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Incredibile Featurette di Into Darkness – Star Trek 

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Incredibile Featurette di Into Darkness – Star Trek 

Guarda l’incredibile Featurette di Into Darkness – Star Trek  di J.J. Abrams, a pochi minuti dall’uscita del motion poster ecco una prima occhiata dietro al nuovo film con protagonisti Chris PineZachary Quinto e Benedict Cumberbatch.

Vi ricordiamo che il prossimo film Into Darkness – Star Trek uscirà nelle sale il 06 Giugno 2013. Nel cast del film Chris Pine, Zachary Quinto, Zoe Saldana, Benedict Cumberbatch, Simon Pegg, Karl Urban, John Cho, Bruce Greenwood, Alice Eve, Anton Yelchin. Tutte le news sul film le trovate nel nostro speciale: Star Trek 2.

Trama: Quando l’Enterprise è chiamata a tornare verso casa, l’equipaggio scopre una terrificante e inarrestabile forza all’interno della propria organizzazione che ha fatto esplodere la flotta e tutto ciò che essa rappresenta, lasciando il nostro mondo in uno stato di crisi. Spinto da un conflitto personale, il Capitano Kirk condurrà una caccia all’uomo in un mondo in guerra per catturare una vera e propria arma umana di distruzione di massa. Mentre i nostri eroi vengono spinti in un’epica partita a scacchi tra la vita e la morte, l’amore verrà messo alla prova, le amicizie saranno lacerate, e i sacrifici compiuti per l’unica famiglia che Kirk abbia mai avuto: il suo equipaggio.

 

Incredibile featurette di Inception!!

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E’ stata pubblicata una straordinaria Featurette di Inception, con Nolan e Di Caprio che parlano del film mentre scorrono immagini nel dietro le quinte della produzione. Per vederla..

Incredibile featurette di Inception!!

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Incredibile featurette di Inception!!

E’ stata pubblicata una straordinaria Featurette di Inception, con Nolan e Di Caprio che parlano del film mentre scorrono immagini nel dietro le quinte della produzione. Per vederla..

Incontro ravvicinato con Tim Burton #RFF16

Incontro ravvicinato con Tim Burton #RFF16

La Festa del Cinema di Roma omaggia Tim Burton con il Premio alla carriera. Red carpet, foto di rito, con figli e cagnolino al seguito, e poi il regista è pronto per un incontro ravvicinato, occasione per ripercorrere le tappe della carriera che lo ha portato dal disegno per la Disney, dietro a una macchina da presa. Da regista ha potuto dare corpo ad un immaginario unico e sempre riconoscibile, con potenti legami al mondo dell’infanzia, ma anche con quella malinconia, quel senso di inadeguatezza e quelle atmosfere tipicamente dark che lo hanno sempre contraddistinto.

Riceve il Premio alla Carriera dalle mani di un maestro della scenografia come Dante Ferretti  – che vinse l’Oscar con Sweeney Todd – Il diabolico barbiere di Fleet Street – assieme a Francesca Lo Schiavo e alla costumista Gabriella Pescucci, con cui pure ha collaborato per La fabbrica di Cioccolato. “Ricevere questo premio mi riempie di gioia e orgoglio” dice il regista, “E’ un onore riceverlo dalle mani di questi tre grandi artisti. Ho avuto il piacere di lavorare con loro, ma mai abbastanza, spero di avere altre occasioni”. A proposito della città che lo ospita e lo premia afferma: “Roma è una città capace di catturare i sogni”.

L’esperienza alla Disney negli anni Ottanta

La carriera di Tim Burton ebbe inizio proprio come disegnatore alla Disney, in un momento non proprio favorevole: “Terribile! Si tratta degli anni più bui alla Disney. C’erano moltissime persone di enorme talento e creatività, invece si facevano film come Red e Toby nemiciamici, che richiedevano dieci anni di lavorazione. Avevi a disposizione figure geniali come John Lasseter, che poi hanno creato il mondo Pixar, ma non c’erano opportunità per tutti questi talenti. Sono stato fortunato, perchè ero un pessimo disegnatore di animazione. Mi dicevano che la volpe che avevo disegnato sembrava essere stata travolta da un’auto. Per fortuna ero così incapace che poi sono passato a fare altro!”.

L’omaggio a Mario Bava

All’interno del panorama cinematografico italiano, Burton sceglie di omaggiare Mario Bava. La maschera del demonio e Diabolik vengono montati in sequenza con il suo Batman. Le atmosfere oscure e anche una componente ironica sono elementi cari al regista americano.

Riconoscibile dunque una ispirazione al maestro dell’horror italiano, anche per quanto riguarda ambientazioni e scenografie. Burton parla così di Mario Bava: “Negli anni ’80 a Los Angeles andai ad un festival di cinema horror, una maratona di 48 ore. […] Normalmente ti assopisci, mentre io mi ricordo chiaramente il film di Mario Bava, La maschera del demonio, come un sogno. Sapeva catturare questo senso onirico tendente all’incubo. In pochi sono riusciti a catturarlo. Oltre a Bava, Federico  Fellini e Dario Argento”.  

La nascita di Edward mani di forbice

Burton spiega poi così da dove nasce l’idea di un personaggio come Edward, ovvero qualcuno che involontariamente ferisce chi ama: “Sfortunatamente, questa è stata la mia infanzia […] Ho sempre amato favole e fiabe. Le favole permettono di esplorare veri sentimenti aumentandone l’intensità. Io mi sentivo così da ragazzo.”

Allestimento scenografico, sceneggiatura e ispirazione nei film di Tim Burton 

Scenografie, costumi e messa in  scena hanno sempre avuto un ruolo importante nei film di Burton: “Ho avuto la grande fortuna di lavorare con straordinari artisti. Per me scenografia, musica, costumi fanno parte del film, come dei veri personaggi. Avendo avuto il privilegio di lavorare con Dante Ferretti e Gabriella Pescucci, per me la scenografia è fondamentale, penso ad esempio a Sweeney Todd.” Per quanto riguarda la scenggiatura, prosegue Burton: “Non mi reputo uno sceneggiatore. Parto dalle idee e cerco di stabilire dei rapporti di collaborazione con chi sa scrivere. Edward mani di forbice, ad esempio, nasce dalla mia esperienza. Nel caso di Nightmare before Christmas non era materiale mio, ma mi riconoscevo in alcuni suoi elementi. Cerco sempre di trovare qualcosa con cui io possa rapportarmi. 

A proposito poi di ispirazioni anche non convenzionali, su Mars Attacks! dice: “Dimenticate grandi romanzi, grandi opere letterarie. Sono partito dalle carte che avvolgevano le gomme da masticare. La mia è stata un infanzia un po’ contorta…”.

L’esperienza di lavoro con gli studios

Burton nella sua carriera ha sempre lavorato con grandi studi cinematografici. Così racconta la sua esperienza: “Ho fatto solo film con gli studios, sono stato in una posizione un po’ insolita perchè, nonostante questo, sono sempre riuscito a fare ciò che volevo. Ancora non riesco a capacitarmi. La cosa mi sorprende perchè si tratta di business. Ancora mi interrogo su come sia stato possibile. Per fortuna non hanno veramente mai capito cosa stessi facendo”. “Il cinema è un’opera collettiva. […] L’impegno collettivo è fonte di gioia. Quando si parla del budget […] non è mai abbastanza, poco o tanto che sia. È un po’ come cercare di controllare le condizioni metereologiche: ci sono tanti elementi intangibili”.

Tim Burton
Tim Burton – foto di Fabio Angeloni – Disney Italia

L’incontro con Stephen Sondheim per Sweeney Todd

Uno dei lavori forse più complessi di Tim Burton è Sweeney Todd – Il diabolico barbiere di Fleet Street. Un adattamento del musical di Stephen Sondheim. Racconta Burton: “Fu molto difficile far vedere il film a Stephen. Per fortuna gli piacque, cosa che mi riempì di gioia. E’ una combinazione tra horror e musical. L’ha visto solo alla fine, ed ero molto preoccupato perchè nessuno degli attori era un cantante. Però lui non lo ritenne un problema, anzi. […] È stato di grande sostegno. 

Fare un musical è stato molto divertente. So che può sembrare assurdo, ma per me è stato un po’ come fare un film muto, perchè c’era sempre questa musica.”

 Big eyes, Ed Wood e il senso dell’arte

Nella carriera di Burton, alcuni film rimandano in qualche modo alla domanda su quale sia il senso dell’arte, su cosa si possa definire arte e cosa no. Uno di questi è senz’altro Big Eyes. Al centro del film la figura di Kean e i quadri dipinti da sua moglie, contraddistinti da personaggi dotati apputo di grandi occhi indagatori. “Ricordo quei quadri di Kean” afferma Burton, “si trovavano in tutte le case appesi alle mura del salotto. Io li ho sempre trovati un po’ inquietanti. Mi chiedevo come mai potesse piacere tanto. Questo ci porta a riflettere sul senso dell’arte. È interessante. Veniamo toccati in modo diverso da ciò che vediamo. Per me erano inquietanti. Altri li trovavano così carini da appenderli nelle camere da letto dei loro bambini. Questo ci fa riflettere sul senso dell’essere artista”. Una simile riflessione si può fare anche su Ed Wood, figura su cui Burton ha costruito l’omonimo film. “E’ straordinario”, dice il regista, “perchè Ed Wood pensava di stare girando Guerre Stellari. Aveva una passione tale che ritroviamo anche nei suoi diari. Si reputava tra i più grandi. Questo ci riporta al discorso che facevamo prima, in sostanza, su cosa è arte e cosa è merda”.

La sorpresa di una mostra al MoMA dedicata a Tim Burton

Infine, è interessante scoprire come ci si sente ad essere annoverati tra gli artisti cui è stata dedicata una retrospettiva al MoMA. Burton se ne dice onorato: “Questa retrospettiva è stata una sorpresa straordinaria. Io sono un pessimo archivista. Si è trattato di andare a frugare nei cassetti per trovare le oprere. E’ stato sorprendente e indimenticabile. Sorprese come queste ti riempiono di gioia. È stata la mostra che ha avuto più successo in assoluto tra quelle fatte. Non mi reputo un artista, però fa pensare il fatto che delle opere d’arte riescano in qualche modo ad ispirare gli altri”.

Incontro ravvicinato con Frank Miller #RFF16

Incontro ravvicinato con Frank Miller #RFF16

La presentazione alla Festa del Cinema di Roma del documentario Frank Miller – American Genius, diretto da Silenn Thomas, collaboratrice di lunga data di Miller, diventa l’occasione per una lunga chiacchierata con uno dei fumettisti più influenti del mondo contemporaneo. 

La regista racconta di aver conosciuto Miller sul set di 300. “Ero una piccola produttrice”. E racconta così la genesi del documentario: “Tanti suoi fan mi chiedevano perchè non ci fosse un documentario su Frank Miller. Gliel’ho chiesto, lui è stato d’accordo, così l’ho fatto”. Se però si chiede a Miller da chi vorrebbe essere interpretato, qualora si facesse un film di finzione su di lui, il fumettista non ha dubbi: “Da Meryl Streep. Lei potrebbe fare qualsiasi cosa. […] E’ impressionante per la sua capacità.” 

Come è nato 300

Molte curiosità riguardano ciò che ha influenzato l’arte di Frank Miller, a partire dalle influenze cinematografiche: “Un film che mi ha ispirato moltissimo è L’eroe di Sparta, del 1962. Lo vidi in una piccola sala […] Alla fine, morivano tutti. Con la morte degli eroi, ho modificato la mia visione. […] Fino a quel momento pensavo che tutti gli eroi dovessero sopravvivere e vincere su tutto e tutti. […] Giurai che avrei fatto un fumetto su questo tema. È così che è nato 300”. 

A chi gli domanda se i comics non siano un po’ la mitologia del nostro tempo dice: “Sì, mi piace pensare che i narratori di storie, chi ha la fortuna di avere un lavoro come il mio: artisti, fumettisti, registi, siamo tutti discendenti diretti di uomini delle caverne, che intorno al fuoco raccontavano ai compagni di una grande caccia, mentendo dll’inizio alla fine, vantandosi. Qualunque cosa che possa essere una storia accattivante, vera o meno, è un atto creativo.” Sulla possibilità di raccontare qualcosa che riguardi la storia di Roma, Miller argomenta così: “Roma ha tanta storia. Mi piacerebbe farlo. Quello che mi piace è la parte della ricerca. Io non ho una conoscenza approfondita della storia, ma adoro fare ricerche, studiare”. 

Jack Kirby, un maestro

Tanti sono gli artisti, i colleghi e i maestri del mondo del fumetto che lo hanno ispirato, molti dei quali ha avuto occasione di conoscere personalmente: “Ci sono stati tanti artisti, fumettisti, Jack Kirby – creatore tra gli altri de I fantastici Quattro, Hulk, Thor ndr- in primis. La sua influenza è costante. Poi ho scoperto Will Eisner – il creatore di Spirit ndr-. Sono loro le due influenze principali nella mia carriera”. Poi aggiunge Stan Lee, il primo creatore di Daredevil: “Incontrai Stan Lee quando iniziai a lavorare per la Marvel con Daredevil. […] Era incredibile, pieno di energia. Mi disse che Daredevil era un personaggio fantastico. Poi semplicemente e in modo eloquente mi spiegò i suoi punti salienti. Era cieco. Normalmente i supereroi sono noti per le loro abilità e non per le mancanze. Ma lui mi spiegò perchè questa era una gran ficata! […] Daredevil è sempre abbastanza in gamba da trovare delle soluzioni”. Anche l’incontro con Will Eisner è stato fondamentale nella carriera di Miller. Così ne parla: “Ero al Comicon a San Diego. Per me lui era un mito. Dal suo lavoro ho imparato tanti trucchi e anche il senso di una storia. […] Aveva grande personalità, grande intelletto. Se vogliamo riassumerlo in una parola, vedeva i fumetti come una forma nobile. Non erano qualcosa che riguardava solo i ragazzini. Era un’aspirazione per me. Quando lo conobbi stava per andare in pensione. […] Mi insegnò tantissimo, ma soprattutto il senso dell’etica. Non la lealtà verso un’azienda, ma come abbinare passione per il lavoro e difesa dell’onestà intellettuale. Professionalmnte è la fonte più preziosa a cui ho attinto.”

Frank Miller e i fumettisti italiani

Ci sono però anche due italiani che Miller cita: Milo Manara e Hugo Pratt: “Manara è uno dei più straordinari fumettisiti che abbiamo. Vidi per la prima volta il suo lavoro a New York. […] In lui c’era maestria, bellezza, coraggio. Non vedevo l’ora di incontrarlo. Quando l’ho incontrato, ho scoperato che conosceva il mio lavoro e lo capiva profondamente. Abbiamo stabilito un rapporto. […] Mi fa sempre piacere vederlo, quando capita”. Prosegue: “Pratt era straordinario. […] Lo scoprii e me ne innamorai. Aveva studiato moltissimo, aveva vissuto intensamente, viaggiato, compreso, imparato da Milton Caniff, conosceva la realtà internazionale. Si può capire quando ho scoperto Pratt, perchè stavo disegnando Ronin e improvvisamente compare questo lavoro a linee molto nette in bianco e nero. […] Lo incontrai a Lucca. Fu divertentissimo. Eravamo in hotel a colazione, qualcuno me lo indicò. Io mi  avvicinai. […] Lui fece un grugnito e mi indicò dicendo: io la conosco, per sei mesi ho tenuto uno dei suoi fumetti nella mia borsa. […] Era felice di vedere un americano che imitava degli europei. […] Abbiamo passato tutta la giornata insieme a chiacchierare. Era un grande artista”. 

