amore e inizia l’opportunismo?
Quanto siamo disposti a credere alle bugie, pur di non affrontare
la solitudine? Il titolo stesso assume un valore amaramente
ironico: la gioia non è mai pienamente raggiunta, ma resta un
miraggio, una promessa continuamente rimandata.
Tra occhi che piangono e bocche che mentono, tra stagioni della
vita che si incontrano senza davvero comprendersi, il film
costruisce un ritratto doloroso e necessario della fragilità umana.
Non offre consolazione, né facili risposte. Ma lascia addosso
un’inquietudine persistente, che è forse il suo risultato più
onesto.