Quindi Miller parla del suo processo creativo: “Mi intrufolo nelle case delle persone, rubo da loro. A volte osservo qualcosa per strada e scatta la molla. Oppure c’è una questione importante che riguarda la mia vita. Magari inizio senza rendermi conto di quale è stata l’ispirazione. Le storie si presentano”. Ciò che è importante, però, conclude, è che: “raccontare le storie è la mia funzione, non è qualcosa che coscientemente costruisco, mattone dopo mattone. È semplicemente il motivo della mia esistenza”. 

Tra i molti suoi lavori, uno dei più importanti è Sin City. Miller parla così di come è arrivato al cinema: “Il rapporto fra Sin City e il cinema è molto divertente. Ho iniziato la mia carriera scrivendo la sceneggiatura di un film che è stato un flop assordante: RoboCop 2. L’ho riscritto tante volte. […] Ci sono alcuni film che sono maledetti. […] Il caso citato rientra in questa casistica. Ho dato la colpa al mondo del cinema, dicendomi che sarei tornato a fare il fumettista, ma avrei fatto un fumetto che non potesse essere trasformato in film. Feci Sin City. Poi Robert Rodriguez mi disse che voleva farne un film. […] Gli dissi che non avevo nessuna voglia. Mi richiamò invitandomi ad andare in Texas e fare una scena di prova con qualche attore, non potevo rifiutare. Sul set gli attori si presentarono, erano talentuosi. Fecero la scena in due minuti, l’apertura del film. Dopo averla girata, ho stretto la mano a Robert e gli ho detto: ci sto!”. […] Fare Sin City è stato un sogno che si è realizzato”. 

Prosegue poi parlando del suo approccio alla regia e del suo rapporto con gli attori: “Forse sono un po’ strano come regista, perché adoro gli attori. Molti registi li considerano come dei narcisisti incapaci. Sì, sono narcisisti, ma adoro vedere la loro creatività e come riescono a dar vita a delle parole scritte.” 

Guardando al mondo di oggi e alla rilevanza che ha assunto l’universo del fumetto nel cinema, ci si chiede se il giovane Miller, ai suoi inizi con la Marvel si sarebbe aspettato che quel cinema sarebbe diventato il vero cinema americano, quello che fa gli incassi. Il fumettista dice: “Non sono un profeta, penso che prima devi fare un buon lavoro, poi si vedrà” Ma poi precisa: “Secondo me doveva essere così, dai tempi di Superman”. 

Frank Miller e il politically corret

Sul politically correct che oggi rischia di limitare la creatività degli artisti, così si esprime: “Oggi c’è più pressione per esercitare un po’ di censura e questo avviene quando le persone hanno paura. Tendono ad andare verso posizioni più conservatrici. Vuoi proteggere i tuoi bambini, la tua casa. […] Io non mi sento di dover seguire degli ordini. […] Ciò che volevo fare l’ho fatto, senza pronunciarmi contro una cosa o l’laltra. La gente in questi casi tende a smettere di ascoltare, preferisco esplorare determinate tematiche.” 

A chi gli chiede se abbia approfittato del lockdown per guardare film e serie tv risponde: “Ho guardato soprattutto vecchi film. […] Ho passato il tempo studiando. […] Per rinfrescare le idee e scoprire nuove cose. Non ho guardato serie tv.  Non ne sono appassionato. So che ci sono anche dei buoni prodotti, ma non so se mi va di andare a rovistare nell’immondizia per trovare qualcosa di buono”.  

Frank Miller sul futuro

Pensando ai progetti futuri, riguardo a ciò che gli piacerebbe realizzare, Miller afferma: “Mi piacerebbe fare quello che sto facendo, in varie forme”, prosegue tranquillo, “sono fortunato perché ho avuto abbastanza successo. Perciò posso occuparmi delle storie che mi interessano veramente. […] Come posso farlo? Con i fumetti sicuramente. […] Nel cinema, ci vogliono tanti soldi per fare un film ed è una sfida competamente diversa. Vorrei raccontare storie diverse tra loro, viaggiare contemporaneamente in tante direzioni diverse. […] Sono come un bambino in un negozio di dolciumi che ha solo 50 centesimi e può comprarsi a malapena un dolcetto. Adoro il mio lavoro e le possibilità che mi offre, sono infinite, vorrei esplorarle tutte e dimostrare al mondo che i fumetti possono realizzare qualunque cosa. 

A proposito di bambini, sul ricordo che ha di sé bambino e di cosa rappresentasse per lui disegnare i primi fumetti Miller dice: “Ricordo un bambino impaurito, non ricordo il motivo della paura, ma ero sempre un po’ teso. Ricordo che disegnare quegli stupidi fumetti mi riempiva di gioia e mi dava uno scopo. Adesso, ripensando a quel bambino, gli voglio un gran bene”. 

Incontro ravvicinato con Alfonso Cuarón #RFF16

Il direttore artistico della Festa del Cinema di Roma, Antonio Monda, nel presentarlo lo ha definito “un maestro del cinema contemporaneo” e il regista messicano Alfonso Cuarón – autore di capolavori come Gravity e Roma -ha ricambiato con un sentito omaggio al nostro cinema, sia classico, che contemporaneo, con qualche sorpresa. Il format degli incontri è ormai è collaudato. L’ospite è chiamato a scegliere una serie di film che ritiene significativi e a commentarne brevi sequenze. In questo caso, i film scelti sono tutti italiani perché, dice Monda: “Alfonso ama il nostro cinema. […] Gli avevo chiesto di selezionare cinque film. […] Alla fine sono diventati dodici” dedicati sia al cinema contemporaneo che al cinema classico italiano. Cuarón conferma: “Il cinema italiano è fertile, vastissimo, diversissimo. ,[…] Fuori dall’Italia tanti registi sono quasi dimenticati. A Londra, dove vivo, si ha accesso solo ai grandi maestri: Fellini, Antonioni, Pasolini, Visconti. Il regista aggiunge: “Da che ho memoria, ho sempre amato il cinema”. E rivela il suo primo incontro col grande schermo: “E’ stato il film Disney La spada nella roccia. […] Mi piacciono ancora i fim Disney, ma ora c’è una nuova sensibilità e il nuovo mondo Pixar ha rinnovato il modo di fare animazione, perciò è diffcile”.

Segue una carrellata che parte dal ricordo del primo incontro col cinema italiano, con Ladri di biciclette : “Avevo otto anni, una sera ero con mio cugino, i genitori erano fuori e in tv guardavamo i programmi per adulti. Annunciarono Ladri di biciclette e pensai fosse un film d’azione. Ma quando l’ho visto, è stata una esperienza diversa. […] È stato il punto di partenza verso la curiosità per un altro tipo di cinema rispetto a quello d’avventura a cui ero abituato”.

Poi vengono proposte le clip scelte e commentate da Alfonso Cuarón. Si parte con Padre padrone dei fratelli Taviani:e per Cuaron non poteva essere altrimenti. Il regista spiega perché: “Questo nella mia vita è un film fondamentale. Lo vidi in Messico quando uscì. Conoscevo già tanto cinema italiano. Ma Padre padrone ha una qualità specifica e con questa scelta voglio onorare i fratelli Taviani” Segue un lungo applauso a Paolo Taviani, presente in sala, che Cuarón definisce “il maestrissimo”. Poi il regista messicano prosegue: “C’è una tradizione enorme al cinema che per me è un mistero. Non ho capito il processo di creazione di questo tipo di film. […] Nei film dei fratelli Taviani c’è un’umanità profonda, ma anche un apporccio mitico, e anche una disciplina marxista, ma senza retorica”.

La seconda clip è tratta da I Nuovi Mostri, con il grande Alberto Sordi. “Questa scelta è una scusa per parlare dei grandi registi italiani di commedia: Monicelli, Risi, Scola, Lattuada in un certo qual modo. In quel periodo c’erano tanti film a episodi. La specificità della commedia all’italiana è che parla di tante cose. C’è la gioia della commedia, ma anche un’osservazione sociale, con Monicelli, c’è la malinconia della vita, una critica al carattere italiano, fortissima. […] Inoltre, il cast di  comici qui è impressionante. Questi cast sono unici al mondo. […] Poi, questo tipo di commedia è diventata una celebrazione di questi personaggi, piuttosto che una critica”. Qui arriva la rivelazione che non ti aspetti: “Oggi, ad esempio, un regista di commedia che mi piace è Checco Zalone, è un maestro, peccato non sia qui!

E’ poi la volta di un altro grande regista italiano, purtroppo spesso dimenticato, afferma Cuarón. Si tratta di Marco Ferreri con il suo Dillinger è morto, del 1969. Cuaron lo definisce “Uno dei registi più sovversivi del cinema. Sovversivo come Godard, ma con l’assurdo di Bunuel, con una diagnosi così precisa della società, del maschio. La sua osservazione è assolutamente attuale. Ha lavorato in Italia, Spagna, Francia. Però c’è gente che non conosce Ferreri. Le sue due prime commedie erano accademiche. Con questo film, invece, ha deciso di essere un amateur, e si è permesso tutto. Da lì in poi ha sempre continuato in questo  percorso. In Ciao maschio […] come in molti altri film di Ferreri, è tutto un casino. Però è divertente”. E alla domanda se oggi un cinema commerciale, ma sovversivo allo stesso tempo, sia possibile risponde così: “Credo che oggi tutto sia possibile, anche un cinema così. È una questione di chi lo fa. Quando ti imbatti in un lavoro di Ferreri è impossibile non guardarlo. È come un incidente nel traffico, non riesci a girarti dall’altra parte, è provocatorio”.

Si passa poi a Salvatore Giuliano di Francesco Rosi. Antonio Monda ricorda come Martin Scorsese tre anni fa scelse la stessa scena del film selezionata oggi da Cuarón, emblematica del dolore della madre di Giuliano di fronte al cadavere del figlio, e Cuaron sottolinea: “E’ l’unico momento in cui si vede in faccia il protagonista. Per il resto, il film è una mitologia di Salvatore Giuliano e dell’impatto di una vita. Non è solo sua madre, ma La madre. Rappresenta tutte le madri del mondo che piangono. E’ la Pietà”. Coglie poi l’occasione per parlare di quelli che definisce “gli eroi del cinema italiano. Quelli che lavorano al di là della telecamera. Qui, ad esempio, il direttore della fotografia era Gianni Di Venanzo, ma ce ne sono tanti, è una lista vastissima. […] E’ una costante nel cinema italiano”. E ricorda lo sceneggiatore Tonino Guerra, il montatore Ruggero Mastroianni, definendoli “grandi artisti del cinema”.

L’uomo meccanico di André Deed, del 1921, a Cuarón interessa perchè gli permette di parlare del cinema muto italiano e in particolare di quello futurista, anche se, dice, “questo non ne è proprio un esempio preciso, ma ha quel sapore. Il regista è francese, ma lavorava in Italia. E’ interessante perchè è il primo esempio del robot nel cinema. […] è un precursore, un robot che diventa un pericolo per la gente. È Terminator 70 anni prima […] Inoltre, è un film divertente, d’azione.” Quando gli si chiede come si ponga di fronte agli artisti e ai cineasti che, come i Futuristi, vicini alle idee del Fascismo che si sarebbe di lì a poco affermato, hanno idee anche molto lontane dalle sue, così risponde: “Anche se le idee di tanti artisti sono opposte alle mie, non per questo non posso ammirare il loro lavoro. È diverso quando l’arte è un elmento propagandistico, allora non è più arte, è propaganda. L’artista deve essere un riflesso delle sue convinzioni”.

Della produzione di un regista come Monicelli, maestro della commedia all’italiana, Cuarón sceglie invece un film drammatico, forse il meno noto del regista, che non ebbe grande fortuna al botteghino: I compagni, del 1963. “È uno dei film più belli di Monicelli. C’è la malinconia verso la vita, […] poi c’è il passaggio del tempo che pure è importante in Monicelli. E’ un film politico intelligente e non propagandistico, perchè il centro del film è l’umnità, non il discorso ideologico, ma quello umanitario”. La scelta diventa l’occasione per parlare di Marcello Mastroianni, protagonista insieme a Renato Salvatori. “Il bello di Mastroianni come attore è che sembra che tutto sia facile per lui. È uno di quegli attori che senti amico, lo conosci subito. Ecco perchè può rischiare di fare anche personaggi un po’ ambigui, perchè lo spettatore non lo giudica mai”. “E’uno dei miei attori preferiti di tutta la storia del cinema. In spagnolo si dice “delicioso” […] Per Mastroianni era importante il processo del fare il cinema. Non guardava al film. […] L’importante era la gioia di lavorare nel cinema. Questo mi dicono di lui. Ecco perchè tutto in lui è pieno di vita, ogni suo personaggio”.

Si passa poi a C’eravamo tanto amati , capolavoro  di Ettore Scola, regista, ma anche grande sceneggiatore. “Scola è un cineasta che amo, con una carriera molto varia. Il suo primo film è più vicino alla commedia. Mentre qui ha cominciato a combinare melodramma e commedia. Questo è un film in cui il passaggio del tempo è importante. È il più bello su questo tema. […] E’ un film sulla disillusione e la caduta degli ideali”. Sul passaggio del tempo, Cuarón cita anche  è La meglio Gioventù di Marco Tullio Giordana : “Un altro film che mi piace molto”.

Parlare di Scola non può che essere l’occasione per parlare di sceneggiatura in Italia e delle sue specificità rispetto ad esempio alla sceneggiatura americana: “Quello italiano è un melodramma più realista rispetto a quello americano, un melodramma il cui cemento è la relatà, il contesto sociale. Credo anche che quella di Scola fosse un’epoca troppo ideologizzata. È chiaro che quasi tutti i registi dell’epoca si sono schierati da una parte in questo dialogo ideologico. Ma non per questo hanno fatto film ideologici. […] Il centro della sceneggiatura italiana è l’umanità. Anche la ricerca formale di Scola è interessante. La transizione al colore ne fa parte. Poi ha fatto film quasi musicali, più stilizzati”.

Il regista messicano non poteva poi non scegliere La dolce vita di Federico Fellini, a seguito del quale, per omaggiare Cuarón, è stata montata una clip dal suo film Roma. É l’occasione per rivelare: “Ho utilizzato in tutta la sequenza della spiaggia in Roma, il vento di Fellini. Il vento che c’è in Amarcord, La dolce vita, La nave va, è quello che c’è in questa sequenza di Roma. Per me e per tutti i registi che veramente sono tali Fellini è fondante del cinema moderno. […] E’ un maestro di forma, di tecnica, con una preoccupazione particolare rivolta alla donna, quasi un ossessione”.

Si passa poi a cineasti contemporanei, il primo dei quali è Michelangelo Frammartino con Le quattro volte. A chi chiede che idea di narrazione ci sia in un film come questo, Cuaron risponde con una provocazione: “La narrativa è il veleno del cinema. Il cinema può esistere senza musica, senza attori, senza colore, suono, storia, ma non senza la macchina da presa e il tempo. Frammartino è un maestro dell’osservazione del tempo e del flusso dell’esistenza in questo tempo. Questo mi sembra uno dei film più importanti del secolo. È un film misterioso per me, come Padre padrone. Non capisco come si possa fare un film di questo tipo. Qual è l’approccio creativo, come lo ha costruito. La narrativa si può trovare dappertutto, […] ma non è questo l’importante. A volte la storia è come il filo per stendere i panni: il filo li sostiene, ma l’importante sono i panni, il personaggio, il tempo, un tema”.

Cuarón sceglie anche Emanuele Crialese, presente in salsa, con Respiro: “Emanuele è grande. Ha preso la lezione del cinema itlaiano degli anni ’40, ’50 e ’60 e poi ha fatto qualcosa di suo. Se guardi la prima parte della scena, potrebbe sembrare il primo Visconti, o Rossellini. […] Poi diventa un’esplosione di Crialese puro. È un cinema più moderno, astratto, ma funziona perchè è ancorato a una realtà, non solo di contesto, ma emozionale. Ho una profonda ammirazione pr il suo cinema”.

Anche Valeria Golino presente in sala, è apprezzata da Cuarón, sia come attrice che come regista. “Una delle registe moderne più importanti” la definisce il cineasta messicano, che sceglie il suo Miele: “Questo film è stato una sorpresa per me. Ha una sicurezza come regista, si fida del momento, della sua onestà. … Ciò che lo spettatore guarda sembra quasi succedere realmente. […]  Qui la tecnica c’è, ma non si vede, non è ostruttiva. La tecnica è parte del linguaggio del cinema, ma qui, pur essendo perfetta, sparisce. Il personaggio è in primo piano. Il film è senza sentimentalismo, senza retorica.”

Infine, ultima scelta del regista è un’altra donna: Alice Rohrwacher con Lazzaro Felice, in cui Cuaron riconosce l’impronta dei  fratelli Taviani. Ma la capacità di Rohrwacher è stata quella di riuscire a metabolizzare la lezione dei maestri e poi esprimersi con la propria voce: “È quella che lo rende importante. […] Cerca la bontà dell’umanità con una preoccupazione riguardo al dolore sociale

Così si conclude l’incontro con Alfonso Cuarón, un regista che ha saputo mostrarsi umile e riconoscente della lezione che egli stesso ha appreso da tanto cinema italiano, all’interno del quale ha operato scelte interessanti, spesso non consuete, per illuminare aspetti per lui fondamentali, ricordando non solo grandi registi e attori, ma anche coloro che lavorano dietro le quinte: dagli sceneggiatori, ai montatori, ai direttori della fotografia, ai costumisti e riconoscendo all’Italia la sua grande tradizione anche in questo campo.

Incontro Joe Wright alla Festa del Cinema di Roma 2021 #RFF16

Incontro Joe Wright alla Festa del Cinema di Roma 2021 #RFF16

La vita è fatti di incontri. Molti sono sfuggenti, ignorati, dimenticabili; altri restano dentro, ti cambiano, ti segnano. La vita di Joe Wright non si discosta poi molto da quella di molti altri. La sua è una vita fatta di incontri, sia sullo schermo, come quelli del terzo tipo diretti da Steven Spielberg (“il mio primo film al cinema? Incontri ravvicinanti del terzo tipo”), che quelli casuali destinati a ripetersi nel tempo e profumare di Oscar. 

Il 16 ottobre 2021 alla Festa del Cinema di Roma un altro incontro è segnato sull’agenda personale di Joe Wright. Un incontro fatto di poltrone occupate, di una sala gremita, di penne che scorrono sulle pagine per non perdersi pensieri e aneddoti interessanti, e di cellulari pronti a cogliere per sempre l’istanza di un momento. È l’incontro con il pubblico italiano, un appuntamento ritardato per anni ma che ora si consolida e lascia a bocca aperta, riempendo di curiosità una sala di astanti pronti a lasciarsi ammaliare da un fiume di parole in piena. 

Già, perché quella di Joe Wright è una vita che odora di arte, una fucina creativa alimentata da una fantasia galoppante e immersiva, nata tra i laboratori di burattini dei suoi genitori, e illuminata dalle luci di un set cinematografico. Ma la particolarità divenuta poetica di questo autore sta tutta qui, in quell’abilità di di tradurre il suo mondo interiore in opere cinematografiche dal taglio teatrale e pronti poi a sconfinare nel mondo del sogno (o dell’incubo). Lui, che con semplicità ammette di essere dislessico (“non era facile ai tempi diagnosticarlo. Molti pensavano che fossi semplicemente stupido o pigro”) prende il cuore di ogni parola impressa su carta per tradurla in emozione. È il paradosso del suo cinema: nascere dall’inchiostro impresso su carta (Espiazione, Orgoglio e pregiudizio, e adesso Cyrano), per tradursi in danza, sguardi, dettagli degli occhi e delle mani. Un cinema fisico, corporeo, che nasce dalla forza delle parole per elevarsi a emozione, amore, paura, sogno.

Joe Wright: Adattare film mentali

Ma cos’è per Joe un adattamento: semplice gioco di fedeltà, oppure di tradimento e rimescolamenti?

Per me adattare un libro significa semplicemente realizzare il mio film personale, la versione che si è palesata nella testa leggendo quelle pagine. È questa la versione a cui devo rimanere fedele. Una versione che potrebbe tranquillamente discostarsi da quella di un altro lettore, il quale si è immaginato un film del tutto differente dal mio.

Uno scambio complice, di reciproco interesse, una partita a tennis tra immaginazione, schermi, pagine letterarie e universi interiori nata per caso, senza una spinta precisa, ma fatta di tanti piccoli, grandi, ricordi. Un puzzle mnemonico che una volta completato l’hanno indirizzato verso la luce di proiezione e sui set di produzioni prima televisive, e poi cinematografiche.

Non mi ricordo di un momento preciso in cui decisi che avrei voluto fare il regista. Ho tanti ricordi però legati al cinema stesso. Oltre a Incontri ravvicinati del terzo tipo e alla scena del purè che mi terrorizzò, mi ricordo di quando chiesi a mia madre come si fanno i film. Senza tante parole, prese un foglio e lo tagliò in quadratini su cui disegnò ora un principe, adesso una principessa e poi un drago. Li attaccò a un bastoncino che inserì in una scatola di scarpe. Poi fece un foro sul coperchio e illuminò il tutto dando vita al nostro film. Un altro aneddoto che mi lega al cinema è quando a 15 anni i miei andarono in vacanza lasciandomi solo in casa. Fu un punto di svolta per me perché trovai una cassetta di Taxi Driver e Velluto Blu. Mi misi a guardarli credendo si trattassero di commedie. Ne fui sconvolto. Ma da lì si consolidò il mio amore per la Settima Arte.

Nel mondo delle trasposizioni, però, capita anche che un inconveniente, come un budget andandosi a ridurre drasticamente, può aiutare a far scattare la scintilla della creatività, far riaccendere il fuoco ardente dell’ispirazione tramutando un ostacolo in punto di forza e carattere unico di un film destinato a distaccarsi dai suoi precedenti osando e sfidando le regole. Così è stato per Anna Karenina dove la storia immaginata da Joe si è andata a scontrare con questioni finanziarie che gli hanno permesso di recuperare un’idea tanto brillante, quanto rischiosa, come quella di incanalare la Russia di fine Ottocento tra le pareti di un teatro. Uomini e donne colti nel loro ruolo di attori, di interpreti dello spettacolo della vita, a cui viene affidata una sceneggiatura a cura di Tom Stoppard che Joe non ha osato modificare, se non nella sua traduzione visiva. 

A Tom non ho osato chiedere di riscrivere la sceneggiatura, affrontata come un testo teatrale classico. Mi sono limitato a realizzare un’idea che avevo da tempo e che non sapevo come tramutare in realtà. 

Il cinema come strumento di apprendimento

Il rapporto con il cinema per Joe Wright non è solo un incontro con paure e timori interiori, sentimenti e angosce che lo hanno segnato prima come spettatore e poi come regista, ma come strumento di apprendimento.

Per chi leggere anche una semplice frase si tramuta in una montagna impossibile da scalare, ecco che le immagini in movimento si fanno perfetti sostituiti di insegnanti e manuali difficili da assimilare. 

Il mio amore per la letteratura arrivò molto tardi. Io poi sono cresciuto in un quartiere tosto di Londra, dove gli insegnanti passavano il tempo più a tenere a bada noi studenti che a insegnarci qualcosa. Il cinema divenne per me strumento di apprendimento. Aggiungo anche che sono cresciuto circondato da hippy che mi ripetevano di trovare qualcosa da dire, ma io non sapevo cosa dire. E poi ecco l’incontro con il cinema. Fare film per me significò apprendere grazie ai grandi come Tom Stoppard e Ian McEwan, trovando qualcosa finalmente da dire.

E il nome di Joe Wright è fortemente correlato a quello di Ian McEwan, un autore difficile da tradurre sul grande schermo per un linguaggio tutto personale fatto di insicurezze, incubi, e labirinti mentali di grandi che giocano a tornare bambini, e bambini chiamati a essere grandi. Un universo che Wright ha deciso di affrontare traendone quello che al momento è forse l’unica opera veramente riuscita nata dalla fucina di McEwan perché capace di restituire tutto il dolore e l’erotico sentimento che li aleggia: Espiazione.

Inizia a leggere Espiazione approcciandomi a una storia come un’altra, dettata dalla più pura tradizione britannica. Poi ecco comparire quella parola, “cunt” (“figa”, ndr), e per me fu come un risveglio che mi intimorì spingendomi al contempo a buttarmi nel progetto. Quello che catturò maggiormente la mia attenzione fu l’incapacità di stabilire una verità oggettiva. Su quel presupposto impostai la struttura del mio film, rifacendomi a Rashomon di Kurosawa. Tutto sta nella poca affidabilità della verità soggettiva e sulla lotta costante con cui imponiamo la nostra versione agli altri, spinti dall’illusione egoistica che la nostra verità sia più esatta di quella degli altri.  

Previsioni da Oscar

Non affonderà nelle radici della verità storica, eppure anche una scena come quella della metro in L’ora più buia, quando filtrata dall’obiettivo della cinepresa di Wirght, diventa reale, solo perché visibile, tangibile, odorante di polvere e sudore. Una manipolazione della verità soggettiva e personale, scritta con l’inchiostro della creatività che Joe tramuta in un incontro poetico colmo di solidarietà e comunione.

Sì, la scena della metro è inventata, sebbene controllando i documenti dell’epoca, non si sappia con sicurezza che fine avesse fatto Winston Churchill quel giorno. Dopotutto stiamo parlando di un leader che amava stare a stretto contatto con il proprio popolo, circondarsi del suo calore, andandolo perfino a trovare durante i blitz post-bombardamenti, così da non farlo sentire mai solo. E chi meglio di un Londoner come Gary Odlman per dar anima e corpo all’icona inglese Churchill. 

Gary Odlman è stata la prima e unica scelta. È l’incarnazione di Londra, della sua parte elegante e rockettara. La cosa simpatica è che a 20 anni Kathy Burke mi invitò a uno screening del film di Oldman. Presentandomi disse a Gary “lui è Joe Wright. È un regista. Un giorno ti dirigerà in un film facendoti vincere un Oscar”. E caso volle che vent’anno dopo Oldman strinse tra le mani proprio un premio Oscar per un film diretto da Wright, L’ora più buia. Ancora un incontro. Ancora una tacca in meno in quei gradi di separazione che portarono Joe a incontrare il set cinematografico e con esso la celebrità, sebbene il suo nome sia ancora fortemente legato ai titoli che ha diretto e la cui fama lo precedono.

Un universo che nasce in seno a un rapporto stretto, embrionale con colleghi elevati al ruolo di famigliari. Non solo set, ma famiglia, una carovana teatrale unita da sinergie e legami solidi, in cui nessuno prevale, ma ognuno contribuisce in maniera egualitaria. Sussiste un rapporto diretto e di affetto sincero tra Joe e i suoi collaboratori, tanto da affermare che “a malincuore devo ammettere che il successo di un film non è da rifarsi solo alle abilità del regista, ma anche e soprattutto dei miei collaboratori e in primis dell’attore, alla scelta di ingaggiare quell’interprete giusto per il personaggio giusto al momento giusto. Così è stato per Gary Oldman, così è stato per Peter Dinklage in Cyrano”.

Cyrano, lettera d’amore all’Italia

E quella sera stessa di quel 16 ottobre 2021, Roma è stata inebriata dalle parole di Cyrano e dalla voce di Hailey Bennett che risuonava tra le sale dell’Auditorium e lungo tutto il red carpet. Un invito a lasciarsi coinvolgere in una storia struggente, resa ancora più umana e introspettiva dalle mani di un Joe. Wright che affonda nuovamente nell’essenza di artigianalità del cinema, per rendere reali i propri personaggi.

Ciò che mi ha sempre affascinato di quest’opera, sin da quando ne vidi la sua trasposizione con Gerard Depardieu, è il mostrare con semplicità come anche chi non si crede all’altezza degli altri, meriti comunque l’amore. Questa è una versione che non prende direttamente vita dalle pagine di Edmond Rostand. È debitrice dello spettacolo teatrale di Erika Schmidt (moglie di Peter Dinklage) a cui ho assistito per la prima volta su invito di Haley Bennett a Chester in Connecticut  dove stavano portando in scena l’opera, sempre insieme a Peter Dinklage nei panni di Cyrano. Ne rimasi estasiato e decisi che quello sarebbe stato il mio prossimo film. Lo proposi a Eric Fellner della Working Title che mi guardò con occhi strabuzzati dicendomi “Joe siamo in piena pandemia. Abbiamo solo il 5% di chance che qualcuno ci finanzi”. Gli risposi che il 5% era un ottimo punto di partenza. È vero, eravamo in pieno lockdown, eppure tutti noi eravamo assetati di contatto umano e non vedevamo l’ora di tornare sul set e creare. Così andammo da Mike DeLuca della MGM il quale ci rispose che ci avrebbe prodotto perché così facendo avrebbe scommesso sul futuro del cinema; in caso contrario avrebbe scommesso sulla sua morte.

Un atto d’amore, quello di DeLuca, con cui scrivere sì una pagina nuova nella filmografia di Wright, ma anche un apostrofo rosa tra “rinascita” e “cinema”. Perché il cuore del cinema batte più forte che mai, e in Cyrano le sue pulsazioni rimbombano forti e potenti, passando tra arterie cittadine che hanno tutto un sapore italiano.

Abbiamo girato Cyrano in Sicilia e sono veramente contento della mia scelta. Ho un certo timore di come affronterete Cyrano, anche perché voi italiani avete un rapporto strano con il musical, vero? Quindi ci tengo a sottolinearlo sin dall’inizio: Cyrano non è un musical, ma un film con delle canzoni. Amo l’Italia. Molti dei miei registi preferiti sono italiani, come Fellini, Antonioni e Sorrentino. Ho anche scritto molte delle mie sceneggiature nel vostro paese, sebbene lo abbia visitato per la prima volta solo dopo Orgoglio e Pregiudizio.

 Cyrano è stato per lo più girato a Noto, cittadina che mi è stata suggerita dalla mia storica scenografa Sarah Greenwood che un giorno mi raccontò di come dieci anni fa, per uno scouting per un altro film, fosse incappata lì  e che si ricordava così bene di noto perché è dove si mangiano i migliori cannoli al mondo. Tutto è nato quindi grazie ai cannoli ed è stata una fortuna. Non poteva esserci location migliore di questa. Ero infatti alla ricerca di un lugo magico, che andasse oltre i concetti di spazio e tempo, e Noto è perfetto. La città è stata del tutto ricostruita dopo un terremoto che nel 1690 l’aveva rasa al suolo. Quello che le è stato poi conferito è un aspetto magico, sospeso, un luogo di fantasia che si adattava perfettamente all’idea che stava prendendo vita del mio Cyrano. La location è tutto, soprattutto nei termini di una storia d’amore piena di contrasti. Per una scena romantica non ho bisogno di un’ambientazione romantica; tutt’altro. Solo immortalando i due amati in un ambiente poco consono e del tutto opposto alle emozioni che i due vivono, posso enfatizzare il loro legame.
Allo stesso tempo, una location così viva di romanticismo come Noto era perfetta per un amore non vissuto, fermo in attesa, con un protagonista che ha paura di mostrarsi e dichiararsi. 

Il volto della magia

Ma quello di Joe Wright è un cinema fisico, tangibile, dove la parole cadono nel vento e a colpire al cuore – sostituendosi a dialoghi e dichiarazioni – sono corpi che danzano, che guardano, che si toccano. Movimenti e gesti colti dal regista con riprese ristrette, dettagli corporei che si fanno associazioni e ponti emotivi tra lo schermo e il cuore dello spettatore.

Le immagini che prediligo di un film non sono mai inquadrature panoramiche, piani-sequenza, ma inevitabilmente un primissimo piano. Un volto. C’è qualcosa di magico e profondo nel vedere un volto sul grande schermo. Qualcosa di nobile e immortale. In particolare in Cyrano verso la fine c’è un’inquadratura a T, in profondità: in essa si vede in primo piano Cyrano e accanto a lui, su una panchina, Roxanne. Una scena lunga dal punto di vista del dialogo circa tre pagine. Pete Robson, da sempre mio operatore di fiducia era coadiuvato da un romano, Lele, che si occupava della messa a fuoco delle inquadratura. Con una mano sulla sua gamba (in maniera del tutto innocente) ogni qualvolta decidevo di cambiare la messa a fuoco gliela stringevo. Questo è un momento in cui si entra in perfetta comunione con gli attori, con le maestranze, con tutto il reparto tecnico-artistico, perché sussiste una profonda conoscenza di come ci apparteniamo legandoci da una forte simpatia ed empatia. 

Un’orchestra che suona all’unisono e in armonia; una compagnia teatrale legata da affetto e complicità; una catena di montaggio ben oliata e in cui ogni meccanismo lavora a favore di quello successivo. Cyrano, come tutto il mondo di Joe Wright, è teatro che si fa cinema e vita che si fa teatro. Una costruzione maestosa, sostenuta da passi che corrono, corpi che abbracciano, mentre Noto si ferma, e le voci cantano, le mani scrivono e gli occhi degli spettatori rimangono ammaliati.

Non perdetevi Cyrano, dal 2022 al cinema. E non perdetevi il cinema di Joe Wright. Sarà un incontro unico. Ravvicinato. Poetico.

Incontro con Whoopi Goldberg: l’attrice a Milano per presentare Sister Act – Il Musical

In occasione della prima italiana di “Sister act. Il musical”, in scena giovedì sera presso il Teatro Nazionale di Milano, l’attrice premio Oscar Whoopi Goldberg ha incontrato la stampa per presentare lo spettacolo di cui lei stessa è co-produttrice.

Lo scenario è quantomai azzeccato essendo quel Grand Hotel de Milan, nell’elegantissima via Manzoni, dove Giuseppe Verdi era solito alloggiare durante i suoi frequenti soggiorni meneghini. Quindi una location storica fortemente legata alla storia della musica è un luogo più che adatto per fare da cornice alla presentazione di un musical moderno e innovativo come appunto “Sister Act”.

Assoluta protagonista dell’happening è la grande attrice statunitense Whoopi Goldberg che domina la scena con la sua bizzarra acconciatura a treccioline, un lungo maglione grigio e occhialini rotondi appena adagiati sul naso.

L’attrice premio Oscar, protagonista di “Sister Act” nella sua versione cinematogragfica, si presenta ai giornalisti nei panni di co-produttrice del musical che il 20 aprile scorso ha debuttato a Broadway ottenendo immediatamente uno straordinario successo di pubblico.

La Goldberg ha prodotto lo spettacolo in collaborazione con la Stage Entertainment, una società fondata dall’olandese Joop Van den Ende, che nel giro di pochi anni ha portato in Italia musical incredibilmente apprezzati come “MAMMA MIA”, “La bella e la bestia” e non ultimo “Flashdance”.

Come conferma la stessa Whoopi Goldberg, “Sister Act. Il musical”, ha uno script molto diverso rispetto la versione cinematografica pur mantenendone, ovviamente, lo stesso canovaccio narrativo. Seguendo una precisa e vincente politica già sperimentata con i recenti successi prima accennati, la Stage Entertainement propone il musical nella sua versione originale ma con un cast ed una produzione tutta italiana.

A vestire i panni di Deloris Van Cartier, il personaggio che fu della Goldberg, è Loretta Grace una delle voci nere più interessanti del nostro panorama musicale; invece il ruolo della madre superiora è interpretato da Dora Romano, grande attrice di teatro cresciuta con grandi maestri quali Gassman, Edoardo ed Ermanno Olmi.

Di fronte ai giornalisti eccitati e desiderosi di strapparle qualsiasi tipo di curiosità, Whoopi Goldberg si è mostrata sorridente, di buon umore ed estremamente disponibile. In una delle prime domande le si chiede se si aspettasse una tale popolarità per quel suo personaggio diventato famoso ormai da quel lontano 1992.

“ Deloris è un personaggio di grande impatto e molto particolare” afferma la Goldberg, “essa combatte per salvare se stessa e per trovare una propria collocazione. Tutti noi lottiamo per questo e forse è il motivo per cui è così amata. Tutti i miei personaggi hanno sempre avuto un grande impatto sul pubblico…allora forse sono io ad avere un grande impatto sulla gente!”, chiosa sorridendo e strappando un applauso generale.

Una collega dell’Avvenire, quotidiano cattolico, le chiede se il film così come il musical ha avuto un riscontro importante anche nel mondo religioso. L’attrice americana conferma che “molte chiese cattoliche e non hanno preso spunto dalle musiche dello spettacolo per integrarle alle loro musiche sacre. Molte suore si sono recate alle varie rappresentazioni, una miriade di suore accodate ai botteghini come lunghe file di pinguini” scherza la Goldberg. Quando un giornalista le chiede se sia vero che anche il presidente Obama abbia visto lo spettacolo, lei conferma con soddisfazione: “ sì ma solo la seconda metà dello show, prima era occupato in una raccolta fondi. Il musical gli è piaciuto per lo stesso motivo per cui piace alla gente: c’è divertimento, intrattenimento ed è per tutti”.

Quando interpretò per la prima volta il personaggio di Deloris Von Cartier, testimone oculare di un delitto nascosta in un convento per essere protetta, la Goldberg sentiva di avere analogie con quel personaggio?

“In realtà mi aspettavo che un fulmine mi colpisse da un momento all’altro!” risponde ironica l’attrice, “ io non vado spesso in chiesa ma sono impegnata in molte attività socialmente utili e credo che una storia come questa che parla d’amore e di valori positivi non possa far male a nessuno”.

Quindi per l’attrice protagonista de “Il colore viola” giunge immancabile una domanda riguardante il colore della sua pelle e se esso abbia rappresentato un ostacolo alla sua brillantissima carriera. La Goldberg conferma che “ qualche fastidio e complicazione può averlo creato ma in fin dei conti ho avuto una carriera piena di riconoscimenti e tutt’ora sono fortunata ad essere ancora molto richiesta nonostante il fisico e l’età non più giovanissime”.

La Goldberg parla della versione londinese del musical, quella a cui lei stessa ha fatto parte interpretando solo per alcune recite il ruolo della madre superiora, una versione comunque differente rispetto a quella attuale presentata in Italia in quanto oggetto ad una robusta revisione.

“Sister Act. Il Musical” andrà in scena al Teatro Nazionale di Milano a partire dal 27 ottobre con otto repliche a settimana. Se la presa sul pubblico sarà la stessa degli ultimi musical proposti dalla Stage Italia negli anni recenti, il successo al botteghino sarà garantito e totale confermando così che il mercato italiano è diventato ormai una nuova frontiera di guadagno per questo genere di intrattenimento.

Incontro con Theo Angelopoulos

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Martedì 31 maggio alla Casa del Cinema di Roma si è tenuta la conferenza stampa dell’ultimo film di Angelopoulos: La polvere del tempo. Il regista, presente in sala, è stato al centro di domande e curiosità e così ha raccontato il suo film ed il suo modo di fare cinema.

“La polvere del tempo” può essere considerato una riflessione sul secolo passato?Ho l’impressione che questo film sia  arrivato tardi. L’idea di cambiare il mondo appartiene al ventesimo secolo, oggi la situazione è nettamente cambiata, la storia  ha subìto un’accelerazione improvvisa e tutto quello per cui avevamo  lottato non si è tramutato in realtà”.

Incontro con Stewart Stern: “Come feci incontrare Jimmy Dean e Nick Ray”

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Nella saletta preparata per l’incontro con Stewart Stern, storico sceneggiatore di Gioventù bruciata,  per il quale vinse un Oscar, l’atmosfera è raccolta e intima.

E’ uno dei protagonisti del documentario prodotto da Studio Universal e diretto da Francesco Zippel, Hollywood bruciata,che andrà in onda sul canale del digitale terreste il prossimo 7 Novembre.

Siamo seduti accanto ad uno degli ultimi “vecchi” della vecchia Hollywood, se escludiamo Kirk Douglas, ormai ultranovantenne dotato di parlantina un po’ disconnessa come abbiamo visto alla più recente cerimonia degli Oscar, che quindi è tesoriere di un passato che ora è nei libri ma che non ha prezzo se raccontato dalla viva voce di chi lo ha vissuto.

Infatti la prima domanda non può che cadere su come fosse lavorare con James Dean e con Nicholas Ray:

James Dean non si fidava di nessuno, è stato un lavoro fargli capire che si poteva fidare di Nicholas Ray, lui non lo conosceva, ma sapeva che era stato assistente di Elia Kazan, quindi andò a parlare con lui, che gli disse che c’erano tre registi ad Hollywood con cui valeva la pena lavorare: lui stesso, George Stevens e Nicholas Ray. Perfetto, Jimmy stava per iniziare le riprese de Il gigante, la cui regia era appunto affidata a Stevens, quindi Ray rappresentava la chiusura del trittico. Così, per rendere più facile a loro di capirsi, una volta sul set li ho lasciati da soli, con la promessa fatta da Nick, che mi avrebbe chiamato se avesse cambiato anche una virgola nella sceneggiatura, o se avesse avuto problemi di qualunque tipo. Ovviamente non lo ha mai fatto.

Una delle caratteristiche di Nick come regista, è che credeva molto nei giovani attori, e li lasciava liberi sulla scena, quasi permettendogli di dirigerla, questo è avvenuto con Jimmy, ed è stato un buon metodo visto che sul set non era molto malleabile”

Lei ha lavorato con attori indimenticabili della Hollywood degli anni ’50, quale era il loro approccio alla recitazione, improvvisavano per entrare nei personaggi o c’era un lavoro alle spalle?

Quasi tutti gli attori che emersero in quegli anni venivano dalle scuole di recitazione, e in particolare, erano attivi 5 insegnanti, Stanislavsky era ancora vivo e ancora recitava, quindi i punti di riferimento erano diversi. In pratica esistevano due categorie di attori: quelli che lavoravano sul personaggio da dentro a fuori, come Paul Newman, che andava a cercare le emozioni che avrebbe dovuto provare il suo personaggio, e quelli che erano totalmente esterni, e che dovevano lavorare un minimo di più per trasmettere emozioni. Mi ricordo che fu così con Robert Wagner, bello da far svenire tutte le donne, ma assolutamente incapace finchè non lavorammo su come fare per far suo  un personaggio. Poi c’era anche chi era naturalmente dotato, come Liz Taylor, che nel momento in cui veniva dato il ciak, sapeva esattamente cosa doveva fare il suo personaggio, come piangere ed emozionare.

Quali sono le maggiori differenze che nota tra la Hollywood in cui ha lavorato lei e quella di oggi?

Beh, quella di oggi è più tenera con tutti. Veramente. Certo, ci sono dei veri intoccabili, Leo DiCaprio, protetto da Scorsese, è intoccabile, Matt Damon è protetto dal suo grande talento e da uno staff molto organizzato, George Clooney è praticamente uno studio a sè stante. A parte ciò, Hollywood mi sembra molto meno cinica di un tempo, ora quello che interessa è essenzialmente che il film incassi il più possibile nel primo weekend. Non si pensa ad altro.

Jack Warner, negli anni ’50 invece, era un personaggio che discriminava parecchio, in tempi di lotte per i diritti civili, lui continuava a non gradire le persone di colore, tanto che, quando mi propose di scrivere Hotel, un film ad episodi, io inserì un personaggio di colore che non riusciva a farsi dare una stanza a causa della segregazione razziale.

Ero appena tornato dalla marcia da Selma fino all’Alabama, quella a sostegno di Rosa Parks, la domestica che diede il via alla lotta alla segregazione nel 1955, e i diritti civili mi sembravano l’unica cosa buona di cui parlare.

A Jack invece non sembrava, tant’è che mi bandì dagli studios della Warner Bros.

Mi venne fatta giustizia proprio da James Dean, che un giorno prese la targhetta che pendeva fuori dall’ufficio di Warner e che diceva “Jack Warner, responsabile di produzione” e la sostituì con quella della toilette maschile. La povera segretaria di Warner si vide entrare una serie di uomini con la patta aperta, prima che tutto fosse messo di nuovo a posto.

Stewart Stern ha poi incontrato il pubblico dopo la proiezione del documentario Hollywood bruciata, presentato al Festival del Film di Roma.

Incontro con Shah Rukh Khan

srkUn red carpet musicale e colorato ha accolto la grande star bollywoodiana Shah Rukh Khan, l’attore indiano più amato di sempre, che ha presentato al Festival del Cinema di Roma il suo nuovo film, Il mio nome è Khan. Per la regia di Karan Johar, l’acclamata pellicola di produzione indiana che ha registrato il maggiore incasso all’estero sarà distribuita nelle sale italiane a partire dal 26 novembre.

Incontro con Marco D’Amore: “Essere attore è farsi dio”

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Incontro con Marco D’Amore: “Essere attore è farsi dio”

Dopo aver lasciato il personaggio di Ciro di Marzio alla sua tragica sorte, tra le braccia del nemico/amico Genny Savastano, Marco D’Amore è pronto per il suo futuro da regista in Gomorra, la serie italiana venduta in tutto il mondo, che lo ha visto ricoprire per tre stagioni uno dei personaggi più importanti e anche amati, con tutte le sue contraddizioni, dal pubblico.

Ma come nasce, nel piccolo Marco, la voglia di fare l’attore? La risposta è inaspettata, profonda, decisa, come tutto ciò che nel corso dell’incontro con i fan, in occasione del Lucca Comics and Games, D’Amore ha offerto al suo pubblico.

“Sono cresciuto coltivando tante passioni, in particolare quella per la musica. E poi come spesso accade sono gli incontri e il favore con cui tu li accogli, che ti cambiano lo vita. Avevo anche la passione per la recitazione, recitavo a scuola e tutti si complimentavano, a 15 anni ho messo su una compagnia di coetanei e facevamo il repertorio napoletano (De Filippo, Scarpetta, Viviani) e a 16 anni ho firmato il mio primo contratto da professionista.

All’epoca ho intrecciato uno dei rapporti più importanti della mia vita, un rapporto che continua ancora adesso, quello con Toni Servillo, che all’epoca era un regista di teatro che portava avanti un discorso artistico sul suo teatro, ma fondamentalmente sconosciuto, come capita ai grandi artisti che spesso costeggiano il grande pubblico. A 18 anni lui mi scelse e da allora, dopo una tournée con lui, ho maturato la scelta che la recitazione sarebbe stata la mia vita. Ho studiato a Milano in Accademia, ho fatto la gavetta teatrale e ho ritrovato Servillo.

Il mio è un percorso di studio, di scelte, di grandissimi sacrifici perché ho abdicato a gran parte della mia vita per fare questo lavoro e proprio per questo sono violento con tutti quelli che sminuiscono l’immagine dell’attore, che vivono teatro, cinema e televisione come uno sfogo di vanità.”

Nonostante tutti gli anni di teatro, Marco D’Amore è stato reso noto al grande pubblico grazie a Gomorra, la serie che adesso lo vedrà passare dietro alla macchina da presa:

“L’esperienza di Gomorra è stata una svolta professionale, ma è stata anche una svolta legata alla mia formazione e alla mia vita, perché io non avevo nessun desiderio di fare questo ruolo. All’epoca credo di essere stato l’unico attore campano a non avanzare nessuna candidatura. Ho ricevuto una chiamata da Stefano Sollima che mi invitava a fare il provino, ma non mi sembrava proprio il progetto per me. Poi è andata in maniera diversa. Ha cambiato la mia vita professionale perché mi mette di fronte al fatto che io interpreto Ciro come fosse un grande personaggio di Shakespeare, perché ha tutti gli abissi e tutte le vette di un Amleto o di un Otello. Mi ha cambiato la vita, per Gomorra sono richieste lunghe settimane di set, vissuti spalla a spalla con gli attori più bravi in circolazione in Italia, gomito a gomito con una produzione attentissima, quindi, per chi come me è molto interessato alla macchina piuttosto che al ruolo, questo ha rappresentato anche un’esperienza formativa.

Essere Ciro è stato difficile perché sapevamo di raccontare nella realtà e sapevamo di mettere le mani nel dolore della gente. Per quanto questi personaggi non esistano, sono comunque la somma di biografie reali che hanno macchiato di delitti il territorio nazionale e internazionale; io ho sentito la responsabilità di mettere in scena un personaggio che era stato il racconto atroce della vita contemporanea e che aveva lasciato tante ferite dietro di sé, e che nell’immaginario collettivo rappresenta qualcosa che si vuole tenere lontano.

Io però so benissimo che questa serie non ha nessun intento educativo o etico. Per me una serie tv ha il potere di scuotere, e poi se riesce a far riflette ad emozionare a farsi porre delle domande, questi sono tutti risultati ulteriori. Ma non si può chiedere a una serie, a un libro o a un film di avere delle risposte. Queste cose devono far porre domande, non devono dare risposte.

L’intento della serie è quella di realizzare un racconto epico, nella misura in cui si parla di eroi, nonostante siano tragici o neri, sono comunque eroi. Per questo Gomorra non è solo un racconto della realtà, ma anche un racconto della coscienza e credo sia questo il motivo per cui la serie sia stata così venduta in tutto il mondo, perché è una storia con cui tutti possono fare i conti. C’è, ahimè, una porzione di Gomorra in ogni parte del mondo.”

Dopo la morte di Ciro, Marco D’Amore non abbandona Gomorra, ma si prepara al debutto dietro alla macchina da presa, diventando così regista e narratore degli eventi:

“Mi piace dire che il mio passaggio dietro alla macchina da presa non è avvenuto come una follia dopo una notte di sbronza, non è una decisione estemporanea. Per me è la tappa di un percorso molto più lungo ed ha a che fare con il fatto che io non mi sono mai “arrapato” per un personaggio, a me interessano molto di più i temi e le storie, e mi sono chiesto spesso in che modo, a un certo punto della mia vita professionale, avrei potuto decidere io che storia raccontare e che tema condividere con il pubblico. Questo passaggio è avvenuto prima attraverso la scrittura e la produzione, e poi, una volta concluso il mio percorso come attore nella serie, è stato fisiologico anche per la produzione accogliere la mia richiesta.

L’esperienza è diversissima, perché l’attore è un centometrista, lavora per pochissimo tempo e dà il massimo, subito, su dieci ore di set, lui lavora per due, e deve rendere al massimo. Il regista è un maratoneta, parte chilometri prima dell’attore.”

E non risparmia il suo punto di vista sulla condizione di cultura e arte nell’Italia contemporanea.

“Noi abbiamo un Ministro ai Beni Culturali che ci dice che il Grande Fratello è cultura, la reazione giusta è che ridiamo tutti, ma in realtà è drammatico. Il fatto che noi si risponda ridendo, invece che indignandoci, dal mio punto di vista è drammatico. Perché oltre qualsiasi congettura, e fuori da qualsiasi schema di preferenza politica, il problema è che non è vero! Perché c’è una linea di demarcazione netta tra l’intrattenimento e la cultura, tra l’intrattenimento e l’arte. Ci può essere intrattenimento di altissimo livello e molti paesi fuori dall’Italia sono molto più settoriali rispetto a noi.

In Francia, in Inghilterra, in America, ci sono teatri in cui si fa prosa, in cui si fa ricerca, in cui si fa musical. Sono proposte settoriali che danno la possibilità al pubblico di essere di fronte a una serie di offerte che da noi non hanno, perché in qualsiasi teatro italiano il cartellone è molto più confuso, misto. Questo non per criticare, ma per dire che il Grande Fratello è al massimo sub-cultura, non solo, è sub-intrattenimento, sub-spettacolo, e che un ministro dica una cosa del genere per me è drammatico. Perché io sono uno che sta cercando di arare dei solchi e che sa benissimo che cos’è l’intrattenimento, cosa la cultura, cosa un’espressione artistica e quanto questi elementi possono essere elevati. Così si diseduca una platea foltissima, fatta di giovanissimi. C’è una varietà di mondi possibili, per tutti, ma ci sono grandi distinzioni da fare.”

Ma Marco D’Amore ha anche espresso tutto il suo amore per il teatro, per il lavoro d’attore, per l’impegno che ogni giorno infonde nella sua arte.

“Quando uno spettacolo non funziona, gli attori di teatro dicono che “non è sceso in platea”, perché è rimasto tutto sul palco. Invece qui, tra palco e prima fila c’è una terra di mezzo molto interessante dove si dovrebbe creare un rapporto con lo spettatore. È qui che le cose si mettono in mezzo, perché l’ultimo attore dello spettacolo è lo spettatore che completa l’opera con le sue riflessioni e i suoi sentimenti.

Per interpretare Ciro di Marzio, per me, è stato fondamentale non rinunciare a una parte del gioco dell’attore, che è importantissima soprattutto quando si ha a che fare con questo tipo di ruoli. Francesi e inglesi utilizzano proprio la parola ‘giocare’ per parlare del lavoro dell’attore: ‘jouer’ oppure ‘play’, non ‘recitare’. Tutto questo ho infatti molto a che fare con il gioco, non con lo scherzo che è una cosa da adulti. Il gioco è una cosa seria, ma dei bambini.

Oltre ogni aspetto di fama e gloria dell’essere attore, questo è un mestiere difficilissimo. L’attore si arroga la responsabilità di farsi altro, di portare vite altrui, dolori altrui, sofferenze altrui, addii altrui e questa è una cosa altissima. Non a caso le prime rappresentazioni teatrali della storia dell’umanità risalgono a quando l’uomo, sul palco, ha avuto l’ardire di farsi dio. È quello l’intento. Gli attori, quando vengono riconosciuti come tali, dovrebbero essere osservati, in maniera profana, come delle divinità, non come quello bello, che fa la battuta, come fosse una cosa normale. La recitazione non ha nulla a che fare con la normalità, nella misura in cui la finzione è molto più interessante della normalità, se tu la elevi; e per elevarla devi sapere come si misurano i sentimenti, come si devono amministrare corpo voce movimenti, devi fare uno studio profondo su te stesso, altrimenti non ci riesci e non vai a toccare delle corde o ad incidere nella memoria di chi ti ascolta.”

Incontro con i protagonisti de La Vita Facile

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In occasione dell’uscita del film La vita facile del regista Lucio Pellegrini, il “noto critico cinematografico” Johnny Palomba, ha incontrato gli attori protagonisti Pierfrancesco Favino, Stefano Accorsi e Vittoria Puccini nella cornice di Fandango Incontro, la nuova e moderna sede espositiva della Provincia di Roma nel cuore della Capitale, in via dei Prefetti.

Incontro a Roma con Carmen Maura

  carmen-maura-giovane Si è tenuto sabato 26 gennaio presso il museo MAXXI di Roma un incontro con l’attrice spagnola Carmen Maura, tra i più grandi nomi del cinema europeo, portata alla ribalta internazionale dal suo lungo sodalizio con Pedro Almodóvar e poi confermatasi talento brillante e versatile, capace di spaziare tra i più svariati generi, dando sempre interpretazioni intense e pregnanti.

Incontriamo i mostri di Piccoli Brividi in una nuova clip

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Incontriamo i mostri di Piccoli Brividi in una nuova clip

Continuano ad arrivare materiali di Piccoli Brividi, l’atteso adattamento cinematografico della nota serie di libri con protagonista Jack Black. Ebbene oggi incontriamo i mostri del film:

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Il film è previsto per l’agosto del 2015 ed è liberamente ispirato all’opera letteraria per ragazzi Piccoli Brividi film jack blackscritta da R.L. Stine, attiva soprattutto tra il 1992 e il 1997, con oltre 60 libri pubblicati. Il genere, come potete anche intuire dagli screen, è incentrato su tematiche horror e soprannaturali, ma con toni umoristici. L’autore infatti, ha sempre dichiarato di voler realizzare libri  paurosi, ma anche divertenti; Stine ha anche spiegato il successo del proprio lavoro nell’assenza di drogha, depravazione e violenza. I protagonisti dei 62 romanzi variano, in genere un maschio o una femmina della middle-class americana, di età molto variabile.

Incontri ravvicinati del terzo tipo: tutte le curiosità sul film di Steven Spielberg

Dopo aver diretto Duel Sugarland Express, i film che hanno reso ulteriormente celebre Steven Spielberg nel panorama hollywoodiano sono Lo squalo e Incontri ravvicinati del terzo tipo (qui la recensione). Quest’ultimo, realizzato nel 1977 è stato in parte ispirato da un’esperienza vissuta da Spielberg durante l’infanzia quando, senza alcun preavviso, i suoi genitori una notte fecero salire i bambini in macchina, li portarono in un’area dove erano riunite molte altre persone e assistettero a una spettacolare pioggia di meteoriti. Un ricordo rimasto indelebile nella mente del futuro regista, che ha poi dedicato numerosi film al genere fantascientifico, da lui significativamente rivoluzionato.

Realizzare Incontri ravvicinati non è però stato facile ed ha richiesto al regista non solo tutte le sue conoscenze tecniche, ma anche una grande immaginazione per la realizzazione dell’aspetto dell’astronave aliena ma anche dell’interà composizione delle scene e delle sequenze, che come si vedrà sono strettamente legate all’elemento musicale. In particolare Spielberg ha dichiarato che nulla nella sua vita è stato più difficile del montaggio degli ultimi 35 minuti di questo film. Un terzo atto estremamente delicato, in cui si sprigiona tutta la magia e la forza emotiva costruite fino a quel momento.

Il risultato è però stato straordinario e oggi Incontri ravvicinati del terzo tipo è indicato come uno dei migliori film di fantascienza di sempre e tra i più bei film in assoluto. Venne molto apprezzato anche dallo scrittore Ray Bradbury, il quale lo indicò come il più grande film di fantascienza mai realizzato. Un film dunque impossibile da non vedere, ma prima di intraprendere una sua visione, sarà utile approfondire alcune curiosità relative ad esso. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama, al cast di attori e a molto altro ancora. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

Incontri ravvicinati del terzo tipo cast

La trama e il cast di Incontri ravvicinati del terzo tipo

Il film segue le vicende dello scienziato francese Claude Lacombe, il quale rinviene cinque aerei scomparsi nel 1945 presso il Trinagolo delle Bermude ancora perfettamente funzionanti. Mentre gli esperti cercano di trovare una spiegazione plausibile per tale fenomeno, Jillian Guiler è alle prese con il figlio Barry, il quale è attirato dal manifestarsi di particolari eventi sovrannaturali. Similmente, il manutentore Roy Neary viene coinvolto in un incontro ravvicinato con un UFO, sviluppando atteggiamenti compulsivo-ossessivi, che lo inducono a parlare in modo delirante di una misteriosa montagna a forma di tronco di cono.

Indagando sui fenomeni ufologici che stanno colpendo il globo, Lacombe scopre che tutti i testimoni degli incontri ravvicinati affermano di aver udito distintamente una sequenza musicale, emessa dagli UFO. Lo scienziato ipotizza che la melodia e le visioni sulla montagna siano un messaggio per l’intera umanità, che gli extra-terresti hanno intenzione di incontrare sulla cima della Torre del Diavolo, nel Wyoming. Mentre le autorità si preparano al contatto con gli alieni, il mondo rimane dunque con il fiato sospeso in attesa di conoscere il proprio destino.

Ad interpretare Roy Neary, vi è l’attore Richard Dreyfuss, mentre nel ruolo di Jillian Guiler si ritrova l’attrice Melinda Dillon. Cary Guffey è il piccolo Barry Guiler mentre nel ruolo del ricercatore francese Claude Lacombe vi è il celebre regista François Truffaut. Completano il cast Bob Balaban nel ruolo di David Laughlin, assistente e traduttore del professor Lacombe, e Teri Garr in quelli di Veronica “Ronnie” Neary, moglie di Roy Neary, che si allontana dal marito dopo l’inizio della sua ossessione. Gli attori hanno dovuto passare molto tempo a recitare su oggetti e cose che non c’erano e a farsi dire da Steven Spielberg cosa stavano guardando e come reagire.

Incontri ravvicinati del terzo tipo significato

Incontri ravvicinati del terzo tipo: il significato del titolo, la colonna sonora e altre curiosità sul film

Per quanto riguarda il titolo del film, un incontro ravvicinato del terzo tipo indica, secondo la classificazione elaborata dall’astrofisico Josef Allen Hynek nel 1972, l’osservazione di esseri animati insieme all’avvistamento di UFO. Gli “incontri ravvicinati” sono però ben 7, ovvero avvistamento di uno o più oggetti volanti non identificati (I); osservazione di un UFO e fenomeni fisici provenienti dall’UFO (II); osservazione di esseri animati in associazione con un avvistamento di UFO  (III); rapimento di un essere umano da un UFO o dai suoi occupanti (IV);

Vi sono poi tre tipologie di “incontri ravvicinati” non comprese però nella scala originale proposta da Hynek, ovvero: incontri bilaterali posti in essere tramite iniziative umane coscienti, volontarie ed attive, o tramite la comunicazione cooperativa con intelligenze extraterrestri (V); contatti con gli UFO i quali sono causa di effetti fisiologici a lungo termine, quali lesioni gravi, o addirittura di morte (VI); ibridazione umano-aliena (VII).

Passando ora ad altre curiosità sul film, è bene sapere che la colonna sonora è ovviamente stata curata da John Williams, il quale si occupò anche della realizzazione della melodia utilizzata dagli alieni, su specifiche direttive di Spielberg. La colonna sonora, però, è stata realizzata prima del montaggio del film. Steven Spielberg ha poi montato il film in modo che corrispondesse alla musica, al contrario di quanto avviene di solito nel processo di realizzazione dei film. Sia Spielberg che Williams ritenevano che ciò conferisse al film un’atmosfera lirica.

Incontri ravvicinati del terzo tipo colonna sonora

Steven Spielberg sapeva invece solo vagamente come sarebbe stata l’astronave mentre girava le scene in live action. Decise che sarebbe stata grande, massiccia e molto scura. Durante le riprese in India, mesi dopo, passò ogni giorno davanti a una gigantesca raffineria di petrolio e si lasciò ispirare dalle numerose luci, dai tubi e dagli affioramenti della piattaforma per cambiare l’aspetto dell’astronave. Decise quindi che sarebbe stata illuminata a giorno, e così apparve nel film finale, anche se il filmato in cui proiettava un’ombra scura sulla folla era già stato girato.

Incontri ravvicinati del terzo tipo è poi diventato uno dei primi film ad avere una Special Edition, in quanto Spielberg voleva migliorare la visione originale. La Special Edition fu distribuita nell’agosto del 1980 (ma resa presente nelle edizioni home video solo nel 2007) e, tra le altre, son state introdotte delle scene girate all’interno della astronave aliena. Nel 1998 è poi stata prodotta una nuova versione, la Collector’s Edition (ora Director’s Cut), pensata appositamente per il mercato home video, che include alcune scene della Special Edition ma non quelle girate all’interno della astronave. Insieme a tale versione fu distribuito anche il “Making of” del film.

Diversi sono infine i premi ottenuti da questo colossal. Nel 1978 agli Oscar fu candidato in ben 9 categorie (tra cui Miglior regia), venendo poi premiato con due statuette per la fotografia e gli effetti sonori. In Italia, invece, ai David di Donatello ha vinto come Miglior film straniero. Nel 1998 entrò poi a far parte della prestigiosa lista dei 100 migliori film statunitensi di tutti i tempi dell’American Film Institute, mentre nel 2007 è stato selezionato per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti d’America.

Il trailer di Incontri ravvicinati del terzo tipo e dove vedere il film in streaming e in TV

È possibile fruire di Incontri ravvicinati del terzo tipo grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV, Google Play, Apple TV, Tim Visio e Prime Video. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e ad un’ottima qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di martedì 27 febbraio alle ore 21:10 sul canale Rai Movie.

Incontri ravvicinati del terzo tipo: recensione del film

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Incontri ravvicinati del terzo tipo: recensione del film

Incontri ravvicinati del terzo tipo è il film del 1977 diretto da Steven Spielberg e con protagonisti nel cast Richard Dreyfuss, Francois Truffaut, Teri Garr, Melinda Dillon e Bob Balaban.

  • Anno: 1977
  • Regia: Steven Spielberg
  • Cast: Richard Dreyfuss, Francois Truffaut, Teri Garr, Melinda Dillon, Bob Balaban.

Incontri ravvicinati del terzo tipoNel deserto di Sonora lo scienziato Lacombe (Francois Truffaut) scopre col suo gruppo di ricerca alcuni aerei dispersi durante la seconda guerra mondiale, intatti: al loro interno, nessuna traccia dei piloti. Con il suo interprete americano Laughlin (Balaban), dà il via ad una lunga indagine per trovare una spiegazione. Parallelamente nell’Indiana un bambino di 3 anni, Barry, si sveglia durante la notte per vedere i propri giocattoli muoversi da soli, l’elettricista Roy Neary (magistralmente interpretato da Richard Dreyfuss) assiste all’inseguimento di 4 dischi volanti da parte della polizia.

Roy inizia ad essere ossessionato da un’immagine mentale a forma di montagna, che cerca di riprodurre in tutti i modi. La stessa ossessione che ha Jillian (Melinda Dillon), protagonista di un incontro ravvicinato nella propria casa, al termine del quale il figlio Barry verrà risucchiato da un’intensa luce emanata dal cielo.

Incontri ravvicinati del terzo tipo

Nel frattempo, Lacombe localizza il luogo in cui avverrà il contatto con gli extra-terrrestri: la Torre del Diavolo, nel Wyoming. Per non avere testimoni, le autorità governative provvedono alla totale evacuazione della zona. Ma Roy, Jillian e altre persone toccate dagli straordinari incontri vedono in tv la Torre  e riconoscono in essa l’immagine da cui sono ossessionati. Fuggendo al controllo delle autorità, i due arriveranno al luogo dell’incontro. Memorabile la sequenza finale, in cui umani ed alieni comunicano attraverso musica e colori: un grandioso dialogo tra specie che si conclude con la liberazione delle persone rapite negli anni (mai invecchiate), e con Roy unico scelto dagli extra-terrestri per andare con loro.

Incontri ravvicinati del terzo tipoSpielberg ribalta un tema caro all’immaginario cinematografico, ipotizzando la possibilità di un rapporto pacifico tra mondi diversi. L’alieno non è più, dunque, un’entità maligna venuta per distruggere, bensì un essere aperto al dialogo, portatore di un messaggio di pace e collaborazione. Sublime prova di maestria tecnico-registica accompagnata dal genio musicale di John Williams, il film racchiude in sé motivi classici del cinema spielberghiano – come l’esaltazione dei bambini, gli unici realmente capaci di relazionarsi con cio che è diverso. È inoltre evidente un elogio dell’istintività, del gioco come dimensione primaria dell’esistenza (non è un caso che Roy voglia a tutti i costi portare i figli a vedere Pinocchio).

Gli alieni, con cui ci troviamo faccia a faccia solo nel finale, sono tuttavia una presenza incombente per tutto il film. C’è però da dire che qui Spielberg resta concentrato sugli esseri umani, sui loro sogni, senza arrivare all’analisi del rapporto uomo/extra-terrestre (per questo bisognerà aspettare E.T.).

Candidato a 8 nomination, Incontri ravvicinati del terzo tipo vinse solo 2 Oscar – per la fotografia e gli effetti speciali di Douglas Trumbull. Di certo meritava qualcosa in più.

Incontri ravvicinati del terzo tipo, spiegazione del finale

Incontri ravvicinati del terzo tipo, spiegazione del finale

Il finale di Incontri ravvicinati del terzo tipo è uno dei più enigmatici e affascinanti della storia del cinema di fantascienza. A distanza di decenni, la celebre melodia a cinque toni e la visione della nave madre continuano a suscitare lo stesso senso di stupore che Steven Spielberg cercò di imprimere nel pubblico del 1977. Per comprendere davvero quel momento — e perché Roy Neary decide di salire volontariamente a bordo dell’astronave aliena — dobbiamo partire dalla natura del film: non un racconto di invasione, ma una parabola sulla comunicazione, sulla curiosità e su quel desiderio istintivo che spinge l’uomo verso ciò che non conosce.

La trasformazione di Roy Neary e il richiamo dell’ignoto

Fin dalle prime sequenze, Roy appare come un uomo ordinario che vive un’esperienza straordinaria. Il suo incontro ravvicinato non è solo un fenomeno luminoso nei cieli: è un evento che ristruttura la sua interiorità. Le visioni spontanee, la melodia che non riesce a togliersi dalla mente e l’immagine ricorrente di Devil’s Tower diventano per lui una necessità fisica ed emotiva. Spielberg rappresenta la sua ossessione non come follia, ma come un impulso insopprimibile verso un significato più grande. La sua famiglia non lo comprende e si sfalda, ma Roy continua a cercare. È questo che lo rende lo spettatore ideale dell’evento finale: un uomo disposto a perdere tutto pur di trovare la risposta che sente chiamarlo.

Alla base della sua trasformazione c’è l’idea spielberghiana per eccellenza: l’infanzia come stato di apertura emotiva permanente. Roy non agisce come un adulto razionale, ma come un bambino rapito dalla meraviglia. La sua scelta di abbandonare la vita precedente non è fuga, ma un ritorno a una forma di innocenza che gli permette di ascoltare l’ignoto senza paura.

Perché gli alieni non sono nemici: il significato del contatto pacifico

Quando la nave madre si apre sul paesaggio notturno, Spielberg non costruisce tensione, ma stupore. La luce calda, il design morbido degli extraterrestri, l’atmosfera quasi liturgica: tutto suggerisce un’intenzione benevola. Negli anni ’70 il cinema di fantascienza era dominato dal sospetto verso ciò che veniva dallo spazio: gli alieni erano minacce, invasori, simboli delle paure della Guerra Fredda. Incontri ravvicinati rovescia tutto questo. Gli extraterrestri non rapiscono: restituiscono. Non attaccano: rispondono. Non parlano: dialogano attraverso la musica.

La melodia a cinque toni diventa quindi il fulcro simbolico dell’intero film. È un linguaggio che non appartiene né agli umani né agli alieni, ma che li unisce in un terreno comune. Un linguaggio primordiale, semplice, universale. Spielberg suggerisce che il primo vero passo verso l’ignoto deve essere la comunicazione, non la difesa. Per questo il finale non contiene conflitti: contiene un negoziato armonico tra due intelligenze che scelgono di fidarsi l’una dell’altra.

Perché Roy decide di salire sulla nave: fiducia, curiosità e rinascita

Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977)

Il momento in cui Roy Neary viene scelto dagli alieni è il punto culminante del film. Non è un rapimento, né un sacrificio. È un atto volontario. Roy non si sente costretto: si sente finalmente compreso. La sua intera esperienza — la degradazione della vita familiare, l’ossessione, l’incomprensione degli altri — trova un senso nell’apertura della passerella dell’astronave.
Gli alieni gli offrendo ciò che cercava da mesi: un significato.

Il film costruisce questa scena in modo da far percepire allo spettatore sicurezza e possibilità. Gli altri rapiti tornano sani, sorridenti, non invecchiati. Nulla suggerisce pericolo. Spielberg ci chiede di fare ciò che Roy fa: avere fede nella benevolenza dell’ignoto. Salire sulla nave non è un tradimento della sua vita terrestre: è un percorso di rinascita. Roy va verso ciò che lo ha chiamato, e il pubblico deve credere che sia la cosa giusta.

Il vero messaggio del finale: sostituire la paura con la meraviglia

Come molte opere di Spielberg, Incontri ravvicinati si basa su un principio cardine: ciò che non comprendiamo non deve essere temuto, ma esplorato. Il film invita lo spettatore a reagire all’ignoto con curiosità e meraviglia, non con sospetto e aggressività. Roy incarna questa predisposizione: è disposto a mettere da parte i pregiudizi umani, a considerare gli alieni non come invasori ma come interlocutori.

Il finale funziona proprio perché ribalta le aspettative del genere: non c’è battaglia, non c’è minaccia globale, non c’è distruzione. C’è, invece, un patto silenzioso tra civiltà. Spielberg immagina un futuro in cui il primo contatto non è guerra, ma armonia; non è paura, ma comunicazione; non è chiusura, ma possibilità. Ed è questo che rende il finale tanto memorabile: la scelta di un’umanità migliore.

Incontri Internazionali del Cinema di Sorrento: le novità

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Incontri Internazionali del Cinema di Sorrento: le novità

Nuovi appuntamenti vanno ad arricchire il programma degli Incontri Internazionali del Cinema di Sorrento, la cui quarantunesima edizione prenderà il via mercoledì 10 aprile nella cittadina costiera.

A inaugurare la 41ma edizione sarà Raoul Bova, tra i volti più amati della tv e del cinema italiano che tornerà presto sul piccolo schermo nei panni di Giorgio Armani nella serie Made in Italy al fianco di Greta Ferro e, tra gli altri, Margherita Buy, Eva Riccobono e Marco Bocci. L’incontro con Bova (ore 18.00 – Chiostro di San Francesco) è inserito all’interno del ciclo “Ciak Incontra”.

Ospiti della serata inaugurale saranno la famiglia De Sica e Christian De Sica per raccontare tutte le novità del prestigioso Premio Vittorio De Sica, che torna a settembre nella cittadina costiera grazie alla collaborazione con l’Accademia del Cinema Italiano – Premi David di Donatello (ore 20.00, cinema Tasso). Sempre nella giornata di mercoledì 10 si celebra il cinema tedesco, protagonista di questa edizione, con le proiezioni della commedia campione d’incassi Benvenuti in Germania di Simon Verhoeven (ore 17.00, cinema Tasso) e l’ultimo film dell’acclamato regista Florian Henckel von Donnersmarck, Opera senza autore (al termine della cerimonia di apertura al cinema Tasso).

Accanto agli ospiti già annunciati, tra cui Doris Dörrie, Christian De Sica, Pupi e Antonio Avati, Lino Banfi, Anne Kenis, Isabelle Stever, Buket Alakus, Markus Goller, Yasemin Samdereli, sono attesi agli Incontri di Sorrento anche Elisa Del Genio e Ludovica Nasti, le due giovani protagoniste della serie evento Rai 1 L’amica geniale, il regista Adriano Morelli con Violante Placido e la regista Cinzia TH Torrini.

Elisa Del Genio e Ludovica Nasti, volti indimenticabili di Lenù e Lila nella prima stagione serie evento tratta dai romanzi di Elena Ferrante, saranno protagoniste di una conversazione con il pubblico moderata da Remigio Truocchio, alla quale interverrà anche Francesco Nardella, Vice Direttore Editoriale di Rai Fiction (giovedì 11 aprile, ore 17.30 – Chiostro di San Francesco).

Nella serata di giovedì 11 aprile il pubblico avrà invece la possibilità di incontrare il regista Adriano Morelli con Violante Placido, che presenteranno al cinema Tasso (ore 19.30) il cortometraggio Hand in the cap, girato interamente a Sorrento. Prodotto da Sly Production in collaborazione con la O’Groove di Pierpaolo Verga ed Edoardo De Angelis, il corto, interpretato da  Violante Placido e Andrea Quintavalle e scritto da Nicola Guaglianone, affronta la tematica della disabilità.

Nel segno della Germania, sarà imperdibile l’incontro con la regista, produttrice e scrittrice tedesca Doris Dörrie, ospite d’onore di questa edizione (venerdì 12 aprile, ore 18.00 – Chiostro di San Francesco), che si confronterà con Cinzia TH Torrini, regista e sceneggiatrice per il cinema e la televisione che ha consolidato la sua passione per il cinema proprio in Germania, a Monaco di Baviera, dove ha frequentato l’Accademia Hochschule Fuer Film und Fernsehen. Le due registe dialogheranno sul loro cinema in un incontro moderato dal critico Giovanni Spagnoletti.

Si parlerà di cinema e serie tv anche all’incontro Italia – Germania nel cinema e nell’audiovisivo: le coproduzioni, i vantaggi e le opportunità (giovedì 11 aprile ore 11.00 – Chiostro di San Francesco), realizzato in collaborazione con Box Office e moderato dalla giornalista di Tivù Eliana Corti, alla presenza di: Francesco Nardella (Vice direttore editoriale Rai Fiction), Maria Giuseppina Troccoli (DG Cinema MIBAC), Lisa Giehl (FFF BAYERN), Cornelia Hammelmann (agente co-produzioni presso l’agenzia Trinity Movie), Philipp Kreuzer (CEO Maze Pictures).

Accanto all’omaggio alla Germania con retrospettive, eventi speciali tra cui la sonorizzazione dal vivo del capolavoro di Robert Wiene Il Gabinetto del Dottor Caligari (giovedì 11 aprile, ore 19.30 – cinema Tasso), e anteprime presentate a Sorrento dai protagonisti del cinema tedesco, saranno imperdibili anche gli appuntamenti con Pupi Avati e il fratello Antonio Avati, sceneggiatore e produttore, che celebrano i 50 anni di successi della Duea Film e del loro sodalizio artistico (sabato 13 aprile ore 12.00 – Chiostro di San Francesco), e l’appuntamento per “Ciak Incontra”  (domenica 14 aprile, ore 17.00 – Chiostro di San Francesco) con Lino Banfi che ripercorrerà i momenti salienti della sua carriera, moderato dalla giornalista Alessandra De Luca. Al termine dell’incontro Lino Banfi introdurrà inoltre il film di produzione tedesca Indovina chi sposa mia figlia, che lo vede tra i protagonisti della commedia (ore 20.00 – cinema Tasso).

Gli Incontri Internazionali del Cinema di Sorrento sono organizzati da Cineventi con la direzione artistica di Remigio Truocchio, promossi dal Comune di Sorrento, guidato dal sindaco Giuseppe Cuomo, con il coordinamento del dirigente del Settore Cultura, Antonino Giammarino, con il sostegno della Regione Campania, del MIBAC e in collaborazione con la Film Commission Regione Campania, il Goethe-Institut, German Films Italia, l’Accademia del Cinema Italiano – Premi David di Donatello, Anica, con il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania a Roma. Partner della manifestazione: Fondazione Sorrento e Fedelberghi Penisola Sorrentina.

Incontri Internazionali del Cinema di Sorrento: ecco i primi ospiti

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Al via oggi la 41ma edizione degli Incontri Internazionali del Cinema di Sorrento, che nella serata inaugurale vedrà sul palco del Cinema Tasso Christian De Sica e la sua famiglia che racconteranno tutte le novità dei prestigiosi “Premi Vittorio De Sica”, che tornano a Sorrento il prossimo settembre grazie alla collaborazione con l’Accademia del Cinema Italiano – Premi David di Donatello. Tra i protagonisti della giornata d’apertura Raoul Bova, presto sul piccolo schermo nei panni di Giorgio Armani per la serie Made in Italy, che si racconterà al pubblico (ore 18 – Salone del Palazzo Comunale) nell’ambito di Ciak Incontra, la sezione di appuntamenti realizzati in collaborazione con il magazine Ciak.

Molti gli appuntamenti previsti per la seconda giornata degli “Incontri”, giovedì 11 aprile, incentrata sul talento femminile tra cinema e serialità televisiva. Tra le protagoniste della giornata, Violante Placido che con il regista Adriano Morelli introdurrà la proiezione del cortometraggio Hand in the cap (ore 19.30, Cinema Tasso). Il corto, girato interamente a Sorrento, vede Violante Placido nei panni di Sonia, una madre forte, che vive in casa con suo figlio Andrea, un ragazzino adolescente di vent’anni affetto da gravi danni motori e neurologici.

A raccontare invece di uno dei maggiori successi della stagione televisiva, ovvero la fortunatissima serie tratta dal bestseller di Elena Ferrante L’amica geniale, saranno le due giovani protagoniste Elisa Del Genio e Ludovica Nasti che nel pomeriggio di giovedì (17.30 -Salone del Palazzo Comunale) parleranno della loro esperienza sul set assieme a Francesco Nardella (RAI Fiction).

Molte anche le proiezioni tra cui The Wather Inside di Isabelle Stever (ore 17.00 – cinema Tasso), storia della manager tedesca Dorothea Nagel impegnata nella raccolta fondi per organizzazioni di beneficenza che si trova a viaggiare per l’Oriente dove farà la conoscenza di donne scappate dai loro paesi d’origine e dovrà fronteggiare difficoltà inaspettate che la porteranno a consolarsi nell’alcol e nell’incontro col giovane Alec…

In serata sarà invece presentata la versione restaurata del capolavoro di Robert Wiene, Il Gabinetto del Dottor Caligari, accompagnata da una nuova colonna sonora preparata ad hoc ed eseguita live da Edison Studio.

In programma anche l’incontro Italia – Germania nell’audiovisivo, le coproduzioni, i vantaggi e le opportunità (ore 11.00 – Salone del Palazzo Comunale). Un evento speciale in collaborazione con Tivù e Box Office moderato dalla giornalista Eliana Corti, dove il Vice direttore Editoriale di Rai Fiction Francesco Nardella, Maria Giuseppina Troccoli (DG Cinema MIBAC), Lisa Giehl (FFF BAYERN), Cornelia Hammelmann (agente co-produzioni presso l’agenzia TRINITY MOVIE) e Philipp Kreutzer (Ceo MAZE PICTURES) dialogheranno sulle sinergie tra l’industria del cinema e della tv italiana e tedesca.

Incontri di cinema a Sorrento: dal 13 al 17 aprile 2016

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Incontri di cinema a Sorrento: dal 13 al 17 aprile 2016

Con il ritorno degli Incontri del Cinema a Sorrento, dal 13 al 17 aprile, la cittadina campana diventa capitale internazionale del ‘crime’ cinematografico e televisivo. Anteprime assolute aperte al pubblico, rassegne di classici e retrospettive, focus tematici e numerosi ospiti tra registi, scrittori e sceneggiatori, attori e produttori: questo il programma che porterà la Campania al centro dell’attenzione dell’industria dell’audiovisivo oltre a rappresentare una forte ed originale attrattiva turistica nel pieno della primavera. Sarà l’anteprima nazionale di Criminal di Ariel Vromen con Kevin Costner, Gary Oldman e Tommy Lee Jones, ad inaugurare gli Incontri al Cineteatro Tasso mercoledì 13 aprile 2016, nella nuova formula dedicata all’approfondimento sui linguaggi ed i generi cinematografici. La manifestazione, che torna in attività per iniziativa di Mario Gargiulo, Assessore agli Eventi del Comune di Sorrento e di Antonino Giammarino (dirigente del settore eventi e cultura che ne ha ideato il format) è prodotta da Cineventi srl, in collaborazione con la Film Commission Regione Campania, ed affidata alla direzione artistica di Remigio Truocchio. Ogni anno, una società di produzione sarà l’ospite d’onore: per l’edizione ‘numero zero’ si parte con Cattleya, fondata da Riccardo Tozzi, società prossima al suo ventennale, che ha prodotto dei veri e propri cult del crime italiano come Romanzo Criminale (il film e la serie TV), Gomorra – la serie, Suburra, il film di Stefano Sollima che diventerà una serie Tv per Netflix.

Incontri di cinema a Sorrento 2016LE ANTEPRIME – Dopo l’apertura con Criminal, la seconda giornata si chiuderà con Zona d’ombra di Peter Landesman, film con Will Smith ispirato alla storia vera del medico che con la sua scoperta fece tremare una delle organizzazioni più potenti del mondo (in sala dal 21 aprile per Warner Bros). Sarà poi la volta di Il Caso
Freddy Heineken di Daniel Alfredson, con Anthony Hopkins, sul celebre rapimento dell’erede della famiglia proprietaria della birra olandese, distribuito in Italia da Koch Media. Infine nella giornata conclusiva, domenica 17 aprile, Codice 999 di John Hillcoat con Kate Winslet e Casey Affleck distribuito da M2: un duro e potente
crime-action sulla polizia corrotta di Atlanta e la mafia russa.

LE SERIE TV – Anche le serie tv saranno protagoniste con grandi produzioni tra cui l’anteprima italiana di The Night Manager firmato dalla regista danese Suzanne Bier (per gentile concessione di SKY Atlantic). Storia di un ex soldato dell’esercito britannico ingaggiato dai servizi segreti per combattere il mercato nero delle armi. A Sorrento saranno presentate le prime due puntate della serie, in onda in esclusiva su Sky Atlantic dal 20 aprile. Sempre in anteprima anche la terza puntata di Il caso O.J. Simpson: American Crime Story, per gentile concessione di FOX Crime: la serie sul più grande processo della storia degli Usa con Cuba Gooding Jr., John Travolta, Sterling K. Brown. Non mancheranno inoltre le serie italiane, con l’anteprima di uno dei prodotti più attesi della stagione targato RAI Fiction, Il Sistema con Claudio Gioè e Gabriella Pession. Una storia di corruzione e violenze per la nuova fiction Rai 1, in onda dal 18 aprile, diretta da Carmine Elia.

FOCUS e INCONTRI – Si parlerà del pubblico del Crime venerdì 15 aprile con Riccardo Tozzi – Fondatore e Ceo Cattleya, Luca Rochira – Programming Director Entertainment Channels at Fox International Channels, Antonio Visca – Direttore Sky Atlantic, Francesco Nardella – Vicedirettore Rai Fiction, Sherin Salvetti – General ManagerA+E Networks Italy. Sempre venerdì 15 si svolgerà l’incontro Geografia del Crime – analisi e riflessioni sulle differenze geografiche del genere moderato da Riccardo Tozzi alla presenza degli scrittori Giancarlo De Cataldo, Maurizio De Giovanni, Sandro Dazieri, Giampaolo Simi e Marco Videtta.

Sabato 16 aprile sarà invece la volta de Il Crime e le Donne, che vedrà protagoniste la regista Francesca Comencini (tra i registi di Gomorra-la serie) e le attrici Giulia Bevilacqua (Distretto di Polizia), Greta Scarano (Suburra) e Giovanna Di Rauso (Romanzo Criminale – la serie) e la sceneggiatrice Maddalena Ravagli. A moderare l’incontro Piera Detassis, direttore di Ciak. Incontrerà il pubblico di Sorrento, sempre nella giornata di sabato 16 aprile, anche Alessandro Borghi, tra i protagonisti di alcune recenti pellicole di successo come Suburra e Non Essere cattivo.

NEROCAMPANIA – Per la retrospettiva Nerocampania saranno proposte le fiction tv Sotto Copertura, serie Rai Fiction di Giulio Manfredonia con Claudio Gioè e Guido Caprino, e La nuova squadra, diretta da Claudio Corbucci e interpretata da Marco Giallini, Pietro Taricone e Lisa Galantini. Oltre alle serie tv, in programma anche i film Perez di Edoardo De Angelis e Song e Napule dei Manetti Bros. La sezione propone inoltre una serie di incontri sui ‘set crime made  Campania’, di cui saranno protagonisti i registi Edoardo De Angelis e i Manetti Bros, tutti impegnati in nuove produzioni sul territorio (15 aprile , Cinema Tasso, ore 19,30) e, nella giornata di chiusura, i registi e protagonisti della serie Rai I bastardi di Pizzofalcone di Carlo Carlei e del film I Falchi di Tony D’Angelo.

CLASSICI – Non poteva mancare uno spazio per i capolavori del genere restaurati, in collaborazione con la Cineteca di Bologna: saranno proiettati Il terzo uomo, capolavoro di Carol Reed del 1949, e Ascensore per il patibolo di Louis Malle.

Incontri del cinema di Sorrento: Crime al femminile

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Incontri del cinema di Sorrento: Crime al femminile

Sorrento. Sono le donne del ‘crime’ le protagoniste indiscusse della quarta giornata degli Incontri del Cinema di Sorrento. Domani, sabato 16 aprile, grande attesa per il focus moderato da Piera Detassis, direttrice del mensile di cinema Ciak, dedicato all’impegno ed all’immagine femminile nella narrazione del genere. Protagoniste dell’incontro (a partire dalle 18 nel Chiostro di San Francesco) saranno la regista Francesca Comencini, le attrici Giulia Bevilacqua (Distretto di Polizia), Greta Scarano (Suburra) e Giovanna Di Rauso (Romanzo Criminalela serie) e la sceneggiatrice Maddalena Ravagli. Incontrerà il pubblico di Sorrento (ore 19.30, Chiostro di San Francesco) anche Alessandro Borghi, tra i protagonisti di alcune recenti opere di successo come Suburra e Non essere cattivo. Grande attesa e curiosità per l’anteprima de Il Sistema la nuova fiction Rai che debutterà il 18 aprile su Rai Uno, per la regia di Carmine Elia che vede come protagonisti Claudio Gioè e Gabriella Pession. Saranno presenti in sala (ore 20, cinema Tasso) il produttore Giulio Steve,  l’attore Antonio Gerardi e lo sceneggiatore Sandrone Dazieri. La serie racconta un sistema, per l’appunto, dove l’alto dei politici e della buona società della Capitale e il basso della criminalità da strada sono collegati da un filo nero che affonda le sue radici nell’estremismo politico. Una storia di corruzione e violenze, mafie ed ex terroristi, usura e traffico di droga, appalti truccati e riciclaggio di denaro sporco. Alle 22.00 seguirà l’anteprima dell’attesa serie The night manager per la regia di  Suzanne Bier, con Tom Hiddleston, Hugh Laurie, Olivia Colman. Storia di un ex soldato dell’esercito britannico ingaggiato dai servizi segreti per combattere il mercato nero delle armi. A Sorrento saranno presentate le prime due puntate della serie, in onda in esclusiva su Sky Atlantic dal 20 aprile.

Incontri del cinema di Sorrento

Incontri del cinema di SorrentoAltro ospite della giornata sarà il regista Edoardo De Angelis che interverrà, per la sezione NeroCampania, alla proiezione di  Perez ,  interpretato da Luca Zingaretti e Marco D’Amore (ore 10.30, cinema Tasso). Nella giornata conclusiva, domenica 17 aprile, oltre al regista Carlo Carlei, sono attesi a Sorrento anche Michele Riondino e Fortunato Cerlino con il regista Toni D’Angelo per raccontare il set di Falchi. Ultima anteprima sarà CODICE 999, regia di John Hillcoat con Kate Winslet, Chiwetel Ejiofor, Woody Harrelson (M2 Pictures).

Gli  Incontri di Sorrento, direttore artistico Remigio Truocchio,  tornano in attività dopo 12 anni per iniziativa di Mario Gargiulo, Assessore agli Eventi del Comune di Sorrento e di Antonino Giammarino (dirigente del settore eventi e cultura che ne ha ideato il format).  La storica manifestazione è prodotta da Cineventi srl, in collaborazione con la Film Commission Regione Campania. Ospite d’onore dell’edizione 2016 Cattleya, la società cinematografica fondata da Riccardo Tozzi. Le proiezioni sono gratuite e l’accesso in sala è regolato da inviti in distribuzione gratuita, presso il cinema Tasso. L’ingresso sarà consentito fino ad esaurimento posti.

Incontrerai uno Sconosciuto Alto e Bruno trailer

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E’ online il trailer di Incontrerai uno Sconosciuto Alto e Bruno, il nuovo film diretto da Woody Allen  con Naomi Watts, Antonio Banderas, Anthony Hopkins, Josh Brolin e Freida Pinto…

Incontrerai l’Uomo dei tuoi Sogni: recensione del film

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Incontrerai l’Uomo dei tuoi Sogni: recensione del film

Mantenendo il suo ritmo frenetico, Woody Allen torna al cinema con la sua ultima commedia, Incontrerai l’Uomo dei tuoi Sogni. La storia ruota intorno a due coppie: Roy (Josh Brolin) e Sally (Naomi Watts), e i genitori di lei Alfie (Anthony Hopkins) e Helena (Gemma Jones).

Insicurezze, sogni e desideri si affacciano nelle loro vite, mandando all’aria progetti e infrangendo speranze di una vita agognata ma mai raggiunta, questi gli ingredienti del film che per definizione è una commedia, e il tono del film lo conferma decisamente, ma lascia trasparire, in maniera a tratti didascalica il profondo pessimismo del regista Allen, forse mai così fuori forma come in questo caso.

Aiutato da un cast di artisti d’eccezione, Woody Allen racconta la sua storia sull’insoddisfazione e sulla ricerca dei propri sogni, con una regia davvero interessante, costituita per lo più da piani sequenza retti con grande bravura dagli attori che si muovono nei piccoli appartamenti della storia come all’interno delle menti dei personaggi, seguendone le nevrosi. La sceneggiatura come al solito è brillante e i dialoghi ben costruiti, tuttavia resta una sensazione di impalpabilità che nel finale sfiora l’inconsistenza, e il film è penalizzato da questo disfattismo che pur mostrando l’autorialità del regista ne decreta forse l’estrema fretta nel voler fare film tutti un po’ troppo uguali.

Resta di interessante il ruolo della veggente ciarlatana che non a caso viene citata nel titolo: Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni è una delle frasi tipiche che queste cartomanti dicono quasi in ogni situazione, e come dice il personaggio di Josh Brolin, si tratta dello sconosciuto che prima o poi incontriamo tutti (indipendentemente dal fatto che sia alto e bruno, come nel titolo originale).

Incontrerai l’Uomo dei tuoi Sogni recensione

Nel quadro pessimistico della storia, non fanno eccezione nemmeno i due personaggi collaterali: Dia (Freida Pinto) misteriosa e bellissima dirimpettaia di Roy, e l’affascinante Greg (Antonio Banderas) datore di lavoro di Sally che resta vittima del suo intrigante aspetto.

Tutti i personaggi sono alla ricerca di qualcosa che non troveranno, e che anche quando pare sia vicino, sfugge improvvisamente: Alfie non troverà la felicità con la giovane e svampita mogliettina, e probabilmente Roy non porterà a buon fine le sue trame per diventare un grande scrittore. L’unica che trova nel suo mondo uno spiraglio di serenità è Helena, anziana nevrotica e sola che grazie alla sua amica cartomante vive un’esistenza di follie e credenze distaccate dalla realtà che in qualche modo l’aiutano a sopravvivere. Come a dire che il mondo è follia e furia e solo che si attiene a questa follia riesce a sopravvivere.

Impossibile non sottolineare il cambiamento di titolo dall’originale all’italiano, l’uomo alto e bruno del titolo di Allen è diventato l’uomo dei sogni, forse a voler apparire più invitante, ma forse meno misterioso e sicuramente non necessario.

Inconceivable: trama e cast del film con Nicolas Cage

Inconceivable: trama e cast del film con Nicolas Cage

Nel corso della sua carriera Nicolas Cage è stato protagonista di numerosi thriller, ognuno con sfumature diverse. È infatti passato dal thriller d’azione di Con Air al thriller fantascientifico di Next, fino ad arrivare al thriller crime di Trespass. Più di recente, nel 2017, ha invece recitato nel thriller psicologico Inconceivable, scritto da Chloe King e diretto da Jonathan Baker, qui al suo debuto come regista di un lungometraggio. In questo l’attore si ritrova coinvolto in una pericolosa spirale di ossessioni e violenza, che rischia di portarlo a perdere tutto ciò che possiede.

Tale progetto fu inizialmente presentato al Sundance Film Festival nel 2014, raccogliendo da subito molto interesse intorno a sé. Ci vollerò però tre anni prima che questo riuscisse a concretizzarsi. In particolare, per Baker, fu molto complessa la ricerca del giusto cast. Una volta composto questo, fu possibile dar vita al film, il quale venne girato in soli 15 giorni e con un budget particolarmente ridotto. Segnato dunque da diverse problematiche produttive, il film finì con il non ottenere un buon riscontro critico né tantomeno di pubblico.

Inconceivable passò dunque grossomodo inosservato, pur presentando una storia affascinante e dei personaggi tanto controversi quanto intriganti. Per gli appassionati del genere e dei film di Cage, si tratta dunque di un titolo da riscoprire. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama e al cast di attori. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

Inconceivable: la trama del film

La storia ha per protagonisti Brian ed Angela, genitori di una bimba di quattro anni di nome Cora, i quali desidererebbero però più di ogni altra cosa avere una famiglia più numerosa. Un giorno, l’amica di Angela, Linda, le presenta Katie, una donna misteriosa ed enigmatica che si è trasferita da poco in città con la sua bambina Maddie per sfuggire a un passato di abusi. Le due donne andranno immediatamente daccordo, stringendo una profonda amicizia. Spinti dal crescente rapporto che li lega a Katie, i due coniugi decidono di invitare Katie e sua figlia a trasferirsi nella loro dependance per fare da baby sitter alla loro figlioletta.

Tutto sembra andare per il meglio, finché Angela non comincia ad avvertire in Katie strane manie e comportamenti. Giorno dopo giorno, infatti, la bella bambinaia sembra attaccarsi in maniera fin troppo morbosa alla piccola Cora, arrivando addirittura a fare finta che fosse sua figlia un pomeriggio al parco. Molto presto gli eventi prenderanno una piega inattesa e Angela comincerà a rendersi conto che le cose non sono come sembrano, bensì l’esatto opposto. La donna a cui ha permesso ingenuamente di entrare nella sua vita potrebbe infatti mirare a distruggere la sua famiglia dall’interno.

Inconceivable cast

Inconceivable: il cast del film

La prima attrice ad interessarsi al film e al ruolo di Katie è stata Lindsay Lohan. Per Baker lei era perfetta per il ruolo, ma i produttori decisero invece di cercare un’altra interprete per la parte. Il regista si impegnò dunque a ricercare un’altra nota attrice a cui poter affidare il ruolo, ma ognuna di quelle considerate finì con il rifiutare la parte. Alla fine Baker decise di affidare la parte di Katie a Nicky Whelan, celebre per la serie Neighbours e già vista accanto a Cage in Left Behind – La profezia e Dog Eat Dog. Nicolas Cage interpreta invece il ruolo di Brian, essendo dichiarato attratto dalla natura imprevedibile dei personaggi e della storia.

L’attrice Gina Gershon è invece Angela, la moglie di Brian. Anche lei aveva già recitato accanto a Cage, per la precisione nel celebre thriller Face/Off – Due facce di un assassino. Nel ruolo della figlia dei due coniugi, Cora, vi è l’attrice Harlow Bottarini, mentre Sienna Soho Baker è Maddie, la figlia di Katie. La premio Oscar per Quinto Potere Faye Dunaway recita qui nel ruolo di Donna, un’altra delle protagoniste femminili del film. Per il ruolo, originariamente, era stata considerata anche la due volte premio Oscar Jessica Lange. Nei panni di Linda, l’amica di Angela, si ritrova invece Natalie Eva Marie. Questa è meglio nota per essere una lottatrice di wrestling in WWE.

Inconceivable: il trailer e dove vedere il film in streaming e in TV

È comunque possibile fruire del film grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Inconceivable è infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV, Chili, Google Play, Apple iTunes, Amazon Prime Video e Tim Vision. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. È bene notare che in caso di noleggio si avrà soltanto un dato limite temporale entro cui guardare il titolo. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di domenica 2 aprile alle ore 21:00 sul canale Iris.

Fonte: IMDb

Incompresa: recensione del film di Asia Argento

Incompresa: recensione del film di Asia Argento

Incompresa, il nuovo lungometraggio scritto e da Asia Argento è un film spiazzante, ma spiazzante nel senso buono del termine. Le vicende raccontate nel film girano tutte attorno alla piccola Aria (Giulia Salerno) che vive in una famiglia allargata di artisti mediocri. La madre pianista (Charlotte Gainsbourg), fascinosa ma instabile sia sul piano mentale che sentimentale, il padre attore (Gabriel Garro) ossessivo e narcisista in cerca di una scrittura per un film d’autore, e due sorellastre, Donatina (Anna Lou Castoldi) e la perfida Lucrezia (Carolina Poccioni) adolescente bulimica.

Naturalmente del mondo di Aria fanno parte anche i compagni di classe invidiosi della sua bravura nello scrivere temi, e il ragazzino più figo della scuola di cui lei è innamorata ma che non la fila per niente. Nessuno di loro, però, sembra davvero amare e comprendere la sensibile Aria che si ritrova, quando va bene, ad essere invisibile per tutti loro e, quando va male, ad essere considerata un ostacolo o, meglio, un rifiuto da gettare in strada. L’unico essere vivente che sembra dimostrare un briciolo d’affetto alla ragazzina è un gatto nero che lei raccoglie per strada e decide di adottare. Incompresa si pone, così, al confine tra la favola dark e il romanzo di formazione. Asia Argento dichiara di essersi ispirata a Bergman ed a Truffaut anche se, nel caso di Incompresa, a doversi formare non è la bambina ma piuttosto gli insensibili ed egoisti adulti che, invece di prendersi cura di lei, la abbandonano emotivamente e qualche volta anche fisicamente.

Cacciata di casa da entrambi i genitori, che nel frattempo si sono separati, Aria vaga di notte per una Roma spettrale e deserta. Gli unici suoi compagni sono il gatto nero ed un gruppo di Punk che incontra lungo la strada, e sarà sempre un altro punk, uno dei tanti boyfriends della madre, a donare alla bambina un minimo d’affetto anche se per poco tempo. Asia Argento sembra criticare aspramente l’ambiente in cui lei stessa è cresciuta (non è un caso la forte assonanza tra il nome della protagonista della pellicola e quello della regista). Le famiglie di artisti in Incompresa non hanno quell’aria stravagante ma bonaria che troviamo in altri film che trattano lo stesso tema. Questa è una non famiglia, è un ambiente malato senza nessuna assoluzione. In queste condizioni d’abbandono anche una bambina di nove anni può perdere la speranza in una vita migliore.

Incompresa non vuole essere un film realistico o verosimile sia nel plot che nelle ambientazioni. La realtà è piuttosto nei sentimenti che mette in scena. Il senso di solitudine e di abbandono della piccola Aria è qualcosa che più o meno ognuno di noi ha provato almeno una volta nella vita: la sensazione che qualsiasi cosa facciamo il mondo intero ci remi contro comprese le persone che, al contrario, dovrebbero sostenerci. Stilisticamente la regista ha voluto ricreare attraverso una fotografia rarefatta e a dei vistosi buchi narrativi l’effetto del vecchio album di polaroid che racchiude i ricordi e il racconto di un Senza Famiglia ambientato negli anni ottanta.

Incompresa trailer del film di Asia Argento

Incompresa trailer del film di Asia Argento

Si intitola Incompresa e sarà presentato al Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard e arriverà nelle sale italiane il 5 giugno con Good Films. Si tratta dell’ultimo film da regista di Asia Argento, che ha voluto come attori Giulia Salerno, Charlotte Gainsbourg e Gabriel Garko.

Ecco il trailer del film:

vert incompresa_Layout 1Aria è una bambina di 9 anni che si ritrova suo malgrado a vivere una violenta separazione dei suoi genitori, lo strappo dalle sue “sorellastre” in una famiglia allargata.

I suoi genitori non la amano quanto le vorrebbe.

Aria, strattonata nel conflitto tra suo padre e sua madre, respinta e allontanata, attraversa la città con una sacca a strisce e un gatto nero, sfiorando l’abisso e la tragedia e cercando solo di salvaguardare la sua innocenza.

Inciso nelle ossa, recensione del film Netflix

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Inciso nelle ossa, recensione del film Netflix

Secondo adattamento per la piattaforma streaming della Trilogia Baztán, Inciso nelle ossa è disponibile su Netflix dall’inizio di Aprile e riporta, dopo il caso raccontato ne Il guardiano invisibile, l’ispettrice Amaia Salazar sul campo.

Avevamo lasciato la protagonista incinta del suo primo figlio, dopo che aveva concluso le indagini su una serie di omicidi nel suo paese d’origine, Elizondo. La seconda storia si apre con un parto, non quello di Amaia (Marta Etura), ma quello di una donna del diciassettesimo secolo, una strega forse, un misterioso incipit che si aggiunge ai tanti misteri della storia. Il prologo cede poi il passo ai nostri giorni: Amaia torna in servizio dopo i quattro mesi di permesso per maternità successivi al parto, e subito viene coinvolta in un’indagine che la riporta indietro nel passato. Viene chiesto il suo intervento in un caso di vandalismo in una chiesa, dove viene scoperto un cadavere di donna, senza un braccio. Le indagini affidate all’ispettore Salazar la riporteranno indietro nel suo paese d’origine, mentre il passato oscuro di sua madre, ora chiusa in una clinica psichiatrica, tornerà a sopraffarla.

Inciso nelle ossa è un thriller guilty pleasure

Vero e proprio guilty pleasure per chi ama le atmosfere thriller condite da un tocco di occulto e un pizzico di fascinazione satanista, con rituali e sacrifici, Inciso nelle ossa può essere goduto e apprezzato anche senza la visione del primo film di questa trilogia, sebbene la visione de Il Guardiano Invisibile disponibile su Netflix, dia degli elementi di background utilissimi per orientarsi nell’intricata trama fin troppo carica di colpi di scena.

Diretto da Fernando González Molina, Inciso nelle ossa trova proprio nella sua ricchezza uno degli elementi che maggiormente lo penalizzano. Perché se da un lato il genere di appartenenza si sposa alla perfezione con colpi di scena e misteri da risolvere, dall’altro il film soddisfa a pieno l’esigenza dello spettatore di vedere esaudita ogni sua curiosità, a conclusione della vicenda.

Questo dipende chiaramente dalla natura della storia che troverà compimento soltanto nella compiutezza della trilogia. Tuttavia l’emergenza sanitaria mondiale ha messo in pausa la produzione del terzo adattamento della Trilogia Baztán, Offerta alla tormenta, e quindi chi si è fatto travolgere dall’intensa interpretazione di Etura, facendo proprie le sue paure e i suoi dilemmi, dovrà aspettare che vedere esaudite proprie curiosità.

Una trama ricca che non si esaurisce nel finale

Tra gli innegabili pregi del film, questa recensione di Inciso nelle ossa sottolinea un cast assolutamente adeguato e soprattutto un comparto scenografico e fotografico che porta a casa un lavoro affascinante e che contribuisce a creare un’atmosfera stregata, indugiando su arredi di inizio secolo e atmosfere aranciate, un connubio che accresce il fascino di alcune immagini e scene.

Il tono marcatamente iberico della recitazione crea però un effetto di allontanamento e di falsificazione delle emozioni, conferendo al film, soprattutto nel climax finale, un accento finto e forzato, che si sposa più con il dramma che con il thriller, il quale, come detto, alla fine non trova la sua conclusione esaustiva.

Pur generando una sensazione di insoddisfazione dalla mancata risposta a ogni songolo interrogativo che semina, Inciso nelle ossa è un buon prodotto di genere che intrattiene e, in alcuni momenti, emoziona.

Incidente sul set per Halle Berry

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La bella attrice premio Oscar, Halle Berry, è stata portata d’urgenza al Cedars Sinai Medical Center di Los Angeles la scorsa notte dopo una caduta sul set di The Hive, mentre